GRECIA

GRECIA. - Il regno che comprende la parte meridionale, più articolata, della regione balcanica, le isole ioniche ed egee (meno Imbro e Tenedo), Creta, la Macedonia orientale e la Tracia occidentale.
GRECIA. - Il regno che comprende la parte meridionale, più articolata, della regione balcanica, le isole ioniche ed egee (meno Imbro e Tenedo), Creta, la Macedonia orientale e la Tracia occidentale.
SOMMARIO: I. Geografia. - II. Preistoria e storia fino al cristianesimo. - III. Religione. - IV. Storia civile dal cristianesimo ad oggi. - V. ESTORIA ECCLESIASTICA. - VI. La xcivv. - VII. Le versioni greche della Bibbia. - VIII. Letteratura. - IX. Archeologia ed arte. - X. Ordinamento scolastico.

I. GEOGRAFIA.

È lo Stato più meridionale e più insulare d'Europa: 132.562 kmq., di cui 108.707 (82%) in terraferma.

Il paese è quasi interamente coperto di montagne (Olimpo m. 285); Pindo m. 2573, tra le quali si aprono poche e piccole pianure, più spesso in forma di bacini chiusi, che le difficili comunicazioni isolano gli uni dagli altri. Il clima è mediterraneo o sublataneo, con inverni mitici e piovosi, estati calde e asciutte, cui l'accentuato rilievo, il vicino mare e le frequenti brezze imprimono un carattere meno eccessivo. Più che di boschi, la montagna calcarea è rivestita di macchie e di magri pascoli: l'arco rappresenta appena il 10% e le colture arboree il 3% della superficie territoriale. L'agricoltura resta, ciò nonostante, la base dell'economia greca; insufficienti al consumo interno i cereali, i prodotti più importanti sono il tabacco (primo posto in Europa), l'olivo e soprattutto la vite (passolina di Corinto e sultanina di Creta). Nell'allevamento prevalgono caprini ed ovini. Modesta l'importanza della pesca. Risorse minerarie non mancano (ferro, piombo, argento, zinco, ecc.), ma il loro sfruttamento industriale è inceppato, oltre che dalla deficienza di capitali, dalla insufficienza di forza motrice (poca lignite, modesta capacità idroelettrica). Lo squilibrio della bilancio commerciale è attenuato dai proventi del commercio marittimo, favorito da una buona marina mercantile (1,3 milioni di tonn. di stazza), molto attiva soprattutto nel Mediterraneo orientale.

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Regioni (e province, o nòmoi)

CONTINENTALI
Insulari

Dopo la seconda guerra mondiale furono assegnate (15 sett. 1947) alla G. le isole italiane dell'Egeo, incorporate nel Regno e suddivise in quattro province (Rodi, Calino, Scarpanto e Coo).
La popolazione (7,8 milioni di ab.) è costituita per l'87% da Greci, con minoranze turche, albanese, slavie ed armene. Un terzo di essa è considerata urbana; ma dei centri abitati due soli superano i 100 mila ab. (Salonicco e Pireo) e due i 50 mila (Patrasso e Volo), mentre la capitale ha superato ormai il milione (se considerata unità al suo po. to, il Pireo).
La G. è costituita in Regno indipendente dal 1830 (parentesi repubblicana 1923-24); la Costituzione del 1911 è ora in via di revisione.

BIBL.: O. Maull, Griechisches Mittelmessgebiet, Breslavia 1922; J. S. Roncek, Economic geography of Greece, in Econom. geography, 11 (1935), pp. 91-104; J. H. Schultz, Neugriech. land, Gotha 1937; A. Billy, La Grèce, Grenoble 1937; G. N. Cofinas, La Grèce économique, Bruxelles 1939; A. R. Burn, The modern Greeks, Londra-Nuova Yok 1945; I. Hunter, This is Greece, Londra 1947.

II. PREISTORIA E STORIA FINO AL CRISTIANESIMO.
DALLE ORIGINI ALLA CONQUISTA ROMANA. — Pressoché assente il paleolitico, la preistoria greca ha iniziato con il neolitico (dalla metà del IV millennio a.C.), i giacimenti del quale sono localizzati nella parte orientale del continente, in quella nord-orientale del Peloponneso e a Creta. La civiltà cretese è notevolmente diversa da quella continentale (v. RELIGIONE) e questa (i suoi monumenti principali sono le ceramiche) si può dividere con relativa approssimazione in due epoche, la prima delle quali, denominata da Sesklo in Tessaglia, sembra provenire da immigrazione, la seconda, denominata da Dimini, pure in Tessaglia, piuttosto da evoluzione dalla prima, non escludendo con questo un nuovo afflusso di genti. La patria dei neolitici (Traci, Pelasgi) sarebbe da ricercare per la prima ondata nell'Asia Minore (l'itinerario avrebbe seguito le vie della Traci e della Macedonia), per la seconda nella Mesopotamia (l'ingresso in G. sarebbe comunque avvenuto nel nord).
La cultura neolitica scompare con l'età dei metalli (dalla metà del III millennio a.C.): nuovi invasori vengono da mai mariti meridionali e orientali (Cari, Lelegi, Cileopi) della posteriore mitologia greca), e, successivamente, dal settentrione. Son questi ultimi gli Arioeropeti (o Indoeropeti), che costituirono dal sec. XII a.C. la civiltà minore, sotto l'influsso culturale e, almeno per tre secoli, anche politico, di Creta. Assunti a grande potenza, i Micenici (Achei), a partire dalla metà del sec. XV a.C., conquistarono le isole del Mare Egeo e Creta stessa, e giunsero a stabilirsi sulle coste dell'Asia Minore (guerra di Troia dell'inizio del sec. XII a.C.).
Con l'età del ferro (dal sec. XII a.C.), forse in seguito a nuove migrazioni (invasione dorica) la civiltà minore scompare (non repentinamente) ed ha inizio un periodo oscuro (il medioevo greco, fra il 1000 e l'800 a.C.) nel quale si viene formando la configurazione politica e la civiltà della G. dell'età storica. La prima unità politica della quale furono i villaggi che, raggruppati per regione, formavano uno Stato di cui la regione appunto era l'eponima. Ben presto, dapprima nella porzione orientale del continente, nelle isole e sulle coste dell'Asia Minore, i villaggi si unirono entro cinte fortificate, e si costituì così la polis, la città-Stato. La monarchia patriarcale, che fu la prima forma di governo, cede rapidamente e senza urti il posto, per l'evolversi delle condizioni economiche e sociali, al governo aristocratico, il quale a sua volta, per l'estendersi territoriale degli Stati, per lo sviluppo assunto dal commercio e dalle industrie, formatesi nuove classi sociali accanto a quella dei proprietari terrieri, finisce per trasformarsi in democratico. Una delle più importanti cause determinanti della mutazione è la codificazione del diritto (legislazioni di Draconte, Solone, Fedone, Filolao, ecc.), per la quale, poiché tutti sono uguali di fronte alla legge, ogni cittadino ha il diritto di partecipare all'ammistrazione della cosa pubblica. Talvolta la democrazia fu, per il rilassamento che segue ogni aspra lotta politica, in crisi, e si ebbe, per periodi più o meno lunghi, il governo di uno solo (tirannide): tale Pisistrato ad Atene. Attraverso questo sviluppo politico-sociale passarono tutte le città-Stato, SPARTANI (v.).
Mentre il territorio ellenico era travagliato dalla formazione delle poleis, che governavano sé e la regione circostante, non si arrestava il processo di diaspora nel bacino dell'Egeo, iniziato alcuni secoli avanti dai primi invasori arioeropeti, e in tutto il Mediterraneo: fra l'VIII e il VI sec. le coste d'Asia Minore, la Sicilia, l'Italia meridionale si popolano di colonie greche, che, indipendenti dalla madre-patria, conservano pure con essa un rapporto quasi filiale. L'indipendenza di quelle d'Asia Minore (Ionia, per il gran numero di colonie ioniche) fu in pericolo fin dalla metà del sec. VI a.C. Creso (561-46) impone un tributo in cambio dell'indipendenza. Ma vinto Creso dai Persiani e scomparso l'impero lido, la dominazione si fa effettiva e cruda. Un tentativo di rivolta, capeggiato

da Policrate di Samo e finito miseramente, offre a Dario l'occasione d'una spedizione nel continente, spedizione che termina con il controllo persiano sull'Ellesponto, sulla Tracia e, forse, sulla Macedonia. Una nuova rivolta, più consistente per la partecipazione delle città dell'Eolia e dell'Ellesponto, della Caria e di Cipro, capeggiata da Aristagora di Mileto e repressa dopo la battaglia navale di Mileto, consiglia Dario di tentare addirittura la conquista della G. Ma il tentativo naufraga con la sconfitta dei Persiani da parte degli Ateniesi e dei Plateesi condotti da Milziade nella piana di Maratona (590). Uguale sorte ebbe la successiva spedizione del figlio e successore di Dario, Serse. Dovette egli questa volta scontrarsi con una lega formata da Spartani, Ateniesi, Corinzi ed altri. Dopo il successo alle Termopili che apriva ai Persiani la via alla presa e distruzione di Atene, Serse subì una grave sconfitta navale a Salamina, sconfitta che lo costrinse alla ritirata. Rimaneva in Grecia il generale Mardonio, ma anche questi veniva vinto e ucciso dagli Spartani a Platea (479), mentre contemporaneamente la flotta greca disperdeva ancora una volta quella persiana presso il promontorio di Micale. La vittoria era perfezionata con la conquista delle isole e delle città greche d'Asia Minore (vittoria di Cimone sull'Eurimedonte, 469 ca.), e sanzionata dalla pace di Callia (448 ca.), per la quale il successore di Serse, Artaserse, riconosceva l'indipendenza delle colonie d'Asia. Parallelamente il dominio greco si consolidava in Sicilia e nell'Italia meridionale a danno di Cartaginesi e Etruschi.

Frattanto Atene, cui era stato demandato il comando della guerra poco dopo le battaglie di Platea e di Micale dalla Lega delico-attica (478), alla quale partecipavano i peloponnesi e nella quale le singole città avevano posizione di federate autonome, fornitrici di navi e di contributi pecuniari, per questa stessa preminenza in seno alla Lega, si avviava a divenire grande potenza. Dopo la battaglia dell'Eurimedonte la Lega, formata dall'Eubea, dalle Cicladi ioniche, dalle città ioniche e coliche dell'Aria Minore, da quelle dell'Ellesponto, della Proponte, della costa tracia e macedone, della Lidia e della Caria, si trasferimò lentamente in impero ateniese, e Atene, conscia ormai della sua posizione di dominatrice, entra in conflitto con Sparta. Uniti a quelli di Tebe gli Spartani sconfiggono gli Ateniesi a Tanagra (457). Si affretta Atene a concludere un amnistizio con Sparta, per dedicarsi alla sottomissione della Beozia e di altri paesi della G. centrale. Ma, ribellatasi nuovamente la Beozia e sconfitti gli Ateniesi a Coronea (447), la G. centrale riacquista la sua indipendenza. Domata successivamente una rivolta capeggiata dall'Eubea, Atene concludeva con Sparta una pace trentennale (446-45), per la quale era riconosciuto lo statu quo fra le due avversarie. Le ostilità si risposero nel 431: da una parte Atene con pochi alleati, dall'altra Sparta, con il Peloponneso, Megara, la Beozia, la Focide, la Locride e lo colonie corinzie del Mare Ionio, seguito assai largo che Sparta era riuscita a procurarsi erigendosi a paladina degli oppressi. La guerra ebbe alterne vicende, e si conculse nel 421 (pace di Nicia) con un nuovo riconoscimento dello statu quo prebellico. Il quale fu ancora una volta turbato per l'esplosione d'un conflitto fra le colonie ateniesi della Magna Grecia e Siracusa. Atene e Sparta intervennero l'una contro l'altra, e la campagna si concluse disastrosamente per gli Ateniesi (413), dando altresì l'occasione alle città ioniche soggette ad Atene di ribellarsi con l'aiuto di Dario II di Persia e degli Spartani. La sorte delle armi fu dapprima favorevole agli Ateniesi (battaglia navale di Cizico, 410), ma ben presto gli Spartani si ripresero a Nozio (407), e, pur sconfitti alle Arginuse (406), poterono battere definitivamente gli Ateniesi ad Egospotami (405). La guerra finiva (404) sanzionando il netto predominio di Sparta nel mondo greco. Era un cambiamento di padrone, non la liberazione dalla tirannia ateniese, come avevano sperato le città che si erano rivolte per aiuto a Sparta. Di qui nuovo malcontento, che Sparta non si curò di sedare, guastando anzi i suoi rapporti con la Persia, e rompendoli addirittura per portare aiuto alle città ioniche minacciate da Tissafeme. I Persiani sono sconfitti a Sardi (395). In G. intanto si formava una Lega antispartana, favorita dai Persiani, cui partecipavano le Beozia, Atene, Corinto e Argo, oltre agli ex-alleati di Sparta nella G. centrale e settentrionale. Sconfitta la Lega a Coronea (394), la vittoria spartana fu infiirmata dalla sconfitta navale subita poco prima a Cnido ed opera dei Persiani. Tutti abbandonarono allora Sparta, e Atene poteva, con l'aiuto dei Persiani appunto, ricostituire parte del suo Impero. Ma due potenze non potevano evidentemente convivere in G., e un nuovo urto pertanto si profilava fra Sparta e Atene. Questa volta i Persiani entrarono nel conflitto come moderatori, ottenendo con la pace di Antalcida il dominio sulle città greche d'Asia Minore, lo scioglimento di tutte le leghe ad eccezione di quella peloponnesi, e riconfermando l'autonomia dei singoli Stati greci. Sparta, avvantaggiata da questa situazione, cercò negli anni seguenti di estendere la sua potenza a danno di Tebe. Riuscito il progetto in un primo tempo, ne nacque poi una guerra fra Spartani e Tebani, appoggiati questi ultimi da una lega cui parteciparono anche gli Ateniesi. Sconfitta a Nasso la flotta spartana (376), la potenza ateniese veniva rifiorendo parallelamente a quella tebana, e gelosi d'essa gli Ateniesi cercarono di riaccostarsi agli Spartani. Ma sconfitti questi nel 371 a Leuttra da Epaminonda tebano anche gli Ateniesi di la poco ne uscivano indeboliti. Per compiere l'opera di conquista Epaminonda tentava nel 362 una spedizione ma cadeva alla testa dei suoi. Aveva così fine l'egemonia tebana e si concludeva allora una pace generale dalla quale «Sparta e Atene rimanevano indebolite, la Lega peloponnesiaca rotta, la G. disorganizzata».

Mentre la penisola era travagliata dai continui conflitti, a nord si veniva formando lo Stato macedone. Salito al trono, Filippo II (360) rivolse la sua attenzione alla conquista della G. Filippo iniziò le ostilità nel 357 occupando Amfipoli in Tracia e proseguì l'azione per diversi anni, avviandola a conclusione quando, nel 349, si rivolse contro Atene. I Macedoni riuscirono in un primo tempo ad entrare a far parte ufficiale del mondo greco (346), a sconfiggere poi a Cheronea (338) una Lega boetica e a concludere infine la pace di Demade con gli Ateniesi, per la quale Filippo restava l'effettivo dominatore della penisola. Si apprestava allora egli a iniziare una spedizione contro la Persia, quando cadeva ucciso (336). Gli succedeva il figlio Alessandro Magno. Le tappe della

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(da H. Hordt - H. von Hofmannshut, Grotchen and (Orbis I trituram). Berlioo IIII, tgc. 72)

tava la cultura greca, che anzi animava di sé l'intero mondo mediterraneo divenuto romano (v. ELKENISMO).

BIBL.: G. De Sanctis, Storia dei Greci, 3a ed., 2 voll., Firenze [1942]; R. Cohen, La Grèce et l'hellénisation du monde antique, 3a ed., Parigi 1948, ambedue con ricchissima bibl.

Mario Camozzini

III. RELIGIONE.

La religione greca nasce dalla fusione della cultura degli invasori ariocuropei con quella autoctona, che, secondo un'espressione oggi corrente ma convenzionale, si chiama mediterranea (per i territori cretesi, minoica). Oltre il significato letterale questa classificazione non ne ha però altri di più profondi, e non risolve alcuno dei problemi che un tentativo di penetrazione dell'intimo della religione greca pone allo studioso.

Se è vero che la civiltà ariocuropea era di tipo patriarcale e quella mediterranea matriarcale, è altrettanto vero che i termini «patriarcato» e «matriarcato», ove non siano applicati a una cultura nota nei suoi elementi e nel suo sviluppo, indicano semplicemente una categoria dai limiti molto vasti entro i quali si possono trovare, e si trovano, notevoli differenze, che si realizzano nel processo di individuazione di quelle culture, che, in senso molto lato, possono dirsi comprese nelle menzionate categorie. Così la cultura ariocuropea era evidentemente un tipo ben definito di cultura patriarcale, alla quale non conoscono assolutamente nulla d'essa per il periodo prediaspora, cioè per tutta l'età nella quale soltanto esisteva un «puro» ariocuropeo, non è possibile applicare a priori le categorie di un patriarcato costruito per la maggior parte sugli elementi offerti dai cosiddetti «primitivi» attuali. Lo stesso vale per la cultura minoica, e la constatazione vuol dare rilievo alla difficoltà d'una comprensione storica della religione greca, religione che si rende apprezzabile solo in età storica, quando nasce la G., e ciononostante non si presenta come un complesso di credenze e di norme «primitive», ma come un tutto già fissato da un lunghissimo e ignoto travaglio. A questa difficoltà d'ordine storico se ne aggiunge un'altra, ugualmente preoccupante e comune per lo studio di molte religioni antiche, d'ordine psicologico. Abituati (e si potrebbe dire addirittura condizioni) da ca. 2000 anni a una religione che, pur essendo rivelata, è ricca di elementi razionali e possiede addirittura una sua filosofia, è molto difficile per i moderni accostarsi a una religione del tutto arazionale e comprenderla nella sua intima essenza senza snaturarla e senza assumere, almeno in sede di comprensione, un atteggiamento di critica più o meno sufficiente, giustificata dalla convinzione che quel tipo di religiosità è «superato».

Una terza e ultima difficoltà d'ordine preliminare si presenta allo studioso: non c'è traccia in G. di libri sacri o di una letteratura spiccatamente religiosa o canonica. «Non c'è nemmeno, neppure nelle scuole filosofiche, una speculazione dottrinale che abbia preso per oggetto un formulario di credenze più o meno ufficiale e fissato; non c'è, infine, nell'Elfalde, il bilancio dell'atti-vià costruttrice di profeti e riformatori religiosi» (Picard, V. BIBLICA., p. 10). La teologia era per i Greci la dottrina delle persone e delle opere dei vari dèi, dottrina che solo una volta venne fissata (da Cornuto), e che l'unica personalità che avrebbe potuto sistemarla (Platone) disdegnò.

Tuttavia le fonti per la conoscenza della religione greca non difettano: nella letteratura si trovano riferimenti storico religiosi in ogni autore, riferimenti che hanno riscontrato nell'archeologia, nell'epigrafia e nella numismatica, che, complessivamente, costituiscono l'abbandontissimo materiale di ricerca e di studio.

