PATRIZIO DEI ROMANI

PATRIZIO dei ROMANI. - Tale dignità compare in Roma nel sec. VIII e vi dura con varie interruzioni sino al sec. XII. Non si tratta più dell'antico patriziano romano, ma di una dignità sorta nel periodo imperiale e trasformatasi successivamente.

Nella organizzazione giustiniane il patriziano costruiva il più alto grado della gerarchia di corte e tale continuò ad essere alla corte bizantina sino al sec. IX, pur unendosi con quella di antypatos; nel sec. IX ha il sopravvento la dignità nuova dei magistrati; nel sec. XI il patriziano scomparve. Gli imperatori bizantini usarono conferire tale dignità a principi stranieri della loro clientela.

Dopo la conquista longobarda dell'Italia, i personaggi che vennero a governare i domini bizantini con l'ufficio di esarca, appartenero di regola al rango dei p.; così avvenne per i governatori della Sicilia e dell'Africa. Spesso si usò per brevità parlare del p., intendendo l'esarca di Ravenna.

Al patriziano di tipo bizantino si collega il nuovo patriziano sorto nella seconda metà del sec. VIII.
Verso il 740 il duca di Roma è un p.: «Stephanus patricius et dux». Il Liber Pontificalis dice che papa Zaccaria quando nel 743 partì per il convegno con re Liutprando, lasciò Roma «i amdicto Stephano patricio et ducis ad gubernandum». La frase è di dubbia interpretazione. Alcuni credono che, data la crisi politica italiana, l'Imperatore abbia voluto che a Roma fosse un personaggio pari in grado all'esarca; altri credono che si tratti già di un personaggio dell'aristocrazia romana designato dall'elemento locale, come affermazione di autonomia. Non è da dimenticare che nel 739 Gregorio III ricorse per aiuto contro re Liutprando a Carlo Martello, offrendogli una dignità romana che le fonti non chiariscono. Stefano III nel suo viaggio in Francia, dopo gli accordi con Pippino a Ponthion il 28 luglio 754, lo incoronò re, conferendo a lui ed ai figli la dignità di patricius Romanorum.

La figura giuridica che Pippino venne in tal modo ad assumere è assai discussa. Certo è comunque che Pippino, re dei Franchi e patricius Romanorum, non compie le funzioni politiche e militari né dell'esarca né del duca di Roma. Da Pippino a Carlomagno i re Franchi assumono tuttavia con la dignità patriziale la protezione della Chiesa romana e del Papato. Il p. è creato «a qualsivoglia titolo - dal papa, ma non ne dipende; Stefano II dice a Deo institutus». Il p. ha diritti di intervento, che si risolvono in doveri di intervento: e questo non si lega, come alcuno credo, soltanto a circostanze straordinarie. L'autorità del papa poi non è diminuita da quella del p., ma piuttosto rafforzata. Inoltre la creazione del patriziano franco-romano permise alla Chiesa romana di sfuggire per quanto riguardava l'elezione papale al controllo imperiale: al p. franco da Paolo I, nel 757, in poi si usò solo fare la comunicazione dell'elezione avvenuta senza aspettare conferma ed approvazione; anzi se Paolo I fece la comunicazione prima della consacrazione, Leone III la fece soltanto dopo senza sollevare obbizioni da parte di Carlomagno.

Il patriziano franco-romano aveva rapporti anche con la popolazione di Roma; la lettera del Senato e del popolo di Roma a Pippino del 737 ricorda l'ammonimento venuto dal re p. di rimanere fedeli al beato Pietro, alla Chiesa ed al papa Paolo I: si dà assicurazione in proposito «quia ipse (il Papa) noster est pater et obtumus pastor»; gli saranno quindi fedeli; ma in varie lettere i romani dicono di essere «fideles» anche al p. e si sa di giuramenti di fedeltà prestati da varie città del Patrimonio al p. E fin d'ora forse patriziano fu usato come termine geografico-politico, quale equivalente a Patrimonio di S. Pietro, come si trova nel Regesto di Farfa (vol. V, p. 193, n. 1116): «infra regnum Longobardum sive infra patriciatus Romanorum».

Sostanzialmente però l'ufficio del p. era di proteggere la Chiesa romana. Carlomagno scrivendo nel 796 al nuovo papa Leone III parla del pactum da lui stretto con il predecessore Adriano ed esprime l'intenzione di venire con lui ad un inviolabile «fœdus fidei et charitatis». Però non è da credere che nel 796 sia avvenuta una modificazione dell'autorità patriziale; il contenuto della dignità di Carlomagno è quello stesso di Pippino: «devotus sanctae Ecclesiae defensor humilisque adiutor». I papi nella loro corrispondenza con Pippino ed i suoi

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figli regolarmente li chiamano «rex et patricius». Pipino non pare abbia usato tale titolo; se ne fregiò invece volentieri Carlo nel 774; la sua entrata in Roma avvenne con il cerimoniale tradizionale per le entrate dell’esarca imperiale; nel 799 l’intervento a Roma in difesa di Leone III è da riportare all’autorità patriziale. Nel 781 Carlo aveva condotto con sé a Roma i due figli Pipino e Ludovico che furono da Adriano I consacrati e p. p.; infatti non mancano i documenti in cui Pipino è detto re dei Longobardi e p. p. dei R.

