GRECIA. - Il regno che comprende la parte meridionale, più articolata, della regione balcanica,

I. GEOGRAFIA.
È lo Stato più meridionale e più insulare d'Europa: 132.562 kmq., di cui 108.707 (82%) in terraferma.
Il paese è quasi interamente coperto di montagne (Olimpo m. 2985; Pindo m. 2575), tra le quali si aprono poche e piccole pianure, più spesso in forma di bacini chiusi, che le difficili comunicazioni isolano gli uni dagli altri. Il clima è mediterraneo o sublitoraneo, con inverni miti e piovosi, estati calde e asciutte, cui l'accentuato rilievo, il vicino mare e le frequenti brezze imprimono un carattere meno eccessivo. Più che di boschi, la montagna calcarea è rivestita di macchie e di magri pascoli: l'arativo rappresenta appena il 10 % e le colture arboree il 3 % della superficie territoriale. L'agricoltura resta, ciò nonostante, la base dell'economia greca; insufficienti al consumo interno i cereali, i prodotti più importanti sono il tabacco (primo posto in Europa), l'olivo e soprattutto la vite (passolina di Corinto e sultanina di Creta). Nell'allevamento prevalgono caprini ed ovini. Modesta l'importanza della pesca. Risorse minerarie non mancano (ferro, piombo, argento, zinco, ecc.), ma il loro sfruttamento industriale è inceppato, oltre che dalla deficienza di capitali, dalla insufficienza di forza motrice (poca lignite, modesta capacità idroelettrica). Lo squilibrio della bilancia commerciale è attenuato dai proventi del commercio marittimo, favorito da una buona marina mercantile (1,3 milioni di tonn. di stazza), molto attiva soprattutto nel Mediterraneo orientale.
| Regioni (e province, o nómai) | Superfice in kmq. | Popopolazione (censimento ott. 1940) | Densità a kmq. | Centri abitati più im- portanti (e popolazione in 1000 ab.) |
|---|---|---|---|---|
| CONTINENTALI . . . . . | 108 707 | 7 347 002 | 67 | |
| Epiro (Arta, Giánnina, Thesprotia, Prévesa) . . . . . | 9 552 | 367 695 | 38 | Giánnina (20) |
| Macedonia (Calcidica, Cavala, Drama, Fiórina, Kilkis, Kozáni, Pella, Salonicco, Serres, Monte Santo) . . . . . | 34 603 | 1 731 889 | 50 | Salonicco (225) |
| Tracia (Ebros, Rhodopi) . . . . . | 8 586 | 354 816 | 41 | Komotini (33) |
| Tessaglia (Larissa, Trikkala) . . . . . | 13 488 | 577 247 | 43 | Lárissa (30) |
| G. continentale (Attica-Beozia, Etolia-Acarnania, Ftió- tide-Fócide) . . . . . | 20 835 | 1 853 085 | 89 | Atene (487) |
| Poloponneso (Acaia, Arcadia, Argolide-Corimzia, Elide, Laconia, Messenia) . . . . . | 21 643 | 1 173 541 | 54 | Patrasso (79) |
| INSULARI . . . . . | 23 855 | 1 288 729 | 54 | |
| Eubea . . . . . | 4 297 | 179 533 | 42 | Calcide (22) |
| Isole ionie (Cefalonia, Corfú, Zante) . . . . . | 1 947 | 223 452 | 115 | Corfú (34) |
| Isole asiatiche dell'Egeo (Chio, Lesbo, Samo) . . . . . | 3 901 | 311 751 | 79 | Mitilene (20) |
| Isole dell'Egeo, già italiane . . . . . | 2 682 | 115 913 | 43 | Rodi (55) |
| Cicladi . . . . . | 2 649 | 141 654 | 53 | Hermupolis (18) |
| Creta (Iráklion, La Canea, Lasiti, Rétimo) . . . . . | 8 379 | 442 339 | 53 | Iráklion o Candia (42) |
| Regno di G. . . . . | 132 562 | 7 780 000 | 55 | |
| 1949 (valutazione) . . . . . |
Dopo la seconda guerra mondiale furono assegnate (15 sett. 1947) alla G. le isole italiane dell'Egeo, incorporate nel Regno e suddivise in quattro province (Rodi, Calino, Scarpanto e Coo).
La popolazione (7,8 milioni di ab.) è costituita per l'87 % da Greci, con minoranze turche, albanese, slave ed armene. Un terzo di essa è considerata urbana; ma dei centri abitati due soli superano i 100 mila ab. (Salonicco e Pireo) e due i 50 mila (Patrasso e Volo), mentre la capitale ha superato ormai il milione (se considerata unita al suo po. 10, il Pireo).
La G. è costituita in Regno indipendente dal 1830 (parentesi repubblicana 1923-24); la Costituzione del 1911 è ora in via di revisione.
II. PREISTORIA E STORIA FINO AL CRISTIANESIMO.
DALLE ORIGINI ALLA CONQUISTA ROMANA. - Pressoché assente il paleolitico, la preistoria greca ha inizio con il neolitico (dalla metà del IV millennio ca.), i giacimenti del quale sono localizzati nella parte orientale del continente, in quella nord-orientale del Peloponneso e a Creta. La civiltà cretese è notevolmente diversa da quella continentale (v. EGERIA, RELIGIONE) e questa (i suoi monumenti principali sono le ceramiche) si può dividere con relativa approssimazione in due epoche, la prima delle quali, denominata da Sesklo in Tessaglia, sembra provenire da immigrazione, la seconda, denominata da Dimini, pure in Tessaglia, piuttosto da evoluzione dalla prima, non escludendo con questo un nuovo afflusso di genti. La patria dei neolitici (Traci, Pelasgi) sarebbe da ricercare per la prima ondata nell'Asia Minore (e l'itinerario avrebbe seguito le vie della Tracia e della Macedonia), per la seconda nella Mesopotamia (l'ingresso in G. sarebbe comunque avvenuto dal nord).
La cultura neolitica scompare con l'età dei metalli (dalla metà del III millennio ca.): nuovi invasori vengono ora dai mari meridionali e orientali (Cari, Lelegi, Ciclopi della posteriore mitologia greca), e, successivamente, dal settentrione. Son questi ultimi gli Arioeuropei (o Indoeuropei), che costituirono dal sec. XII ca. la civiltà micenea, sotto l'influsso culturale e, almeno per tre secoli, anche politico, gli Creta. Assunti a grande potenza, i Micenei (Achei), a partire dalla metà del sec. XV ca., conquistarono le isole del Mare Egeo e Creta stessa, e giunsero a stabilirsi sulle coste dell'Asia Minore (guerra di Troia dell'inizio del sec. XII ca.).
Con l'età del ferro (dal sec. XII ca.), forse in seguito a nuove migrazioni («invasione dorica») la civiltà micenea scompare (non repentinamente) ed ha inizio un periodo oscuro (il medioevo greco, fra il 1000 e l'800 ca.) nel quale si viene formando la configurazione politica e la civiltà della G. dell'età storica. La prima unità politica della quale furono i villaggi che, raggruppati per regione, formavano uno Stato di cui la regione appunto era l'eponima. Ben presto, dapprima nella porzione orientale del continente, nelle isole e sulle coste dell'Asia Minore, i villaggi si unirono entro cinte fortificate, e si costituì così la polis, la città-Stato. La monarchia patriarcale, che fu la prima forma di governo, cede rapidamente e senza urti il posto, per l'evolversi delle condizioni economiche e sociali, al governo aristocratico, il quale a sua volta, per l'estendersi territoriale degli Stati, per lo sviluppo assunto dal commercio e dalle industrie, formatesi nuove classi sociali accanto a quella dei proprietari terrieri, finisce per trasformarsi in democratico. Una delle più importanti cause determinanti della mutazione è la codificazione del diritto (legislazioni di Draconte, Solone, Fedone, Filolao, ecc.), per la quale, poiché tutti sono uguali di fronte alla legge, ogni cittadino ha il diritto di partecipare all'amministrazione della cosa pubblica. Talvolta la democrazia fu, per il rilassamento che segue ogni aspra lotta politica, in crisi, e si ebbe, per periodi più o meno lunghi, il governo di uno solo (tirannide): tale Pisistrato ad Atene. Attraverso questo sviluppo politico-sociale passarono tutte le città-Stato, SPARTANI (v.).