Il primo autore che abbia significato nella storia della religione greca è Omero. Nella sua orbita vive Esiodo, che per altro, e forse per reazione, ripudia gli ideali omerici nella preoccupazione di sistemare

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(dn H. Herdt - H. von Hefmannshal. Griechenland [Orbis Tectorum]. Berlioz 12:2 tav 13)
Grecla - Isola fortificata di Burgi, presso Ncuplia.

i dati religiosi alla luce delle sue personali tendenze. Gli elegiaci, i lirici e i tragici danno abbondanti notizie dei miti e dei riti, e il contributo specifico di questi ultimi è di particolare importanza per la conoscenza della religiosità e della moralità dell'Attica antica (Eschilo soprattutto). Motivo spiccatamente etico è rilevabile in Pindaro, mentre la materia mitica già di Eschilo e di Sofocle trova in Euripide un interprete eccessivamente soggettivo. Una preoccupazione razionalistica è apprezzabile nel tentativo di Erodoto di sistemare la religione secondo uno storicismo preconcetto, dal quale s'era fatto guidare anche Ecateo. Ma gli storici, soprattutto dopo che, da Tucidide in poi, la storia si fa veramente critica, sono fonte di grande valore.

Tra i mitografi, che si rivelano i più degni collaboratori dei poeti e degli esegni, oltre al già citato Esiodo, sono da ricordare Ferecide, Ellamico, nel sec. V, quando la mitologia si è in un certo senso specializzata, Erodoro, Socrate e Stesimbroto. Mitografi occasionali sono i filosofi, soprattutto i critici razionalisti della sistemazione mitica, i grammatici, che si servono della materia storico religiosa come mezzo per la spiegazione degli antichi autori, e gli storici, poligrafi ecc.

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dell'età ellenistica. La tradizione figurativa conserva a sua volta il più notevole valore documentario; anzi, le fonti più antiche su dèi, eroi e culti, sono costituite proprio dal materiale offerto dalle scoperte archeologiche, che sono di continuo arricchite di nuovi risultati. Gli scavi di Atene, di Eleusi, di Olimpia, di Delfi, di Epidaurò, di Pergamo, ecc., hanno posto in luce documenti di importanza fondamentale paragonabili a quelli che offre la numismatica (tipi divini, leggende olimpiche e eroiche, feste e cerimonie). Anche l'epigrafia, infine, fornisce ricco materiale di indagine: «atti di consacrazione, racconti della costruzione di edifici di culto – templi, tesori, altari, ecc. – leggi sacre, cronache di templi, decreti ufficiali di fondazioni di città, o quelli di associazioni pia, sia nel dominio culturale privato, sia in altri vicini alla religione; si aggiungono i rituali, gli oracoli, i cataloghi del personale sacerdote, i calendari, i processi verbali, ecc.» (Picard, V. BIBLICA., p. 19). In questo materiale, che rappresenta in sostanza l'intero patrimonio culturale ellenico, è racchiusa la religione greca. La quale, mentre non sembra essere stata soggetta ad uno svolgimento, ché le principali credenze riscontrabili in Omero sono valide per il cittadino del V. sec. a. C. (è l'atteggiamento dell'individuo di fronte alla religione, se mai, che muta, non la religione), si compone, come la maggior parte delle religioni, di una mitologia e di un culto. Materia della mitologia, che è «una maniera di espressione al cui posto non si potrebbe scegliere un'altra perché è essa l'unica materia di espressione conforme ai tempi» (così secondo K. Kerényi), sono le opere delle divinità, nelle quali si realizzano ed assumono la loro personalità le figure divine. La principale delle quali è Zeus (v.), il dio del cielo della coina arioeuropea, re degli dèi e degli uomini. Abitatore, con la sua corte divina, dell'Olimpo, è il protettore della società, della famiglia, del clan, della città e dello Stato.

Era (v.), sorella e sposa, probabilmente divinità preellenica, come attesterebbero la sua funzione di progettrice di Argo, la localizzazione a Micene del suo tempio più famoso, e l'aver posto nell'Argolide lo svolgimento dei suoi miti più importanti. La sua funzione si esaurisce nel proteggere i matrimoni e le donne maritate. Pure d'origine preellenica sarebbe Atena (v. J. van Windekens, *Elements d'origine pélasgique dans la religion grecque*, in *Le muséon*, 63 [1950], p. 97 sgg), figlia di Zeus (già in età micene è la rappresentazione d'una dea armata, coperta da uno scudo), che, per il mondo ellenico, è la dea della forza attiva ma non esclusivamente guerriera: protettrice di città, degli artigiani, delle donne che vogliono abbigliarsi e di molte altre attività, nelle quali è necessaria la saggezza.

Fratello di Zeus è Posidone (v.), dio del mare e di tutte le acque (sorgenti, fiumi, laghi), ma anche, un tempo, signore della terra (era, secondo un'antichissima tradizione, lo sposo di Demetra), divinità che deriva tutta la sua importanza dal mondo naturale; fatto che la priva del valore morale che è proprio degli altri dèi della G. Accanto a Zeus il Apollo (v.), anche egli, forse, di origine non greca, il «puro» e il «santo» per eccellenza; colui che sopraintende alle norme che regolano rettamente la convivenza fra gli uomini, il musico, l'ispiratore dei cantori e anche lo svelatore del futuro, dell'ignoto, Artemide (v.), la dea simbolo della liberta femminile, anch'essa probabilmente di origine non greca, regina delle selve dove vive cacciando e dove nasconde la sua ritrosia, alla quale rinuncia per assistere le partorienti (ma anche per portare ad esse la morte), o per badare ai neonati.

Afrodite (v.), la cui patria è forse la Mesopotamia, la dea dell'amore, della pace del mare, dalla spuma del quale nasce, e della navigazione tranquilla. Tutti sono schiavi delle sue arti, uomini e dèi, ad eccezione di Artemide, Atena e Estia.

Lontano, ma non per questo estraneo al mondo degli olimpici, ERMOGENE (v.), divinità antichissima, il cui nome è connesso forse con il mucchio di sassi (*erma*): disperatore di doni agli uomini, dei quali protegge il guadagno, soprattutto l'inaspettato, ma anche il calcolato o il ragionato con mezzi non tutti leciti. È ladro fin dalla nascita, fu egli a porre nel cuore della donna «bugie, parole lusinghiere e malizie». Ma è anche protettore delle mandre e dei pastori: spirito duplice che genera negli uomini inquietudine e senso di protezione ad un tempo.

Personificazione della forza bruta, dio della guerra come fine a se stessa, Ares (v.): di scarso contenuto spirituale, la cui poca importanza è uguaglianza di quella di Efesto (v.), il dio del fuoco, e, nello stesso tempo, il dio artigiano, che abita i vulcani (l'Etna soprattutto), e della quella di Estia, figlia di Rea e di Crono, la personificazione del focolare, divinità «rappresentata in maniera imperfetta nella sua figura umana, tanto che è sempre evidente che il rispetto e la venerazione vanno al focolare stesso e al suo fuoco, non alla dea» (Nilsson).

Oltre a queste divinità (olimpiche), grande importanza attinsero, ma estranee in un primo tempo alla religione ufficiale, Demetra (v.) DIONISIO, PAPA (v.).

Meglio che nella mitologia le credenze del complesso della nazione greca si possono rilevare nel culto, che è

l'esplicazione del lato sociale della religione: tanto più in G. dove la pratica religiosa è sotto il controllo dello Stato. Dal punto di vista del culto appunto si pone in luce la connessione sempre più delineata tra fondamento della religione ufficiale e fondamento dello Stato, tanto che la religione greca finisce con il finire della polis. Il suo lungo mantenersi fu agevolato dalla posizione parabolosa nella quale si posero i critici della tradizione religiosa, critici che fiorirono anche nel periodo di pieno splendore della nazione greca, posizione di detrattori che non cessano di prestare il loro ossequio a quelle stesse divinità contro le quali appuntano i loro strali.

Non è traccia in G. dell'esistenza di una classe sacerdotale: fanno eccezione, forse, i sacerdoti di Zeus dodeco (v. DONNA, oracolo di), e quelli praticanti nei culti misterici, dove appaiono anche confraternite religiose estranee alla religione ufficiale. Ad Eleusi (v. ETERUSIANI, MISTRARI) il gran sacerdote ed altri subordinati erano forniti esclusivamente da un determinato vévoc. Ma nulla di ciò nella religione civica. Nella quale l'autorità religiosa era sempre stata dal popolo, che, eletti o scelti a sorte, per lo più per un tempo limitato, i sacerdoti li delegava a eseguire le deliberazioni delle assemblee o dei magistrati. Questo non comportava naturalmente incompatibilità fra la funzione di sacerdote e una qualsiasi altra attività: era sufficiente che durante le celebrazioni l'officiante si dedicasse solo all'attività sacra. Ad alcuni culti presiedevano sacerdoti, ad altri sacerdotesse, ad altri ancora gli uni e gli altri insieme. Ma in determinate occasioni erano le stesse autorità civili e militari che dirigevano il rito. Il luogo di culto sottostato, naturalmente, a un certo processo evolutivo: originariamente ogni altare è sede della divinità quando venga invocata, e il primitivo altare non è altro che una rozza pietra quadrata, rotonda o elittica. Successivamente si distinguono due tipi di aree: il βωμός e l'ἐξαχάρα, mentre un terzo tipo, il βόθρος, serviva nelle pratiche per le divinità ctoniche. Questi altari vengono poi posti al centro d'un sacro recinto (τέμενος) circondato a sua volta da un muro (περὶβόλος), e chiuso nell'interno del tempio, che diviene così vera e propria residenza della divinità. L'immagine, che ha dinnanzi un tavolo per le offerte, è collocata in una cella (νάος) talvolta riservante in sé un ἄνδρον, che soltanto dal sacerdote e in determinate circostanze poteva essere penetrato, mentre l'afflusso dei fedeli nel sacro recinto sottostato, secondo i riti e le divinità, a precise norme: accesso limitato a determinate occasioni, talvolta soltanto annuali, per quanto, di regola, l'entrata sia consentita giornalmente. Il tempio è di solito dedicato a una sola divinità, e il santuario più importante era all'origine sull'acropoli, ma questo probabilmente solo nell'epoca nella quale la sede acropolitana era l'unico tempio chiuso, mentre si conservano luoghi sacri all'aperto: in boschi, presso sorgenti, fiumi, cime di monti, ecc.

Le pratiche culturali non differivano molto le due dalle aree: tra esse si comprendevano sacrifici ed offerte, inni e preghiere, cerimonie di espiazione e di purificazione. Si implorava solitamente anzitutto il dio di renderli presente con un ὕμνος κλητικός, e si compiva poi la sacrificio. Il quale poteva essere cruento o incruento, sacramento, se la divinità veniva incorporata dal fedele per mezzo di un pasto, o sacrificare, se l'offerta veniva lasciata alla divinità. Venivano sacrificati animali diversi secondo le diverse divinità; agli olimpici si offrivano animali bianchi, ai ctoni neri. Il rito si eseguiva di solito per ottenere qualche cosa (questo era anche il caso delle purificazioni), in determinate circostanze. Ciò era pure delle processioni, che si praticavano soprattutto in connessione alle divinità «agrarie». L'intensità con la quale si esegue il rito in onore di un dio è testimoniata dal fatto che, nell'atto di culto, la singola divinità riassume in sé tutto il βόθρος, realizzazione questa per lo meno onestissima.

Per completare lo schematico quadro del culto greco è da notare che i riti, il calendario, i tipi stessi di culto non superarono mai la cerchia delle mura cittadine. Lo spirito estremamente particolaristico del popolo greco si, per tanto, che se, grosso modo, le credenze erano uguali per tutti, la puntualizzazione della fede e della reverenza in questa piuttosto che in quella divinità, dipendeva esclusivamente dall'arbitrio dei cittadini. Forse solo un determinato tipo di organizzazione cultuale assunse valore panelenico, e cioè l'oracolo. Nei tempi più antichi quello di Dodona che, situato nella parte settentrionale della G., «avrebbe potuto guidare le immigrazioni dei Dori», in DELFINO (v.). Qui era venerato Apollo, che si era sostituito, probabilmente, a una divinità autoctona, e che costituì, a un determinato momento, un luogo comune di concorso per tutti i Greci. Da Apollo delfico traggono origine le tradizioni relative ai sette saggi e la raccolta dei precetti delici, la poesia di Pindaro, e tutto quel chiarore di saggezza che emana dall'equilibrio spirituale di Apollo: qui Socrate trova il suo γνῶσις σεαυτόν.

Tra le feste ufficiali dei fasti ateniesi, sono da ricordare in onore di Zeus le Dúpólie (v.), in onore di Atena le Pánòpsie (v.), TARGHELIE (v.), NICEA (v.), BEURON (v.) TAUROPOLIA (v.) in onore di Artemide, ed altre ancora.

Accanto alla religione ufficiale, della quale poeti, filosofi, storici e poligrafi sono i portavoce, è riscontrabile in G. una «religiosità popolare», che, non cessando di esistere accanto alla religione civica, saprà assurgere a notevole sublimazione. MISTERIO (v.), punto d'arrivo, nonostante l'antichissima loro origine, della religiosità popolare, resti di credenze e di pratiche di natura meno precisa sono accertabili soprattutto attraverso Pausania. Nella sua Periegésis si parla di pietre (ἐποὶ λίθοι), ritenute, forse, in origine, provviste di virtù magica, e in seguito connesse a qualche divinità; di venerazione di alberi (l'olivo sull'acropoli di Atene, ad es.) e della loro connessione a determinate divinità (Zeus, Dioniso, Artemide, ecc.); di originario teriomorfismo, documentato sia dagli appellativi che portano alcuni dèi in età storica, sia nei miti nei quali le divinità si trasformano in animali o nei culti nei quali il sacerdote porta nome di animale. Elementi più appariscenti della religiosità popolare sono i riti di carattere chiaramente magico: quelli per richiamare la pioggia; i sacrifici annuali ai Venti, alle Nuvole, ai Tuoni; i riti che vogliono provvedere alla fecondazione della terra e degli uomini, ecc.

Alla sfera magica appartiene pure una serie di credenze, che comportano riti eliminatori, in una specie di fluido malefico (μᾶσμα) che cannerebbe in determinate circostanze da persone e cose, idea che genera la formazione d'un concetto del puro e dell'impuro, concetti divisi però da una linea di confine abbastanza fluttuante. È certo che chi ha avvicinato certe persone o certe cose, chi ha compiuto determinati atti è investito dal fluido che da essi emana, e deve esserne purificato. Particolarmente in precise circostanze: i sacrifici, ad es., devono essere offerti ἀγνῶς καὶ ἀνδραφός. E bisogna togliere il μᾶσμα che emana dall'aver versato o dall'essere stato toccato dal sangue; dall'essere stata - per una donna in età di concepiere - a una cerimonia funebre; dall'aver avvicinato una donna incinta o mestruante; dalla sozzura tutta fisica che proviene dalla congiunzione carnale; dall'aver compiuto un delitto o l'aver avvicinato il colpevole, ecc. Le pratiche per liberarsi dal μᾶσμα erano varie: lustrazioni con acqua, fuoco, fumigazioni, servono a questo scopo, che è testimoniato anche dalla presenza di un cratere d'acqua posto all'entrata dei templi, perché si possa, prima dell'ingresso, purificarsi, dato che si può essere stati colpiti dal μᾶσμα anche senza saperlo; e, d'altra parte, il μᾶσμα può essere trasferito su un animale, su un uomo o su un oggetto.

La caratteristica di tutti questi riti ha fatto parlare qualcuno di un certo loro «predeismo», non volendo con questo affermare che appartengano a uno stadio della religione greca nel quale non appaiono dèi, ma che essi non implicano alcun dio, l'implicazione non essendo essenziale al rito. È l'idea di tabu, invece, che si esplica nella credenza «in forze soprannaturali utili o dannose che agiscono per contatto o per contagio; si cerca di captare direttamente le forze buone come a respingere o a distruggere quelle cattive».

Nell'ambiente religioso primitivo dovette anche fiorire il culto degli antenati (v. degli; DEFUNTI, venerazione dei), dal EROE (v.), come rivelano i culti misterici che, forse in origine riti «agrari», toccano con la loro fondazione i tempi più lontani, si mantengono accanto alla religione civica e sbocciano poi nelle grandi manifestazioni orfiche e elusine. Una continuità di rapporti fra il defunto e il vivente è attestata dalla festa annuale che si celebrava in onore dei morti: in quel giorno il defunto visitava i vivi e si tratteneva con essi per ritornare a sera alla sua triste dimora. Qui sorge l'idea dell'anima che sopravvive alla morte e che è rappresentata in forma materiale spesso sotto specie di animale, come il serpente o un uccello. Ma il culto al defunto veniva tributato come se egli continuasse a mantenere figura corporea, anche quando verrà introdotto l'uso di cremare il cadavere, uso che avrebbe dovuto portare una concezione più spirituale.

La religione greca, come già notato, si dissolve con il dissolversi della unità politica del paese. Il disperdersi della cultura ellenica nel mondo del Mediterraneo e la facilità con la quale i Greci identificavano le loro divinità con quelle

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(per cortesia della dott. E. Gerlini)
Grecia - Il Palamidion visto dall'Acronaupsia - Nauplia.

dei paesi stranieri, porta alla perdita del carattere genuino delle divinità stesse e dei culti ad essi connessi. Non solo: con la spedizione di Alessandro vengono importati nuovi culti, e a questi si rivolge il popolo divenuto ormai scettico, come ai culti misterici, greci bensì, questi ultimi, ma posti al di fuori della religione ufficiale, che viene sempre più trascurata a vantaggio d'essi (v. anche ELLENISIMO).

BIBL.: Fondamentali sono i grandi repertori enciclopedici: Pauly-Wissowa, W. H. Rösche, Ausführliches Lexikon der griechischen und römischen Mythologie; Ch.-V. Däremberg-E. Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et romaines. Letteratura specifica: M. P. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I. Monaco 1941; II, 1950: sostituisce i manuali ormai divenuti classici di Preller, Gruppe, Farnell, ecc.; a pp. 3-12 del I vol., storia degli studi dall'inizio del sec. XIX; contiene ricca bibliografia. Per una bibliografia, pp. 1939-45, V. A. Brelich, Storia delle religioni. Religione greca, rassegna, in Doxa, I (1948), pp. 59-88. Cf. anche: W. F. Otto, Die Götter Griechenlands, nuova ed., Francoforte, S. M. 1947; Ch. Picard, Les religions grecques, Paris, 1948 (un II vol. sulla religione della G. classica è in preparazione), con ricchissima bibli.; M. P. Nilsson, Religiosità greca, trad. it., Firenze 1949; id., Minoan Mycenaean religion and its survival in Greek religion, 2a ed., Lund 1950.

IV. STORIA CIVILE DAL CRISTIANESIMO AD OGGI.

I. EPOCA IMPERIALE

Dal principio dell'era imperiale la G., devastata nel suo territorio, dove si erano combattute le ultime battaglie della Repubblica (Farsalo, Filippi, Azio), decimata nella popolazione, impoverita nelle ricchezze (Strabone nel I. VIII della Geografia ne fa una descrizione pietosa), poté salutare la sua restaurazione con l'avvento di Augusto all'Impero. Questi nel 27 a. C. staccò il Peloponneso dalla Macedonia, ricostituì le amministrazioni locali, specialmente quelle che avevano significato panellenico, come l'anfizionia di Delfi, e ne costituì di nuove, come quella propria delle popolazioni dell'Acacia, con sede in Argo, con a capo un «elladarca», quasi risurrezione simbolica dell'antica lega Achea; e richiamò in vita il tribunale dell'Areopago, sostituendo però l'elezione alla scelta per sorteggio.

