LICINIO (VALERIUS LICINIANUS LICINIUS), IMPERATORE ROMANO

LICINIO (Valerius Licinianus Licinius), IMPERATORE ROMANO. - N. ca. l'a. 250 nella Dacia Ripensis, nella regione cioè a sud del Danubio, che Aureliano aveva voluto così chiamare dopo aver dovuto abbandonare la vera Dacia dai troppo malsicuri confini a nord del grande fiume. Non è affatto inverosimile che i suoi genitori fossero contadini; era ai suoi tempi possibile salire molto in alto dai più bassi strati sociali; la via più ordinaria era la milizia. L. fu soldato, e la sua buona sorte lo pose vicino ad altro rozzo uomo destinato ai più alti fastigi, a Galerio, anch'egli della Dacia Ripensis e di modeste origini (lo chiamarono Armentarius) e da Diocleziano chiamato alla dignità di Cesare. La comunanza di vita portò all'amicizia; divenuto Cesare, Galerio volle con sé l'antico contubernale. Questi gli fu utilmente vicino nella difficile guerra contro i Persiani, cominciata male, ma poi tanto fortunata, da poter essere celebrata con l'arco trionfale di Galerio a Tessalonica.

Dopo l'abdicazione di Diocleziano e Massimiano (305), Galerio divenne Augusto, e quando poco appreso morì l'altro Augusto, Costanzo Cloro, pare volesse elevare a suo collega il vecchio compagno d'arme. Ma la cosa per il momento non riuscì, perché le milizie di Britannia e di Gallia vollero imperatore il figlio del loro defunto Augusto: il giovane Costantino. Questo ritorno alla tradizione delle successioni dinastiche, che infrangeva le norme poste da Diocleziano per la costruzione della sua tetrarchia, portò all'altra usurpazione di Massenzio, figlio di Massimiano, e alla riassunzione della porpora da parte del vecchio Massimiano che molto a malincuore aveva obbedito all'ordine di Diocleziano di abdicare. La tetrarchia era così divenuta esarche, e fu necessario che Diocleziano acconsentisse a lasciare il suo eremitaggio di Salona, e a presiedere a Carnuntum una riunione destinata a ricondurre l'ordine nel travagliato Impero. Diocleziano ebbe ancora tanta energia ed autorità da obbligare Massimiano ad abdicare e da procedere alla nomina di un nuovo Augusto al posto di Flavio Severo che era nel frattempo morto. I due irregolari Costantino e Massenzio non furono presi in considerazione, e fu nominato

Augusto L. (11 nov. 308). La soluzione, caldeggiata evidentemente da Galerio, violava i principi posti già da Diocleziano stesso, perché trascurava i diritti del Cesare Massimino Duia, e gli proponeva un «homo novus» come L. Senza dire che, quando si trattò di porre in atto le deliberazioni del convegno di Carnuntum, L., che avrebbe dovuto prendere possesso di tutto l'Occidente, non poté far nulla contro Massenzio e Costantino, e dovette contentarsi di esercitare i suoi poteri in una ben ristretta zona tra le Alpi e il Danubio.

Qualche anno dopo moriva Galerio (311) e Massimino Duia, il Cesare delle estreme provincie orientali, riteneva giunto il momento di rifarsi della repulsa subita a Carnuntum, e, proclamato Augusto, si precipitava a prendere possesso dell'Asia Minore, portando il suo esercito sino alle sponde asiatiche del Bosforo. L. dovette rassegnarsi a riconoscergli il possesso di tutte le provincie asiatiche e dell'Egitto, riuscendo a tener per sé la Tracia e la penisola balcanica. Costantino intanto con la battaglia di Saxa Rubra poneva fine all'Impero italo-africano di Massenzio (28 ott. 312) e L., che non aveva potuto essere amico né di Massenzio né di Massimino Duia, si strinse al vincitore, s'incontrò con lui a Milano, ne sposò la sorella ed emanò con lui l'editto di libertà per il cristianesimo.

Tornando nella sua parte d'Impero, L. trovò che Massimino Duia aveva passato il Bosforo, e aveva occupato Bisanzio ed Eraclea. La guerra non poteva più essere evitata, e difatti si combatté in Tracia a Campus Serenus con la piena vittoria di L., seguita da una fuga precipitosa del rivale sino a Tarsus in Cilicia e dalla successiva morte di lui (314). L. era padrone di tutta la metà dell'Impero, ma proprio ora egli diede prova della sua natura di barbaro sospettoso, impulsivo e crudele. Fece infatti ricercare e uccidere tutti coloro che avessero potuto accampare qualche pretesa al trono, non risparmiando neppure i parenti del suo benefattore Galerio. Del resto, anche prescindendo dalle insufficienze della personalità di L., era difficile, anche per ragioni intrinseche di interessi diversi delle due parti dell'Impero, far regnare il buon accordo tra i due imperatori rimasti dal fallimento del sistema tetrarchico diocleziano. Le divergenze si andarono sempre aggravando dal 314 in poi e degenerarono in guerra aperta, nella quale L. fu sconfitto presso Adrianopoli (323) e poi presso Christopholis (323) e per intercessione della moglie, sorella di Costantino, ebbe commutata la pena di morte nella relegazione a Tessalonica. Ma avendo egli anche la continuato a tessere intrighi, fu sottoposto a giudizio del Senato e condannato a morte, che ebbe dai Goti in un suo tentativo di fuga, o per ordine di Costantino, a Tessalonica (325).

Il dissenso tra i due imperatori si era manifestato anche in quanto riguardava il trattamento dei cristiani: L. era rimase sempre pagano, ma aveva potuto vedere l'insuccesso della persecuzione di Diocleziano, constatare le respingenze di Galerio che dei persecutori era stato il più fiero, sicché fu tollerante con i cristiani, e non solo sottoscrisse con Costantino il cosiddetto Editto di Milano, ma quando entrò in guerra con Massimino Duia, che era rimasto ostinato persecutore, emise un decreto che ai sudditi cristiani prometteva restituzione dei beni confiscati, ricostruzioni di chiese ecc. (13 giugno 313). Le cose cominciarono a mutarsi quando, iniziata la predicazione di Ario, L. le si mostrò favorevole, ponendosi in contrasto con vescovi cattolici che furono esiliati, imprigionati, impediti di tener concili. E poiché Costantino si volgeva a sempre più aperta protezione dei cristiani, L. per contrasto li prese in odio, e si diede in mille modi ad opprimersi. Tale l'uomo, assai inferiore all'alta dignità cui solo in questi turbati tempi era stato possibile, che egli pervenisse.

BML.: O. Seek, Geschichte des Unterganges der antiken Welt, I, 3a ed., Berlino 1910; E. Stein, Geschichte des spätromischen Reiches, I, Vom römischen zum byzantinischen Staat (284-476).

L'incanto di Ario: J. Burchardt, Die Zeit Constantin des Grossen, 5a ed., Berlino 1929; M. Besnier, L'Empire romain de l'avenement des Sévères au Concile de Nice, Parigi 1937; A. Solari, L'Innomanento dell'Impero romano, I, L'unità di Roma (363-476), Milano 1938; R. Paribeni, Da Diocleziano alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna 1942, pp. 69-79 e passim.

Roberto Paribeni