Mentre il territorio ellenico era travagliato dalla formazione delle poleis, che governavano sé e la regione circostante, non si arrestava il processo di diaspora nel bacino dell'Egeo, iniziato alcuni secoli avanti dai primi invasori arioeuropei, e in tutto il Mediterraneo: fra l'VIII e il VI sec. le coste d'Asia Minore, la Sicilia, l'Italia meridionale si popolano di colonie greche, che, indipendenti dalla madre-patria, conservano pure con essa un rapporto quasi filiale. L'indipendenza di quelle d'Asia Minore (Ionia, per il gran numero di colonie ioniche) fu in pericolo fin dalla metà del sec. VI ca. Creso (561-46) impone un tributo in cambio dell'indipendenza. Ma vinto Creso dai Persiani e scomparso l'impero lidio, la dominazione si fa effettiva e cruda. Un tentativo di rivolta, capeggiato
da Policrate di Samo e finito miseramente, offre a Dario l'occasione d'una spedizione nel continente, spedizione che termina con il controllo persiano sull'Ellesponto, sulla Tracia e, forse, sulla Macedonia. Una nuova rivolta, più consistente per la partecipazione delle città dell'Eolia e dell'Ellesponto, della Caria e di Cipro, capeggiata da Aristagora di Mileto e repressa dopo la battaglia navale di Mileto, consiglia Dario di tentare addirittura la conquista della G. Ma il tentativo naufraga con la sconfitta dei Persiani da parte degli Ateniesi e dei Plateesi condotti da Milziade nella piana di Maratona (590). Uguale sorte ebbe la successiva spedizione del figlio e successore di Dario, Serse. Dovette egli questa volta scontrarsi con una lega formata da Spartani, Ateniesi, Corinzi ed altri. Dopo il successo alle Termopili che apriva ai Persiani la via alla presa e distruzione di Atene, Serse subì una grave sconfitta navale a Salamina, sconfitta che lo costrinse alla ritirata. Rimaneva in Grecia il generale Mardonio, ma anche questi veniva vinto e ucciso dagli Spartani a Platea (479), mentre contemporaneamente la flotta greca disperdeva ancora una volta quella persiana presso il promontorio di Micale. La vittoria era perfezionata con la conquista delle isole e delle città greche d'Asia Minore (vittoria di Cimone sull'Eurimedonte, 469 ca.), e sanzionata dalla pace di Callia (448 ca.), per la quale il successore di Serse, Artaserse, riconosceva l'indipendenza delle colonie d'Asia. Parallelamente il dominio greco si consolidava in Sicilia e nell'Italia meridionale a danno di Cartapinesi e Etruschi.
Frattanto Atene, cui era stato demandato il comando della guerra poco dopo le battaglie di Platea e di Micale dalla Lega delicato-attica (478), alla quale partecipavano i peloponnesiaci e nella quale le singole città avevano posizione di federate autonome, fornitrici di navi e di contributi pecuniari, per questa stessa preminenza in seno alla Lega, si avviava a divenire grande potenza. Dopo la battaglia dell'Eurimedonte la Lega, formata dall'Eubea, dalle Cicladi ioniche, dalle città ioniche e coliche dell'Asia Minore, da quelle dell'Ellesponto, della Propontide, della costa tracia e macedone, della Lidia e della Caria, si trasformò lentamente in impero ateniese, e Atene, conscia ormai della sua posizione di dominatrice, entra in conflitto con Sparta. Uniti a quelli di Tebe gli Spartani sconfiggono gli Ateniesi a Tanagra (457). Si affretta Atene a concludere un armistizio con Sparta, per dedicarsi alla sottomissione della Beozia e di altri paesi della G. centrale. Ma, ribellatasi nuovamente la Beozia e sconfitti gli Ateniesi a Coronea (447), la G. centrale riacquista la sua indipendenza. Domata successivamente una rivolta capeggiata dall'Eubea, Atene concludeva con Sparta una pace trentennale (446-45), per la quale era riconosciuto lo statu quo fra le due avversarie. Le ostilità si ripresero nel 431: da una parte Atene con pochi alleati, dall'altra Sparta, con il Peloponneso, Megara, la Beozia, la Focide, la Locride e le colonie corinzie del Mare Ionio, seguito assai largo che Sparta era riuscita a procurarsi erigendosi a paladina degli oppressi. La guerra ebbe alterne vicende, e si concluse nel 421 (pace di Nicia) con un nuovo riconoscimento dello statu quo prebellico. Il quale fu ancora una volta turbato per l'esplosione d'un conflitto fra le colonie ateniesi della Magna Grecia e Siracusa. Atene e Sparta intervennero l'una contro l'altra, e la campagna si concluse disastrosamente per gli Ateniesi (413), dando altresì l'occasione alle città ioniche soggette ad Atene di ribellarsi con l'aiuto di Dario II di Persia e degli Spartani. La sorte delle armi fu dapprima favorevole agli Ateniesi (battaglia navale di Cizico, 410), ma ben presto gli Spartani si ripresero a Nozio (407), e, pur sconfitti alle Arginuse (406), poterono battere definitivamente gli Ateniesi ad Egospotami (405). La guerra finiva (404) sanzionando il netto predominio di Sparta nel mondo greco. Era un cambiamento di padrone, non la liberazione dalla
tirannia ateniese, come avevano sperato le città che si erano rivolte per aiuto a Sparta. Di qui nuovo malcontento, che Sparta non si curò di sedare, guastando anzi i suoi rapporti con la Persia, e rompendoli addirittura per portare aiuto alle città ioniche minacciate da Tissiferne. I Persiani sono sconfitti a Sardi (395). In G. intanto si formava una Lega antispartana, favorita dai Persiani, cui partecipavano le Beozia, Atene, Corinto e Argo, oltre agli ex-alleati di Sparta nella G. centrale e settentrionale. Sconfitta la Lega a Coronea (394), la vittoria spartana fu infirmata dalla sconfitta navale subita poco prima a Caido ad opera dei Persiani. Tutti abbandonarono allora Sparta, e Atene poteva, con l'aiuto dei Persiani appunto, ricostituire parte del suo Impero. Ma due potenze non potevano evidentemente convivere in G., e un nuovo urto pertanto si profilava fra Sparta e Atene. Questa volta i Persiani entrarono nel conflitto come moderatori, ottenendo con la pace di Antalcida il dominio sulle città greche d'Asia Minore, lo scioglimento di tutte le leghe ad eccezione di quella peloponnesiaca, e riconfermando l'autonomia dei singoli Stati greci. Sparta, avvantaggiata da questa situazione, cercò negli anni seguenti di estendere la sua potenza a danno di Tebe. Riuscito il progetto in un primo tempo, ne nacque poi una guerra fra Spartani e Tebani, appoggiati questi ultimi da una lega cui parteciparono anche gli Ateniesi. Sconfitta a Nasso la flotta spartana (376), la potenza ateniese veniva rifiorendo parallelamente a quella tebana, e gelosi d'essa gli Ateniesi cercarono di riaccostarsi agli Spartani. Ma sconfitti questi nel 371 a Leutra da Epaminonda tebano anche gli Ateniesi di lì a poco ne uscivano indeboliti. Per compire l'opera di conquista Epaminonda tentava nel 362 una spedizione ma cadeva alla testa dei suoi. Aveva così fine l'egemonia tebana e si concludeva allora una pace generale dalla quale «Sparta e Atene rimanevano indebolite, la Lega peloponnesiaca rotta, la G. disorganizzata».
Mentre la penisola era travagliata dai continui conflitti, a nord si veniva formando lo Stato macedone. Salito al trono, Filippo II (360) rivolse la sua attenzione alla conquista della G. Filippo iniziò le ostilità nel 357 occupando Amfipoli in Tracia e proseguì l'azione per diversi anni, avviandola a conclusione quando, nel 349, si rivolse contro Atene. I Macedoni riuscirono in un primo tempo ad entrare a far parte ufficiale del mondo greco (346), a sconfiggere poi a Cheronea (338) una Lega beotica e a concludere infine la pace di Demade con gli Ateniesi, per la quale Filippo restava l'effettivo dominatore della penisola. Si apprestava allora egli a iniziare una spedizione contro la Persia, quando cadeva ucciso (336). Gli succedeva il figlio Alessandro Magno. Le tappe della

(da H. Houdt - H. von Hofmannsthal, Gretchen und Orbis Terturum), Berlino 1922, tov. 72)
(da H. Haldt - H. von Hofmannsthal. Griechenland [Orbis Terrarum]. Berlin 1923 (av 13))
avevano fatto atto di sottomissione, contro la Persia sono
note: in breve sottomise tutta l'Asia Minore (334); scon-
fisse Dario III a Isso (333), aprendosi in tal modo le
porte alla conquista della Fenicia, della Palestina e del-
l'Egitto; batté nuovamente Dario a Arbela (331), e, uc-
ciso Dario dal satrapo di Batriana, sottometteva tutto
l'Impero e la parte nord-occidentale dell'India. Ritornato
dalla spedizione (324), mentre meditava l'organizzazione
dello sterminato Impero, moriva a Babilonia (323). Dei
successori di Alessandro (diadochi), Antipatro conservava
il regno di Macedonia e di G. Morto Antipatro, dopo una
serie di lotte nelle quali l'unità dell'Impero si sperdeva
tra varie dinastie, il regno di G. passò a Demetrio Polior-
cete, cui successe, dopo che Pirro re dell'Epiro gli ebbe
tolta la Macedonia (288), il figlio Antigono Gonata.
Nel 272 questi era da capo padrone della Macedonia e
della G., ma la sua posizione era ormai indebolita per la
formazione di nuove leghe: tra queste l'etolica e l'achea.
Una serie di guerre si svolse fra i successori di Antigono
Gonata e le due leghe. Alla fine Dosone, sconfitti i federati
a Sellasia (222), riunì sotto di sé gran parte della G. in
una nuova lega ellenica, alla quale parteciparono anche
gli Achei, mentre Etoli e Ateniesi se ne tennero fuori.
Alla fine del sec. III Filippo V, successore di Dosone,
in accordo con il Regno seleucida, si rivolse contro i To-
lomei d'Egitto. Questo fatto provocò l'intervento romano.