Fu criterio di Roma di largheggiare nelle autonomie locali, accentando però in mani imperiali il governo generale del paese, il cui titolare era di nomina senatoria. Atene, Sparta e Rodi godevano il privilegio di città libere, esenti cioè dal controllo del governatore romano.

Durante i primi due secoli dell'Impero la storia della G. non presenta fatti degni di rilievo. La vita del paese è tutta presa dagli affari dell'amministrazione e dalle ambizie gare municipali, chiusa nel ricordo del glorioso passato, aliena dal partecipare con i suoi uomini al governo dell'Impero, anche quando l'editto di Caracalla concesse pure ai Greci la cittadinanza romana. La grecità è sentita soprattutto nella celebrazione dei giuochi olimpici, tradizionale simbolo di panellenismo, che fin dal 776 a. C. furono sempre celebrati (servendo anche, dal sec. IV in poi, a fissare il calcolo del tempo) fino al 393 d. C., quando Teodosio I ne proibì l'ulteriore celebrazione.

Nepupre dal punto di vista religioso, salvo Corinto distrutta da Silla e riedificata da Cesare mediante l'afflusso di coloni stranieri, vi fu compenetrazione tra l'elemento latino ed il greco, nonostante la simpatia che gli imperatori dimostrarono per la G. Claudio (m. nel 54) imbevuto di ellenismo non le lesinò la sua simpatia; Nerone (m. nel 68) vi raccolse facili allori; Adriano (m. nel 138) dimorò a lungo in Atene, nel 131 consacrò il nuovo Olympieion e fondò nella città un'assemblea comune (sindario) dei Greci attorno al tempio da lui costruito a Zeus Panellenio, con annesso culto imperiale, collegio sacerdotale, feste e giuochi.

Ma nel sec. III, durante la crisi dell'Impero, comincia a turbarsi la tranquillità della regione. Sotto Decio (m. nel 245) i Goti ne minacciano le frontiere, tanto che sotto Valeriano (m. nel 260) si dovettero elevare le mura di Atene e nel 267, sotto Gallieno (m. nel 268), la città fu occupata da Goti ed Eruli, ricacciati dal generale greco Deippo. Nel 396 si presenta di nuovo dinanzi ad Atene. Altro che non l'assale perché atterrito dalla statua di Athena Prómachos dominante dall'Acropoli, ma distrugge il santuario di Eleusi (395) e devasta il Peloponneso, da cui Stilione lo ricaccia.

L'ordinamento provinciale stabilito da Augusto durò fino alla riforma di Diocleziano, il quale assegnò la G., sotto il nome di Acaia, al prefetto del pretorio dell'Illirico. Unica superstite del classicismo rimase l'Università di Atene, fedele al platonismo tradizionale sempre vivo sul reale, ma interpretazione neoplatonica, ostile al cristianesimo. La sua chiusura, ordinata da Giustiniano nel 529, segnò la morte del paganesimo culturale in G.

II. MEDIO EVO

Sotto la dominazione di Bisanzio, che, iniziata con la fondazione di Costantinopoli (330), assume il suo aspetto specifico con Giustiniano (527-65), la posizione della G. passa in sottordine. In forza della divisione in themi che tradusse in atto nelle varie province dell'Impero la situazione già da lui stabilita per gli esercenti di Ravenna e di Africa — per la quale venne di nuovo riunita nella mano di uno stesso governatore (stratego) l'amministrazione civile e militare che Diocleziano aveva affidato a due funzionari diversi — la provincia di Acaia fu abolita e sostituita da due circoscrizioni: I. Ellade, che comprendeva l'Attica, la Beozia, la

Focide, la Locride e la Tessaglia, con Tebe re-sidenza dello stratego; 2. Peloponneso, con sede a Corinto.

Le invasioni dal nord di Vandali (467-77) e di Slavi (549, 588) nel Peloponneso, dove questi ultimi finirono per insediarsi definitivamente, alterarono la composizione etnica della popolazione, per quanto i Greci, con la loro superiore cultura, riuscissero ad assorbire il preponderante elemento slavo. Le antiche città sono ridotte a villaggi e il latifondo si estende sulle terre già coltivate. Queste tristi condizioni del popolo greco finiscono per sfociare in una aperta ribellione, presto domata, che scoppia in Atene nel 727, quando Leone III Isaurico iniziò la lotta iconoclasta. Né cessarono qui le tribolazioni della G. perché nel 746-47 una grave pestilenza spopolò Atene, continue lotte dovette il paese sostenere per arginare la progressiva invasione degli Slavi nel territorio; le incursioni che gli Arabi musulmani, insediatisi dall'823 a Creta, compivano nelle isole e sulle coste della G.; l'invasione dei Bulgari che Basilio II, detto perciò il Bulgarocinto, sconfisse nel 1018 presso Atene e il saccheggio che Ruggero II di Sicilia nel 1147-49 operò in Acarnania e in Eotlia, occupando i due centri commerciali di Corinto e Tebe.

L'espugnazione di Costantinopoli da parte della IV Crociata (1204) portò un profondo rivolgimento nella situazione della G. alla quale i condottieri latini, specialmente di Francia, occupandola, applicarono il sistema feudale. Sorsero così il principato di Morea retto dalla dinastia di Goffredo di Villehardouin, il ducato di Atene che passò da Bonifacio III di Monferrato a Ottone e la Roche, a Gualtieri di Brienne e da ultimo agli Aciacoli di Firenze. Né sono da dimenticare le relazioni, sia commerciali sia politiche, che a causa dell'importanza della sponda adriatica il mezzogiorno d'Italia mantenne sempre con la G.; onde si può ben dire che la catastrofe di Costantinopoli nel 1453 fu catastrofe non solo dei Greci ma anche della latinità estromessa, con la sua cultura occidentale, dalla regione.

I Turchi Ottomani di Maometto II conquistarono Costantinopoli nel 1453 e nel 1456 s'impadronirono di Atene. La G. fu divisa in sei distretti organizzati militarmente: Morea, Beozia e Attica, Tessaglia, Eolìa e Acarnania, Epiro, Eubea. Così la sua unità territoriale veniva ricostituita e il paese sotto il regime turco poté godere di una pace misera ma effettiva. Questo tuttavia non apportò nessun miglioramento civile perché il governo ottomano, modellato su quello proprio delle orde nomadi, fu come accampato nei territori occupati, governando con la legge del deserto, ignaro dell'amministrazione civica. Durante questi lunghi secoli di regime ottomano non vi sono eventi politici interni da registrare, salvo la progressiva occupazione, in danno dei Veneziani, dell'Eubea (1470), di Lepanto, Corone, Modone, Navarino (1499-1501), cioè di quasi tutta la G., da parte dei Turchi.

Le ostilità tra Veneziani e Turchi, nonostante le paci del 1503 e del 1573, continuarono sempre finché nella lunga guerra dal 1645 al 1669 i Veneziani perdettero dopo una eroica resistenza l'isola di Candia e in quella dal 1685 al 1689 il Peloponneso. Fu durante questa guerra che il Partenone, dai musulmani adibito a polveriera, andò quasi distrutto per una bomba lanciata dai Veneziani di Francesco Morosini (27 sett. 1687). Con l'aiuto dell'Imperatore Leopoldo I il Morosini poté di nuovo impadronirsi del Peloponneso il cui possesso gli fu confermato dalla pace di Carlowitz (1699), ma per pochi anni, perché nel 1718, per la pace di Passarowitz, passò di nuovo ai Turchi, senza rimpianto dei Greci che dichiaravano preferire il Sultano ai Veneziani e il patriarca greco di Costantinopoli al papa latino di Roma.

III. L'INDIPENDENZA NAZIONALE

La Rivoluzione Francese provocando ovunque il sorgere dei nazionalismi, oltre a quelli dei Serbi, Bulgarì, Rumeni della penisola balcanica soggetta al turco, suscitò anche quello della G. incoraggiata (qui come presso le altre popolazioni citate) dalla Russia che da Pietro il Grande in poi si è sempre sentita la naturale protettrice delle popolazioni ortodosse.

L'opposizione a questo moto di liberazione veniva dall'Austria di Metternich, contrario, in nome dei principi della Santa Altezza ad ogni spirito di nazionalismo che, qualora avesse prevalso, avrebbe finito per sgretolare, come poi avvenne di fatto, lo stesso Stato austriaco; ma veniva platonicamente incoraggiato dalla Russia che sosteneva le associazioni segrete (eterie) ed accoglieva nelle file dell'esercito e negli uffici civili i Greci profughi dalla Turchia; e più efficacemente dall'Inghilterra che, scoppiata l'insurrezione, inviò in appoggio la sua flotta. La rivoluzione scoppiò a Jassy per iniziativa di Alessandro Ispilanti, aiutante di campo dello zar Alessandro I, e si sviluppò in Acià sotto la guida di P. Mauromikali e T. Colocotroni, con la benedizione dell'arcivescovo di Patrasco, che innalzò nelle mura di Calavrita la bandiera dell'insurrezione e con l'azione efficace di M. Bözaris e degli ammiragli Canaris e Miaulis.

Primo effetto dell'insurrezione fu la riunione a Epidaure, il 16 genn. 1822, di un'assemblea degli insorti che proclamò l'indipendenza della G. ed elesse un consiglio di cinque membri e un senato di 59 membri presieduto da Demetrio Ispilanti, fratello di Alessandro. Mentre le potenze accoglievano con freddezza l'appello degli insorti, illustri liberali europei accorsero volontari all'appello: basti ricordare lord G. Byron, caduto poi a Missolung, e Santorre di Santarosa, caduto a Spatiera. La G. intanto, a sopire le discordie interne, aveva instaurato un regime dittatoriale sotto il conforto conte Giovanni Capodistria (1827), già ministro alla corte dello zar Alessandro I, ben presto ucciso (1831) per il suo contegno autoritario.

In difesa del Sultano si 'chierò il viceré d'Egitto Mehemet Ali, nominato per l'occasione pascià di Morea, il quale mandò suo figlio Ibrahim ad occupare Navarino, Tripolitza e Missolung (1827). Le tre potenze interessate agli avvenimenti (Francia, Inghilterra e Russia), interposero la loro mediazione, ma Ibrahim, dopo averla accettata, non volle sottostare alle condizioni di armistizio e allora la flotta inglese entrata in azione annientò quella egiziana ottenendo così la liberazione della G. dai Turchi. Il Trattato di Adrianopoli (sett. 1829) confermato dalla Conferenza di Londra (1830) riconobbe l'indipendenza della G. entro i limiti dell'Elide, Peloponneso, Eubea e di alcune isole dell'arcipelago, fissando a nord il confine secondo una linea, dal golfo di Volo a quello di Arta, che escludeva le popolose province di Epiro, Tessaglia, Macedonia, nonché le grandi isole di Creta, Rodi, Samo e Chio.

La corona del nuovo Regno fu offerta al principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo e avendo questi rifiutato fu offerta a Ottone, secondogenito di Luigi di Baviera, che fece il suo solenne ingresso a Nauplia, capitale provvisoria, nel 1833 e fissò ad Atene la capitale del Regno. A causa del suo sistema di governo, troppo accentratore alla tedesca, scoppiò nel 1862 una rivoluzione che persuase Ottone a ritornarsene in Baviera. Gli successe il principe Giorgio di Danimarca, favorito dall'Inghilterra, la quale per l'occasione cedette alla G. le isole Ionie (1864) che deteneva dal 1815.

La nuova Costituzione che dava alla monarchia un carattere democratico, in quanto la sovranità del popolo vi era riconosciuta attraverso il sistema parlamentare, andò in vigore nel 1864.

Sotto il regno di Giorgio I la G. migliorò la sua condizione interna; grazie alle due guerre balcaniche aumentò il suo territorio con la conquista di Salonicco fatta dal diadoco Costantino, salito al trono (come XII di questo nome, per riannodarsi all'ultimo dei Paleologi caduto sotto le mura di Bisanzio nel 1453) dopo l'assassinio del padre a Salonicco (1913). Ma la prosperità raggiunta fu annullata dalle vicende della prima guerra mondiale a cui il cretese Venizelos volle che la G. partecipasse, contro il parere del Re che voleva la neutralità, e che dovette andarsene in esilio (1917) da cui fu richiamato, in seguito a un plebiscito, nel 1920. Ma la sconfitta, inflittagli dai Turchi in Asia Minore (1922), costrinse Costantino XII a un'abduzione definitiva nel 1922. Gli successe, essendo premuto Alessandro I (che regnò dal 1917 al 1920), l'altro figlio Giorgio II che, in seguito alla rivoluzione repubblicana capitanata dal Plastiras, dovette abdicare nel 1924.

Il regime repubblicano durò fino al 1935 quando l'Assemblea nazionale, con uno schiacciante plebiscito, richiamò Giorgio sul trono. L'equilibrio instabile dei partiti persuase il nuovo presidente del Consiglio Metaxàs ad assumere un atteggiamento dittatoriale. Gli eventi, intanto, coinvolgevano il paese nella seconda guerra mondiale: attacco alla G., muovendo dall'Albania, da parte di inadeguate forze italiane delle quali ebbe ragione l'abilità difesa del generale Papagos (1940-41); intervento della Germania in G. (1941); sbarco degli alleati anglo-americani (1944); ritiro del re Giorgio in Inghilterra; reggenza dell'arcivescovo Damaskinos (1945); sanguinosa guerriglia fra il fronte nazionale (Elam) e l'esercito popolare (Ela) di liberazione ossequiente ai Soviet, sotto la guida di Markos; plebiscito istituzionale (1946) che vota il ritorno del Re. Questi muore nel 1947 e gli succede il fratello Paolo II. Dopo la cessione alla G. delle isole del Dodecaneso (1946), un trattato di amicizia tra l'Italia e la G. viene firmato a S. Remo il 5 nov. 1948.

BIBL.: per la storia della G. medievale

V. la bibliografia alla voce OR ENTE, IMPERO ROMANO di, Storia

Per la G. moderna: Fr. Ch. Pouqueville, Histoire de la régénération de la Grèce, Parigi 1826; G. G. Gervinus, Risorgimento della G., 3 voll., Milano 1863-64; G. F. Hertzberg, Gesch. Griechenlands seit dem Absterben des antiken Lebens bis zur Gegenwart, Gotha 1876-78; F. Gregorovius, Gesch. der Stadt Athen im Mittelalter, 2 voll., Stoccarda 1889; W. Miller, Greece, Londra 1928; J. Ancel, Peuples et nations des Balkans, Parigi 1930, pp. 15, 98, 109, 157, 183; G. Zoras, Nel primo centenario della costituzione del Regno ellenico, in L'Europa orientale, 13 (1933), p. 106 sgg.; id., La restaurazione monarchica in G., ibid., 16 (1936), p. 177 sgg.; M. Vasmér, Die Slaven in Griechenland, Berlino 1941. Nicola Turchi

V. ESTORIA ECCLESIASTICA.

I. DAGLI INIZI DEL CRISTIANESIMO FINO AL SEC. XX. -

I. Età apostolica

La Bibbia ebraica chiama i greci fàvàn («Ioni»). Jàvàn era un discendente di Iapheth; Settanta ('Iovàv') e Volgata (Iavan) ne trascrivono il nome nelle genealogie (Gen. 10, 2, 4; I Par. 1, 5, 7); altrove lo traducono "Ελληνες e Graeci, o Ελλες e Graecia. In assiraco si diceva fànnu, fànanu, fàvanu («Ioni»). In I. 66, 19 Jàvàn promette che farà giungere gli Israeliti fino ai Greci e alle «isole». Ez. 27, 13.19 e Ioel 3, 6 (ebr. 4, 6) parlano del commercio di schiavi, vasi e metalli che i Tiri facevano con i Greci. Dan. 8, 21 sgg. e 11, 2 descrive la potenza dell'ariete o Alessandro «re dei Greci» («primo re dei Greci»: I Mach. 1, 1; 6, 2). Anche i Seleucidi sono «re dei Greci» (Dan. 10, 20; Zach. 9, 13; I Mach. 1, 11; 8, 18: contro essi i Giudei chiedono aiuto ai Romani, che li liberino dal «giogo dei Greci»).

Le prime relazioni politiche tra Giudei e abitanti della G. propriamente detta ebbero luogo (I Mach. 12, 20-23) sotto il re di Sparta Areios I (309-265 a. C.) e il sommo sacerdote Onia I (325-300) o II (ca. il 265). Ionathan Maccabeo (168-142 a. C.) si richiama a un'antichissima parentela tra Spartani e Giudei (I Mach. 12, 6, 21; 14, 20; cf. II Mach. 5, 9, e Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XIV, 10, 22); Simone (142-134) rinnovò l'alleanza su desiderio di Sparta (I Mach. 14, 16-23).

Nel periodo «greco» o «ellenistico», iniziatosi dopo la conquista d'Alessandro Magno (m. nel 323 a. C.), la Palestina, dopo un breve periodo di governo tolemaico, fu sotto l'impero «greco» dei Seleucidi re di Siria. Si

diffusero allora tra i Giudei, specie sotto Antioco IV (v.), i costumi pagani dei «Greci», nonostante la resistenza dei nuclei fedeli (II Mach. 4, 15; 9, 24); ebbero corso la lingua ellenistica e le monete greche (v. DHARMA; DIDRAMMA). Ma l'incontro del giudaismo con l'ellenismo (v.) ALESSANDRO (v.), ed ebbe poi altri focolai a Antiochia, Cirene, Smirne. Per i Giudei detti «ellenisti», perché di lingua greca, diaspora (v.), furono fatte le versioni greche della Bibbia, la più antica e importante delle quali è detta del Settanta; si sviluppò inoltre un'importante letteratura giudeo-ellenistica, Filone (v.). Al tempo della predicazione apostolica, la G. propriamente detta era la provincia romana di Acaia. Conquistata nel 146 a. C., fu dapprima aggregata alla Macedonia; fu elevata a provincia senatoria da Augusto nel 27 a. C., CERINTO (v.) «totius Graeciae lumen» (Cicerone, Pro lege Man., 5). Dell'Acacia, distinta dalla Macedonia (Act. 20, 2), era proconsolle Gallione (v. Act. 18, 12) quando giunse s. Paolo, fuggitivo da Paolo, fuggitivo da

Tessalonica, ad Atene e Corinto. Vi prosperavano comunità giudaiche e sinagoghe (Act. 18, 1-4); l'Apostolo vi introdusse il cristianesimo.

