ELLENISMO. - Nome coniato da J. G. Droysen (nella sua storia sull'argomento, tra il 1836 e il 1877) per designare tutto il periodo storico dalle spedizioni militari di Alessandro il Grande fuori della Grecia al momento in cui l'influsso di Roma si estese definitivamente sui paesi ellenici ed ellenizzati. E. indica in modo particolare la storia della civiltà greca su territori non greci, la lingua comune che espresse questa civiltà, l'arte, il pensiero, la vita delle nazioni (Egitto, Asia Minore, Persia, Battiana, India, Siria) ellenizzate, dalla morte di Alessandro (323 a. C.) alla battaglia di Azio (31 a. C.).
I. ORIGINI E CARATTERE DELL'E
Le conseguenze storiche delle imprese di Alessandro furono così vaste e profonde da renderne assai difficile la valutazione, anche soltanto sommaria; esse portarono una impetuosa ondata di civiltà occidentale che superò le secolari dighe e penetrò in mezzo a civiltà affatto diverse. L'infiltrazione della cultura greca in Oriente era cominciata, certamente, molto prima; ma con Alessandro essa si approfondì e si estese fino entro l'Asia. Naturalmente, la vastissima trasformazione e penetrazione spirituale dell'e. non avvenne né ad un tratto, né ovunque nella stessa misura e maniera.In Alessandria si sviluppo una letteratura nuova, di carattere raffinato ed erudito, a accanto alla filosofia vi fioriscono le scienze naturali, la matematica, la meccanica, l'astronomia, la medicina. Antiochia, più a contatto con la imponente civiltà assiro-babilonese ed ironico, fu il secondo grande centro di e., meno brillante certo, ma non per questo meno fecondo per gli influssi più e meno efficaci sulle regioni circostanti. Ma la cultura non si limitò alle metropoli, si diffuse nei centri minori (Efeso, Cesarea di Cappadocia ecc.), fino nelle regioni più lontane, perdendo naturalmente dei caratteri suoi migliori e originali per costituire sempre più un tipo di cultura universale, comune a molti ceti di persone, espressione di una coscienza media e umana, elevandosi al di sopra di confini e di razze.
All'unificazione della cultura corrisponde l'unificazione della lingua. La lingua greca, già nel passato largamente introdotta dai mercanti, si diffuse sempre più e cominciò a servire da « lingua franca » internazionale dell'Asia anteriore e finì per divenire, come fu difatti chiamata, la lingua « comune », koinè (XVI-XVII). Essa è la continuazione dell'Attico, modificata però ed allargata, una lingua ossia a tutti intelligibile, ma scolorita, uniforme, che suonò pressoché eguale con lievissime varietà locali in Egitto, in Siria, nei documenti ufficiali e delle pubbliche amministrazioni.
Quanto alla filosofia, i nuovi sistemi che sorgono nella età ellenistica, lo stoicismo di Zanone e l'edonismo di Epicuro seguono la decadenza della metafisica a vantaggio dell'etica. L'accedemio di Carnonde, in lungo delle teorie delle idee, difende uno scetticismo probabilistico. Questa filosofia dell'età ellenistica si incanala in Roma con Cicerone, Lamezio, Seneca secondo due correnti: scetticismo radicale (pirronismo) o scetticismo moderato.
Giuliano Gennaro
II. L'E. E I SUOI RAPPORTI CON IL GIUDAISMO E IL CRISTIANESIMO. — Con la lingua greca si diffondevano, specialmente nelle città e tra le classi colte, gli elementi della filosofia, della religione, della morale e dell'arte greca. L'e. però non era solo attive, ma anche passivo; riceveva cioè dalle civiltà che incontrava notevoli apporti, specialmente religiosi (dai culti e dai misteri orientali). Nasceva così il sincretismo ellenistico, detto semplicemente e.
Alcuni acutistici sostengono che il cristianesimo primitivo sia il risultato di una specie di sincretismo nato da elementi giudaici ed ellenistici. Gioverò quindi conoscere i rapporti tra e. e giudaismo, ed e. e cristianesimo.