Sconfitto a Cinocefale Filippo II (197), la Macedonia
diveniva Stato vassallo dei Romani e in G. veniva orga-
nizzato un sistema di leghe indipendenti. Domata una ri-
bellione scoppiata in G., a capo della quale si era posto
Antioco, e sconfitto Perseo, figlio di Filippo, a Pidna
(168), la Macedonia venne divisa in 4 Stati vassalli di
Roma, e vent'anni dopo (148-47) ridotta a provincia,
mentre gli Achei, profittando della situazione torbida
in Macedonia, so levavano la G. Intervenendo a domare
la rivolta, i Romani fecero della G. dapprima una parte
della provincia di Macedonia (146), più tardi una pro-
vincia a sé con il nome di Acaia. L'indipendenza politica
ellenica finiva così nell'Impero di Roma. Ma non tramon-
tava la cultura greca, che anzi animava di sé l'intero mondo
mediterraneo divenuto romano (v. ELLENISMO).
Mario Camozzini
### III. RELIGIONE.
La religione greca nasce dalla fusione della cul-
tura degli invasori arioeuropei con quella autocto-
na, che, secondo un'espressione oggi corrente ma
convenzionale, si chiama mediterranea (per i ter-
ritori cretesi, minoica). Oltre il significato lette-
rale questa classificazione non ne ha però altri di
più profondi, e non risolve alcuno dei problemi che
un tentativo di penetrazione dell'intimo della reli-
gione greca pone allo studioso.
Se è vero che la civiltà arioeuropea era di tipo pa-
triarcale e quella mediterranea matriarcale, è altrettanto
vero che i termini « patriarcato » e « matriarcato », ove
non siano applicati a una cultura nota nei suoi elementi
e nel suo sviluppo, indicano semplicemente una categoria
dai limiti molto vasti entro i quali si possono trovare, e
si trovano, notevoli differenze, che si realizzano nel pro-
cesso di individuazione di quelle culture, che, in senso
molto lato, possono dirsi comprese nelle menzionate ca-
tegorie. Così la cultura arioeuropea era evidentemente
un tipo ben definito di cultura patriarcale, alla quale,
non conoscendo assolutamente nulla d'essa per il periodo
prediaspora, cioè per tutta l'età nella quale soltanto esi-
steva un « puro » arioeuropeo, non è possibile applicare
a priori le categorie di un patriarcato costruito per la mag-
gior parte sugli elementi offerti dai cosiddetti « primitivi »
attuali. Lo stesso vale per la cultura minoica, e la consta-
tazione vuol dare rilievo alla difficoltà d'una compren-
sione « storica » della religione greca, religione che si rende
apprezzabile solo in età storica, quando nasce la G., e
ciononostante non si presenta come un complesso di cre-
denze e di norme « primitive », ma come un tutto già
fissato da un lunghissimo e ignoto travaglio. A questa
difficoltà d'ordine storico se ne aggiunge un'altra, ugual-
mente preoccupante e comune per lo studio di molte re-
ligioni antiche, d'ordine psicologico. Abituati (e si potrebbe
dire addirittura condizionati) da ca. 2000 anni a una re-
ligione che, pur essendo rivelata, è ricca di elementi ra-
zionali e possiede addirittura una sua filosofia, è molto
difficile per i moderni accostarsi a una religione del tutto
arazionale e comprenderla nella sua intima essenza senza
snaturarla e senza assumere, almeno in sede di compren-
sione, un atteggiamento di critica più o meno sufficiente,
giustificata dalla convinzione che quel tipo di religiosità
è « superato ».
Una terza e ultima difficoltà d'ordine preliminare si
presenta allo studioso: non c'è traccia in G. di libri sa-
cri o di una letteratura spiccatamente religiosa o cano-
nica. « Non c'è nemmeno, neppure nelle scuole filoso-
fiche, una speculazione dottrinale che abbia preso per
oggetto un formulario di credenze più o meno ufficiale e
fissato; non c'è, infine, nell'Ellade, il bilancio dell'atti-
vità costruttrice di profeti e riformatori religiosi » (Pi-
card, V. BIBLICA., p. 10). La teologia era per i Greci
la dottrina delle persone e delle opere dei vari dèi, dot-
trina che solo una volta venne fissata (da Cornuto), e che
l'unica personalità che avrebbe potuto sistemarla (Pla-
tone) disdegno.
Tuttavia le fonti per la conoscenza della religione
greca non difettano: nella letteratura si trovano ri-
ferimenti storico religiosi in ogni autore, riferimenti
che hanno riscontro nell'archeologia, nell'epigrafia e
nella numismatica, che, complessivamente, costitu-
scono l'abbondantissimo materiale di ricerca e di
studio.
Il primo autore che abbia significato nella storia
della religione greca è Omero. Nella sua orbita vive
Esiodo, che per altro, e forse per reazione, ripudia
gli ideali omerici nella preoccupazione di sistemare
i dati religiosi alla luce delle sue personali tendenze. Gli elegiaci, i lirici e i tragici danno abbondanti notizie dei miti e dei riti, e il contributo specifico di questi ultimi è di particolare importanza per la conoscenza della religiosità e della moralità dell'Attica antica (Eschilo soprattutto). Motivo spiccatamente etico è rilevabile in Pindaro, mentre la materia mitica già di Eschilo e di Sofocle trova in Euripide un interprete eccessivamente soggettivo. Una preoccupazione razionalistica è apprezzabile nel tentativo di Erodoto di sistemare la religione secondo uno storicismo preconcetto, dal quale s'era fatto guidare anche Ecateo. Ma gli storici, soprattutto dopo che, da Tucidide in poi, la storia si fa veramente critica, sono fonte di grande valore.
Tra i mitografi, che si rivelano i più degni collaboratori dei poeti e degli esegeti, oltre al già citato Esiodo, sono da ricordare Ferecide, Ellanico e, nel sec. v, quando la mitologia si è in un certo senso specializzata, Erodoro, Socrate e Stesimbroto. Mitografi occasionali sono i filosofi, soprattutto i critici razionalisti della sistemazione mitica, i grammatici, che si servono della materia storico religiosa come mezzo per la spiegazione degli antichi autori, e gli storici, poligrafi ecc. dell'età ellenistica. La tradizione figurativa conserva a sua volta il più notevole valore documentario; anzi, le fonti più antiche su dèi, eroi e culti, sono costituite proprio dal materiale offerto dalle scoperte archeologiche, che sono di continuo arricchite di nuovi risultati. Gli scavi di Atene, di Eleusi, di Olimpia, di Delfi, di Epidauro, di Pergamo, ecc., hanno posto in luce documenti di importanza fondamentale paragonabili a quelli che offre la numismatica (tipi divini, leggende olimpiche e eroiche, feste e cerimonie). Anche l'epigrafia, infine, fornisce ricco materiale di indagine: « atti di consacrazione, racconti della costruzione di edifici di culto — templi, tesori, altari, ecc. — leggi sacre, cronache di templi, decreti ufficiali di fondazioni di città, o quelli di associazioni pie, sia nel dominio cultuale privato, sia in altri vicini alla religione; si aggiungono i rituali, gli oracoli, i cataloghi del personale sacerdotale, i calendari, i processi verbali, ecc. » (Picard, V. BIBLICA., p. 19). In questo materiale, che rappresenta in sostanza l'intero patrimonio culturale ellenico, è racchiusa la religione greca. La quale, mentre non sembra essere stata soggetta ad uno svolgimento, che le principali credenze riscontrabili in Omero sono valide per il cittadino del v o del tv sec. a. C. (è l'atteggiamento dell'individuo di fronte alla religione, se mai, che muta, non la religione), si compone, come la maggior parte delle religioni, di una mitologia e di un culto. Materia della mitologia, che è « una maniera di espressione al cui posto non si potrebbe scegliere un'altra perché è essa l'unica materia di espressione conforme ai tempi » (così secondo K. Kerényi), sono le opere delle divinità, nelle quali si realizzano ed assumono la loro personalità le figure divine. Zeus (v.), il dio del cielo della coine arioeuropea, re degli dèi e degli uomini. Abitatore, con la sua corte divina, dell'Olimpo, è il protettore della società, della famiglia, del clan, della città e dello Stato.
Era (v.), sorella e sposa, probabilmente divinità preellenica, come attesterebbero la sua funzione di protettrice di Argo, la localizzazione a Micene del suo tempio più famoso, e l'aver posto nell'Argolide lo svolgimento dei suoi miti più importanti. La sua funzione si esaurisce nel proteggere i matrimoni e le donne maritate. Pure d'origine preellenica sarebbe Atena (v. J. van Windekens, Éléments d'origine pélasgique dans la religion grecque, in Le muséon, 63 [1950], p. 97 sgg), figlia di Zeus (già in età micenea è la rappresentazione d'una dea armata, coperta da uno scudo), che, per il mondo ellenico, è la dea della forza attiva ma non esclusivamente guerriera: protettrice di città, degli artigiani, delle donne che vogliono abbigliarsi e di molte altre attività, nelle quali è necessaria la saggezza.
Fratello di Zeus è Posidone (v.), dio del mare e di tutte le acque (sorgenti, fiumi, laghi), ma anche, un tempo, signore della terra (era, secondo un'antichissima tradizione, lo sposo di Demetra), divinità che deriva tutta la sua importanza dal mondo naturale; fatto che la priva del valore morale che è proprio degli altri dèi della G. Accanto a Zeus il Apollo (v.), anch'egli, forse, di origine non greca, il « puro » e il « santo » per eccellenza; colui che soprintende alle norme che regolano rettamente la convivenza fra gli uomini, il musico, l'ispiratore dei cantori e anche lo svelatore del futuro, dell'ignoto, Artemide (v.), la dea simbolo della li-

Afrodite (v.), la cui patria è forse la Mesopotamia, la dea dell'amore, della pace del mare, dalla spuma del quale nasce, e della navigazione tranquilla. Tutti sono schiavi delle sue arti, uomini e dèi, ad eccezione di Artemide, Atena e Estia.