L’incoronazione imperiale dell’800 fece scomparire dal protocollo carolingio il titolo di p. Non viene però dimenticato: l’azione degli imperatori carolingi in Roma più che all’autorità imperiale è da ricondurre forse a quella patriziale. Qualche accenno non manca: Amalardo vescovo di Treviri nell’811 scrive a Carlomagno chiamandolo imperatore, re e p. d. R.; nell’872 Adriano II scrive a Carlo il Calvo augurando di averlo duca, re, p. ed imperatore; Giovanni VIII scrivendo a Bosone nell’879 lo dice «iustus patricius».

La dignità di p. dei R. riappare nel sec. x con Aliberico II della casa di Teofilato. Veramente egli usò il titolo di «princeps Romanorum», ma varie fonti chiamano p. dei R.; non sono sicure le monete in cui egli assumebbe il titolo di «patricius». Anche Marozia qualche volta è detta «patricius». Non si può escludere che Alberico II si sia chiamato p.: in questo caso la dignità avrebbe assunto un valore ben diverso dal patrizio carolingio; sarebbe stata qualche cosa di contrapposto al Papato. Diverse fonti tedesche affermano che Ottone I sarebbe stato a Roma creato non solo imperatore ma anche p.: «patricius atque imperator apostolica benedicere creatus». Anche Ottone III sarebbe stato nel 996 incoronato imperatore e p. Però di questa resurrezione del patrizio come dignità imperiale non si ha per il periodo ottoniano assoluta certezza. Invece, forse in collegamento con quello albericiano, nel 975 ricompare il patrizio come alta magistratura urbana nella famiglia dei Crescenzi. Nel 975 si ha «Benedictus patricius», cugino di Crescenzi; nel 985 si trova p. Giovanni, figlio di Crescenzi I, sino al 993 c.a.; poi Giovanni II figlio di Crescenzi tra il 1006 ed il 1011. Il patrizio crescenziario ha dato luogo a molte discussioni; il Gregorius lo considerò come una manifestazione antipapale; il Bossi lo riconduce alla dipendenza imperiale, od ottoniana o bizantina; il Borino afferma con buone ragioni il carattere di magistratura papale: «patricius Domini Apostolici», fatta però riserva per Giovanni II. Tra i due Giovanni di Crescenzi si inserisce un patrizio di netta derivazione imperiale con un «Ziarius patricius», fedele ministro di Ottone III, che avrebbe così avuto alle sue dipendenze il patrizio cittadino.

La casa di Teofilato ritornò al potere in Roma dopo il 1012, ma non pare abbia sfruttato la dignità di p. e però che, secondo Bonizone, Benedetto IX avrebbe dato al fratello Gregorio di Tuscolo il patrizio. Di questo non si perde in quest’epoca il ricordo: la *Grapha aurea urbis Romae* raccogliendo elementi di varia origine conserva una fisionomia giuridica e morale del «patricius Romanorum» in cui si fondano il patrizio bizantino e quello carolino. Questo spiega come nel 1046 Enrico II, venuto a Roma per l’incoronazione imperiale, abbia fatto in modo che i nobili romani di parte imperiale gli conferissero l’onore del patrizio: vesti il tradizionale manto verde e si mise in capo l’aureum circumdam primamatica. Così nel 1061 di nuovo i nobili romani mandarono al giovane Enrico IV l’aureum circumdam patriciale con l’anello, la mitra e la claumide, segni della dignità. Bonizone spiega la cosa dicendo che Enrico III credeva «per patricius ordinem se Romanum posse ordinare pontificem». Se il p. avesse il diritto di dirigere o controllare l’elezione dei papi, è cosa che durante la lotta delle investiture viene vivacemente discusso tra gli imperialisti ed i curialisti. Enrico IV nel 1076 per intimare a Gregorio VII di abbandonare il papato usurpato si riferì apertamente al diritto che gli dava il patrizio dell’Urbe a cui era stato assunto per volontà di Dio e per consenso dei Romani.

Il patrizio ricompare in Roma nel sec. xii: secondo Guglielmo di Malmesbury quando Enrico V fu a Roma nel 1111 i nobili romani si affrettarono ad incoronarlo con l’aureo circolo patriziale; così secondo Pietro Diacono avvenne per Lotario III nel 1133. Non pare che altri imperatori abbiano ulteriormente assunto il patrizio romano. Invece nel 1144 la rinnovazione romana antipapale riprese il patrizio come magistratura urbana di tipo crescenziano, ma con carattere antipapale: p. fu dal popolo (o dai nobili?) creato Giordano di Pierleone. Però già nel 1145 l’accordo del Senato con Eugenio III portò alla soppressione del patrizio, mentre veniva ristabilita la prefettura come magistratura papale.

Bibl.: L. V. Heinemann, *Der Patriziat der deutschen König*, Wolfenbüttel 1888; E. Stückelberg, *Das Constantinische Patriziat*, Basilea 1891; G. Brunengo, *Il patrizio romano di Carlomagno*, Prato 1893; L. Halphen, *Etudes sur l’administration de Rome au n. d.*, Parigi 1907; G. Rodenberg, *Pipino, Karlmann und Papst Stephan II*, Berlino 1923; G. B. Picotti, *Il patrizio nell’ultima età imperiale e nei primi regni barbarici*, in *Archiv. stor. it.*, 86 (1928), pp. 3-80; L. Brücher, *Les institutions de l’Empire byzantin*, Parigi 1949, passim.