1. E. e Giudaismo. — a) Le fonti. — Sul vasto periodo dell'e. anteriore a Cristo abbiamo relativamente poche fonti sicure riguardanti la Palestina. Tra esse sono i libri canonici dei Maccabee, la Sapienza e l'Ecclesiastico; apocrifi (v.) scritti in questo tempo: Enoch, Testamento dei 12 patriarchi, Salmi di Salomone e, sembra, anche codici scoperti nel 1947 nel deserto di Giuda (Lotta fra i figli delle tenebre e i figli della luce). Flavio Giuseppe, Filone Alessandrino, la lettera dello Pseudo Aristea e gli scritti rabbinici (Miñah, Talmud) ci conservano particolari utili per la reazione giudaica all'e.
Per conoscere il punto di vista ellenistico giovano gli scritti dei Greci e dei Romani composti in questo periodo, nei tratti che riguardano gli Ebrei. Tra essi specialmente: Strabone, Plutarco, Dione Cassio, Cicerone, Plinio il Vecchio e il Giovane, Tacito, Svetonio, Seneca, Lucano, i poeti Virgilio, Orazio, Ovidio, i satirici Petronio, Persio Flacco, Marziale, Giovenale.
b) In Palestina. — L'e. raggiunse dapprima le città periferiche di Gaza, Ascalon, Dora, Pella, Dion, Filadelfia (l'antica Rabbath Ammon), Gadara, Abila. In Transgiordania sorse la Decapoli ellenistica, con un'appendice a Scitopoli-Bethsan. Sotto Antico IV Epifane l'e. cercò di penetrare violentemente nella stessa capitale. I sommi sacerdoti (v. MENELAO) davano il pessimo esempio. Ma la massa del popolo resisteva e regì fortemente alla persecuzione, insorgendo con Mathaia e i suoi figli Giuda Maccabee, Ionathan, Simone.
Asmonei (v.), MAGOG (v.) e dei suoi successori, l'e. tentava di penetrare, favorito talora dai sovrani e specialmente dai Sadducei, ma l'onda veniva respinta dalla Farisei (v.). I libri giudaici scritti in quest'epoca mostrano quanto energica fosse la reazione religiosa e nazionalistica della maggioranza degli Ebrei, che si conservò fedele alla religione dei padri.
c) diaspora (v.). — Fuori della Palestina gli Ebrei erano maggiormente a contatto con l'e. Ne appre-
sero la lingua, ne conobbero le dottrine filosofiche e religiose subendone inevitabili contraccolpi; tuttavia, pure parlando e scrivendo in greco, rimasero nella sostanza autentici Ebrei.
La Sapienza, scritta in greco da un giudeo alessandrino, ci svela l'atteggiamento di questi Ebrei. Anche Filone, che pure aveva accettato alcuni principi filosofici dell'e., rimaneva ebreo e procurava di difendere la Bibbia, ricorrendo all'esegesi allegorica. In Egitto gli Ebrei costruirono un tempio a Leontopoli, tradussero la Bibbia in greco (v. SETTANTA) e procurarono di accrescerne la stima presso gli ellenisti, raccontando la leggenda dei 72 interpreti, volgarizzata dallo Pseudo Aristea.
Anche Giuseppe Flavio, sacerdote ebreo trapiantato a Roma, pure scrivendo qualche opera in greco, non smentisce il suo carattere di autentico ebreo.
Concludendo, si può dire che anche nella diaspora l'e. aveva sfiorato solo la superficie del giudaismo, senza intaccarne profondamente la sostanza religiosa.
2. E. e Cristianesimo. — Dai Vangeli risulta che Gesù, pur essendosi recato nella Decapoli e nelle regioni ellenizzate di Tiro di Sidone e di Cesarea di Filippi, non ebbe rapporti dottrinali con i pagani ellenisti, anzi limitò la sua missione personale ai giudei palestinesi. Affermò chiaramente di aver appreso la sua dottrina dal Padre. Quando i Greci (pagani) vollero parlargli dovettero interporre la mediazione di Filippo (Io. 12, 20-29).
Tutti gli autori del Nuovo Testamento (eccetto Matteo che scrisse in aramaico per gli Ebrei palestinesi) scrissero in greco. Dell'ellenismo tuttavia ritennero solo la lingua comune (koinè) ed alcuni elementi marginali: la sostanza dell'insegnamento la ripetono tutti da Cristo, Figlio di Dio, rivelatore.
