LATTANZIO. - Scrittore cristiano (sec. III-IV).
I. Vita
Fonti per la vita di L. sono alcuni passi delle sue opere, specialmente Inst., 1, 1, 8-10; 3, 13, 12; 5, 2, 2; 5, 11, 15, e le testimonianze di s. Gerolamo (De vir. ill., 80; Chron., a. 2333=317).Cecilio Firmiano L. (alcuni codici danno il nome Caelius, ma Caecilius è confermato da un'iscrizione della Numidia, in CIL, VIII, 7241), n. di famiglia pagana verso il 250 in Africa, fu discepolo di Arnobio (v.). Formato agli studi letterari, divenne maestro di retorica, prima in Africa e poi a Nicomedia, chiamato colà dall'imperatore Diocleziano, forse intorno al 290. Ma la sua scuola fu poco frequentata: le lettere latine destavano scarso interesse in un centro di cultura greca; d'altra parte, L. era più dotto che eloquente; soffrì pertanto una penosa povertà. Convertitosi al cristianesimo, non si sa se a Nicomedia o già prima, dove lasciare la Bitinia, nel 305-306, a causa della persecuzione di Diocleziano; vi ritornò probabilmente nel 311, dopo l'Editto di tolleranza promulgato da Galerio. Nel 317 fu chiamato in Gallia da Costantino, che gli affidò l'educazione del figlio Crispo. Questa l'ultima notizia di L.
II. OPERE
Appartenenti di sicuro a L. e conservatesi: 1) De opificio Dei; composto quand'era già scoppiatala persecuzione di Diocleziano (1, 1, 7; 20, 1), probabilmente sulla fine del 303 o sul principio del 304, e indirizzato a un antico discepolo dell'autore, Demetriano; tenendosi sul terreno scientifico e filosofico, senza introdurre elementi specificamente cristiani (salvo il tratto dualistico 19, 8), si propone di dimostrare la provvidenza di Dio nella costituzione del corpo umano, che esamina in un'accurata descrizione anatomica e fisiologica, e dell'anima. 2) Le Divinae institutiones, in 7 libri, composte fra il 304 e il 313, hanno un fondamentale intento apologetico, mirando a difendere il cristianesimo dalle accuse dei pagani, in particolare di due scrittori, un filosofo, che non si sa identificare, e un giudice, probabilmente l'eredità. Ma la cultura dell'autore e il suo proposito di rispondere esaurientemente alle obiezioni dei pagani colti diedero all'opera il carattere d'una trattazione sistematica (come indica il titolo), ove l'elemento polemico è integrato dal costante impegno di approfondimento razionale del cristianesimo. Nel I l., De falsis religione, dimostra con la ragione e la tradizione l'unità di Dio e l'assurdità del politeismo, del quale nel II l., De origine erroris, addita la causa nell'opera dei demoni, diffondendosi nell'esposizione della demonologia. Passa poi a dimostrare, nel III l., De falsis philosophus, l'insufficienza della pretesa sapienza umana, specialmente nella dottrina del sommo bene; e contrappone a quella, nel IV l., De vera sapientia et religione, il cristianesimo e il suo dogma centrale dell'Incarnazione e della Redenzione. Nel V l., De iustitia, l'interesse si concentra sul campo etico, rimproverando ai pagani l'ingiustizia con cui perseguitano i cristiani e dimostrando che la giustizia si fonda sulla vera conoscenza di Dio. Al problema morale è ancora dedicato il VI l., De vero cultu, poiché Dio si onora non con sacrifici materiali, ma con la rettitudine della coscienza, che induce all'amore verso il prossimo. Il VII l., De vita beata, conclude con la dimostrazione dell'immortalità dell'anima e con una fantastica descrizione della vita futura in senso millenaristico. 3) Nell'Epitome, composta dopo il 314 su preghiera di Pentadio, L. riassume l'opera maggiore in una libera rielaborazione. 4) Probabilmente nel 314 o nel 315 scrisse il De ira Dei, ove afferma, contro epicurei e stoici, che in Dio v'è ira come v'è bontà.
Si discute sulla paternità lattanziana di due scritti importanti, il primo come fonte storica, il secondo come documento letterario. 1) Nel De mortibus persecutorum, composto quando Licinio (v.), si narra brevemente l'origine del cristianesimo e poi si passano in rassegna i suoi accaniti persecutori, mostrando la miserabile fine di ciascuno: Nerone, Domiziano, Decio, Valeriano, Aureliano, e soprattutto dei contemporanei Diocleziano, Massimiano, Galerio e Massimino. La sostanziale attendibilità storica è generalmente ammessa; la critica oggi è quasi unanime nel riconoscere l'autore in L., nonostante alcune difficoltà di carattere esterno (nome dell'autore, titolo riferito da s. Gerolamo) e soprattutto interno, cioè la forte differenza di tono e di stile fra questo scritto di violenta polemica e le altre opere. 2) Il carme De ase phoenice narra in 85 distici elegiaci la meravigliosa storia dell'uccello favoloso che risorge dalle proprie ceneri. Il contenuto mitico non impedisce di attribuirlo a un autore cristiano, a cui questa favola offriva un chiaro simbolo della Risurrezione; la paternità lattanziana appare poi confermata da notevoli consonanze con le idee di L.
