SETTANTA, VERSIONE dei. - La più antica versione greca, e la più antica di tutte le versioni del Vecchio Testamento. Il nome, nella forma piena «versione dei settantadue interpreti» (Tertulliano), Aristea (v.), che attribuisce la versione greca dei 5 libri di Mosè a 72 dotti giudei, chiamati per brevità «i S.».
Questi sarebbero stati chiamati dal re Tolomeo Filadelfo (285-247 a. C.), desideroso di avere nella sua Biblioteca ad Alessandria nell'Egitto una copia della legge mosaica, e l'avrebbero tradotta nello spazio prodigiosamente breve di 72 giorni. Filone (v.) riferisce questa leggenda, aggiungendo che, traducendo pure ciascuno di loro separatamente da sé, avrebbero tutti prodotto la sessissima versione. Più tardi il nome di «S. » fu esteso anche agli altri libri, tradotti posteriormente. Questo termine, benché leggendario per il numero dei traduttori e inesatto per l'applicazione oltre la legge mosaica, serve tuttavia tanto bene come nome convenzionale quanto, p. es., quello di «versione alessandrina». Oggi, analogamente alla voce «la Bibbia» (τὰ βιβλία), è usato come un singolare femminile «la S. » (sigla: LXX), per denotare la versione stessa.
Il carattere leggendario della lettera di Aristea, chiaramente ispirata dal desiderio di esaltare il popolo giudaico e la sua letteratura dinanzi agli occhi dei pagani, fu riconosciuto fin dal sec. XVI ed è oggi ammesso da tutti. Nondimeno gli si deve riconoscere un fondo storico, poiché la S. fu senza dubbio tradotta in Egitto, ALESSANDRO (v.), come mostrano il colore distintamente egiziano del vocabolario adoperato ed altri indizi. Neppure c'è da dubitare che il Pentateuco, data la sua massima autorità presso i Giudei e la sua importanza nella loro liturgia, sia stata la prima parte ad essere tradotta. Anche il tempo suggerito dalla lettera di Aristea è approssimativamente esatto.

Seton, Elisabeth Anna - Ritratte - Emmittburg (Maryland), Collegio di S. Giuseppe.
È vero che la prima notizia certa sull'esistenza della S. data dal sec. II a. C., cioè dal nipote di Gesù figlio di Sirac, il quale qualche tempo dopo la sua venuta in Egitto (132 a. C.) tradusse in greco il libro Ecclesiastico del suo avo, dicendo nel prologo che già esistevano le versioni greche del «Pentateuco, dei libri profetici e degli altri libri sacri», senza però specificarli in particolare. Tenendo conto delle difficoltà inerenti ad una traduzione così vasta e difficile, non è affatto inverosimile che sia stata cominciata molto tempo prima. Difatti lo scrittore giudeo Demetrio, contemporaneo di Tolomeo Filopatore (221-204 a. C.), per descrivere fatti biblici adoperate termini attinti dalla S. Si può dunque ritenere come certo che considerevoli parti del Vecchio Testamento greco esistevano già nella seconda metà del sec. III a. C.
La S. non è opera di getto né tutta opera dei medesimi traduttori. Già Humfrey Hody (1705), guidato da indubbi criteri linguistici, provò che i vari libri furono tradotti da diversi autori, e più recentemente persino nei singoli libri si scoprirono diverse mani, p. es., nei libri di Geremia, di Ezechiele, dei Re, dei profeti minori. Anche in Isaia si vollero distinguere due traduttori, ma questa affermazione venne poi contestata in base a studi più esatti e particolareggiati. Non solo la tecnica del tradurre varia da libro a libro, ma anche la fedeltà ora maggiore ora minore della versione tradisce la pluralità dei traduttori. Se la S. segue da vicino il testo ebraico nel Pentateuco, in altri libri è più libera e persino parafrastica, alla maniera del Targum aramaico. Alcuni dei traduttori maneggiano la lingua greca con certa abilità, altri invece le fanno spesso violenza. Così la versione stessa palesa qualcosa del modo in cui si sviluppò.