I libri del Nuovo Testamento menzionano numerosi Giudei ellenisti a Gerusalemme (Act. 6, 1; 9, 29): eλλην-οσφής (da eλλεινίζειν «vivere come i Greci» o «parlare greco»), tradotto dalla Volgata (a torto) Graecus, è il giudeo che parla greco (Act. 21, 37-39) perché nato o domiciliato nel mondo di lingua e cultura ellenica. Il termine "Ελλην (Volg. Graecus) equivale nel Nuovo Testamento a «pagano» (Io. 7, 35; Act. 11, 19; 14, 1; 18, 4; Rom. 1, 14; 16, 2, 9 sgg.; 3, 9; Gal. 3, 28) in opposizione a "Ioudaicos" o "Ελληνες equivale a τα έθνη (cf. Act. 13, 47), con esplicito riferimento al mondo culturale greco-romano. La civiltà e la potenza greco-romana s'identificava infatti con il paganesimo (I Cor. 1, 22-24). Ma nel cristianesimo, tolta ogni distinzione all'infuori della fede in Cristo, non vi è più distinzione tra Giudei e Greci (Rom. 10, 12; Gal. 3, 28), né tra Greci e barbari (Rom. 1, 14; Col. 3, 11). La G. fu il focolaio donde si diffuse la civiltà nel mondo («oikoumène») antico. Il suo pensiero filosofico e religioso contribuì indirettamente e più spesso negativamente, a preparare l'umanità al messaggio cristiano universale e personale. A-J. Festugière espone, in ricca sintesi, le correnti profonde, non di rado esoteriche, che rivelano il travaglio soggiacente all'irrequieta indagine greca intorno a Dio, all'anima, al cosmo, al tempo della comparsa del cristianesimo.

La fede portata da s. Paolo in G. vi si sviluppò rapidamente. S. Clemente Romano (sec. 1) vi suppone comunità numerose. Molti vescovi vi erano già nei primi tre secoli. Atene ridiventò il centro dell'erudizione per l'Occidente; l'Accademia pagana vi fu chiusa solo nel 329. Dal tempo di Costantino la maggior parte dell'antica G. passò alla prefettura dell'Illirico; da Valentiniano I la G. fu unita alla prefettura d'Italia; nel 379 passò di nuovo all'Impero romano d'Oriente.

Bibl.: J. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., IV, Torino 1914, pp. 205-10; M.-J. Lagrange, Le traditions avant Jésus-Christ, Parigi 1931, pp. 35-46; H. Winsch, "Ελληνα", Ελλιζες..., in Theologisches Wörterbuch zum Neuen Test., II (1935, ristampa 1950), pp. 501-14. Sulla mentalità religiosa greca in rapporto al messaggio cristiano: A-J. Festugière, L'idéal religieux des Grecs et l'Evangile, Parigi 1933; id., La

1051

révélation d'Hermès trismésiste, I, L'astrologie et les sciences occultes, 1914-18; II, Le Dieu cosmique, 1914-19, qui seigneurie, III, Les doctrines de l'âme, c. IV, Le Dieu inconnu et la gnose, c. M. P. Nilsson, Religiosité grecque, trad. it., Firenze 1949.

Antonino Romeo

2. Età subapostolica

Lo sviluppo successivo esterno della Chiesa greca si manifesta nella partecipazione dei suoi vescovi ai concili ecumenici. Già nel Concilio di Nicea (325) sono presenti 4 o 5 vescovi della Macedonia e della Tessaglia, 3 dell'Acaia, 4 delle isole. Nel Concilio di Efeso (431) si nota la presenza di 5 vescovi della Macedonia e della Tessaglia, di cui uno rappresentava anche il vescovo (vicario papale) di Salonicco, del metropolita di Corinto con 6 suffraganei, del metropolita dell'Epiro vecchio con 2 suffraganei, e del metropolita di Rodi con 4 suffraganei. Nel VII Concilio ecumenico (787) si trovano i sinodali della G., cioè il metropolita di Salonicco, quello di Gortina con 9 suffraganei, i 5 vescovi delle isole di Corfu, Zante, Cefalonia, Egina, Lemno, il metropolita di Nicopoli (Epiro) ed altri 3 vescovi del Peloponneso e di altre regioni greche.

L'intera organizzazione ecclesiastica dell'Illirico orientale a cui le diocesi della G. erano incorporate, eccettuati però i vescovi della metropoli di Rodi, compresi dalla fine del sec. IX ed anche più tardi una sessantina di diocesi. Tale sviluppo era dovuto almeno in grandissima parte alla concordia con la Sede Romana a cui quelle diocesi appartenevano di diritto ed anche di fatto fino al 732; ai sacrifici fatti nelle prime persecuzioni dai martiri come Dionigi, Pubblico, Leonida, Cirillo di Creta, Demetrio, Isidoro, i Dieci di Creta; alla teologia epologetica e do matica insegnata dagli apologeti Aristide ed Atenagora, dal maestro Teodoro, il futuro arcivescovo di Canterbury, da Andrea di Creta, da Giuseppe di Salonicco fratello di S. Teodoro Studita, e dai futuri apostoli degli Slavi, i ss. Cirillo e Metodio provenienti da Salonicco; allo zelo e al buon esempio di Nicone Metanotte (m. nel 998) e dei fondatori di celebri monasteri, Luca (m. nel 946), Atanasio Antonita (m. nel 1000; V. ATHOS), e Cristodulo di Patmos (m. nel 1093). La separazione di Bisanzio dalla Chiesa cattolica (v. COSTANTINOPOLI, I, II patriarcato) trascinò la Chiesa greca nella stessa triste sorte. I due Concili ecumenici di Lione (1274) e di Firenze ed altri molti tentativi dei papi ebbero soltanto un successo temporaneo. Anzi dopo il rifiuto dei tentativi d'unione crebbe spesso l'odio contro la Chiesa cattolica come viene dimostrato da tanti scritti dei controversi greci. Nel sec. XIV poi la nuova eresia del palammaso, propagata da Gregorio Palamas, metropolita di Salonicco, e dai suoi seguaci e successori Nilo e Nicola Cabañias, aggiunge un grave ostacolo all'Unione. La dominazione latina che dal sec. XIII abbracciò molte parti della G. moderna, giovò poco all'Unione, risultò anzi spesso, per i metodi usati dai governi, un vantaggio dei dissidenti benché i loro vescovi non fossero ammessi ufficialmente nelle loro sedi. Quando cessò la dominazione dei Latini, si poterono meglio constatare i gravi detrimenti patiti dalla Chiesa cattolica specialmente a cagione dei matrimoni misti. Un esempio caratteristico viene offerto da Creta, occupata dal sec. XIII fino all'8. 1669 dai Veneziani; ivi ebbero origine i patriarcati più avversi alla Chiesa cattolica come Melezio Pegas e Cirillo Lukaris. Sotto la dominazione turca, la gerarchia greca poté di nuovo riorganizzarsi. Tuttavia la sua cultura ed il suo influsso non erano certamente fioridi, principalmente a cagione della triste situazione dei loro patriarchi. Proprio in quei tempi, come si vedrà sotto, la Chiesa greca dissidente chiese ed accettò beni volentieri i servizi dei missionari cattolici e della Sede Romana. Non si vuole però negare che anche in quei tempi, particolarmente per aiuto di benefattori «ortodossi», dell'estero, furono istituite scuole, ad es., al Monte Athos, ad Atene, Chios, Patmos, Janina, Missolungi, isole Ionie, ecc.

Dopo la liberazione dai Turchi il governo greco promosse le scuole elementari e medie e nel 1837 fondò l'Università di Atene con una facoltà di teologia. Certamente la Chiesa greca trasse da queste istituzioni dello Stato parecchi vantaggi ma anche detrimenti a cagione della statolatria liberale dei governanti d'allora. La Chiesa greca stessa patì una trasformazione, in quanto il governo liberale, col consenso di un'assemblea di vescovi, proclamò nel 1833 l'indipendenza della Chiesa greca dal patriarcato bizantino. Seguirono altri fatti di importanza capitale, come la soppressione di molti vescovi e di molti monasteri maschili e femminili. Su queste ed altre difficoltà V. ATENE, ARCIDIOCESI di.

Gregorio XVI, nel difendere strenuamente i principi religiosi nelle litte interne della G. (prima metà del sec. XIX), ha certamente reso servizi alla causa della santa libertà contro la statolatria. Egli istituì la delegazione apostolica. Nella seconda metà del sec. XIX continuò l'influsso dei protestanti cominciato già prima; anche il fatto che molti professori di teologia si fossero formati nelle università tedesche, particolarmente presso maestri protestanti, ebbe effetti poco salutari. Le lettere encicliche di Pio IX e Leone XIII che invitavano i dissidenti all'Unione trovarono in G. forte opposizione anche nella stampa. Non mancò però anche in giorni tristi la fiducia dei genitori «ortodossi» che affidavano i loro figli agli istituti cattolici tenuti da religiosi e da suore.

II. LA CHIESA CATTOLICA, DAL SEC. XIII AL SEC. XX. - Papa Innocenzo III creò nel 1209 l'arcivescovo latino di Atene con 11 sedi suffragane. Altri vescovi latini furono eretti verso lo stesso tempo in Creta ed altrove. Anzi la G. di allora presentava una grande organizzazione ecclesiastica. Furono lasciati in carica quei pochi vescovi che prestarono il giuramento di obbedienza al Papa e ai suoi rappresentanti. Accorsero in aiuto delle anime anche religiosi occidentali.

Così il monastero di Daphni venne nelle mani dei Cistercensi. I Domenicani, Francescani ed altri religiosi fondarono residenze nella G., soprattutto in Creta. Ma le conversioni dei Greci non furono numerose. La dominazione latina non menò gli abitanti indigeni alla fede cattolica dei loro padroni. Non fu colpa della Chiesa che parecchi dei signori ed anche qualche ecclesiastico non fossero di condotta esemplare. Felice fu l'iniziativa promossa, soprattutto dopo il Concilio di Firenze, di attrarre sovveniente i dissidenti alla Chiesa cattolica per mezzo di sacerdoti cattolici di rito greco: anzi forse la causa principale dello scarso risultato dell'apostolato cattolico nei secoli precedenti fu appunto il latinismo. In Creta, in Metone e in Corone si formarono forti gruppi di cattolici sotto sacerdoti di rito greco. Il vescovo cattolico di rito greco Giuseppe che prima portava il nome di Giovanni Plusia, fu un valente scrittore ed esemplare prelato, morto presso il suo gregge nell'espunzione di Metone nel 1500. I card. Bessarione ed Isidoro di Kiev sostenevano col loro autorevole influsso i cattolici di rito bizantino. Nel sec. XVII molti prelati dissidenti della G. indirizzarono lettere alla Curia romana chiedendo aiuto; lo stesso fecero i monasteri greci dell'Athos, Nea Mone (Chios) e Patmos. La S. Sede fu benigna e caritatevole verso tali suppliche, benché qualche volta si mostrasse restia in conseguenza di alcune tristi esperienze fatte con gli Orientali. Furono ottenute anche conversioni di prelati dissidenti; alcuni nondimeno non perseverarono. In ogni caso l'apostolato dei missionari cattolici nella G. trovò spesso fiducia presso gli «ortodossi». Le scuole dei Gesuiti, Cappuccini e Lazzariti furono frequentate da non pochi figli di genitori dissidenti. Quando nel sec. XIX iniziò un rigoglio di fondazioni ca-

ritatevoli ed educative con tutte le attrezzature moderne in Atene, nel Pireo, a Salonicco, in Creta, a Chios, a Naxos, a Syros, a Santorino, a Tinos, a Corfu ed altrove, i genitori "ortodossi" mostrarono grandissima fiducia verso queste scuole e verso altre istituzioni del genere. Così è rimasto fino ad oggi benché non siano mancati nel decorso dei tempi attacchi contro le opere cattoliche. Per il contributo culturale dei cattolici greci nell'Occidente, V. COLLEGI ECCLESIASTICI (IX. Greco, Pontificio).

BIBL.: G. Chassiotis, L'instruction publique chez les Grecs depuis la prise de Constantinople par les Turcs jusqu'à nos jours, Parigi 1881; V. Laurent, La liste épiscopale du synodicon de Thessalonique, in Echos d'Orient, 32 (1933), pp. 300-10; Chrys. Papadopulos, Ελληνική Εκκλησία, in Μεγάλη Ελληνική Εκκλησία, X (1934), pp. 657-86; G. Hofmann, Vescovidi cattolici della G.: I. Chios; II. Tinos; III. Syros; IV. Naxos; V. Thera (Santorino), Roma 1934-41 (cf. Orientalia Christiana, 34 (1934), 1); Orientalia Christiana analecta, 107 (1936); 112 (1937), 115 (1938); 130 (1941); id., La Chiesa cattolica in G. (1600-1830), in Orientalia Christiana periodica, 2 (1936), pp. 164-90, 395-436; C. Silva-Tarouca, Epistolarum Romanorum pontificum ad vicarios per Illyricum alique episcopos collectio Thesalienses (Textus et documenta, series theologica, 23), Roma 1937; H. Giustiniani, History of Chios, edita da Phil. P. Argenti, Cambridge 1943; G. Hofmann, Papa Gregorio XVI e la G., in Gregorio XVI, Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, pp. 135-57; E. Dellaglio, Les philhellènes et la guerre de l'Indépendance, 138 Lettres inédites de J. Orlando et A. Louriotis, Atene 1949.

III. NEL SEC. XX. - La Chiesa "ortodossa" greca ha ricevuto una nuova Costituzione nel 1940. Fino al 1923 era stata governata da un Sinodo permanente di 5 membri presieduto dall'arcivescovo di Atene. Lo Statuto del 1923 sostituì questo Sinodo con un altro composto da tutti i vescovi, lasciando all'arcivescovo di Atene il disbrigo degli affari ordinari. Questo ordinamento durò fino al 1925. Un nuovo Statuto costituì nel 1931 un'Assemblea generale di tutti i vescovi da radunarsi almeno ogni 3 anni e un Sinodo permanente di 8 membri. Lo Statuto del 1940 ritenne questi due organi, soltanto ridusse a 6 i membri del Sinodo ai quali affidò il compito dell'elezione dei nuovi vescovi da farsi mediante la presentazione di candidati al governo, che ne avrebbe poi scelto uno. Furono soppresse alcune diocesi ed altre fuste insieme, cosicché risultarono 65 diocesi e l'arcidiocesi di Atene, sottomesse al Sinodo di G., mentre la provincia di Creta, soggetta al patriarca bizantino, numerata un metropolita e 7 vescovi suffragane.

Nel 1938 l'arcivescovo Crisostomo Papadopulos fu sostituito alla sua morte da Crisanto Filippides, il quale a sua volta ebbe come successore, nel 1941, Damaskinòs, divenuto poi reggente del Regno fino al ritorno del re; egli morì nel 1949 ed ebbe come successore Spyridon.

Negli ultimi 20 anni la Chiesa "ortodossa" ha avuto relazioni tese con la Chiesa cattolica e invece molto amichevoli con quelle protestanti. La tensione, la cui causa fu l'arrivo in G. di numerosi cattolici di rito greco insieme al loro vescovo dopo la guerra contro la Turchia (1921), si è manifestata in numerosi atti lecistativi contro il "proselitismo", nel costante rifiuto di riconoscere l'arcivescovo latino di Atene, nell'opposizione del clero contro l'istituzione del matrimonio civile (la legge riconosce soltanto il matrimonio "ortodossi" degli "ortodossi", cosicché il matrimonio misto "fatto nella Chiesa cattolica viene ritenuto invalido"), nella nuova legge del 1938 che spiega le clausole costituzionali sulla religione e finalmente nell'efficace opposizione allo stabilimento di rapporti diplomatici con la S. Sede.

La Chiesa greca si è fatta rappresentare in tutte le principali conferenze pancristiane (Losanna 1927; Eidimburgo 1938; Amsterdam 1948). I rapporti con gli anglicani sono particolarmente stretti. Dietro invito furono inviati delegati alle Conferenze Lambeth del 1920, 1930 e 1948. Nel 1931 si trattò ufficialmente sulla dottrina e sulla possibilità dell'intercomunione con gli anglicani e i vecchi-cattolici. Ma soltanto nel 1938 la Chiesa greca riconobbe le ordinazioni anglicane, il che fu poi imitato da altre Chiese "ortodossie".

Il livello dell'educazione del clero nella Chiesa greca è, per ragioni della sua grande povertà, piuttosto basso. La maggioranza degli studenti nella facoltà teologica di Atene non aspira al sacerdozio ma soltanto a qualche carriera connessa con la Chiesa (ad es., cancellierato nelle diocesi, cattedre di teologia quasi tutte tenute dai laici). L'adozione del nuovo calendario nel 1924 dette luogo a dissensi locali che durano ancora.

Nel 1907 fu fondata, in maggioranza dai laici, un'Associazione chiamata Zwo (Vita) con un regolamento di tipo monastico per la formazione di catechisti e per il momento delle scuole domenicali. Essa pubblica un settimanale omonimo. Nel 1938 sorse l'Unione cristiana della laureati per elevare il livello della vita religiosa; pubblica l'Auxilie (Raggi). Dopo la prima guerra mondiale altri movimenti hanno avuto vita specialmente per iniziativa dei laici per il rinnovamento religioso.

La situazione dei cattolici latini nella G. durante il sec. XX non ha avuto cambiamenti degni di rilievo. Si è organizzata l'Azione Cattolica secondo le moderne direttive. Nel 1947 la diocesi di Chios è stata posta sotto l'amministrazione dell'arcivescovo di Naxos e quella di Santorino sotto quello di Syros.

BIBL.: V. SORA. Giuseppe Gill

IV. IL RITO GRECO

Fino a pochi anni addietro, si usava sempre questo termine per designare il rito della Chiesa bizantina osservato in varie regioni. Per distinguere lingue e paesi di questo rito, si diceva greco-russo, greco-bulgaro, greco-georgiano, greco-melkita (arabo), ecc. Ora è invalsa l'espressione di rito bizantino; V. BIZANTINA, ARTE, LITURGIA. Placido de Meester

VI. LA XOVVH.

La XOVVH («comune») è ελληνανδιάδεκτος desigana la lingua greca dal tempo di Alessandro (ca. 330 a. C.) fino al periodo bizantino; è ALESSANDRO (v.) si diffuse in tutto il mondo romano. Lingua della conversazione e delle relazioni commerciali, dura fino al 500 d. C., allorché incomincia la fase del neo-greco; detta anche «e lenistica», ché ελληνανδιάδεκτο era detto il raggruppamento di tutto il popolo greco, oltre le barriere dei singoli Stati, in un mondo culturale comune (400-500 a. C.). La XOVVH si estende alle diverse forme della produzione letteraria ellenistica (iscrizioni, lettere private, opere storiche e bibliche); resta un compromesso tra la lingua parlata e la tradizione del classicismo.

Tale lingua internazionale, comoda per le transazioni, spezza l'esistenza dei dialetti greci. La lingua letteraria, che sensibilmente differiva dalla lingua parlata e rimase sotto l'influsso e l'imitazione del greco classico, dal sec. I a. C. si sforza di riaccostarsi agli antichi modelli classici (atticismo); mentre quella parlata si sviluppa per proprio conto, e ha come termine di sviluppo il greco moderno. La tendenza atticista non ha intaccato la tradizione monasticista del Nuovo Testamento, per quanto un'atticizzazione sporadica dei Sinottici può rilevarsi in singoli manoscritti o gruppi di manoscritti (Michaelis).

La XOVVH si formò sulla base dell'attico, di cui conserva per lo più fonologia e flessione; l'influenza dorica è minima o nulla, mentre il contributo dello ionico è abbondante. La scelta dell'«o dell'», il vocalismo di certe voci, i casi di aspirazione, le leggi di contrazione, la declinazione e coniugazione si attengono, con poche eccezioni, alle regole dell'attico; mentre lo ionico, penetrato solo accidental-

mente nella flessione e nel vocalismo della xovv, ha
influito di più nel vocabolario, lasciando di ciò uno
strascico anche nel greco moderno, il cui fondo tiene
alla xovv.