Lontano, ma non per questo estraneo al mondo degli olimpici, ERMOGENE (v.), divinità antichissima, il cui nome è connesso forse con il mucchio di sassi (erma): dispensatore di doni agli uomini, dei quali protegge il guadagno, soprattutto l'inaspettato, ma anche il calcolato o il raggiunto con mezzi non tutti leciti. È ladro fin dalla nascita, e fu egli a porre nel cuore della donna « bugie, parole lusinghiere e malizie ». Ma è anche protettore delle mandre e dei pastori: spirito duplice che genera negli uomini inquietudine e senso di protezione ad un tempo.
Personificazione della forza bruta, dio della guerra come fine a se stessa, Ares (v.): di scarso contenuto spirituale, la cui poca importanza Efesto (v.), il dio del fuoco, e, nello stesso tempo, il dio artigiano, che abita i vulcani (l'Etna soprattutto), e da quella di Estia, figlia di Rea e di Crono, la personificazione del focolare, divinità « rappresentata in maniera imperfetta nella sua figura umana, tanto che è sempre evidente che il rispetto e la venerazione vanno al focolare stesso e al suo fuoco, non alla dea » (Nilsson).
Oltre a queste divinità (olimpiche), grande importanza attinsero, ma estranee in un primo tempo alla religione ufficiale, Demetra (v.) DIONISIO, PAPA (v.).
Meglio che nella mitologia le credenze del complesso della nazione greca si possono rilevare nel culto, che è
l'esplicazione del lato sociale della religione: tanto più in G. dove la pratica religiosa è sotto il controllo dello Stato. Dal punto di vista del culto appunto si pone in luce la connessione sempre più delineantesi tra fondamento della religione ufficiale e fondamento dello Stato, tanto che la religione greca finisce con il finire della polis. Il suo lungo mantenersi fu agevolato dalla posizione paradossale nella quale si posero i critici della tradizione religiosa, critici che fiorirono anche nel periodo di pieno splendore della nazione greca, posizione di detrattori che non cessano di prestare il loro ossequio a quelle stesse divinità contro le quali appuntano i loro strali.
Non è traccia in G. dell'esistenza di una classe sacerdotale: fanno eccezione, forse, i sacerdoti di Zeus dodoneo (v. DONNA, oracolo di), e quelli praticanti nei culti misterici, dove appaiono anche confraternite religiose estranee alla religione ufficiale. Ad Eleusi (v. MISTERIO) il gran sacerdote ed altri subordinati erano forniti esclusivamente da un determinato γένος. Ma nulla di ciò nella religione civica. Nella quale l'autorità religiosa era esercitata dal popolo, che, eletti o scelti a sorte, per lo più per un tempo limitato, i sacerdoti li delegava a eseguire le deliberazioni delle assemblee o dei magistrati. Questo non comportava naturalmente incompatibilità fra la funzione di sacerdote e una qualsiasi altra attività: era sufficiente che durante le celebrazioni l'officiante si dedicasse solo all'attività sacra. Ad alcuni culti presiedevano sacerdoti, ad altri sacerdotesse, ad altri ancora gli uni e gli altri insieme. Ma in determinate occasioni erano le stesse autorità civili e militari che dirigevano il rito. Il luogo di culto sottostà, naturalmente, a un certo processo evolutivo: originariamente ogni altare è sede della divinità quando venga invocata, e il primitivo altare non è altro che una rozza pietra quadrata, rotonda o elittica. Successivamente si distinguono due tipi di are: il βωμός e l'ἐσχάρα, mentre un terzo tipo, il βόθρος, serviva nelle pratiche per le divinità ctoniche. Questi altari vengono poi posti al centro d'un sacro recinto (τέμενος) circondato a sua volta da un muro (περίβολος), e chiuso nell'interno del tempio, che diviene così vera e propria residenza della divinità. L'immagine, che ha dinanzi un tavolo per le offerte, è collocata in una cella (ναός) talvolta rinserante in sé un ἄδυτον, che soltanto dal sacerdote e in determinate circostanze poteva essere penetrato, mentre l'afflusso dei fedeli nel sacro recinto sottostà, secondo i riti e le divinità, a precise norme: accesso limitato a determinate occasioni, talvolta soltanto annuali, per quanto, di regola, l'entrata sia consentita giornalmente. Il tempio è di solito dedicato a una sola divinità, e il santuario più importante era all'origine sull'acropoli, ma questo probabilmente solo nell'epoca nella quale la sede acropolitana era l'unico tempio chiuso, mentre si conservano luoghi sacri all'aperto: in boschi, presso sorgenti, fiumi, cime di monti, ecc.
Le pratiche cultuali non differivano molto le une dalle altre: tra esse si comprendevano sacrifici ed offerte, inni e preghiere, cerimonie di espiazione e di purificazione. Si implorava solitamente anzitutto il dio di rendersi presente con un ὕμνος κλητικός, e si compiva poi il sacrificio. Il quale poteva essere cruento o incruento, sacramentale, se la divinità veniva incorporata dal fedele per mezzo di un pasto, o sacrificale, se l'offerta veniva lasciata alla divinità. Venivano sacrificati animali diversi secondo le diverse divinità; agli olimpi si offrivano animali bianchi, ai ctoni neri. Il rito si eseguiva di solito per ottenere qualche cosa (questo era anche il caso delle purificazioni), in determinate circostanze. Ciò era pure delle processioni, che si praticavano soprattutto in connessione alle divinità « agrarie ». L'intensità con la quale si esegue il rito in onore di un dio è testimoniata dal fatto che, nell'atto di culto, la singola divinità riassume in sé tutto il θεῖον, realizzazione questa per lo meno enoteistica.
Per completare lo schematico quadro del culto greco è da notare che i riti, il calendario, i tipi stessi di culto non superarono mai la cerchia delle mura cittadine. Lo spirito estremamente particolaristico del popolo greco fece sì, per tanto, che se, grosso modo, le credenze erano uguali per tutti, la puntualizzazione della fede e della reverenza in questa piuttosto che in quella divinità, dipendeva esclu-
sivamente dall'arbitrio dei cittadini. Forse solo un determinato tipo di organizzazione cultuale assunse valore panellenico, e cioè l'oracolo. Nei tempi più antichi quello di Dodona che, situato nella parte settentrionale della G., « avrebbe potuto guidare le immigrazioni dei Dori », in DELFINO (v.). Qui era venerato Apollo, che si era sostituito, probabilmente, a una divinità autoctona, e che costituì, a un determinato momento, un luogo comune di concorso per tutti i Greci. Da Apollo delfico traggono origine le tradizioni relative ai sette saggi e la raccolta dei precetti delfici, la poesia di Findaro, e tutto quel chiarore di saggezza che emana dall'equilibrio spirituale di Apollo: qui Socrate trova il suo γνώθι σεαυτόν.
Tra le feste ufficiali dei fasti ateniesi, sono da ricordare in onore di Zeus le Dūpolie (v.), in onore di Atena le Pianōpsie (v.), Targhelie (v.), Munichie (v.), BEURON (v.) e le Tauropolie (v.) in onore di Artemide, ed altre ancora.
Accanto alla religione ufficiale, della quale poeti, filosofi, storici e poligrafi sono i portavoce, è riscontrabile in G. una « religiosità popolare », che, non cessando di esistere accanto alla religione civica, saprà assurgere a notevole sublimazione. MISTERIO (v.), punto d'arrivo, nonostante l'antichissima loro origine, della religiosità popolare, resti di credenze e di pratiche di natura meno precisa sono accertabili soprattutto attraverso Pausania. Nella sua Periegesis si parla di pietre (ἱεροὶ λίθοι), ritenute, forse, in origine, provviste di virtù magica, e in seguito connesse a qualche divinità; di venerazione di alberi (l'olivo sull'acropoli di Atene, ad es.) e della loro connessione a determinate divinità (Zeus, Dioniso, Artemide, ecc.); di originario teriomorfismo, documentato sia dagli appellativi che portano alcuni dèi in età storica, sia nei miti nei quali le divinità si trasformano in animali o nei culti nei quali il sacerdote porta nome di animale. Elementi più appariscenti della religiosità popolare sono i riti di carattere chiaramente magico: quelli per richiamare la pioggia; i sacrifici annuali ai Venti, alle Nuvole, ai Tuoni; i riti che vogliono provvedere alla fecondazione della terra e degli uomini, ecc.
Alla sfera magica appartiene pure una serie di credenze, che comportano riti eliminatori, in una specie di fluido malefico (μίασμα) che emanerebbe in determinate circostanze da persone e cose, idea che genera la formazione d'un concetto del puro e dell'impuro, concetti divisi però da una linea di confine abbastanza fluttuante. È certo che chi ha avvicinato certe persone o certe cose, chi ha compiuto determinati atti è investito dal fluido che da essi emana, e deve esserne purificato. Particolarmente in precise circostanze: i sacrifici, ad es., devono essere offerti ἄγνως καὶ καθαρῶς. E bisogna togliere il μίασμα che emana dall'aver versato o dall'essere stato toccato dal sangue; dall'essere stata — per una donna in età di concepire — a una cerimonia funebre; dall'aver avvicinato una donna incinta o mestruante; dalla sozzura tutta fisica che proviene dalla congiunzione carnale; dall'aver compiuto un delitto o l'aver avvicinato il colpevole, ecc. Le pratiche per liberarsi dal μίασμα erano varie: lustrazioni con acqua, fuoco, fumigazioni, servono a questo scopo, che è testimoniato anche dalla presenza di un cratere d'acqua posto all'entrata dei templi, perché si possa, prima dell'ingresso, purificarsi, dato che si può essere stati colpiti dal μίασμα anche senza saperlo; e, d'altra parte, il μίασμα può essere trasferito su un animale, su un uomo o su un oggetto.
