ERLEMBALDO COTTA, santo. — Nobile cav- liere milanese dell'XI sec., spirito religioso e guer- riero, pose tutta la sua opera al servizio dei pontici per la riforma del clero, corretto dalla simonia e dal concubinato. Alla morte del fratello Landolfo, capo della patria, il diacono Araldo (v.), che insieme con Landolfo predicava a Milano la riforma, invitò E. a prendere il posto. Questi andò a Roma nel 1632 per chiedere consiglio al papa Alessandro II, che gli comandò di difendere con le armi la riforma e lo credo confaloniere di S. Chiesa. E. rafforzò tal- mente il partito patrono, che ben presto nessuno in Milano osava più apertamente osteggiarlo.
Eppure nel 1666, quando tornò da Roma portando le bolle di scomunica contro l'arcivescovo simoniaco Guido, questi riuscì a sollevargli contro il popolo, in- sinuando che E. mirava ad assoggettare la Chiesa mila- nese alla Chiesa di Roma. Ma il partito patrono si riprese e la lotta contro Guido il clero corretto continuò, mentre E. si adoperava per la deposizione di Guido e la elezione d'un vescovo gradito alla S. Sede, Guido ormai vecchio rinunziava alla sede e l'importatore Enrico nominava in sua voce Goffredo di Castiglione (1668), che il Papa condannò come simoniaco. E. ed i suoi lo strinsero di assedio nel suo castello di Castiglione, ma un gravissimo incendio scoppiò a Milano fece sospendere l'impresa. Nel frattempo Guido, ritornato a Milano, moriva (1671), ed E., con il consenso del legato ponti- ficio, fece proclamare vescovo Attone (1672). Ma la parte contraria costrinse Attone a rinunciare e né lui né Goffredo riuscirono a prendere mai possesso della Chiesa milanese. Papa Gregorio VII, eletto nel 1673, esortò E. a proseguire nell'opera di riforma, pur consigliandolo ad accogliere con bontà coloro che si pentivano. Ma i nobili milanesi appoggiandosi di nuovo ad Enrico, cui il Papa nel Concilio di Roma del 1673 aveva rotta l'ingre- renza nell'elezione dei vescovi, congiurarono contro E., e colta l'occasione del rifiuto di lui di lasciar adoperare il crisma consacrato dal vescovo scimastico si prepararono ad assalirlo. Il 28 giugno 1675 E. fu ucciso e il suo corpo, rimasto più giorni senza sepoltura, da alcuni suoi seguaci fu seppellito di nascosto presso il monastero di S. Celso, dove fu venerato come martire e sunio. Urbano II, tra- vandosi nel maggio 1695 a Milano, unitamente all'arcive- scovo Arnoldo II ne trasportò le spoglie nella chiesa di S. Dionigi. Tale fatto, che allora equivalva ad una cano- nizzazione, era ricordato da un'iscrizione posta al suo sepolcro e tramandato da due fonti indipendenti: da un anonimo annotatore del sec. XIV di Landolfo sentire e dal Fiamma del sec. XVI.