Al sec. IV epigrafi di vasi, iscrizioni lapidarie, formole
di giuramento adottano termini stranieri, soprattutto
iconici nel parlare corrente e nelle composizioni letterarie,
dorici nell'epigrafia. Nel III e II sec. la xovv prende inacre-
mento, si diffonde ed ha il suo nascere effettivo; ma
già nel sec. III a. C. presenta iscrizioni ellenistiche la
Ionia, le cui isole si adoperano alla diffusione della xovv
Al sec. I d. C. in Rodi la lingua è doria, ma l'epigrafia
è della xovv.

Secondo Thumb, i termini ionico-poetici sono dei
volgarismi, dovuti al numero elevato di soldati e commer-
cianti ionici, che hanno contribuito ad elencare
l'Oriente; secondo Mayser, quei termini sono dovuti a
tendenze particolaristiche di certi autori di origine ionica,
ed all'imitatione cosciente della lingua poetica.

Nell'elaborazione della xovv intervennero influssi
estranei al mondo ellenico: 1) dalla Fenicia; 2) dall'Asia
Minore (Frigia, Licanona, Lidia), ove si fusero nella
fonetica l'elemento greco e quello indigeno (modifiche
nel sistema vocale, perdita dell'articolazione labiale, con-
sonanti addolcite dopo una nasale, tendenza a livellare la
quantità tra lunghe e brevi, ecc.); 3) dall'Egitto, dove
però, a parte i nomi di mesi e di persone, il vocabolario
rimane essenzialmente greco, quanto al culto, alla milizia,
ai pesi, alle misure, alle monete.

Comparsa in Egitto, come lingua superiore, ricca
di vocabolario e adatta a rendere la sfumatura del pensiero,
la xovv influirà sugli indigeni, che, quando vorranno ri-
mettere in onore la loro lingua, si serviranno delle let-
tere e di molti vocaboli greci.

Il greco biblico non è che il greco « comune » o
xovv, così come era parlato e scritto in ambienti non
letterari e puristi. Dopo la scoperta dei papiri non
si può dubitare dell'esistenza e dello sviluppo di una
xovv non letteraria, parlata o scritta, corrente allora
nel mondo ellenico, per quanto poté non essere inte-
ramente identica tra provincia e provincia. Il greco bi-
blico ha una sua relativa originalità solo perché fu
usato per tradurre originali semitici oppure per la
natura dell'insegnamento nuovo di cui è il veicolo.

SETTIMANA SANTA (v.) imprimono un particolare carattere al-
la xovv nella loro versione. Così l'uso immoderato di
forme, locuzioni, frasi, certamente greche, ma la cui fre-
quenza non si spiega se non per la coincidenza con
l'ebraico (teoria dell'accumulazione »): ebraismi se-
condari. Gli ebraismi primari o propriamente detti,
evitati quando la locuzione ebraica è accomodata secondo
lo spirito della lingua ellenistica (Pentateuco), consistono
in forme non della xovv, per la superstizione della let-
tera (II Re, ecc.).

I semitismi del Nuovo Testamento sono o ebraismi
(imitazioni coscienti o incoscienti del letteralismo dei
Settanta), o aramaismi, cioè traduzione servile delle fonti
semitiche orali o scritte, comprese le concezioni secondo
la forma dello spirito semitico dello scrittore, rese ser-
vilmente in greco.

Termini latini erano entrati in circolazione nel-
l'Oriente, in seguito alla conquista romana. L'inte-
grità della lingua ellenistica non rimase intaccata
dai « latinismi » introdotti nel lessico della xovv
(termini amministrativi, militari, ecc.).

Bibl.: È riccamente citata da J. Vergote, Grec biblicus, in
DBs, III, coll. 1320-69. Studi più notevoli: A. Thumb, Die griechische Sprache im Zeitalter des Hellenismus, Strasburgo 1901; A. Deissmann, Licht vom Osten, Tubinga 1908; A. Maidhof, Zur Begriffsbestimmung der Koine besonders auf Grund des Atti- zisten Mairis (Beiträge zur historischen Syntax der griechischen Sprache, 20), Würzburg 1912; W. Michaelis, Der Attizismus und das Neue Testament, in Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft, 22 (1923), pp. 91-121; R. Laqueur, Hellenismus (Schriften der hessischen Hochschulen), Giessen 1925; F.-M. Abel, Grammaire du grec biblique, Parigi 1927; M. Jaquet, Grammaire du grec du Nouveau Test., 1917; H. Pernot, Etude sur la langue

des Evangelies, Parigi 1927; id., Observations sur la langue de la
Septante, in Revue études grec., 42 (1929), pp. 411-25; P. Regard,
La langue du Nouveau Test., in Revue études anciennes, 30 (1928),
pp. 220-32; G. Sacco, La K. del Nuovo Testamento e la tra-
smissione del Sacro Testo, Roma 1928; F. Zorell, Lexicon Grae-
cum Novi Test., 2ª ed., Parigi 1931; U. Holzmeister, De qui-
busdam generibus Hebraismorum in textu Novi Text. occurrentibus,
in Verbum Domini, 12 (1933), pp. 295-302; G. Bonaccorsi, Primi
saggi di filologia neotestamentaria, I, Torino 1933; B. Botte,
Grammaire grecque du Nouveau Test., Parigi 1933; G. Lattey, The
language of Holv Wri, in Clergy review, 6 (1933), pp. 32-45;
E. Mayser, Grammatik der griech. Papyri aus der Ptolemeerzeit,
Berlino-Lipsia 1933-34; J. Vergote, Het probleem van de Koine
in het licht der moderne linguistiek, in Philol. stud., 6 (1934-35),
pp. 81-107; G. Bardy, Hellénisme, in DBs, III, coll. 1449-53;
G. Bertram, Der Sprachschatz der Septuaginta u. der des hebr.
Alt. Test., in Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft, 16
(1939), pp. 85-101; E. C. Colwell - J. R. Mantey, A hellenistic
Greek reader. Selection from the Koine of the New Test., Chicago
1939; M. Zerwick, Graecitatis biblicae cognitio, quid ad S. Scri-
pturam interpretandum conferat, exemplis illustratur, Roma 1944.

Emmanuele da San Marco

VII. LE VERSIONI GRECHE DELLA BIBBIA.

Essendosi estesa la lingua e cultura greca a tutto
il mondo civile (v. ELKENISMO), i giudei, specie ALESSANDRO (v.), ebbero cura
di dare della Bibbia ebraica una traduzione (v. SET-
TANTA) e un'interpretazione accessibile al mondo
ellenistico. Ma nei secc. I e II d. C. la vecchia versione
greca alessandrina andò perdendo ogni stima fra i
giudei per due ragioni. Avendo, con la distruzione
del Tempio, perduto il centro del culto, i giudei
avevano necessità di un nuovo vincolo di unità spi-
rituale; l'ottennero assoggettando il giudaismo mon-
diale al rabbinismo. In questa lotta per l'unità in-
terna ebbe parte importante l'unificazione del testo
biblico che prese inizio ca. il 100 d. C., principal-
mente per influsso del grande Rabbi 'AKIBA (v.),
il quale per poter basare tutta la tradizione orale
giudaica sulla S. Scrittura attribuiva un significato
ad ogni più piccola parola e sillaba; tale ermeneutica
esigeva un testo ben fisso. Ora i manoscritti greci
dei Settanta discordavano in molti punti fra loro ed
anche dal testo ufficiale ebraico. L'avversione ai
Settanta che ne risultò crebbe per l'uso che i cri-
stiani ne facevano nelle loro controversie cristolo-
giche contro i giudei. Il giudaismo ufficiale rigettò
dunque la versione greca alessandrina. Ma i giudei
ellenisti, non conoscendo l'ebraico, avevano bisogno
di una versione greca.

Perciò ca. il 140 d. C. un proselita greco di nome
Aquila (Ašyilas) ne fece una. Conosceva molto bene
il greco ed acquistò anche buone cognizioni di
ebraico. Imbevuto del metodo ermeneutico di Rabbi
'Aqiba', cercò di riprodurre in greco il testo ufficiale
ebraico con tutta esattezza, persino nelle più piccole
minuzie. Realizzò questo compito con grande vir-
tuosismo, però non senza violentare la lingua greca.
Versione completamente nuova, indipendente dai
Settanta, fu stimata moltissimo dai giudei ed ado-
perata per molto tempo nelle loro sinagoghe.

Ma non tutti i giudei si sentivano di ripudiare la
venerabile versione dei Settanta. Perciò, poco dopo,
forse ca. il 180, un altro proselita, di nome Teodo-
zione, fece una versione dall'ebraico che seguiva
quanto poteva l'antica versione alessandrina, o piut-
tosto ne fece una revisione, armonizzandola con il
testo ebraico. Questa versione, meno gradita ai giudei
che quella di Aquila, era tanto più stimata dai Cri-
stiani.

Un terzo interprete, l'ebionita Simmaco, forse ca.
il 200, si mise a tradurre la Bibbia ebraica, seguendo
però altra norma che non i suoi predecessori. Si
sforzò cioè di esprimere non parola per parola, come

fece Aquila, ma piuttosto il senso delle frasi ebraiche. Lo fece in buon greco, spesso felicemente adattandosi al genio dell'idioma greco.

I cristiani ritenevano tuttavia la versione dei Settanta, pur sentendo le grandi differenze fra i singoli codici e la sua discrepanza dal testo ebraico. Il primo che tentò rimediare a questo inconveniente fu il grande Origene, il quale in una immensa opera (v. ESAPLE) armonizzò il testo alessandrino con il testo ebraico per mezzo delle tre versioni greche suddette, dalle quali prendeva parole e frasi intere per sostituire espressioni meno esatte e colmare lacune dei Settanta. Queste inserzioni, tratte quasi tutte da Teodozione, sono particolarmente numerose in Giobbe e si trovano, come nei più antichi manoscritti, tuttora nelle edizioni dei Settanta, notate però in quella di A. Rahlfs con asterischi. Nel libro di Daniele la versione di Teodozione soppiantò quasi interamente l'originale versione alessandrina.

Luciano, che fece un'altra celebre recensione dei Settanta, adoperò anche lui i "Tre", come si solevano chiamare, ma di preferenza Simmaco, il cui greco elegante gli piacque molto. Così tante lezioni esilarati, cioè lezioni dei "Tre", invasero i codici dei Settanta, al punto che non si può comprendere né il lavoro di Origene e di Luciano né l'ulteriore storia del testo dei Settanta, e molto meno restituirne criticamente la forma originale senza continue comparazioni con i resti delle versioni posteriori.

Un interesse particolare meritano queste versioni per l'influsso che ebbero sulla nostra Volgata latina, poiché s. Girolamo, per compiere la difficile opera di una traduzione dall'ebraico, le consultò spesso volte; stimava molto i "Tre", ma dava fiducia speciale ad Aquila che considerava "verborum diligentissimum explicatorem". Da Aquila prese, p. es., la troppo letterale espressione della faccia "cornuta" di Mosè (Ex. 34, 29).

All'infuori di queste versioni di tutto il Vecchio Testamento esistevano altre versioni parziali ed anonime, la Quinta, la Sesta e forse anche una Settima. Nell'antica letteratura cristiana si citano anche il Siro, che è una versione greca, fatta sull'ebraico da un siero sconosciuto, il Samaritan, di cui esistono ancora alcuni frammenti, e l'Ellenico.

La maggior parte di queste versioni greche si perdette. Se ne trovano dei resti, p. es., nei commentari di s. Girolamo e di altri Padri, nel margine del cod. marchaliano (Q), dei cod. 86 e 710 e della versione siero-esapolare. Nel 1875 i frammenti allora conosciuti furono raccolti ed editi con molta cura da Fr. Field, ma siccome non poté servirsi dei manoscritti, non merita sempre fede. Frattanto si sono trovati nuovi frammenti, dispersi in varie pubblicazioni.

A Venezia esiste un codice con una traduzione greca incompleta del Vecchio Testamento fatta sull'ebraico. È scritta in greco antico, però le parti arhamiche di Daniele sono tradotte in dialetto dorico. G. Mercati ha provato che l'autore di questo "greco veneto" è Simone Atumano, arcivescovo di Tebe. Fu pubblicato da O. Gebhardt (Lipsia 1875), ma non ha valore per la critica testuale.

Bibl.: 1) Edizioni di testi: Fr. Field, Origini Hexaplorum quae supersunt, sive veterum interpretum graecorum in totum Vet. Test. fragmenta, 2 voll., Oxford 1875; G. Mercati, D'un palinesto ambrosiano contenente i Salmi Exapli, in Atti della R. Accademia delle scienze di Torino, 31 (1895-96), pp. 654-63; E. Klostermann, Die von Mercati entdeckten Mailänder Fragmente der Hexapla, in Zeitschrift f. alt. Wissenschaft, 16 (1896), p. 336 sq.; F. C. Burkitt e C. Taylor, Fragmenta of the Books of Kings according to the translation of Aquila, Cambridge 1897; C. Taylor, Hebrew-Greek Cairo Geniza palimpsests, ivi 1900; P. Grenfell e A. S. Hunt, The Amherst papyri I, Londra 1900; P. Glaue e A. Rahlfs, Fragmente einer griechischen Übersetzung des samaritischen Pentateuch, in Mitteilungen des Septuaginta-Unternehmens, 2 (1911), pp. 31-68, 417 sq.; L. Luetkemann e A. Rahlfs, Hexaplarische Randnoten zu Is. 1-16, ibid., 6 (1915), pp. 233-386; A. Moehle, Theodor von Kyros Kommentar zu Gesai, ibid., 5 (1932), specie p. xxiv; id., Ein neuer Fund zahlreicher Stücke aus den Gesai-Übersetzungen des Akylas, Symmachos und Theodotion. Probe eines neuen "Field", in Zeitschrift f. alt. Wissen-schaft, 52 (1934), pp. 176-83; Septuaginta...Göttingensis: XIV.

134. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - VI.
Isaias, ed. I. Ziegler 1939, pp. 106-15, e XIII. Duodecim Prophetae, ed. J. Ziegler 1943, pp. 102-109; E. Kantz, A fresh Aquila fragment recovered from Philo, in Journ. of theol. Studies, 47 (1948), p. 31 sqg. - 2) Altri libri ed articoli: G. Mercati, L'età di Simmaco interprete e s. Epifanio, Modena 1892; M. Friedmann, Onkelos und Aquila, Vienna 1896; A. Bludau, Die Apokalypse und Theodotion, Dantelberg, 1896; D. D'Acquaroli, "Il '1877", pp. 1-26; G. Mercati, D'Acquaroli frammenti exaplari sulla V° e VI° edizione greca della Bibbia (Studi e Testi, 5), Roma 1901, pp. 28-46; H. B. Sweet, An introduction to the Old Testament in Greek, Cambridge 1902, pp. 29-56, 62 sq.; A. Rahlfs, Quis sit & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & Quis sit & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & & Quis sit, Sept. Unternehm., 7 (1915), pp. 404-12; J. Reider, Problema tenuto a Grech-Hebrew and Hebrew-Greek Index to Aquila, Ladelfia 1916; G. Mercati, Se la versione dall'ebraico del codice veneto Greco VII sia Simone Atumano arcivescovo di Tebe (Studi e Testi, 30), Roma 1916; A. Rahlfs, Über Theodotion-Lesarten im NT und Aquila-Lesarten bei Justin, in Zeitschrift f. neun. Wissenschaft, 20 (1921), p. 182; Th. Zahn, Herkunft und Lehr-richtung des Bibelübersetzers Symmachus, in Neue kirch. Zeitschr., 34 (1923), pp. 197-209; W. W. Cannon, Jerome and Symmachus, some points in the Vulgate translation of Kohelet, in Zeitschrift f. neun. Wissenschaft, 45 (1928), pp. 101-99; A. E. Silverstone, Aquila and Onkelos, Manchester 1931; J. Ziegler, Textkritische Notizen zu den jüngeren griechischen Übersetzungen des Buchs Isaias, Gottinga 1939; id., Die jüngeren griechischen Übersetzungen als Vorlagen der Vulgata in den prophetischen Schriften, Braunshberg 1943; M. Johannesson, Hieronymus und die jüngeren griechischen Übersetzungen des Alten Testaments, in Theol. Lit. Zeit., 73 (1948), pp. 145-52. Ernesto Vogt.

VIII. LETTERATURA.

I. ANTICHITÀ

Alle origini sta la leggenda che attribuisce al mitico Orfeo, sacerdote di Apollo, ed ai suoi discepoli e continuatori, Museo, Eumolpo, Lino, carmi celebranti la vita degli dèi e degli eroi. La leggenda li conferma come rappresentanti di una poesia religiosa anche per il fatto che la loro memoria è sempre congiunta al culto di qualche dio. Secondo Pausania (I, 18, 5), il lico Oleno compose per primo un inno ad Ilitia che i Delii solevano cantare nelle festività della dea.

Nella continuità di questa tradizione va ricercata l'origine dei 34 inni, pervenuti fino a noi sotto il nome di omerici, di varia lunghezza e composti in epoche diverse (secc. VIII-1v). I più lunghi esaltano, in forma epica, le gesta del dio e le leggende relative alla sua vita, di cui un vivido esempio rimane l'inno ad Ermete; oppure narrano l'origine del santuario come negli inni dedicati ad Apollo e a Demetra. Quelli più brevi sono un semplice preludio ad una più estesa narrazione epica. L'elemento descrittivo, pur distinguendo gli inni omerici dalla concisione e dal fervore di quelli orfeici - come già notava Pausania (IX, 30, 12) - non va mai a discapito del loro contenuto.

Nell'insieme questa raccolta può considerarsi il primo documento di una poesia religiosa, oltre che una importante testimonianza sui culti sorti nei diversi centri della G. Per Omero ed Esiodo, V. le voci rispettive.

Nel sec. VII, l'elegia segna il trapasso dalla epopea, esauritasi nei farraginosi poemi del ciclo, alla lirica. Elegia e giambo nacquero presso gli Ioni e la prima divenne guerresca e politica con Callino e Tirteo, amorosa con Minmermo, gnomica con Solone e Simonide. Archiloco di Paro, perfezionando preesistenti forme metriche popolaresche, esprime in giambi la sua spavalda aggressività e, negli stessi metri, Ipponatte la sua virulenza sovente plebea.

Nelle isole dell'Egeo, a Lesbo, fiorì l'appassionato canto di Saffo e quello bellicoso di Alceo, secondo la tradizione eolica di esprimere nel verso ogni impulso del cuore.

Leggera e sorridente fu invece la musa di Ana-creonte di Teo.

Sul continente, adattandosi all'indole religiosa delle stirpi doriche, la lirica si fa corale e uno dei primi poeti melici fu Terpandro, autore di severi inni religiosi, cantati al suono della cetra (νόμος). Altri lirici furono Alcmane, nativo di Sardi, de-

licato autore di partenti, il mitico Arione ed alcuni, nati nella Magna G., come Ibico di Reggio e Stesicoro d’Imera. Le immagini poetiche di quest’ultimo più si avvicinavano alla forma epica.