In favore degli Ebrei DIACONIA (v.), che hanno nomi greci (Act. 6). S. Pietro apre per primo la porta del cristianesimo è un incirconciso (Act. 10). Barnaba e Saulo ad Antiochia e nell'Asia Minore convertono i pagani, senza farli passare attraverso il giudaismo. Il Concilio di Gerusalemme (Act. 15) proclamò solennemente che l'osservanza delle norme mosaiche non era necessaria per la salvezza. Si apriva così il campo all'ingresso nella Chiesa dei pagani, cresciuti nell'e.; ma non era l'ingresso, o la fusione, dell'e. nel cristianesimo giudaico, bensì la conversione totale alla nuova religione fondata da Cristo.
S. Paolo, apostolo delle genti, dopo la visione di Damasco aveva purificato il suo giudaismo, aderendo alle Rivelazioni del Cristo che lo aveva ghermito ed alla tradizione apostolica. Le sue cognizioni superficiali dell'e. gli servirono per spianare la via verso il Cristo al mondo pagano, ma non costituirono mai la sostanza del suo insegnamento.
S. Paolo mostra l'indipendenza sostanziale del cristianesimo tanto dal giudaismo quanto dall'e., scrivendo ai Corinti: « I giudei domandano portenti, i Greci cercano sapienza, noi invece predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i gentili... » (I Cor. 1, 22-24).
Una buona divulgazione con la bibliografia essenziale sul complesso problema è data da L. Allevi, il quale dimostra, tra l'altro, che s. Paolo prende netta e decisa posizione « contro tutti i pericoli e i tentativi di alterazione o ellenizzazione della dottrina cristiana » (p. 72).
A proposito dei misteri pagani, da cui si vorrebbero fare dipendere i Sacramenti cristiani, conclude: « Non hanno affatto gli antichi riti misteriosofici influito a farne nascere dei simili presso i cristiani, solamente hanno potuto suggerire il nome da dare ai riti nuovi, di origine e di natura affatto differenti » (p. 108).
Confrontando la scienza cristiana con quella ellenistica osserva: « Nella Grecia il pensiero, fino dal suo
spuntare, s'impadronisce della direzione della vita, sino allora tenuta dalla religione... con il cristianesimo si sposta questa base della vita, da intellettualistica diventa morale » (p. 165).
G. Bardy nota che la « religione del Salvatore non è stata annunciata ad anime interamente vuote, e neppure ha svuotato quelle che avevano il coraggio di accettarla... ma è ben certo che il cristianesimo non è derivato dall'e., non è neppure derivato naturalmente dalla religione d'Israele, alla quale si connette». S. Giovanni, usando il termine logos, desunto dall'e., lo intende in senso assai diverso. L'e., donando al mondo antico una lingua comune e diffondendo la grande idea dell'unità del genere umano, ha preparato le vie al cristianesimo, ma non gli ha dato l'essenziale. La nuova religione, dovendo esprimersi in greco con il linguaggio dei pagani antichi, lo ha cristianizzato, imprimendo ai vocaboli ed alle espressioni greche significati nuovi, coniando nuove voci più idonee ad esprimere la nuove grandi realtà rivelate dal Salvatore.
