PATARIA

PATARIA. - Sotto tale denominazione si intende un movimento politico-religioso svoltosi in Milano nella seconda metà del sec. XI, nell'età della riforma gregoriana ed in funzione di essa. La p. è la reazione da parte degli elementi puri della Chiesa ambrosiana contro la corruzione in essa dilagante sotto la duplice forma di simonia e di nicolaismo. Gli inizi del movimento non sono molto chiari. La Chiesa ambrosiana dopo la morte di Ariberto d'Intimiano (1045) ri-

cevette dall'imperatore Enrico III a nuovo arcivescovo Guido da Velate; questi pare fosse proposto da un gruppo di nobili, mentre il clero aveva messo avanti altri nomi. La designazione imperiale non trovò resistenza, ma è da rilevare che il movimento riformatore ebbe poi come capi gli ecclesiastici respinti da Enrico III: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Arialdo da

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(fot. Fides) PATAGONIA - Donna della P. in lutto (indicato dalla cresta di capelli tagliati)
ARIMATEA (v.). L'arcivescovo Guido rappresentò nella sede ambrosiana gli interessi concordi dell'aristocrazia feudale di Milano e dell'alto clero che da essa usciva; come assicura s. Pier Damiani, il clero milanese era profondamente corrotto: molti avevano moglie, molti tenevano concubine e l'accesso alle dignità ecclesiastiche avveniva regolarmente ed apertamente per denaro.

Il movimento riformatore ebbe a capo Anselmo da Baggio, sebbene nel 1056 egli avesse accompagnato l'arcivescovo Guido alla corte di Enrico III e questi gli avesse assegnato la sede episcopale di Lucca: la Chiesa romana già aveva proclamato la lotta contro le investiture laiche. Dopo la partenza di Anselmo da Milano, la pattuglia riformatrice fu capitata da Landolfo Cotta e da Arialdo: la morte dell'Imperatore, la mancanza di un forte governo potevano permettere una vivace campagna contro il clero simonico e nicolata e contro l'arcivescovo Guido che era l'indolente esponente della corruzione milanese.

Contro gli oppositori, che avevano iniziato la loro propaganda nelle chiese ed in pubblico, l'arcivescovo ricorse al papa Stefano IX e per suo invito chiamò i suoi accusatori a discolparsi al Sinodo di Fontaneto (Novara). Arialdo e Landolfo non comparvero e vennero scomunicati in contumacia.

In questo momento compare nelle fonti il termine di patari prima in Arnolfo (Gesta archiepiscoporum Mediolanensium) poi in Bonizone ed altri scrittori. Arnolfo però, dicendo «hos tales cetera vulgaritas hyronice Patarinos appellat», confessa di non conoscere l'origine della denominazione. Bonizone invece (Liber ad Amicum) dice che patarini voleva dire pannosi, stracciol. Molti sono stati i tentativi per spiegare tale termine e si è voluto metterlo in relazione con la via di Milano detta dei «patari». La p. dove presto trasformarsi in un vero partito organizzato, grazie al giuramento che, se prima riguardava solo l'impegno di vita religiosa e morigerata, dovette presto diventare impegno di fedeltà ai capi.

Contro la scomunica di Fontaneto, i capi della p. ricovero al Papa, Stefano IX inviò a Milano Anselmo di Lucca insieme con l'arcidiacono romano Ildebrando (dic. 1057). I due visitatori apostolici predicarono al popolo milanese confortandolo ad insistere nell'opera di purificazione ed ammonirono il clero perché collaborasse alla riforma. Ma ora non solo l'alto clero si sentì colpito, ma anche l'aristocrazia milanese. Lotte aperte si ebbero in Milano, sì che Niccolò II dopo il Concilio del 1059 inviò a Milano due nuovi commissari, Anselmo di Lucca e Pier Damiani. L'arrivo dei due legati romani fu causa di gravi tumulti: il partito antiriformista cercò di far credere al popolo che i delegati apostolici volessero attentare alle tradizionali libertà ecclesiastiche ambrosiane. Pier Damiani parlò al popolo nella Cattedrale e lo convinse della falsità delle accuse e della bontà del programma riformatore. La p. era dunque il partito di Roma e l'arcivescovo Guido si sottomise alla formula di ritrattazione ed al giuramento di obbedienza stesi da Pier Damiani; anzi acconsentì a far viaggio di penitenza a S. Giacomo di Compostella ed a presentarsi al Concilio di Roma del 1060 in cui Niccolò II, dichiarata irrita l'investitura regia, lo investì solennemente della sede arcivescovile di Milano.

La p. considerò come un suo trionfo l'ascensione al trono pontificio di Anselmo da Baggio, con il nome di Alessandro II (1061). Però non tardò in Lombardia una impressionante reazione con la raccolta dei vescovi lombardi imperialisti attorno al loro candidato, Cadalo vescovo di Parma, che fu eletto papa a Basilea con il nome di Onorio II (ott. 1061). L'arcivescovo Guido ora ritornò al vecchio atteggiamento: l'imperialismo riunì quanti nella riforma morale della p. vedevano danneggiati i loro interessi materiali. Morto Landolfo, pare per