Oltre ad essere l’espressione di un sentimento personale, la lirica rispecchia le mutate condizioni politiche della G., con l’affermarsi degli ordinamenti democratici di fronte al declino dell’aristocratica classe dirigente. Molti di questi poeti sono banditi dalla loro patria, come Teognide che nel tono pessimistico della sua poesia non sa dimenticare l’ingiustizia patita. La sua poesia rappresenta un estremo tentativo di irrigidimento sulle posizioni dell’antica morale nobiliare. Anche lui attribuisce agli dèi la predestinazione per le fortune degli uomini (133 sg.; 1029 sg.) e si inchina al loro volere (441), tuttavia si fa interpretare delle anse del tempo suo quando chiede a Zeus come mai i malvagi possono godere della stessa fortuna dei giusti (373 sg.). Il motivo della onniscienza degli dèi e della piccola ezza dei mortali di fronte ai voleri della divinità si ritrova anche in Pindaro, ma l’impostazione è diversa. Gli dèi rappresentano per Teognide l’inevitabile, Pindaro li considera da un lato di più severa religiosità. Nella sua opera, che idealmente conclude l’età arcaica, appare fortemente sentita l’esigenza orfica di un ordine costituito nell’al di là: premio ai buoni e castigo ai reprobi.

In virtù di questa elevatezza la sua lirica si distacca da quella dei contemporanei Simonide e Bacchilide, anch’essi autori di epinici.

La fede religiosa di Pindaro è schiettamente monoteista; il poeta canta, attraverso il valore degli atleti, la virtù dell’individuo (ἀρετή). L’uomo, sotto pena di decadimento, deve saperla conservare, venerando gli dèi che gliel’hanno concessa ed avendo cura di evitare il loro sdegno (φθόνως). Inoltre deve rispetto alle leggi terrene. Anche negli inni onerici ricorre l’invocazione: δίδου δάρετήν, e il fulcro delle storie di Erodoto è questo valore dei Greci che, alimentato dalla sapienza e dall’osservanza delle leggi (VII, 102, 1), riesce a sconfiggere le brutali migliaia di Persiani (VII, 103, 4), mentre gli dèi fiaccano l’ὑβρις di Serse oppressore della libertà degli Elleni.

Dopo le guerre persiane, nel sec. v, ad Atene, sotto l’illuminata guida di Pericle, allo splendore delle arti fa riscontro quello dei diversi generi letterari, massime nella tragedia e nella commedia, originatesi ambedue dal culto di Dioniso. Il fiorire della scuola permette una più larga diffusione della cultura che diviene, ben presto, un ideale spirituale.

Isocrate, uno dei caposcuola più celebri della retorica, potrà scrivere più tardi, ammirato, che Elleni erano ormai quelli che avevano la stessa comunanza di cultura piuttosto che i nati nella stessa G. (Paneg., 50). La predicazione sofistica, iniziata con la metà del secolo, instaura l’interesse politico, favorendo di conseguenza l’individualismo, spinto con Crizia alle teorie più estreme. Di questo interesse verso i valori reali si avvanteggerà la storiografia che, dopo la tendenza geografica e genealogica di Erodoto, troverà con Tucidide il più acuto giudice ed indagatore degli umani eventi. Gli studi di linguistica e di retorica, iniziati con i siracusani Corace e Tisia, avvantaggiano la prosa e l’eloquenza giudiziaria e politica. Questa, nel sec. IV, toccherà la perfezione con la serie degli oratori attici tra cui eccelle Demostene.

Ma, dietro questo innegabile progresso stilistico e culturale, si va delineando una crisi dei valori religiosi e morali di cui si possono cogliere i segni premonitori nel teatro drammatico. Dopo la severa religiosità di Eschilo, che rispetta l’onnipotenza degli dèi e le leggi dello Stato, il dramma sofocle è più distaccato nella contemplazione delle passioni umane.

Il concetto caratteristico della morale arcaica per cui i figli scontano le colpe dei padri, già apparso nell’elegia di Solone (12-31 sg., Diehl) e radicato in Eschilo, in Sofocle comincia a perdere molto della sua importanza. Anche lo Stato vien posto in discussione e nell’Antigone appare il contrasto tra le norme codificate della πάλας e quelle non scritte del diritto naturale (ἀγαπῶς νόμος). I drammi di Euripide, infine, denunciano il dubbio che si insinuava nelle azioni umane e nei loro rapporti con il divino. La commedia, poi, poneva in aperta caricatura gli dèi, come negli Uccelli di Aristofane, anche se questo poeta seguiva un ideale conservatore. Il dramma satirico aveva portato sulle scene le burlesche avventure di un dio sia pure minore, Eracle, e ne aveva fatto il suo eroe.

L’equivoco in cui si dibatte Atene alla fine della sua potenza e di cui Tucidide ha lasciato un suggestivo quadro (I, III, cap. 82-83) troverà il suo epilogo nel processo e nella morte di Socrate, la cui isolata reazione contro i sofisti sarà giudicata un’offesa ai valori divini che ora si tentava di riabilitare dopo averli fatti inaridire nelle coscienze. Un mondo costruito unicamente sui valori umani dimostrava ben presto la sua caducità per cui Platone nel corso della sua speculazione filosofica oltre che revisione spirituale, verrà rifiutando questa realtà per affiarsi nuovamente verso il divino.

L’opera di Platone riassume tutte le esperienze e le aspirazioni dell’età attica. A partire dal sec. III, per effetto delle conquiste di Alessandro, la civiltà greca a contatto dei paesi d’Oriente ne assorbe e modifica le varie correnti spirituali. Il sorgere di nuove città, prime fra tutte Alessandria ed Antiochia, il progresso economico dei regni d’Egitto e di Siria, l’affermarsi di una classe borghese dedita ai traffici ed alla mercatura, la lingua divenuta comune (χωνή), sono tra gli elementi di una civiltà non più greca ma diffusa in tutti i paesi del Mediterraneo che il Droysen, con felice espressione, denominò ellenistica.

Atene, decaduta dal suo antico prestigio politico e commerciale, diventa una città di rétori alla cui scuola si va per specializzarsi. Anche la religione si trasforma con l’ingresso di numerose divinità egizie ed orientali e ci si rivolge ormai a quegli dèi che si credono più adatti alla propria protezione. I papiri magici dàmo una chiara idea del sincretismo religioso che si andava formando e della torbida mescolanza dei diversi riti. L’individuo tende ad estraniarsi – «vivi nascostamente», raccomandava l’etica epicurea – e ad evitare qualsiasi conflitto spirituale seguendo i precetti di una morale improntata a pratica utilità. La stessa fortuna (νῦμα) è intesa non come protettrice della collettività ma del singolo. Alla luce di questi fattori si comprende come la letteratura acquisti una sua particolare espressione, mutevole nei diversi generi letterari. Rivivono le vecchie forme dell’elegia, della tragedia, dell’epica, ma il loro contenuto è diverso.

Gli inni religiosi di Callimaco sono condotti con una raffinata tecnica stilistica, sapientemente ampliati con immagini mitologiche, ma non possiedono un sentimento schietto e spontaneo. Apollonio Rodio, con le sue Argonautiche introduce nell’epica il motivo amoroso. In genere l’arte si adegua alla realtà umana cogliendone l’immediato valore ma senza trasfigurare. Così le commedie di Menandro colgono le situazioni piccoloborghesi dell’età sua nella loro intimità, e i mimiami di Eroda rappresentano gli

asperti più triti e volgari della vita. Questi ultimi hanno quasi una correlazione con la scultura dell'epoca non aliena dal raffigurare grinzosi pescatori o vecchie ubriache. Solo gli idilli di Teocrito costituiscono un'eccezione, anche se la realtà bucolica che egli idealizza cade talvolta nel preziosismo.

Nascono invece forme letterarie come il romanzo e l'epigramma, preferito per la sua brevità, testimonia una predilezione più raffinata verso uno stato d'animo saputo cogliere con levigatezza e concisione. Il maggior merito dell'età ellenistica è costituito dal fervore degli studi scientifici e filologici, a cui diede grande impulso la fondazione del Museo di Alessandria, con l'opera dei suoi dotti bibliotecari che curarono le edizioni dei testi classici e posero, con Erodoto ed Aristarco, le basi della questione omerica. Gli studi geografici ed etnografici assumono dignità di scienza, specie con Eratostene e più tardi con Posidonio. Accanto alle storie nazionali si allineano quelle dei popoli d'Oriente, con Megastene che scrisse sulle genti dell'India, e la storia dell'antico Egitto di Caecato di Abdera condotta con intendimenti filosofici ed eruditi. Pubblico di Megalopoli, il più grande degli storici ellenistici e vissuto in età romana, dona alle sue storie un indirizzo pragmatico, vale a dire che ha per oggetto le azioni politiche; egli stesso, criticando il metodo di Timo di Tauromenio, dice che non può adempiere al suo ufficio di storico chi si formi soltanto sui libri e manchi della esperienza politica e militare e della conoscenza diretta dei luoghi (XII, 25 h).

Con la dominazione romana (I-II sec. d. C.) la letteratura seguita a calcare le vie già tracciate dalla rigogliosa attività del periodo ellenistico, ma senza più alcuna convinzione. Fra i tanti autori, di cui questo periodo abbonda nei diversi generi letterari, emergono Plutarco con le sue cinquanta biografie di uomini che furono illustri nella storia greca e romana, scritte con intendimenti didattici e moraleggianti; l'ignoto autore del Ilepl Ôfouç, fine trattatello estetico, e il fresco romanzo pastorale Dafni e Cloe di Longo Sofista. Di un movimento retorico erudito che va noto sotto il nome di «seconda sofistica» il più notevole rappresentante è Dione di Prusa, detto Crisostomo, autore di numerosi discorsi. Ultimo rappresentante di questo ellenismo in decadenza è Luciano di Samosata con la sua opera brillante, spregiudicata e irreligiosa. Nei suoi Dialoghi i nomi degli dèi ad altro non servono che come pretesto letterario. I tempi erano ormai maturi e ad affrettarne la conclusione si era già levata, secondo la tradizione, nell'areopago di Atene, la voce dell'apostolo Paolo.

Bibl.: Fra le numerose storie e manuali, indispensabile strumento di studio, W. Christ, Geschichte der griechischen Literatur, riveduta da O. Stühlin e W. Schmid (I-II in 3 parti), 6ª ed., Monaco 1912-24. Questi ultimi due autori l'hanno rifatta e completamente sostituita in una trattazione che giunge sino all'età antica inclusa (Monaco 1929-48, 1ª parte in 5 voll.). Per i tempi ellenistici, tuttora fondamentale F. Susemihl, Geschichte der griechischen Literatur in der Alexandrienzeit, 2 voll., Lipsia 1891-92. Di indirizzo estetico A. e M. Croiset, Histoire de la littérature grecque, 5 voll., Parigi 1896-1901. Per le questioni relative ai singoli autori sono necessaria fonte d'informazione gli articoli in Pauly-Wissowa. In Italia, una storia condotta con intendimenti scientifici è quella di C. Cessi, I, Torino 1933 (interrotta ad Omero). Tra i manuali, utili quelli di A. Rostagni, 16ª ed., Milano 1946 e quello di E. Bignone, Firenze 1941.

Tra le opere che considerano l'espressione letteraria greca sotto l'urgenza dei vari problemi morali, sono significative: I. Girard, Le sentiment religieux en Grèce d'Homère à Eschyle, Parigi 1869; R. Hirzel, Themis, Dike und Verwandte, Lipsia 1907; U. von Wilamowitz-Moellendorf, Der Glaube der Hellenen, 2 voll., Berlino 1935; W. Jaeger, Paideia, I, Berlino 1935, II-III, Oxford 1943-44 (trad. II. I vol., Firenze 1936); W. Nestle, Vom Mythos zum Logos, Stoccarda 1942; F. Heinemann, Nomos und Physi, Basilea 1945; C. Del Grande, Hybris da Omero a Cleante, Napoli 1947; H. I. Marrou, Histoire de l'éducation dans l'antiquité, Parigi 1948; W. Chase Greene, Moira, Fate, Good, Evil in Greek thought, Cambridge (Mass.) 1948; M. P. Nilsson, Grekish Religiositet, trad. II. a cura di C. Diano, Firenze 1949, Lanfranco Fiore.

II. MEDIOEVO

Il periodo di saldatura tra lo scorcio dell'epoca imperiale e l'epoca bizantina è detto del «basso impero» e va da Costantino a Giustiniano. È un periodo di transizione nel quale tra gli scrittori di lingua greca si Eusebio di Cesarea (v.), Socrate e Sozomeno; come eruditi Stobeo; come retori Libanio e Giuliano l'Apostata; come oratori i grandi Padri cappadoci s. BASILICA (v.), s. Gregorio Nazianzeno (v.), s. Gregorio Nisseno (v.); come filosofi Proclo e gli epigoni della scuola di Atene; come poeti Nonno di Panopoli, Quinto Smirneo e Museo.

Giustiniano è l'imperatore che dà l'impronta alla civiltà bizantina, che si rivela nella concezione cristiana di lui, grandiosa nei monumenti dell'arte, rigida mente teologica nella esplicazione della verità religiosa, ostile alla libera investigazione filosofica, noncurante della severa indagine in materia di storia, cosciente dei cinque secoli di pensiero e di prassi cristiana che hanno improntato di sé la cultura dell'impero.

La letteratura bizantina è caratterizzata dal contrasto tra il rispetto della forma antica e le nuove correnti portate dal pensiero cristiano. I bizantini, infatti, hanno molto letto gli autori antichi e specialmente gli alessandrini, più eruditi che ispirati, e sono pertanto portati a porre entro le antiche forme il nuovo contenuto. Questo costituto di vari elementi, e cioè dalla solenne romanità dell'Impero sul quale è ricalcata la vita amministrativa e la consuetudine della corte e dalla visione cristiana nel pensiero e nella prassi, di un cristianesimo già adulto e dramaticamente fissato, e divenuto, anzi, con il suo credo la tessera di unificazione e di riconoscimento tra le varie genti cristiane che costituiscono l'Impero. Il quale, proiettato ormai verso l'Oriente, da questo ha preso religione sempre le manifestazioni di un pesante ascetismo complacente presso in strane manifestazioni esteriori, e politicamente l'ossequio servile verso il despota che impera a Bisanzio.

Prescindendo dal periodo di transizione, la letteratura greca del medioevo, o bizantina, si può dividere in tre periodi: 1) da Giustiniano (sec. VI) al sorgere della dinastia macedone (sec. IX); 2) epoca degli imperatori macedoni (sec. X-XII); 3) epoca dei Comneni e dei Paleologhi (sec. XII-XV) sotto l'ultimo dei quali Bisanzio cade in potere dei Turchi.

Per la produzione strettamente teologica e morale di queste tre epoche V. BIZANTINA, ARTE, LETTERATURA. Qui si darà un breve cenno panoramico della letteratura non ecclesistica, distribuito secondo le epoche suddette, rimandando alle singole voci le figure più importanti.

1. Nell'epoca di Giustiniano stanno in primo piano gli storici. Procopio (m. ca. il 562; v.), autore della Storia delle guerre di Giustiniano: persiana, vandalica, gotica, in 8 libri; Agathia di Myrina (m. nel 582), che proseguì la storia dell'Imperatore dal 552, anno in cui l'aveva lasciata Procopio, al 558, e che fu continuata a sua volta da Menandro Protettore (metà sec. VI) fino al 582; Malala di Antiochia (metà sec. VI), autore di una Cronografia dalle origini del mondo alla morte di Giustiniano.

Pure all'epoca di Giustiniano va con ogni probabilità collocato l'innografo s. ROMAGNA (v.) di Emesa in Siria, cui si debbono quei mirabili contaci, carmi ricalcati su uno schema fisso (irmo) con metrica non quantitativa ma sillabica. Romano fu seguito da melodi più recenti, autori di canoni e non di contaci, tra cui i più notevoli sono s. Giovanni Damasceno (v.) e suo fratello Cosma il Cantore, STUDITI (v.) e suo fratello Giuseppe di Tes

salonica. Anche l'epigramma, già gloria dei poeti alessandrini fiorisce nel sec. VI, ma naturalmente trasformato dal cristianesimo che lo libera dalla adeguante imitazione mitologica e gli permette più libero sfogo personale. I più celebri epigrammisti del tempo sono Rufino, Paolo Silenziario e lo scolastico Sinesio.

2. L'epoca degli imperatori isaurici, tutta presa dalla lotta iconoclasta, non favorì lo sviluppo delle lettere; ma con l'avvento della dinastia macedone, che inaugurò l'epoca più gloriosa della storia di Bisanzio, un gran rifornimento si verifica anche nella letteratura. Illustre rappresentante ne è Fozio (m. nell'897). L'imperatore Costantino VII (m. nel 959) è piuttosto un compilatore erudito a cui si debbono i libri De thematibus, De administrando imperio, prezioso per la storia dei popoli slavi, la Biografia dell'antennato Basilio I, De caeremoniis aulae Byzantinae. A Suida (o Suda) si deve un Lessico enciclopedico pieno di notizie di interesse storico, geografico e filologico.

Fu Costantino VII che ordinò al grande logoteta Simese di tradurre in greco da varie lingue (donde l'epiteto di Metafraste) le vite dei santi più notevoli: il cui contenuto, spesso romanzesco, fa rivivere l'ambiente religioso-sociale di Costantinopoli. Dell'epoca dell'imperatore Giovanni Zimisce (669-76) è il Philopatris, dialogo antiarabo, di spirito nazionalistico, di imitazione lucane.

Una menzione speciale va fatta del poema popolare intitolato Digenis Akritis. Il protagonista dell'anonimo poema si chiama Digenis perché nato da un emiro musulmano e da una principessa greca ed ha l'epiteto di Akritis perché ha il compito di difendere la fronte (akra) dell'Impero verso oriente. Secondo la diffusione egiziale dell'epos popolare egli è bellissimo, valoroso guerriero, è amante riamato di una fanciulla che rapisce e fa sua sposa, viene onorato dalla visita dell'imperatore, e muore a trentatre anni di morte gloriosa. Questa epopea è uno specchio della vita brillante e movimentata che si viveva dai baroni bizantini ai confini orientali dell'Impero.

3. Il sec. XI è quello degli imperatori Comneni che ha inizio con Isacco I (m. nel 1059) e termina con Andronico I (m. nel 1185). Durante i 126 anni del loro regno, grazie alle temporaneamente migliorate condizioni politico-militari, si verifica un movimento letterario che da una parte manifesta l'autenticata influenza dell'Occidente latino, al cui ideale culturale il re Manuele I si ispira, dall'altra un ritorno verso i modelli del passato, un richiamo alle grandi figure dei poeti e dei filosofi classici, l'uso nel comporre, di una lingua più pura della usuale (atticismo).

Anna Comnena (1083- m. in data sconosciuta), primogenita di Alessio I, moglie dello storico dei Comneni, Nicéforo Briennino (m. nel 1137); la cui narrazione si ferma al 1079), narra nell'Alessiade, poema in 15 libri, le imprese guerresche compiute da suo padre contro i nemici esterni dal 1069 al 1118. Il poema è ricco di reminiscenze classiche, storicamente documentato, atticizzante nello stile e nella lingua.

Menzione speciale va fatta di Michele Pesello (m. nel 1078; v.), poligrafo versatile, segretario di quattro imperatori, tutto impregnato di cultura ellenica, la cui opera di scrittore (esegesi di testi greci, questioni filosofiche, giuridiche, storiche, elogi funebri, lettere, elogi di viventi) ha un valore notevolissimo, soprattutto dove ricorda la classicità greca. La sua Cronografia, che va dal 976 al 1077, oltre al pregio storico, ne ha anche uno letterario di primo ordine.