1934. Per la filosofia: A
J. Festugière, L'idéal religieux des Grecs et l'Evangile, Parigi 1932. Sulla religione: L. Allevi, E. e cristianesimo, Milano 1934; M.-J. Lagrange, Critique historique du Nouveau Testament, Les Mystères: l'orplusme, Parigi 1937. Sul giudaismo: E. Schütre, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christ, 4e ed., Lipsia 1901-1909; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento: giudaismo e cristianesimo, trad. it., 4 voll., Torino 1913-14 (e ristampe); G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1914, pp. 240-82. Tra gli articoli di enciclopedie cinismo: F. Prat, Hellenisme, in DB, III, coll. 575-79; Hellenist, ibid., coll. 579-83; G. Bardy, Hellenisme, in DBs, III, coll. 1440-82 (con molta bibl.); G. Pasquali, E., in Eur. Ital., XIII (1932), pp. 828-34; J. P. Kirsch, Hellenismus, in LThK, IV, coll. 240-51. Pietro De AmbrogniIII. LA RELIGIONE
Dal punto di vista religioso però l'ellenizzazione fu superficiale e le tradizioni greche rimasero lettera morta per le popolazioni cosmopolite delle nuove città. Gli dèi stranieri presero nome greco, ma carattere e natura rimasero immutati. Alla decadenza politica corrispose un diverso orientamento religioso. Finora la religione si era accentrata intorno alla città e alle sue istituzioni, i cittadini praticavano i culti tradizionali della fratria, della tribù, dello Stato. La decadenza delle città distrusse il prestigio delle loro divinità tutelari che erano state incapaci di salvarle, e, secondo l'inno a Demetrio Poliorcete, o non avevano orecchi o non esistevano o non si curavano degli uomini.Tuttavia gli antichi culti conservarono, almeno apparentemente, l'importanza e le forme del culto tradizionale: gli atti ufficiali erano posti sotto la protezione degli dèi, i territori consacrati alla divinità, i simulacri scolpiti dai migliori artisti, le feste celebrate con splendore; i sacerdoti offrivano i consueti sacrifici, numerosi scrittori si interessavano ai culti, scrivevano sulle feste, i misteri, i culti, gli oracoli, ecc. Ma gli antichi dèi erano invocati più per abitudine che per fede, le feste divenivano più occasioni di banchetti, divertimento e licenza che atti di culto sentito. L'interesse degli scrittori ebbe carattere storico e antiquario, non religioso, favori l'orgoglio degli abitanti, non la loro fede. Gli artisti incaricati di scolpire i simulacri rappresentavano degli uomini, non degli dèi. L'individualismo dilagò e trionfò: la religione fu affare individuale, non obbligò di buon cittadino; oggetto del culto non furono più gli antichi dèi poliziti, ma quelli che l'individuo preferiva, i più pronti ad aiutarlo, gli dèi « salvatori » che non si invocavano mai invano. Asclepio, il dio più recente dell'Olimpo greco, divenne il favorito delle folle che accorrevano ai suoi santuari per cercare guarigione ed aiuto materiale a morale; gli oracoli erano interrogati per il successo delle proprie imprese. Si ricorreva volentieri alle divinità straniere, che furono assimilate alle proprie a fuse in una stessa formola e in una stessa offerta. Il nome di Zeus fu dato a tante divinità da perdere quasi ogni valore cultuale ed assumere quello generale di « dio ». Le iscrizioni
attestano che questo sincretismo era molto diffuso e che divenne sempre più forte ad invadente. Ma proprio esso contribuì a distruggere gli dèi della città, a spingere gli individui a cercare altrove.
Gli spiriti inquieti, tormentati, desiderosi di riposare con fiducia nella o nelle divinità, di trovare una soluzione al problema dell'aldilà, furono attratti verso i culti misteriosi (v. MISTERI) che quietavano incertezze e scrupoli con pratiche di purificazione, e davano la speranza di una immortalità beata e le norme precise per ottenerla. I misteri eleusini, orfici, di Samotracia, di Andania beneficiarono di questo desiderio di una più intensa vita religiosa. Nuove religioni misteriche penetrarono dall'Egitto e dall'Asia Minore: i misteri di Iside, di Cibele, di Sabazio, ecc. Fiorirono le associazioni religiose, che Platone proscriveva della sua Repubblica come fonte di disordini e di superstizione, specialmente quelle con riti segreti e di iniziazione. Tutto questo appagava chi cercava conforto ai mali, emozioni spirituali e sensibili.