La caratteristica di tutti questi riti ha fatto parlare qualcuno di un certo loro « predeismo », non volendo con questo affermare che appartengano a uno stadio della religione greca nel quale non appaiono dèi, ma che essi non implicano alcun dio, l'implicazione non essendo essenziale al rito. È l'idea di tabu, invece, che si esplica nella credenza « in forze soprannaturali utili o dannose che agiscono per contatto o per contagio; si cerca di captare direttamente le forze buone come a respingere o a distruggere quelle cattive ».
Nell'ambiente religioso primitivo dovette anche fiorire il culto degli antenati (v. ANTENATI, culto degli; DEFUNTI, venerazione dei), dal EROE (v.), come rivelano i culti misterici che, forse in origine riti « agrari », toccano con la loro fondazione i tempi più lontani, si mantengono accanto alla religione civica e sbocciano poi nelle grandi manifestazioni orfiche e eleusine. Una continuità di rapporti fra il defunto e il vivente è attestata dalla festa annuale che si celebrava in onore dei morti: in quel giorno il defunto visitava i vivi e si tratteneva con essi per ritornare a sera alla sua triste dimora. Qui sorge l'idea dell'anima che sopravvive alla morte e che è rappresentata in forma materiale spesso sotto specie di animale, come il serpente o un uccello. Ma il culto al defunto veniva tributato come se egli continuasse a mantenere figura corporea, anche quando verrà introdotto l'uso di cremare il cadavere, uso che avrebbe dovuto portare una concezione più spirituale.
La religione greca, come già notato, si dissolve con il dissolversi della unità politica del paese. Il disperdersi della cultura ellenica nel mondo del Mediterraneo e la facilità con la quale i Greci identificavano le loro divinità con quelle dei paesi stranieri, porta alla perdita del carattere genuino delle divinità stesse e dei culti ad essi connessi. Non solo: con la spedizione di Alessandro vengono importati nuovi culti, e a questi si rivolge il popolo divenuto ormai scettico, come ai culti misterici, greci bensì, questi ultimi, ma posti al di fuori della religione ufficiale, che viene sempre più trascurata a vantaggio d'essi (v. ELLENISMO).
IV. STORIA CIVILE DAL CRISTIANESIMO AD OGGI.
I. EPOCA IMPERIALE
Dal principio dell'era imperiale la G., devastata nel suo territorio, dove si erano combattute le ultime battaglie della Repubblica (Farsalo, Filippi, Azio), decimata nella popolazione, impoverita nelle ricchezze (Strabone nel I. VIII della Geografia ne fa una descrizione pietosa), poté salutare la sua restaurazione con l'avvento di Augusto all'Impero. Questi nel 27 a. C. staccò il Peloponneso dalla Macedonia, ricostituì le amministrazioni locali, specialmente quelle che avevano significato panellenico, come l'anfiziona di Delfi, e ne costituì di nuove, come quella propria delle popolazioni dell'Acaia, con sede in Argo, con a capo un «elladarca», quasi risurrezione simbolica dell'antica lega Achea; e richiamò in vita il tribunale dell'Areopago, sostituendo però l'elezione alla scelta per sorteggio.Fu criterio di Roma di largheggiare nelle autonomie locali, accentrando però in mani imperiali il
governo generale del paese, il cui titolare era di nomina senatoria. Atene, Sparta e Rodi godevano il privilegio di città libere, esenti cioè dal controllo del governatore romano.
Durante i primi due secoli dell'Impero la storia della G. non presenta fatti degni di rilievo. La vita del paese è tutta presa dagli affari dell'amministrazione e dalle ambiziose gare municipali, chiusa nel ricordo del glorioso passato, aliena dal partecipare con i suoi uomini al governo dell'Impero, anche quando l'editto di Caracalla concesse pure ai Greci la cittadinanza romana. La grecità è sentita soprattutto nella celebrazione dei giuochi olimpici, tradizionale simbolo di panellenismo, che fin dal 776 a. C. furono sempre celebrati (servendo anche, dal sec. IV in poi, a fissare il calcolo del tempo) fino al 393 d. C., quando l'eodosio I ne proibì l'ulteriore celebrazione.
Neppure dal punto di vista religioso, salvo Corinto distrutta da Silla e riedificata da Cesare mediante l'afflusso di coloni stranieri, vi fu compenetrazione tra l'elemento latino ed il greco, nonostante la simpatia che gli imperatori dimostrarono per la G. Claudio (m. nel 54) imbevuto di ellenismo non le lesinò la sua simpatia; Nerone (m. nel 68) vi raccolse facili allori; Adriano (m. nel 138) dimorò a lungo in Atene, nel 131 consacrò il nuovo Olympion e fondò nella città un'assemblea comune (sinedrio) dei Greci attorno al tempio da lui costruito a Zeus Panellenio, con annesso culto imperiale, collegio sacerdotale, feste e giuochi.
Ma nel sec. III, durante la crisi dell'Impero, comincia a turbarsi la tranquillità della regione. Sotto Decio (m. nel 245) i Goti ne minacciano le frontiere, tanto che sotto Valeriano (m. nel 260) si dovettero elevare le mura di Atene e nel 267, sotto Gallieno (m. nel 268), la città fu occupata da Goti ed Eruli, ricacciati dal generale greco Dexippo. Nel 396 si presenta di nuovo dinanzi ad Atene Alarico che non l'assale perché atterritò dalla statua di Athena Prômachos dominante dall'Acropoli, ma distrugge il santuario di Eleusi (395) e devasta il Peloponneso, da cui Stilicone lo ricaccia.
L'ordinamento provinciale stabilito da Augusto durò fino alla riforma di Diocleziano, il quale assegnò la G., sotto il nome di Acaia, al prefetto del pretorio dell'Illirico. Unica superstite del classicismo rimase l'Università di Atene, fedele al platonismo tradizionale sempre vivo pur nella sua interpretazione neoplatonica, ostile al cristianesimo. La sua chiusura, ordinata da Giustiniano nel 529, segnò la morte del paganesimo culturale in G.
II. MEDIO EVO
Sotto la dominazione di Bisanzio, che, iniziata con la fondazione di Costantinopoli (330), assume il suo aspetto specifico con Giustiniano (527-65), la posizione della G. passa in sottordine. In forza della divisione in themi che tradusse in atto nelle varie province dell'Impero la situazione già da lui stabilita per gli esarati di Ravenna e di Africa - per la quale venne di nuovo riunita nella mano di uno stesso governatore (stratego) l'amministrazione civile e militare che Diocleziano aveva affidato a due funzionari diversi - la provincia di Acaia fu abolita e sostituita da due circoscrizioni: I. Ellade, che comprendeva l'Attica, la Beozia, la
(per cortesia della dott. E. Gerlini) GRECIA - Il Palamidion visto dall'Acronaupia - Nauplia.
L'espugnazione di Costantinopoli da parte della IV Crociata (1204) portò un profondo rivolgimento nella situazione della G. alla quale i condottieri latini, specialmente di Francia, occupandola, applicarono il sistema feudale. Sorsero così il principato di Morea retto dalla dinastia di Goffredo di Villehardouin, il ducato di Atene che passò da Bonifacio III di Monferrato a Ottone de la Roche, a Gualtieri di Brienne e da ultimo agli Acciaioli di Firenze. Né sono da dimenticare le relazioni, sia commerciali sia politiche, che a causa dell'importanza della sponda adriatica il mezzogiorno d'Italia mantenne sempre con la G.; onde si può ben dire che la catastrofe di Costantinopoli nel 1453 fu catastrofe non solo dei Greci ma anche della latinità estromessa, con la sua cultura occidentale, dalla regione.
I Turchi Ottomani di Maometto II conquistarono Costantinopoli nel 1453 e nel 1456 s'impadronirono di Atene. La G. fu divisa in sei distretti organizzati militarmente: Morea, Boezia e Attica, Tessaglia, Etolia e Acarnania, Epiro, Eubea. Così la sua unità territoriale veniva ricostituita e il paese sotto il regime turco poté godere di una pace misera ma effettiva. Questo tuttavia non apportò nessun miglioramento civile perché il governo ottomano, modellato su quello proprio delle orde nomadi, fu come accampato nei territori occupati, governando con la legge del deserto, ignaro dell'amministrazione civica. Durante questi lunghi secoli di regime ottomano non vi sono eventi politici interni da registrare, salvo la progressiva occupazione, in danno dei Veneziani, dell'Eubea (1470), di Lepanto, Corone, Modone, Navarino (1499-1501), cioè di quasi tutta la G., da parte dei Turchi.