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PATAGONIA - Il Cerro Fita Roy nella cordigliera del Lago Viedma (m. 3375). Le alte cuspidi sono costituite da rocce dioritiche che si sfaldano verticalmente.
(da Le Vie d'Italia e del mondo, ott. 1955, p. 1107)
le ferite riportate a Piacenza, Erlembaldo (v.), uomo d'armi che impresse all'azione un carattere più politico. A fianco vi era sempre Arialdo. Contro la p. più vivacemente gli avversari insistevano con le accuse di eresia; il cronista Landolfo Seniore accusava i patarini di essere i continuatori dell'eresia scoperta intorno al 1030 a Monforte e che pare fosse di tipo manicheo. L'accusa partiva dal riaccostamento esteriore delle teorie della p. contro il matrimonio degli ecclesiastici con quelle degli eretici di Monforte, nettamente ostili al matrimonio ed alla procreazione. Qualche elemento ereticeale può essersi infiltrato nel movimento patarino milanese, ma è fuor di dubbio che le concezioni della p. non hanno niente in comune con le dottrine eretici manichee. Landolfo Seniore chiama i patarini di Milano pseudo profeti e falsi puri (falsis catharis). È da pensare che appunto nell'ambiente milanese sia sorto la prima volta il termine di catari per indicare i patarini, sì che poi i due termini di catari e di patarini indicarono equivocamente gli eretici di tipo manicheo per i quali non esisteva ancora nell'uso nessun termine specifico, e dire catari e dire patarini fu la stessa cosa.

Il conflitto tra Alessandro II ed Onorio II fu sentito assai a Milano, dove si venne a guerra aperta tra le due parti. Arialdo continuava la predicazione religiosa; Erlembaldo aveva organizzato un partito, messo alla testa un consiglio di trenta persone e la borghesia ed il popolo unite nella p. miravano probabilmente ad impadronirsi del governo della città. Nel 1064 Erlembaldo si recò a Roma e ricevette dalle mani di Alessandro II il vexillum sancti Petri a significare che i patarini di Milano combattevano per la Chiesa romana. La battaglia però era aspra: gli avversari della riforma tenevano testa energicamente ad Arialdo ed Erlembaldo. Nel 1065 la bolla papale che deponeva due ecclesiastici che si erano impadroniti delle abbazie di S. Celso e di S. Vincenzo servì ad Erlembaldo per destare una violenta agitazione contro l'arcivescovo; questi abbandonò Milano e venne da Alessandro II scomunicato. A sua volta Guido da Velate produsse lo scompiglio in Milano gettando l'interdetto sulla città fino a che Arialdo vi fosse rimasto. Ucciso Arialdo segretamente (1066), Erlembaldo rimase solo a dirigere il movimento. Comparvero ora due nuovi legati apostolici atteggiandosi a pacificatori, ma Erlembaldo si recò a Roma da Alessandro II e ne ritornò con l'approvazione incondizionata per il suo operato. Di fronte alla p. trionfante, l'arcivescovo Guido si decise ad abbandonare la lotta e rinunciò alla sede (1071), designando ad Enrico IV come suo successore il suddiacono Gotofredo; ma se l'Imperatore procedette alla investitura, il Papa la condannò e la p. ottenne il suo consenso per il proprio candidato Attone. La questione di Milano diventa uno dei punti su cui Papato ed Impero sono tra di loro in assoluta opposizione. L'appoggio imperiale permette al vecchio partito dei simoniaci di resi-

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PATENA - Calice e p. d'argento dorato, detto di S. Rosenda. Il calice è del sec. XIII, la p. del sec. XV, provenienti da Celanova. Orense, Palazzo episcopale.
(fot. des)
stere alla p.; questa inoltre con le sue violenze aveva offeso interessi, creato rancori, sì da permettere agli avversari di riprendere terreno. La morte di Erlembaldo nel 1075 segnò il crollo della p. La città ritornò all'obbedienza dell'Impero: l'aristocrazia chiese ad Enrico IV di designare un nuovo arcivescovo, che fu Tebaldo di Castiglione. Questi tenne un contegno ambiguo tra Chiesa ed Impero e nel 1078 fu scomunicato. Enrico IV entrò in Milano nel 1081 e trovò la città obbediente. Seguirono a Tebaldo due arcivescovi di parte imperiale, Anselmo da Rho ed Arnolfo, ma questi nel 1096 finì per sottomettersi ad Urbano II. La p. era scomparsa, ma aveva distrutto in Milano le tendenze imperialiste ed avviato la Chiesa ambrosiana al programma riformatore di Roma; anche l'aristocrazia aveva consumato le sue forze nella lunga lotta civile agevolando l'incipiente organizzazione comunale.

BIBL.: C. Pellegrini, I ss. Arialdo ed Erlembaldo, Milano 1897; id., Fonti e memorie storiche di s. Arialdo, in Arch. stor. lombardo, 3ª serie, 14 (1900, II), pp. 209-36; 16 (1901, II), pp. 5-24; 17 (1902, I), pp. 60-98; J. Goetz, Kritische Beiträge zur Geschichte der P., in Arch. für Kulturgeschichte, 17 (1914), pp. 17 sgg., 164 sgg.; G. Schwartz, Die Herkunft des Names P., ibid., 14 (1916), p. 402 sgg.; M. Brown, Movimenti politico-religiosi a Milano ai tempi della P., in Arch. stor. lombardo, 58 (1931), pp. 227-78; Ilarino da Milano, Le cresie popolari nel sec. XI, in Studi gregoriani, a cura di G. B. Borino, II, Roma 1947, pp. 73-79.

Francesco Cognasso

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“PATARIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 588. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pataria.