S. Gerolamo informa di altre opere di L., ora perdute: Symposium; Hodoeporicon; Grammaticus; due libri Ad Asclepiadem; quattro libri di lettere a Probo; due a Demetriano; due a Severo. D'un libro De motibus animi è pervenuto un breve frammento col nome di L.
A torto gli furono attribuiti due carmi: il De Resurrectione, o De Pascha, dovuto a Venanzio Fortunato, e il De passione Domini.
III. PENSIERO
L'opera di L. ha scarso interesse nella storia del dogma, muovendosi prevalentemente sul campo della teologia e dell'etica naturale; ove affiorano concetti specificamente cristiani, non si ha originalità di posizione né approfondimento specu-lativo. Particolarmente povera e incerta è la teologia trinitaria. L'ordine delle cose manifesta a tutti, in qualche modo, l'esistenza di Dio e la sua provvidenza (Inst., 1, 2, 5; 2, 7, 1-3; 7, 9, 5), però l'uomo, la cui anima è creata immediatamente da Dio (Epit., 19, 1-6), non può pervenire alla perfetta conoscenza del vero se non è ammaestrato da Dio (2, 3, 23), « luce della mente umana » (Ira Dei. 1). Dio è uno (Inst., 1, 3 sgg. e passim); Padre e Figlio non sono separati, ma formano una sola mente, un solo spirito, una sola sostanza, essendo distinti fra loro come il ruscello dalla sorgente, il raggio dal sole (4, 29, 1-5); altrove tenta di spiegare l'origine del Figlio dal Padre come « parola » e « fiato » (4, 8, 6 sgg.). Cristo dunque nacque due volte, prima nello spirito, poi nella carne, figlio di Dio per lo spirito, figlio dell'uomo per la carne (4, 8, 1-2; 13, 2-5). Lo Spirito Santo di Dio discese nella Vergine e la rese feconda (4, 12, 1; cf. però Epit., 38, 9). La divinità di Cristo è dimostrata dall'avverarsi in lui dei vaticini dei profeti, che predissero anche la croce (Inst., 5, 3, 18-21); egli sapeva di dover patire ed essere ucciso per la salvezza di molti (4, 18, 2); egli è « il cibo e la vita di quanti credono nella carne ch'egli portò e nella croce da cui pendette » (4, 18, 28). Del resto, L. insiste soprattutto sulla missione di Cristo come maestro, missione che appunto richiedeva ch'egli fosse passibile e mortale (4, 22 sgg.). Nella sola Chiesa cattolica, che conserva il vero culto di Dio, adulterato dagli eretici, si ha la vita e la salvezza; ed è la Chiesa in cui si trova la confessione e la penitenza (4, 30), porto di salvezza aperto da Dio all'uomo (6, 24). Questa penitenza e confessione dei peccati, simboleggiata dalla circoncisione, è necessaria per ottenere il perdono (4, 17, 17), come è necessario il Battesimo per purificare l'uomo e dargli l'immortalità e la perfezione (3, 20, 8-9; 7, 5, 22). Pietro e Paolo predicarono a Roma sotto Nerone e vi subirono il martirio (4, 21, 12; De mort. pers., 2, 5-6). Già si è accennato al millenarismo professato da L. Singolare è anche il suo dualismo, che contrappone a Dio il diavolo, il quale, pur essendo creato da Dio, autore d'ogni bene, è la causa d'ogni male.
IV. LO SCRITTORE
Il significato storico di L. è soprattutto nella presentazione ch'egli seppe fare del cristianesimo nella forma richiesta dalla cultura del suo tempo, cioè in un'elaborazione, per quanto debole filosoficamente e teologicamente, organica, nella quale si faceva appello, pur ripudiando la filosofia, alla ragione, e in una prosa d'arte ispirata ai modelli classici, in primo luogo a Cicerone. Fu in gran parte questa perfezione stilistica (che tuttavia non gl'impedi di arricchire la sua lingua di elementi cristiani) a lui suggerita, oltre che dalla sua educazione, dalla ferma convinzione di giovare in tal modo alla causa cristiana (Inst., 1, 1, 10), la ragione della fortuna che godè L., il « Cicerone cristiano » di Pico della Mirandola, nell'antichità cristiana, nel medioevo e nel Rinascimento.Studi: R. Pichon, Lactance. Étude sur le mouvement philos. et religieux sous le règne de Constantin, Parigi 1901; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne. II, ivi 1905, pp. 287-359; Burdenhower, II (1914), pp. 525-49; G. Krüger, in Schanz-Hosius, III, 3e ed. (1922), pp. 413-37; Moricea, I, pp. 618-64; P. de Labriolle-G. Bardy, Histoire de la littérature latine chrétienne, I, 3e ed., Parigi 1947, pp. 201-318; E. Amann, Lactance, in D'ThC. VIII, coll. 2425-44. La bibl. particolare più recente in U. Mannucci-A. Casamassa, Istituzioni di patrologie, I, 6e ed., Roma 1948, pp. 143-48; B. Altaner, Patrologie, 2e ed., Friburgo in Br. 1950, pp. 153-57. Si può aggiungere: L. Alfonsi, L. e Giustino, in Rendic. istit. tomb., 82 (1949), pp. 19-27; A. Hud-
son-Williams, Orientius and L., in Vigiliae christianae, 3 (1949), pp. 237-43. Su gli elementi cristiani della lingua di L., V. C. Mohrmann, in Vigiliae christianae, 2 (1948), pp. 165-76. Michele Pellegrino