Le ostilità tra Veneziani e Turchi, nonostante le paci del 1503 e del 1573, continuarono sempre finché nella lunga guerra dal 1645 al 1669 i Veneziani perdettero dopo una eroica resistenza l'isola di Candia e in quella dal 1685 al 1689 il Peloponneso. Fu durante questa guerra che il Partenone, dai musulmani adibito a polveriera, andò quasi distrutto per una bomba lanciata dai Veneziani di Francesco Morosini (27 sett. 1687). Con l'aiuto dell'imperatore Leopoldo I il Morosini poté di nuovo impadronirsi del Peloponneso il cui possesso gli fu confermato dalla pace di Carlowitz (1699), ma per pochi anni, perché nel 1718, per la pace di Passarowitz, passò di nuovo ai Turchi, senza rimpianto dei Greci che dichiaravano preferire il Sultano ai Veneziani e il patriarca greco di Costantinopoli al papa latino di Roma.
III. L'INDIPENDENZA NAZIONALE
La Rivoluzione Francese provocando ovunque il sorgere dei nazionalismi, oltre a quelli dei Serbi, Bulgari, Rumeni della penisola balcanica soggetta al turco, suscitò anche quello della G. incoraggiata (qui come presso le altre popolazioni citate) dalla Russia che da Pietro il Grande in poi si è sempre sentita la naturale protettrice delle popolazioni ortodosse.L'opposizione a questo moto di liberazione veniva dall'Austria di Metternich, contrario, in nome dei principi della Santa Alleanza ad ogni spirito di nazionalismo che, qualora avesse prevalso, avrebbe finito per sgretolare, come poi avvenne di fatto, lo stesso Stato austriaco; ma veniva platonicamente incoraggiato dalla Russia che sosteneva le associazioni segrete (eterie) ed accoglieva nelle file dell'esercito e negli uffici civili i Greci profughi dalla Turchia; e più efficacemente dall'Inghilterra che, scoppiata l'insurrezione, inviò in appoggio la sua flotta. La rivoluzione scoppiò a Jassy per iniziativa di Alessandro Ipsilanti, aiutante di campo dello zar Alessandro I, e si sviluppò in Acaia sotto la guida di P. Mauromikali e T. Colocotroni, con la benedizione dell'arcivescovo di Parrasso, che innalzò nelle mura di Calavrita la bandiera dell'insurrezione e con l'azione efficace di M. Bötzaris e degli ammiragli Canaris e Minülis.
Primo effetto dell'insurrezione fu la riunione a Epidauro, il 1° gen. 1822, di un'assemblea degli insorti che proclamò l'indipendenza della G. ed elesse un consiglio di cinque membri e un senato di 59 membri presieduto da Demetrio Ipsilanti, fratello di Alessandro. Mentre le potenze accoglievano con freddezza l'appello degli insorti, illustri liberali europei accorsero volontari all'appello: basti ricordare lord G. Byron, caduto poi a Missolungi, e Santorre di Santarosa, caduto a Sfacteria. La G. intanto, a sopire le discordie interne, aveva instaurato un regime dittatoriale sotto il corfiota conte Giovanni Capodistria (1827), già ministro alla corte dello zar Alessandro I, ben presto ucciso (1831) per il suo contegno autoritario.
In difesa del Sultano si schierò il vicerè d'Egitto Mehmet Ali, nominato per l'occasione pascià di Morea, il quale mandò suo figlio Ibrahim ad occupare Navarino, Tripolitza e Missolungi (1827). Le tre potenze interessate agli avvenimenti (Francia, Inghilterra e Russia), interposero la loro mediazione, ma Ibrahim, dopo averla accettata, non volle sottostare alle condizioni di armistizio e allora la flotta inglese entrata in azione annientò quella egiziana ottenendo così la liberazione della G. dai Turchi. Il Trattato di Adrianopoli (sett. 1829) confermato dalla Conferenza di Londra (1830) riconobbe l'indipendenza della G. entro i limiti dell'Ellade, Peloponneso, Eubea e di alcune isole dell'arcipelago, fissando a nord il confine secondo una linea, dal golfo di Volo a quello di Arta, che escludeva le popolose province di Epiro, Tessaglia, Macedonia, nonché le grandi isole di Creta, Rodi, Samo e Chio.
La corona del nuovo Regno fu offerta al principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo e avendo questi rifiutato fu offerta a Ottone, secondogenito di Luigi di Baviera, che fece il suo solenne ingresso a Nauplia, capitale provvisoria, nel 1833 e fissò ad Atene la capitale del Regno. A causa del suo sistema di governo, troppo accentratore alla tedesca, scoppiò nel 1862 una rivoluzione che persuasi Ottone a ritornarsene in Baviera. Gli successe il principe Giorgio di Danimarca, favorito dall'Inghilterra, la quale per l'occasione cedette alla G. le isole Ionie (1864) che deteneva dal 1815.
La nuova Costituzione che dava alla monarchia un carattere democratico, in quanto la sovranità del popolo vi era riconosciuta attraverso il sistema parlamentare, andò in vigore nel 1864.
Sotto il regno di Giorgio I la G. migliorò la sua condizione interna; grazie alle due guerre balcaniche aumentò il suo territorio con la conquista di Salonicco fatta dal diadoco Costantino, salito al trono (come XII di questo nome, per riannodarsi all'ultimo dei Paleologi caduto sotto le mura di Bisanzio nel 1453) dopo l'assassinio del padre a Salonicco (1913). Ma la prosperità raggiunta fu annullata dalle vicende della prima guerra mondiale a cui il cretese Venizelos volle che la G. partecipasse, contro il parere del Re che voleva la neutralità, e che dovette andarsene in esilio (1917) da cui fu richiamato, in seguito a un plebiscito, nel 1920. Ma la sconfitta, infittagli dai Turchi in Asia Minore (1922), costrinse Costantino XII a un'abdicazione definitiva nel 1922. Gli successe, essendo premorto Alessandro I (che regnò dal 1917 al 1920), l'altro figlio Giorgio II che, in seguito alla rivoluzione repubblicana capitanata dal Plastiras, dovette abdicare nel 1924.
Il regime repubblicano durò fino al 1935 quando l'Assemblea nazionale, con uno schiacciante plebiscito, richiamò Giorgio sul trono. L'equilibrio instabile dei partiti persuasi il nuovo presidente del Consiglio Metaxàs ad assumere un atteggiamento dittatoriale. Gli eventi, intanto, coinvolgevano il paese nella seconda guerra mondiale: attacco alla G., muovendo dall'Albania, da parte di inadeguate forze italiane delle quali ebbe ragione l'abile difesa del generale Papagos (1940-41); intervento della Germania in G. (1941); sbarco degli alleati anglo-americani (1944); ritiro del re Giorgio in Inghilterra; reggenza dell'arcivescovo Damaskinòs (1945); sanguinosa guerriglia fra il fronte nazionale (Elam) e l'esercito popolare (Elas) di liberazione ossequente ai Soviet, sotto la guida di Markos; plebiscito istituzionale (1946) che vota il ritorno del Re. Questi muore nel 1947 e gli succede il fratello Paolo II. Dopo la cessione alla G. delle isole del Dodecannese (1946), un trattato di amicizia tra l'Italia e la G. viene firmato a S. Reno il 5 nov. 1948.
V. la bibliografia alla voce ORENTE, IMPERO ROMANO di, Storia
Per la G. moderna: Fr. Ch. Pouqueville, Hist. de la régénération de la Grèce, Parigi 1826; G. G. Gervinus, Risorgimento della G., 3 voll., Milano 1863-64; G. F. Hertzberg, Gesch. Griechenlands seit dem Absterben das antiken Lebens bis zur Gegenwart, Gotha 1876-78; F. Gregorovius, Gesch. der Stadt Athen im Mittelalter, 2 voll., Stoccarda 1889; W. Miller, Greece, Londra 1928; J. Ancel, Peuples et nations des Balkans, Parigi 1930, pp. 15, 98, 109, 157, 183; G. Zoras, Nel primo centenario della costituzione del Regno ellenico, in L'Europa orientale, 13 (1933), p. 106 sgg.; id., La restaurazione monarchica in G., ibid., 16 (1936), p. 177 sg.; M. Vasmer, Die Slaven in Griechenland, Berlino 1941. Nicola TurchiV. STORIA ECCLESIASTICA.
I. DAGLI INIZI DEL CRISTIANESIMO FINO AL SEC. XX. -
1. Età apostolica
La Bibbia ebraica chiama i greci Jāwān («Ioni»). Jāwān era un discendente di Iapheth; Settanta (Ἰωάν) e Volgata (Iavan) ne trascrivono il nome nelle genealogie (Gen. 10, 2, 4; I Par. 1, 5, 7); altrove lo traducono Ἕλληνας e Graeci, o Ἑλλάς e Graecia. In assiriaco si diceva Jāmn, Jāman, Jāvan («Ioni»). In Is. 66, 19 Jahweh promette che farà giungere gli Israeliti fino ai Greci e alle «isole». Ez. 27, 13, 19 e Ioel 3, 6 (ebr. 4, 6) parlano del commercio di schiavi, vasi e metalli che i Tiri facevano con i Greci. Dan. 8, 21 sgg. e 11, 2 descrive la potenza dell'ariete o Alessandro «re dei Greci» («primo re dei Greci»: I Mach. 1, 1; 6, 2). Anche i Seleucidi sono «re dei Greci» (Dan. 10, 20; Zach. 9, 13; I Mach. 1, 11; 8, 18: contro essi i Giudei chiedono aiuto ai Romani, che li liberino dal «giogo dei Greci»).Le prime relazioni politiche tra Giudei e abitanti della G. propriamente detta ebbero luogo (I Mach. 12, 20-23) sotto il re di Sparta Areios I (309-265 a. C.) e il sommo sacerdote Onia I (325-300) o II (ca. il 265). Ionathan Maccabeo (168-142 a. C.) si richiama a un'antichissima parentela tra Spartani e Giudei (I Mach. 12, 6, 21; 14, 20; cf. II Mach. 5, 9, e Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XIV, 10, 22); Simone (142-134) rinnovò l'alleanza su desiderio di Sparta (I Mach. 14, 16-23).