Nel sec. XII non difettano né storici né filologi. Tra gli storici va ricordato Giorgio Cedreno (fine sec. XI), autore di una Cronaca dalle origini ad Isacco Comneno, ZOHAR (v.), che scrisse una Storia universale da Adamo ad Alessio Comneno. Come filologi ed eruditi vanno menzionati Eustazio vescovo di Tessalonica, scolastico di Pindaro e commentatore dei due poemi omerici, lavoro prezioso quest'ultimo perché riporta scolpiti più antichi; Giovanni Tzetze (m. dopo il 1158) che scrisse in versi politici (cioè popolari, plebei, basati non sulla quantità ma sul numero [15] delle sillabe e sull'accento finale) una serie di storie di vario contenuto che furono poi distribuite in dodici gruppi di mille, donde il nome di Chilidi.

Il sec. XIII, infausto per Bisanzio, si apre con la fondazione dell'Impero latino di Costantinopoli, epoca certo non favorevole allo sviluppo delle lettere. Va in modo particolare ricordata, anche perché proveniente da Atene, l'opera poetica di Michele Acomnato, che fu arcivescovo di quella città dal 1175 al 1204. Egli ne canta l'antica gloria e bellezza, rievoca le rive dell'Illisso ed esprime la gioia di poter contemplare l'Acropoli. Suo fratello Nicetà, che visse alla corte di Teodoro Lascaris a Nicea, al tempo dell'Impero latino, scrisse in 20 libri una Storia dal 1118 al 1206, comprendente l'epoca dei Comneni fino a Baldovino di Fiandra.

In questo stesso tempo scrisse un'opera di contenuto autobiografico Nicéforo Blemme (m. nel 1272) Geografia sinottica, frutto dei suoi viaggi per l'Impero di Oriente, fino all'Atlas. Suoi allievi furono Giorgio Acropolita, cui si deve la Storia dell'Impero di Nicea (1203-61). Scolaro di Giorgio fu Teodoro Metochite, grande erudito autore di una Miscellanea filosofica e storica. Del resto, sotto l'Impero di Nicea, come reazione allo spezzettamento politico seguito alla catastrofe del 1204, si ebbe un grande sviluppo intellettuale, orientato verso i modelli dell'antichità.

Ritornati, con Michele VIII Paleologo, i greci sul trono di Bisanzio si ha, per i secc. XIV-XV, una serie di scrittori che si dedicano specialmente alla filologia erudita o alla storia, non dalle origini come un tempo ma limitandosi più o meno all'epoca nella quale gli autori hanno vissuto. Si trovano così Massimo Planude (m. dopo il 1310) autore, fra l'altro, di un'Antologia di epigrammi in sette libri; Demetrio Triclinio, buon filologo, scolastico di Esiodo, di Pindaro e dei tragici; Giorgio Acropolita (m. nel 1282), che narra la storia di Costantinopoli durante l'occupazione latina; l'imperatore Giovanni VI Cantacuzeno (divenuto monaco, dopo aver per 14 anni, dal 1341 al 1355, occupato per usurpazione il trono), il quale scrisse, sotto lo pseudonimo di Joasaf, nel suo monastero dove si circondò di un cenacolo di letterati, filosofi e poeti, una Storia bizantina da Andronico Paleologo a lui stesso che è in sostanza un'autobiografia apologetica; Giorgio Pachimere (m. ca. il 1310), autore di una Storia dei Paleologi da Michele VIII ad Andronico; Nicéforo Gregoras (m. ca. il 1359) cui si deve una Storia di Costantinopoli, in 37 libri, dal 1204 al 1359. Va pure ricordato Demetrio Cidone, un teologo e retore che tradusse in greco la Somma di s. Tommaso, prese parte alle controversie teologiche e lasciò una voluminosa corrispondenza.

Chiudono la serie dei letterati bizantini Giorgio Frantze (m. ca. il 1477), che dopo la caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi passò in Italia, stabilendosi poi a Corfù e scrisse in quattro libri una Cronaca che va dal 1258 al 1476; e Laonico Calcondila (m. dopo il 1480) ateniese che non passò, come il fratello Demetrio, in Italia, ma restò in Grecia dove scrisse una Cronaca in dieci libri dal 1298 al 1463.

Con questi autori si chiude la storia della letteratura profana greco-bizantina, della quale la storiografia costituisce la materia più continuativa ed abbondante, cominciando essa con Zonara, che narra la vita di Costantino, e giungendo con Laonico Calcondila alla caduta di Bisanzio; il pensiero filo-

sofico, pur rispettando il lato strettamente dogmatico, fissato dalla lunga serie di teologi, moralisti, oratori sacri, sente nella decadenza del presente il bisogno di rifarsi al passato, riesumando Platone, commentando con amorosa sollecitudine i grandi poeti classici, adottando la lingua dotta e pura degli antichi autori ed evitando il linguaggio usuale adoperato dal popolo, infarcito di parole straniere derivate dai contatti con slavi, turchi, italiani, franchi, ma viva ed efficace. Nasce così e si sviluppa quel dualismo tra lingua scritta e lingua viva che è tuttora vivo nella letteratura della G. moderna.

BIBL.: Krumbacher, fondamentale; K. Dieterich, Geschichte der byz. und neugriech. Literatur, Lipsia 1902; G. Monte-latici, Storia della letteratura bizantina, Milano 1916; V. le opportune correzioni e integrazioni di S. G. Mercati, in Roma e l'Oriente, 1918, pp. 171-83; A. Veniero, Paolo Silenziaro, Catania 1916; B. Stumpo, L'epigramma a Costantinopoli nel sec. VI d. C., Palermo 1926; N. Jorga, Médallions d'histoire littéraire byzantine, in Byzantion, 2 (1929). Come informazione generale sulla cultura e sulla civiltà bizantina V. D. E. Hesseling, Essai sur la civilisation byzantine, Parigi 1907; N. Turchi, La civiltà bizantina, Torino 1915; Ch. Diehl, Byzance. Grandeur et décadence, Parigi 1910; N. Jorga, Histoire de la vie byzantine, 3 voll., Bucarest 1934.

III. LETTERATURA NEOCRECA

Dal 1453 all'inizio dell'Ottocento ogni manifestazione di cultura greca è soffocata dalla tirannica oppressione dei Turchi, ma la tradizione linguistica e letteraria non si estingue. L'isola spirituale del Fanàr (patriarcato di Costantinopoli) serba la tradizione classica e chinesistica e non è esente da influssi occidentali, ma un'attività artistica originale si svolge solo nelle isole, Cipro, Rodi e Creta, in un clima di maggior libertà (predominio veneto). Qui, e specialmente a Creta, si foggia la nuova lingua popolare e si costituisce un patrimonio letterario di grande interesse storico e poetico. Modelli cavallereschi occidentali sono ri-sentiti e rifusi da una sensibilità fresca e vigorosa nel poema cretese Erotocritos, di undicimila deca-pentasillabi, di Vincenzo Cornaros (sec. XVI), popo-larissimo ovunque, mentre l'anonimo Sacrificio di Abramo e l'Erofilì di Chortatzis fanno rivivere una poesia drammatica. In tutto il periodo, e in tutta la G., fiorisce con eccezionale rigoglio quantitativo e qualitativo la poesia popolare (v. TAMBURINI, TOMMASO), amata e imitata in Occidente nell'età romantica e post-romantica: questa poesia, evocatrice di tutta la vita dell'uomo greco, raggiunge vertici di ingenua liricità, intimità di drammatico pathos, e rispecchia, pur nella trasfigurazione dell'arte, l'anim-ma greca nei suoi caratteri perenni.

Coincide con l'eroica guerra d'indipendenza (1821-1828) il risveglio della grande poesia, precoce nell'Epta-neso. S'impone la figura del «Dante neogreco», Dionisio Solomòs (Zante 1798-Corfù 1857). Educato in Italia (vasta produzione in italiano), egli si conquistò laboriosamente il nuovo strumento espressivo della lingua neo-greca, in cui effuse un mondo di supremi ideali (patria, fede, libertà) intimamente sentiti. Acquistatasi, specie con l'Inno alla libertà, che fu caro a patrioti d'ogni paese nel periodo delle rivoluzioni nazionali, la dignità e la fama di vate, il Solomòs si liberò progressivamente da residui retorici e da torbidi romanticismi (Lambros, poema incompiuto), e nei versi d'un poema su Missolung, I liberi assediati, fatalmente frammentario, diede la più alta misura della sua ispirazione sofferta e pensosa. La esaltazione della Aretì (la virtus) ispira la lira patriottica dello zancito Andrea Calvo, amico del Foscolo, di atteggiamenti linguistici e metrici singolari. Ai margini del circolo ideale del Solomòs e seguaci (Marcoràs), fiorì l'esuberante e carica poesia del leuadico Aristotele Va-laiortis, influenzata dal romanticismo vittorughiano e colo-rita di patriotismo.

Una ideale filiazione del Fanàr fu rappresentata dalla cosiddetta «prima scuola ateniese», che contaminò un romanticum di bassa lega con un arcaismo formale, e oscillò fra un pessimismo spesso convenzionale e una orecchiabile facilità di canzonetta (fratelli Sutzos, Paraschos). Da tali caratteri deteriori, che allontanarono la poesia greca come dalla lirica popolare così dalla nobile tradizione epatensia, non furono immuni il Paparrigòpulos e il Vasiliadis, prematuramente morti.

L'annonza e aspra polemica linguistica fra i sostenitori della cathareusa (lingua «pura», arcaizzante) e la dinamikì (lingua dell'uso e delle maggiori opere poetiche) parve trovare una soluzione nell'opera Il mio viaggio (1888) di Giovanni Psicharis (1854-1929), tentativo di superamento della diglossia, di capitale importanza. Il dissidio incrudì invece fino alla lotta cruenta dopo le versioni del Nuovo Testamento in lingua popolare, ma lo Psicharis e Alessandro Pallis (traduzione di Omero) determinarono l'affermazione della dinamikì, che, pur con vari temperamenti e atteggiamenti secondo le singole personaliète creatrici, è oggi l'incontrastato strumento d'espressione letteraria. Ma a tale affermazione contribuì poten-temente il poeta Costis Palamàs (1859-1943), nella cui opera multiforme si riassume oltre un sessantennio di vita letteraria greca. La sua poesia (La vita immutabile, Il faule del re, Il dodecologo dello zingaro) è frutto di vasta assimilazione d'ogni sorta di voci, da Esiodo ai par-nassiani, ma è anche l'espressione d'un'anima autentica di poeta.

Il Palamàs esercitò un'influenza preponderante su più generazioni poetiche, anche là dove (poesia «rumelita» di Malacasis e Athanas; Porfiras, ecc.) genuine nature artistiche seppero affermare una loro originalità. I poeti della cosiddetta «generazione del '20» tentarono di fare un'esperienza greca di alcune correnti occiden-tali, ma non si elevarono dalla mediocrità. Al Palamàs si contrappose in certo modo la poesia «minore», pre-puoscolare, percorsa da uno humor amaro, di Costas Ca-riotakis (m. suicida nel 1928), ma il vero «antipalamàs» fu il grande Costantino Cavafis (Alessandria d'Egitto 1868-1933), che, nell'isolamento pratico e letterario dalle correnti poetiche elleniche, in una solitudine umbratile barricata da anomalie sessuali, diede voce, in poco più che 150 poesie, a un tragico mondo di passione morbosa, di esilio, di «condanna», resuscitò dalle pagine della storia alessandrina, bizantina, romana, figure e vicende illuminate di luce ambigua, incise come nel nitore severo del marmo epigrammi degni dell'Antologia Palatina, trasse dalla memoria personale evocazioni di ebbrezze e di tor-menti, d'ansie o di sazietà, e intonò la sua lirica singolaris-sima con movenze schive e lontane dal «canto», ma so-stenute da una contenuta vibrazione e di potente origi-nalità.

Oggi, dopo la morte del Palamàs, lo scettro di poeta-vate si attribuisce al leuadico Angelo Sikelianos (n. nel 1888), anch'egli di notorietà internazionale, specie per l'ideazione d'un centro delfico di spiritualità e di fraternità universale ispirato agli ideali perenni dell'umanità. Nella vasta opera lirica e drammatica (in versi) del Sikelianos si riscontrano, accanto ad accenti entusiastici di pani-smo paganeggiante, ripensamenti di motivi etico-religiosi che portano il poeta a visioni sincretistiche metafonces-sionali (orfismo-dionisismo e cristianesimo). Il mondo poe-tico del Sikelianos è ricco e interessante e la poesia svela un temperamento eccezionalmente dotato, ma spesso privo della sovrana misura della grande arte. Una figura com-plesa e interessante, ma senza profonde risonanze e ignara delle vette nonostante le grandi ambizioni, è quella di N. Casanzakis. Il campo della poesia è oggi, però, tenuto validamente da un gruppo di giovani («generazione del '30»), che, con un'intima esperienza di poesia europea e mondiale (dal simbolismo al surrealismo, all'ermetismo, a Eliot), ma con anima greca e mediterranea, hanno rinno-vato la tradizione liberandosi da ogni residuo moralistico e descrittivistico e da ogni facile orecchiabilità, e in modi «contemporanei» (valori analogici ed evocativi mo-venti dalla riscoperta d'un linguaggio poetico) hanno espresso una sensibilità «contemporanea». Il maggiore

poeta greco vivente è Giorgio Seferis (n. a Smirne nel 1900).

La prosa neogrecà, che fiorì più tardi della poesia, ebbe in passato i suoi maggiori rappresentanti in Alessandro Papadiamantis (1851-1911; verismo pacano) e in Gregorio Xenòpulos (n. nel 1867 e ancora vivente), letterato «mondano» di grande popolarità e fecondità, creatore del romanzo d’ambiente e talora buon delineatore di caratteri, ricco dei toni più vari. Una verve sottile ed elegante animò i chronogra-fimata («elzeviri») di Paolo Nirvanas. Dopo la prima guerra mondiale la prosa ha avuto una fioritura di straordinaria intensità e ricchezza. I migliori narratori contemporanei sono Stratis Mirivilis (La vita nella tomba) e Ilias Venezis (Il numero 31328), assai fecondi, specie il Venezis, eccezionalmente letto negli ultimi anni. Molti eccellenti scrittori di romanzi e novelle (Cosmas Politis, Theotocàs, Petsalis, ecc.) sono in piena attività creativa.

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Il teatro neogreco è poverissimo. Dopo i misteri e drammi cretesi, vanno ricordate la Galatea del Vasiliadis e la Triséviemi del Palamàs. Lo Xenòpulos riportò brillanti successi anche come commediografo; ma il più significativo drammaturgo greco resta forse Spiro Melàs (n. nel 1881), che, nonostante influssi ibseniani e russi e «tesi» sociali, ha raggiunto in alcune opere potenti effetti. Vanno citati ancora Pantelis Chorn e il più giovine Demetrio Borgis. La copiosa produzione di teatro boulevardier, di vaudevilles, ecc. non è degna di conto.

Nella critica, assai giovine, dopo il Palamàs, che ne fu quasi il fondatore, va ricordato G. Apostolakis (1886-1947). Fra i viventi si sono affermati fra gli altri per informazione e gusto I. M. Panaiotópulos, E. Churmusios, C. Paraschos, per serietà di cultura filosofica il Papanutzos. Enorme in ogni tempo l’attività pubblicistica.

BIBL.: H. BOUTIQUÉN, *L’ÉTOILE DES VÉGÉTALISME*, 1972, Paris, 1944, 2 vol., 1 vol. de texte,

IX. Archeologia ed arte.

I. Archeologia

Gli antichi edifici del culto cristiano in G. furono per la maggior parte distrutti tra i secc. VII e VIII dalle invasioni dei popoli slavi. La fioritura di basiliche e chiese cristiane in tutti i luoghi dove ben presto il cristianesimo si era affermato è tale che nelle regioni occidentali della G. si sono scoperti avanzi di basiliche cristiane a Corcia, a Dodona, a Nicopoli (due) e a Paramythia. Nel Peloponneso sono state rinvenute ad Argo, CERINTO (v.), a Epidauro, a Geraki, a Mantinea, a Nemea, a Olimpia e a Tegea; Atene (v.), cinque nell’Attica, tre nel centro della G., sei in Tessaglia, sette in Macedonia, Filippi (v.). Nelle isole dell’Egeo sono state trovate a Chio, a Coo, Creta (v.), a Egina, a Eubea (due), a Kythera, a Lemnos (due), a Lesbo (quattro), a Melos, a Rodi, a Samo, a Scarpanto e a Tera.

Una caratteristica delle antiche basiliche cristiane della G. bema (v.) che va dall’abside a una parte quadrangolare recinta nella navata centrale; è limitato da tre parti mediante cancelli o transenne che prendono le denominazione generica di *τῆλῳ*.

Un altro uso caratteristico negli edifici sacri della G. è quello dei vela o velari che nascondevano la mensa, ed erano fissati intorno al bema o tra le colonne, come si vede, ad es., nella cassetta eburnea di Samagher.

G. Sotiriou, benemerito, insieme con A. Orlandos, per i ritrovamenti delle antiche basiliche cristiane della G., ha suddiviso queste in tre gruppi principali:

1) CERINTO (v.), Dafni (v.), a Dodona, a Epidauro, a Ilissos, a Nicopoli, dove si ha anche una basilica a cinque navate, a Paramythia (con tricora), Tebe (v.), a Thasos, a Tessalonica (S. Demetrio, a forma di croce).

2) Basiliche di tipo ellenistico, cioè con abside semicircolare, interno a tre navate separate da colonne e con nartec, preceduto da un atrio. Tali sono, ad es., le basiliche rinvenute ad Argallaste, a Chio (due), a Demetrias, a Dion, ad Egina, ad Eleusi, a Glyphada, ad Halimous, a Hypate, a Kalyria, a Lauretiakos, a Lemno (due), a Lesbo (quattro), a Olimpia, a Paleopoli, a Scarpanto, a Sepia, a Stobi, Tebe (v.), a Tessalonica (S. Paraskevi) e a Touba.

3) Edifici del culto cristiano adattati in edifici anteriori, come ad Atene nel Partenone, nell’Eretto, nel Teseo e ad Olimpia.

La chiesa di S. Paraskevi di Chalkis, costruita nel sec. IV, fu ridotta nel sec. XIV dai Crociati a cattedrale gotica.

Per l’epigrafia cristiana si hanno le pubblicazioni di C. Bayet, *De titulis Atticae christianis antiquissimis*, Parigi 1871; nel *Corpus inscriptionum Atticarum* (Berlino 1882); G. Dittenberger pubblicò i *Tituli sepulcrales Christianorum et Indaeorum* (pp. 240-253; nn. 3435-3547); più tardi iscrizioni cristiane di Tessalonica furono pubblicate da P. Pedrizet: *Inscriptions de Thessalonique*, in *Mélanges d’archéol. et d’histoire*, 20 (1900), p. 229 sgg.; di recente furono

In Morea sono tre chiese del sec. XII, a Argolis, a Merbaca, Areia, e Chonica, strutturalmente simili. Celeberrimi invece, nella zona, sono gli edifici sacri di Mistrà, tipica città morta che durante il principato di Acaia assurse al grado di capitale, arricchendosi di costruzioni importantissime e sfarzose, fra cui il Palazzo imperiale. La chiesa dell'Evangelistria, dell'inizio del sec. XIV, di S. Sofia (del 1350 ca.) e del Peribleptos appartengono al tipo a croce greca. In tutte il braccio occidentale è leggermente prolungato. L'Evangelistria dovette essere una cappella cimiteriale, S. Sofia era una chiesa di corte, ad imitazione della grandi costruzioni costantinopolitane. Nel Peribleptos soprattutto sono notevoli influenze dell'arte occidentale, con decorazioni a rosette e a fiordalisi, ed un arco gotico nella torre campanaria.