Gli ambienti colti, cioè una piccola minoranza, cercò la risposta al problema della vita e della divinità e la pace dello spirito nella filosofia. Nuove formole furono proposte, accettate con entusiasmo dai seguaci, modificate dai discepoli, poi abbandonate per nuove soluzioni. Nei riguardi della religione ufficiale le varie scuole furono spesso più indifferenti che contrarie. Lo stoicismo, che conosciamo soprattutto attraverso i rappresentanti più tardi, insegnava un vago panteismo: Dio è un soffio (ἐνεξίδι) che penetra l'universo; il saggio gode di una felicità perfetta ed è un dio in terra; ma non andava contro la religione popolare né contro le tradizioni. Epicuro, convinto che l'infelicità umana deriva dalla paura dell'aldilà e del soprannaturale, si sforzava di distruggere questo e quella, e di dimostrare che tutto è generato da collisioni di atomi, che l'anima stessa, conglomerato di atomi, si dissolve con la morte; gli dèi sarebbero esseri superiori all'uomo, più belli, più felici, che vivono negli spazi fra i mondi, non nuociono né aiutano. Neanche gli scettici negavano completamente gli dèi: non esistono prove, dicevano, né affermative né negative della loro esistenza, perciò il saggio segue le pratiche religiose della società a cui appartiene, senza pronunciarsi né a favore delle credenze della folla né contro. Più distruttivo avrebbe potuto essere l'evemerismo. Evemero di Messene insegnava che gli dèi della mitologia sono unicamente uomini vissuti molti secoli prima, benefici verso l'umanità e deificati dalla tradizione popolare. Questo facile razionalismo può avere disposto gli spiriti ad accettare un nuovo culto che proprio allora cominciava a farsi strada, la deificazione dei contemporanei; specialmente del sovrano. Chi ancora credeva ad una potenza divina ne riconosceva la manifestazione in una possente individualità, quella del sovrano; chi non credeva, poteva vedere nel culto al sovrano una ripetizione di quel che era avvenuto per Zeus o Dioniso. Tuttavia non si deve esagerare né l'influenza dell'evemerismo né quella di alcuna scuola filosofica. Neanche per coloro che seguirono l'una o l'altra di queste dottrine, la filosofia sostituì sempre le antiche credenze; per la grande massa dei contemporanei poi, essa rimase lettera morta.
A far accettare la nuova religione del sovrano contribuì forse l'antico culto degli eroi. Anche i misteri, attenuando, eliminando quasi, la distanza fra l'uomo e la divinità, prepararono questa mostruosità religiosa, che gli antichi dèi avrebbero punita. Forse fu accettata anche a causa del bisogno crescente di novità religiosa, bisogno proprio delle età di irrequietezza e decadenza. Del resto non sembra che la religione del sovrano sia stata qualcosa di più di una tessera di lealtà politica, di un legame tra i popoli che lasciava l'individuo libero di accettare qualsiasi religione o, magari, di ripudiarle tutte.
Tanto nel popolo che tra le persone colte godettero grande favore la magia e l'astrologia. Non si deve
credere che si tratti di un fenomeno proprio dell'e. In quest'era si hanno solo maggiore diffusione e prove più numerose. È caratterizzato dell'e. che magia e astrologia furono quasi codificate a divennero scienza. Ci sono giunte numerose ricette magiche che pretendevano ascrivere alla volontà individuale il mondo inanimato, gli esseri viventi, gli dèi stessi. I papiri egiziosi ci conservano una vastissima messe di invocazioni, preghiere, litene, formele magiche che mettono a contribuzione nel più sereno e caotico sincretismo tutte le religioni, gli dèi, i demoni, i patriarchi biblici. Forte influisco ebbe tra il ASTROLOGIA (v.) che pretendeva leggere negli astri il volere degli dèi e la vita umana.
Anche gli irreligiosi e indifferenti si premuniscono contro gli influssi malvagi e magici. Segni e presagi tengono un posto importante nella vita dell'individuo; sono usatissimi gli amulati destinati a proteggere nei rischi e nei poricoli; si ricorre a purificazioni: il ritratto del superstizioso in Teofrasto può, tutte le esagerazioni, dare un'idea della religione privata, fatta di piccole pratiche individuali talvolta superstiziose; si correva dietro alle apparizioni.
Per alcuni l'e. segna una decadenza religiosa, per altri è sentitamente e profondamente credente. Un giudizio netto è difficile, perché le fonti fanno conoscere solo alcune classi sociali e anche queste in parte. La grande massa sentì l'attrattiva della divinità e cercò nella religione un conforto e una guida. Mancò ogni unità religiosa, le città non sepperò fondere i loro culti particolari in una religione unica per il mondo greco. L'unificazione avverrà con il cristianesimo.