Nel periodo «greco» o «ellenistico», iniziatosi dopo la conquista d'Alessandro Magno (m. nel 323 a. C.), la Palestina, dopo un breve periodo di governo tolemaico, fu sotto l'Impero «greco» dei Seleucidi re di Siria. Si
diffusero allora tra i Giudei, IV (v.), i costumi pagani dei «Greci», nonostante la resistenza dei nuclei fedeli (II Mach. 4, 15; 9, 24); ebbero corso la lingua ellenistica e le monete greche (v. BIDRAMMA; DIDRAMMA). Ma l'incontro del giudaismo con l'ellenismo (v.) ALESSANDRO (v.), ed ebbe poi altri focolai a Antiochia, Cirene, Smirne. Per i Giudei detti «ellenisti», perché di lingua greca, diaspora (v.), furono fatte le versioni greche della Bibbia, la più antica e importante delle quali è detta dei Settanta; si sviluppò inoltre un'importante letteratura giudeo-ellenistica, Filone (v.). Al tempo della predicazione apostolica, la G. propriamente detta era la provincia romana di Acaia. Conquistata nel 146 a. C., fu dapprima aggregata alla Macedonia; fu elevata a provincia senatoria da Augusto nel 27 a. C., CERINTO (v.) «totius Graeciae lumen» (Cicerone, Pro lege Man., 5). Dell'Acaia, distinta dalla Macedonia (Act. 20, 2), era proconsole Gallione (v. Act. 18, 12) quando giunse s. Paolo, fuggitivo da

(per cortesia della dott. E. Gerlini) GRECIA - Rada della Croce - Tinos.
La fede portata da s. Paolo in G. vi si sviluppò rapidamente. S. Clemente Romano (sec. 1) vi suppone comunità numerose. Molti vescovi vi erano già nei primi tre secoli. Atene ridiventò il centro dell'erudizione per l'Occidente; l'Accademia pagana vi fu chiusa solo nel 529. Dal tempo di Costantino la maggior parte dell'antica G. passò alla prefettura dell'Illirico; da Valentiniano I la G. fu unita alla prefettura d'Italia; nel 379 passò di nuovo all'Impero romano d'Oriente.
14. Sulla mentalità religiosa greca in rapporto al messaggio cristiano: A
J. Festugière, L'idéal religieux des Grecs et l'Évangile, Parigi 1933; id., Larévélation d'Hermès trismégiste, I, L'astrologie et les sciences occultes, ivi 1948; II, Le Dieu cosmique, ivi 1949, cui seguiranno, III, Les doctrines de l'âme, e IV, Le Dieu inconnu et la guose; cf. M. P. Nilsson, Religiosità greca, trad. it., Firenze 1949.
Antonino Romeo
15. Età subapostolica
Lo sviluppo successivo esterno della Chiesa greca si manifesta nella partecipazione dei suoi vescovi ai concili ecumenici. Già nel Concilio di Nicea (325) sono presenti 4 o 5 vescovi della Macedonia e della Tessaglia, 3 dell'Acaia, 4 delle isole. Nel Concilio di Efeso (431) si nota la presenza di 5 vescovi della Macedonia e della Tessaglia, di cui uno rappresentava anche il vescovo (vicario papale) di Salonicco, del metropolita di Corinto con 6 suffraganei, del metropolita dell'Epiro vecchio con 2 suffraganei, e del metropolita di Rodi con 4 suffraganei. Nel VII Concilio ecumenico (787) si trovano i sinodali della G., cioè il metropolita di Salonicco, quello di Gortina con 9 suffraganei, i 5 vescovi delle isole di Corfù, Zante, Cefalonia, Egina, Lemno, il metropolita di Nicopoli (Epiro) ed altri 3 vescovi del Peloponneso e di altre regioni greche.L'intera organizzazione ecclesiastica dell'Illirico orientale a cui le diocesi della G. erano incorporate, eccettuati però i vescovati della metropoli di Rodi, comprendava alla fine del sec. IX ed anche più tardi una sessantina di diocesi. Tale sviluppo era dovuto almeno in grandissima parte alla concordia con la Sede Romana a cui quelle diocesi appartenevano di diritto ed anche di fatto fino al 732; ai sacrifici fatti nelle prime persecuzioni dai martiri come Dionigi, Publio, Leonida, Cirillo di Creta, Demetrio, Isidoro, i Dieci di Creta; alla teologia apologetica e domatica insegnata dagli apologeti Aristide ed Atenagora, dal maestro Teodoro, il futuro arcivescovo di Canterbury, da Andrea di Creta, da Giuseppe di Salonicco fratello di s. Teodoro Studita, e dai futuri apostoli degli Slavi, i ss. Cirillo e Metodio provenienti da Salonicco; allo zelo e al buon esempio di Nicone Metanoeite (m. nel 998) e dei fondatori di celebri monasteri, Luca (m. nel 946), Atanasio Atonita (m. nel 1000; V. PATMOS), e Cristodulo di Patmos (m. nel 1093). La separazione di Bisanzio dalla Chiesa cattolica (v. COSTANTINOPOLI, I, Il patriarcato) trascinò la Chiesa greca nella stessa triste sorte. I due Concili ecumenici di Lione (1274) e di Firenze ed altri molti tentativi dei papi ebbero soltanto un successo temporaneo. Anzi dopo il rifiuto dei tentativi d'unione crebbe spesso l'odio contro la Chiesa cattolica come viene dimostrato da tanti scritti dei controversisti greci. Nel sec. XIV poi la nuova eresia del palamismo, propagata da Gregorio Palamas, metropolita di Salonicco, e dai suoi seguaci e successori Nilo e Nicola Cabasilas, aggiunge un grave ostacolo all'Unione. La dominazione latina che dal sec. XIII abbracciò molte parti della G. moderna, giovò poco all'Unione, risultò anzi spesso, per i metodi usati dai governi, un vantaggio dei dissidenti benché i loro vescovi non fossero ammessi ufficialmente nelle loro sedi. Quando cessò la dominazione dei Latini, si poterono meglio constatare i gravi detrimenti patiti dalla Chiesa cattolica specialmente a cagione dei matrimoni misti. Un esempio caratteristico viene offerto da Creta, occupata dal sec. XIII fino all'a. 1669 dai Veneziani; ivi ebbero origine i patriarchi più avversi alla Chiesa cattolica come Melezio Pegas e Cirillo Lukaris. Sotto la dominazione turca, la gerarchia greca poté di nuovo riorganizzarsi. Tuttavia la sua cultura ed il suo influsso non erano certamente floridi, principalmente a cagione della triste situazione dei loro patriarchi. Proprio in quei tempi, come si vedrà sotto, la Chiesa greca dissidente chiese ed accettò ben volentieri i servizi dei missionari cattolici e della Sede Romana. Non si vuole però negare che anche in quei tempi, particolarmente per aiuto di benefattori « ortodossi », dell'estero, furono istituite scuole, ad es., al Monte Athos, ad Atene, Chios, Patmos, Janina, Missolungi, nelle isole Ionie, ecc.
Dopo la liberazione dai Turchi il governo greco promosse le scuole elementari e medie e nel 1837 fondò l'Università di Atene con una facoltà di teologia. Certamente la Chiesa greca trasse da queste istituzioni dello Stato parecchi vantaggi ma anche detrimenti a cagione della statolatria liberale dei governanti d'allora. La Chiesa greca stessa patì una trasformazione, in quanto il governo liberale, col consenso di un'assemblea di vescovi, proclamò nel 1833 l'indipendenza della Chiesa greca dal patriarcato bizantino. Seguirono altri fatti di importanza capitale, come la soppressione di molti vescovati e di molti monasteri maschili e femminili. Su queste ed altre difficoltà V. ATENE, ARCUDIOCESI di.
Gregorio XVI, nel difendere strenuamente i principi religiosi nelle lotte interne della G. (prima metà del sec. XIX), ha certamente reso servizi alla causa della santa libertà contro la statolatria. Egli istituì la delegazione apostolica. Nella seconda metà del sec. XIX continuò l'influsso dei protestanti cominciato già prima; anche il fatto che molti professori di teologia si fossero formati nelle università tedesche, particolarmente presso maestri pretestanti, ebbe effetti poco salutari. Le lettere encicliche di Pio IX e Leone XIII che invitavano i dissidenti all'Unione trovarono in G. forte opposizione anche nella stampa. Non mancò però anche in giorni tristi la fiducia dei genitori « ortodossi » che affidavano i loro figli agli istituti cattolici tenuti da religiosi e da suore.
II. LA CHIESA CATTOLICA, DAL SEC. XIII AL SEC. XX. - Papa Innocenzo III creò nel 1209 l'arcivescovato latino di Atene con 11 sedi suffragane. Altri vescovati latini furono cretti verso lo stesso tempo in Creta ed altrove. Anzi la G. di allora presentava una grande organizzazione ecclesiastica. Furono lasciati in carica quei pochi vescovi che prestarono il giuramento di obbedienza al Papa e ai suoi rappresentanti. Accorsero in aiuto delle anime anche religiosi occidentali.