Altre numerose chiese, particolarmente a croce greca, sono sparse in vari villaggi della Morea. Nella Focide, presso il monastero di S. Luca, sono due chiese del sec. XI, la più piccola delle quali, dedicata alla Panaghia, ha la cupola sorretta da quattro colonne, di tipo costantinopolitano; il tamburo esagonale, con doppie finestre, è arricchito di marmi scolpiti nella sua parte inferiore. Per influssi del Monte Athos l'edificio possiede un doppio nartace e un esonartecce. L'edificio più vasto è quello dedicato a S. Luca, la cui parte centrale è cinta da 12 piloni, con arcate, ed è trasformata in ottagono per mezzo dei pennacchi angolari: in alto altri pennacchi trasformano il parallelepipedo così formato in circolo, per sorreggere la cupola. Le braccia dell'edificio sono coperte da volte e arricchite da gallerie. Soltanto l'abside mediana è aggettante, ed è arricchita da nicchie.

Come altri edifici, Dafni (v.), sulla via sacra che da Atene conduce ad Eleusi, è analoga al S. Luca, tuttavia ha il bema ricoperto di vòlte a crocera, e tre absidi aggettanti, invece che una.

La chiesa di S. Teodoro a Mistrà (1295) sempre dello stesso tipo strutturale, ha le braccia coperte da vòlte a botte. A Monemvasia, la S. Sofia, che si innalza accanto a torri militari, ha nartecce preceduto da una loggia di carattere veneto. Il tipo del S. Luca fu anche di esempio alla chiesa di S. Nicodemo (1044 ca.) ad Atene. Così la Parigoritissa di Arta, chiesa reale del despota dell'Epirò, che è formata di un cubo massiccio coronato da cinque cupole su tamburo. Essa possiede un triplice santuario e la cupola centrale si innalza a grande altezza, per influenza del verticalismo gotico.

Caratteristici i conventi delle Meteore, appollaiati sul culmine di coni rocciosi isolati. Le loro chiese hanno generalmente una pianta a croce greca, e mostrano tracce di influenza araba. Si tratta di costruzioni assai pittoresche, strettamente legate agli adiacenti ambienti monastici.

Ad Athos, come in tutta la G., lo stile architettonico bizantino perdura anche ai nostri giorni: notevoli solo le interruzioni dovute al diffondersi anche colà di un razionalistico neoclassicism, nella metà dell'Ottocento, seguito da tracce di altri movimenti europei, perfino del revival neo-gotico.

3. La pittura

a) I musaici. - Anche la G. nella seconda metà del sec. IV partecipa di quel linguaggio pittorico cristiano che con pochissime variazioni, durante il periodo giustiniano, risulta diffuso tanto a Ravenna quanto a Nicea e Salonicco come a Costantinopoli. Tuttavia, nonostante la perdita quasi totale dei monumenti, si può pensare che esistessero

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Grecis - Convento della Pantàrossa (1365-1428) - Mistrà.

pubblicate altre iscrizioni cristiane della G. da R. D. Meritt, Greek inscriptions 1896-1927 (Corinth's Excavations, VIII, i), Cambridge 1931, n. 136 sgg.; altre ancora furono edite da N. Giannopulos, in A. Sotiriou, Ai Xpıotıavıxal Ө̄̄ßаı x

alcuni centri artistici, quasi autonomi: uno di essi dovette essere appunto Saloncico, che avrebbe quindi efficacemente contribuito alla formazione dell'arte bizantina, quale si manifesta a partire dal sec. VI.
Lapiiù antica decorazione rimasta è il catino della abside della chiesa di S. David, katholikós del convento di Latomu. Nonostante le lacune, il museico è ancora leggibile, e comprende al centro il Cristo apollineo che regge nella mano sinistra un rotulus e solleva come per un'allocuzione la destra. Accanto ai lui i simboli degli Evangelisti e dei Profeti. La composizione, eseguita con una tecnica ancora compendiaria, è legata all'ambiente romano, pur con tracce di un sussistente ellenismo. Un confronto con i museici di S. Maria Maggiore di Roma permette di notarne i caratteri paleocristiani comuni. La chiesa rotonda di S. Giorgio doveva possedere nella cupola una decorazione analoga a quella di S. Costanza in Roma; di essa è rimasto l'anello esterno, suddiviso in otto riquadri ricchissimi di elementi decorativi (uccelli, vasi, fiori, fronde, elementi architettonici). In ciascuno di essi, sullo sfondo di architetture quasi scenografiche, viene presentato un santo, nel tradizionale atteggiamento dell'orante, a braccia aperte. La mirabile finezza coloristica e decorativa della volta di S. Giorgio si ritrova in alcuni scarsi frammenti conservati nei sottarchi delle navate e del nartecce della rimangiata chiesa di Eski Giunta. In questi ultimi due monumenti pittorici si trova l'espressione di un'altra corrente artistica, più volta verso l'Oriente. Di derivazione romana, come il museico di S. David, erano i pannelli votivi, sempre dei secc. v e VI, che decoravano la chiesa di S. Demetrio, e che andarono completamente distrutti durante l'incendio che devastò la chiesa nel 1917. Tre pannelli, rappresentanti i ss. Sergio e Demetrio tra personaggi barbuti ed il s. Demetrio con due fanciulli, sembrano risalire al rifacimento della chiesa, avvenuto dopo l'incendio che la devastò nel 634, ed appartengono quindi all'arte della prima età dell'oro, a cui si richiamano anche per la particolare finezza dell'esecuzione tecnica, a tessere minute e regolarmente disposte. Sono un documento importantissimo di quest'arte e, benché di un secolo più tardi, devono essere avvicinati ai riquadri nella decorazione di S. Vitale a Ravenna, che rappresentano l'imperatore Giustiniano e l'imperatrice Teodora con il loro seguito. Mirabile è il loro splendore coloristico, le figure sono assorbite dallo spazio bidimensionale, astratto, che le circonda. Con essi l'arte bizantina appare costituita nei suoi fondamentali caratteri. Il quarto pannello conservato, con due figure virili che si son volute identificare con il prefetto Leonzio ed il vescovo Giovanni, è ancora più legato dei precedenti ai museici del S. Vitale.

Scarsi i museici greci pervenuti databili all'epoca dell'iconoclastia: del sec. VIII sembra quello dell'abside di S. Sofia a Saloncico, con la Vergine ed il Bambino. È un'opera di tecnica incerta e rozza, con strani apporti provinciali. L'accentuaione del movimento, del lincarismo è presente pure in un vasto museico della volta con il Pantocrator, la Vergine, angeli ed Apostoli in disposizione circolare (forse di epoche diverse [sec. VIII-IX]). Cessato il movimento iconoclasta e ripresasi la rappresentazione delle immagini, i provincialismi che erano spontaneamente affiorati nell'arte greca, trovati isolata dal centro artistico costituito ormai definitivamente da Costantinopoli, non cessarono del tutto, se si ritrovano nella decorazione museiva della chiesa del convento di S. Luca nella Focile (998-1050), che presenta iconograficamente uno dei più completi sistemi dell'arte bizantina. Il Pantocrator occupava il centro della cupola; restano invece nella calotta la Pentecoste, nell'abside la Madonna, nelle tribune e nel nartecce le feste, santi, martiri, profeti ricoprono ogni parete dell'edificio. Notevoli gli echi dei museici di S. Sofia a Saloncico, dovuti alla comune presenza di quegli apporti provinciali che danno quasi un carattere premonaco a queste immagini. Però lo speciale carattere della decorazione museiva di S. Luca è dato dai rapporti di essa con la pittura di icone, da cui derivò un'accentuata energia coloristica. L'in

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**GREGIA - S. Teodoro, museico del monastero di Nea Moni (sec. XI).**

fluenza esercitata da quest'arte è vastissima: strette relazioni la legano al posteriore rivestimento musivo di S. Sofia in Kiev, del 1973.

I musaici della chiesa di Dafni, del 1808, appartengono alla corrente aulica della pittura bizantina della II età dell'oro, e sono imparentati con quelli delle lunette di S. Sofia a Costantinopoli delle chiese di Nicea e di Chio.

Dalla seconda metà del sec. XII è conservata, nonostante le devastazioni dovute agli incendi, l'abside della chiesa di Serres, in Macedonia, con la rappresentazione della Comunione degli Apostoli: i caratteri provinciali sono nuovamente accentuati, e si tenta persino un illusionismo plastico, con una notevole sobrietà del gioco lineare. Sono contemporanei numerosi musaici portatili, alcuni dei quali sono tuttora conservati nei monasteri delle Meteore e dell'Athos. Il rifiorire dell'arte bizantina nella III età dell'oro trova quasi completamente spenta l'arte musiva greca: forse solo a Salonicco sussistevano ancora botteghe di maestri di musaico. Uno degli ultimi monumenti della loro arte è costituito dalla decorazione della Chiesa dei SS. Apostoli di Salonicco, con Storia della Vergine e figure di santi (1312-15), in cui alla dipendenza di modelli costantinopolitani si congiungono tracce dell'arte macedone.

b) La pittura ad affresco. - Si possiedono pochissimi documenti relativi alla pittura ad affresco: le più antiche vestigia pervenute, nel S. Demetrio di Salonicco, risalgono al sec. VII. Del sec. XI sono conservati nella cripta della chiesa dei SS. Anargiri a Castoria, di S. Luca in Focde, nel diaconico della basilica di Cabaca in Tessaglia, alcuni affreschi di tradizione provinciale ed orientale. Recentemente venne scoperta e restaurata la decorazione della chiesa della Madonna dei Fabbri, a Salonicco, di gusto intellettualistico, con studio dell'antico e con effetti tardo-ellenistici, prossimi ai musaici di Dafni. Questo eccezionale ritrovamento, dando un documento rarissimo della pittura murale aulica di Salonicco, in cui è attestata fin dalla fine del sec. IX una intensa attività pittorica, permette anche di trarre illusioni su quella che doveva essere la pittura ad affresco della stessa capitale. Coevi sono un frammento della chiesa della Keravlidena a Chio e resti di pitture nel Partenone, trasformato in chiesa nel sec. VI, anch'essi di raffinata eleganza.

Dal sec. XIV in poi diventa predominante in G. l'infuenza della pittura cretese ad affresco e di icone. Questa si diffonde nella Morea, nell'Attica, giunge nella stessa Salonicco, Castoria. I maggiori monumenti di essa sono conservati a Mistrà, presso Sparta, nella chiesa di S. Demetrio (sec. XIV), nella chiesa della Madonna del Vrontochion (1350 ca.), e soprattutto nelle due chiese del Peribleptos e della Pantànassa, rispettivamente del sec. XIV e del 1428. Un'altra serie di pitture, databili con sicurezza, sono possedute dai conventi delle Meteore, nella Morea meridionale. Analoghe pitture si hanno nei conventi del Monte Athos, dove però la corrente artistica macedone giunge a maggiore evidenza, e vi raggiunge una notevolissima affermazione con il pittore Emanuele Panselino, di Salonicco, profondamente imbevuto di cultura artistica italiana e largamente imitato nonostante il prevalere dell'arte cretese.

Con la fondazione dell'Accademia di Belle Arti di Atene, ebbe luogo quella che fu detta la rinascita dell'arte nazionale e che dopo le esperienze dei movimenti neoclassici e romantici costituì gruppi artistici delle maggiori capitali europee, soprattutto a Parigi.

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4. Scultura

Benché anch'esse di grandissima importanza, le opere di scultura di origine greca dall'epoca paleocristiana e bizantina non consentono per ora di precisare l'importanza dell'apporto greco nella costituzione e sviluppo dell'arte bizantina dell'Impero di Oriente. Si possono notare in esse numerosissimi influssi, variazioni stilistiche considerevoli: ma restano assorbite dallo sviluppo comune della plastica medievale. Dall'Arco di Galerio a Salonicco (295), all'ambone proveniente dalla stessa città (Museo di Costantinopoli) il plasticismo si attenua, diventa pittorico e si riveste di decorazioni fantastiche ed immateriali, colate sugli elementi plastici senza tener conto della loro struttura. Capolavoro di questo gusto è il mirabile portale della basilica di S. Demetrio a Salonicco, ora nel Museo bizantino di Atene, dove le trine decorative incidono i pilastri e l'archivolto come in un ricamo al tombolo o una trina. Analogamente a quanto accade nell'interno di S. Sofia e di S. Sergio a Costantinopoli. Abbandonati le tracce di decorazione architettonica, pressoché ovunque: il S. Demetrio di Salonicco conserva, fra l'altro, magnifici capitelli a tralci di vite e di acanto. Anche la scultura a tutto tondo è presente nei Musei di Sparta e di Atene, dove statuette del Buon Pastore sono avvicinabili per stile al sarcofago di Giunio Basso a Roma. Dei secc. IV-V è un rilievo frammentario con La Natività e la fuga in Egitto, del Museo di Atene, e una raffigurazione di Cristo.

sotto spoglie di Orfeo che ammansa le fiere. Mentre procede la decorazione delle chiese (capitelli, tran-senne, ecc. soprattutto con motivi floreali) ha larga diffusione la scultura ad agemina, che consente ampie possibilità decorative e corrisponde alla man-canza di una coscienza plastica. Contemporanea-mente, nei secc. VIII e IX, nelle lastre inscritte nelle pareti della piccola cattedrale di Atene, nelle chiese dell'Athos, nelle chiese di Skiipou e di Tebe, sono introdotti dall'O-riente disegni de-corativi di tema barbarico e composizioni zoomorfe. Durante i periodi di decadenza di Co-stantinopoli la G. sembra accogliere maggiormente ele-menti occidentali, perfino longobardi. Nella II età del-l'oro la scultura ageminata tenta ef-fetti monumentali, di netto caratte-re aulico (S. Luca in Focide, Dafni). Nella decadenza si accentuano gli'im-prestiti dall'Occi-dente ed ai mate-riali pregiati si so-stituisce, per la decorazione degli edifici religiosi e per le immagini de-vote, la scultura in legno, che diede anch'essa autentici capolavori di ca-rattere decorativo.

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Anche per la scultura, come per la pittura, la fondazione dell'Accademia nel 1837 favorì una ri-presa di contatti con il mondo occidentale: la tradi-zione della plastica classica ed ellenistica, soprat-tutto nei monumenti sepolcrali, è rivissuta con tracce di gusto neoclassico, mentre le nuove generazioni partecipano alla formazione del gusto internazionale o europeo che è attuale nell'arte moderna.

BIBL.: Per l'arte bizantina in genere, V. BIBLICA. s. V. Bizantina arte, in Enc. Ital., VII (1930), p. 165, ed Enc. Catt., II, col. 1695. Cf. inoltre: S. Bettini, L'architettura bizantina, Firenze 1937; id., La pittura bizantina, 1937-38; id., La scultura bizantina, 1937; id., Per l'architettura: G. Millet, Daphni, Parigi 1899; id., Monumenti byzantini de Mistra, 1910; id., L'école grecque dans l'architettura byzantine, 1910; A. Struck, Mistra, Vienna 1900; G. Gerola, Monumenti veneti dell'isola di Chio, Venezia s. d. Per la pittura: G. Millet, oltre ai già citati, cf. Monumenti dell'Isola, 1910; id., G. Sotiriou, Die byzantinische Malerei des XIV. Jahrhunderts in Griechenland, Ellenika, I, pp. 95-117; E. Diez-O. Dernus, Byzantine mosaics in Greece: Hosios Lucas and Daphni, Cambridge 1931. Per la scultura: Laurent, Delphes chrétien, in Bull. de ceremonié, 23 (1899), p. 250; G. Sotiriou, La sculpture sur bois, in Mélanges Diehl, Parigi 1930, pp. 170-80; A. Goldschmidt, Die byzantinischen Elfenbeinschulpturen, Berlino 1930. Eugenio Battisti.

X. ORDINAMENTO SCOLASTICO.

La G. moderna, nata con il Trattato di Adrianopoli dopo la sconfitta turca a Navarino nel 1827, capì che soltanto una forte generazione di intellettuali po-teva conservare l'indipendenza o almeno le aspira-zioni di indipendenza del popolo greco. Con la fondazione della Società archeologica di Atene nel 1837 si tentò di rivolgere la mente al glorioso passato dei Greci antichi e per la stessa ragione si favorì la fondazione dell'Istituto archeologico germanico di Atene nel 1872 e della Scuola americana di studi classici di Atene nel 1882, della Scuola di ar-cheologia di Atene nel 1909 e di altre scuole archeologiche. Ben presto si capì che nella educazione d'un popolo greco indipendente non era possibile prescindere dalla sua religione greco-ortodossa. Con il passar degli anni si associò a questi due pilastri della educazione: l'insegnamento della morale che si può definire l'insegnamento del vivere civile che non deve essere un contra-sto all'antico ideale della Grecia antica ed alla religione greco-ortodossa ma una specie di applicazione pratica di ambedue. L'istruzione greca è gratuita ed obbligatoria dai 6 ai 14 anni d'età e si divide in statale e in privata. L'insegnamento della ginnastica, della storia della Grecia, della morale e della religione è obbliga-torio in tutti i tipi di scuole. L'intero sistema scolastico comprende i giardini, d'infanzia, le scuole primarie, le scuole secondarie e le scuole superiori.

I giardini d'infanzia (γηπιαγωγεῖα) hanno la durata di 2 anni. Le scuole elementari (ἀπωτικὰ) hanno la durata di 6 anni e sono divise in sezioni se il numero degli scolari è superiore a 40. Queste scuole sono divise in diurne e serali. L'istituzione delle scuole elementari serali è prevista per quegli scolari che non hanno potuto terminare la scuola elementare diurna. E sufficiente il numero di 5 scolari per l'istituzione di questa scuola. L'insegnamento secondario viene impartito nei ginnasi (Γυμνάσια), nei licei (Διπλάσια Λύκεια), nelle scuole commerciali (Ἐμπορικαὶ Σχολαὶ) e nelle scuole cittadine (Ἀστικὰ Σχολεῖα). I ginnasi si dividono in ginnasi di tipo antico e in ginnasi di tipo nuovo. Le scuole commerciali comprendono: le scuole pubbliche (Σχολαὶ Δημοσιεύθησαν), le scuole autonome (Ἀστόμιοι πρὸς Δημόσιας), le scuole pareggiate (Ὀμοταγείες πρὸς Δημόσιας), che si dividono in medie e in pratiche, e finalmente gli istituti tecnici commerciali (Πράκτιαι Ἐμπορικαὶ Σχολαὶ). Le scuole cittadine hanno la durata di tre anni e seguono questi indirizzi: agricolo, industria-le, commerciale e di economia domestica. Le scuole superiori comprendono: Accademia nazionale di edu-cazione fisica, Scuola superiore di agricoltura, Scuola