Così il monastero di Daphni venne nelle mani dei Cistercensi. I Domenicani, Francescani ed altri religiosi fondarono residenze nella G., soprattutto in Creta. Ma le conversioni dei Greci non furono numerose. La dominazione latina non menò gli abitanti indigeni alla fede cattolica dei loro padroni. Non fu colpa della Chiesa che parecchi dei signori ed anche qualche ecclesiastico non fossero di condotta esemplare. Felice fu l'iniziativa promossa, soprattutto dopo il Concilio di Firenze, di attrarre soavemente i dissidenti alla Chiesa cattolica per mezzo di sacerdoti cattolici di rito greco: anzi forse la causa principale dello scarso risultato dell'apostolato cattolico nei secoli precedenti fu appunto il latinismo. In Creta, in Metone e in Corone si formarono forti gruppi di cattolici sotto sacerdoti di rito greco. Il vescovo cattolico di rito greco Giuseppe che prima portava il nome di Giovanni Piusideno, fu un valente scrittore ed esemplare prelato, morto presso il suo gregge nell'espugnazione di Metone nel 1500. I cardd. Bessarione ed Isidoro di Kiev sostenevano col loro autorevole influsso i cattolici di rito bizantino. Nel sec. XVII molti prelati dissidenti della G. indirizzarono lettere alla Curia romana chiedendo aiuto; lo stesso fecero i monasteri greci dell'Athos, Nea Mone (Chios) e Patmos. La S. Sede fu benigna e caritatevole verso tali suppliche, benché qualche volta si mostrasse restia in conseguenza di alcune tristi esperienze fatte con gli Orientali. Furono ottenute anche conversioni di prelati dissidenti; alcuni nondimeno non perseverarono. In ogni caso l'apostolato dei missionari cattolici nella G. trovò spesso fiducia presso gli « ortodossi ». Le scuole dei Gesuiti, Cappuccini e Lazzaristi furono frequentate da non pochi figli di genitori dissidenti. Quando nel sec. XIX iniziò un rigoglio di fondazioni ca-
ritatevoli ed educative con tutte le attrezzature moderne in Atene, nel Pireo, a Salonicco, in Creta, a Chios, a Naxos, a Syros, a Santorino, a Tinos, a Corfù ed altrove, i genitori «ortodossi» mostrarono grandissima fiducia verso queste scuole e verso altre istituzioni del genere. Così è rimasto fino ad oggi benché non siano mancati nel decorso dei tempi attacchi contro le opere cattoliche. Per il contributo culturale dei cattolici greci nell'Occidente, V. COLLEGI ECCLESIASTICI (IX. Greco, Pontificio).
III. NEL SEC. XX. — La Chiesa «ortodossa» greca ha ricevuto una nuova Costituzione nel 1940. Fino al 1923 era stata governata da un Sinodo permanente di 5 membri presieduto dall'arcivescovo di Atene. Lo Statuto del 1923 sostituì questo Sinodo con un altro composto da tutti i vescovi, lasciando all'arcivescovo di Atene il disbrigo degli affari ordinari. Questo ordinamento durò fino al 1925. Un nuovo Statuto costituì nel 1931 un'Assemblea generale di tutti i vescovi da radunarsi almeno ogni 3 anni e un Sinodo permanente di 8 membri. Lo Statuto del 1940 ritenne questi due organi, soltanto ridusse a 6 i membri del Sinodo ai quali affidò il compito dell'elezione dei nuovi vescovi da farsi mediante la presentazione di 3 candidati al governo, che ne avrebbe poi scelto uno. Furono soppresse alcune diocesi ed altre fuse insieme, cosicché risultarono 65 diocesi e l'arcidiocesi di Atene, sottomesse al Sinodo di G., mentre la provincia di Creta, soggetta al patriarca bizantino, numera un metropolita e 7 vescovi suffraganei.
Nel 1938 l'arcivescovo Crisostomo Papadopoulos fu sostituito alla sua morte da Crisanto Filippides, il quale a sua volta ebbe come successore, nel 1941, Damaskinós, divenuto poi reggente del Regno fino al ritorno del re; egli morì nel 1949 ed ebbe come successore Spyridon.
Negli ultimi 20 anni la Chiesa «ortodossa» ha avuto relazioni tese con la Chiesa cattolica e invece molto amichevoli con quelle protestanti. La tensione, la cui causa fu l'arrivo in G. di numerosi cattolici di rito greco insieme al loro vescovo dopo la guerra contro la Turchia (1921), si è manifestata in numerosi atti legislativi contro il «proselitismo», nel costante rifiuto di riconoscere l'arcivescovo latino di Atene, nell'opposizione del clero contro l'istituzione del matrimonio civile (la legge riconosce soltanto il matrimonio «ortodosso» degli «ortodossi», cosicché il «matrimonio misto» fatto nella Chiesa cattolica viene ritenuto invalido), nella nuova legge del 1938 che spiega le clausole costituzionali sulla religione e finalmente nell'efficace opposizione allo stabilimento di rapporti diplomatici con la S. Sede.
La Chiesa greca si è fatta rappresentare in tutte le principali conferenze pancriste (Losanna 1927; Edimburgo 1938; Amsterdam 1948). I rapporti con gli anglicani sono particolarmente stretti. Dietro invito furono
inviati delegati alle Conferenze Lambeth del 1920, 1930 e 1948. Nel 1931 si trattò ufficialmente sulla dottrina e sulla possibilità dell'intercomunione con gli anglicani e i vecchi-cattolici. Ma soltanto nel 1938 la Chiesa greca riconobbe le ordinazioni anglicane, il che fu poi imitato da altre Chiese «ortodosse».
Il livello dell'educazione del clero nella Chiesa greca è, per ragioni della sua grande povertà, piuttosto basso. La maggioranza degli studenti nella facoltà teologica di Atene non aspira al sacerdozio ma soltanto a qualche carriera connessa con la Chiesa (ad es., cancellatorato nelle diocesi, cattedre di teologia quasi tutte tenute dai laici). L'adozione del nuovo calendario nel 1924 dette luogo a dissenzi locali che durano ancora.
Nel 1907 fu fondata, in maggioranza dai laici, un'associazione chiamata Ζωή (Vita) con un regolamento di tipo monastico per la formazione di catechisti e per il fomento delle scuole domenicali. Essa pubblica un settimanale omonimo. Nel 1938 sorse l'Unione cristiana dei laureati per elevare il livello della vita religiosa; pubblica Ἀκτίνες (Raggi). Dopo la prima guerra mondiale altri movimenti hanno avuto vita specialmente per iniziativa dei laici per il rinnovamento religioso.
La situazione dei cattolici latini nella G. durante il sec. XX non ha avuto cambiamenti degni di rilievo. Si è organizzata l'Azione Cattolica secondo le moderne direttive. Nel 1947 la diocesi di Chios è stata posta sotto l'amministrazione dell'arcivescovo di Naxos e quella di Santorino sotto quello di Syros.
Giuseppe Gill
IV. IL RITO GRECO
Fino a pochi anni ad dietro, si usava sempre questo termine per designare il rito della Chiesa bizantina osservato in varie regioni. Per distinguere lingue e paesi di questo rito, si diceva greco-russo, greco-bulgaro, greco-georgiano, greco-melkita (arabo), ecc. Ora è invalsa l'espressione di rito bizantino; V. BIZANTINA, ARTE, LITURGIA.Placido de Meester
VI. LA κοινή.
La κοινή («comune») o ἑλληνική διάλεκτος designa la lingua greca dal tempo di Alessandro (ca. 330 a. C.) fino al periodo bizantino; è ALESSANDRO (v.) si diffuse in tutto il mondo romano. Lingua della conversazione e delle relazioni commerciali, dura fino al 500 d. C., allorché incomincia la fase del neo-greco; detta anche «ellenistica», che ἑλληνισμός era detto il raggruppamento di tutto il popolo greco, oltre le barriere dei singoli Stati, in un mondo culturale comune (400-200 a. C.). La κοινή si estende alle diverse forme della produzione letteraria ellenistica (iscrizioni, lettere private, opere storiche e bibliche); resta un compromesso tra la lingua parlata e la tradizione del classicismo.
Tale lingua internazionale, comoda per le transazioni, spezza l'esistenza dei dialetti greci. La lingua letteraria, che sensibilmente differiva dalla lingua parlata e rimaneva sotto l'influsso e l'imitazione del greco classico, dal sec. I a. C. si sforza di riaccostarsi agli antichi modelli classici (atticismo); mentre quella parlata si sviluppa per proprio conto, e ha come termine di sviluppo il greco moderno. La tendenza atticista non ha intaccato la tradizione manoscritta del Nuovo Testamento, per quanto un'atticizzazione sporadica dei Sinottici può rilevarsi in singoli manoscritti o gruppi di manoscritti (Michaelis).
La κοινή si formò sulla base dell'attico, di cui conserva per lo più fonologia e flessione; l'influenza dorica è minima o nulla, mentre il contributo dello ionico è abbondante. La scelta dell'α o dell'η, il vocalismo di certe voci, i casi di aspirazione, le leggi di contrazione, la declinazione e coniugazione si attengono, con poche eccezioni, alle regole dell'attico; mentre lo ionico, penetrato solo accidental-