Le prime origini della S. giacciono nell'oscurità. È ben possibile e anche probabile che, prima di essere stato concepito il piano di creare una versione integrale dei libri sacri, vi fossero stati tentativi, sia di studiosi privati sia di maestri in occasione dell'insegnamento. Già allora i concetti più importanti del Vecchio Testamento erano probabilmente in parte formati e coniati in greco, certi brani anche tradotti allo scopo della lettura pubblica nelle sinagoghe. Questi poi furono utilizzati, quando nacque l'idea di intraprendere una versione sistematica, soprattutto per rendere accessibile il Vecchio Testamento ai giudei ellenisti che non capivano l'ebraico. Con buone ragioni Thackeray (1921) insiste sulle esigenze della liturgia come motivo della versione. Può darsi che nel tradurre si mirasse anche ai gentili. Essa poi crebbe in lento e lungo lavori di generazioni, finché ne risultò l'opera monumentale che fu l'orgoglio dei giudei ellenisti e celebrata ogni anno ad Alessandria con una festa.
Non è facile valutare i meriti dei traduttori. La conoscenza dell'ebraico e la più grande vicinanza ai tempi del Vecchio Testamento dovevano rendere più facile il loro lavoro. Ma considerate la profonda differenza fra l'ebraico e il greco, la mancanza di mezzi linguistici e di modelli, la diversità dell'ambiente culturale in cui vivevano, si deve apprezzare altamente il risultato dei loro sforzi.
La S. divenne la Bibbia ufficiale dei Giudei ellenisti. P. es., Filone, pur conoscendo l'ebraico, adoperò nei suoi scritti esclusivamente la versione greca, credendo persino ispirati da Dio i traduttori. Non è dunque da meravigliarsi che la S. si diffondesse largamente e che la sua influenza crescesse di secolo in secolo. Si trovano vestigi dell'uso della S. in iscrizioni greche giudaiche di Rheneia (Delos) del 1000 a. C. (A. Deissmann, Licht vom Osten, 4a ed., Tubinga 1923, pp. 351-362). Fu adottata dai discepoli di Cristo e viene spesso citata nel Nuovo Testamento. Divenne vera alleata del Vangelo e prezioso strumento nelle

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**FIG. 1.** Diagramma del Testamento di S. Giacciono (A. Deissmann, Licht vom Osten, 4a ed., Tubinga 1923, pp. 351-362). Fu adottata dai discepoli di Cristo e viene spesso citata nel Nuovo Testamento. Divenne vera alleata del Vangelo e prezioso strumento nelle
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SACRA BIBLIA
AD LXX. INTERPRETVM PH
DAM DILIGENTISSIME
TRALATA.
Cum gratia & priuilegio Cafareo.
(Let. Ene. Catt.)
SETTANTA, VERSIONE dei - Frontespizio della Sacra Biblia ad LXX interpretum fidem, Basilea 1526. Esemplare della Biblioteca Vaticana, in deposito all'Istituto Biblico - Roma.
corruzioni, inevitabili in ogni testo lungo trascritto a mano: confusioni di lettere e vocaboli simili, falsa divisione delle parole, erronea comprensione di abbreviazioni e tante altre che si trovano in tutti i manoscritti antichi. Era naturale che anche l'ortografia fosse modernizzata nel corso dei secoli o adattata alla nuova pronuncia itacistica. Una fonte di frequenti e profonde modificazioni era il fatto che la S. non era un'opera originale, ma una versione, e una versione imperfetta. Ciò invitava i dotti e studiosi lettori ad adattarsi al testo ebraico, dove sembrava troppo libera, e a correggere la grecità, dove lo stile non era soddisfacente, era sporadicamente, ora in metodica recensione. Tutti questi fattori cambiavano l'aspetto della versione al punto che i vari rami di trasmissione danno talvolta l'impressione di essere addirittura traduzioni differenti.
La più conosciuta fra queste recensioni o aggiustamenti del testo è quella che il dottissimo Origene (v. 1) fece nella Palestina nel 230-40 nelle sue Esple (v.), dove assimilò il testo greco il più possibile al corrente testo ebraico, supplendo soprattutto le parti GRECIA (v.). Ca. l'a. 300 LUCINA (v.) fece ad Antiochia nella Siria un'altra recensione. Al dire di s. Girolamo, sarebbe stata in voga nell'Egitto una recensione di Esichio (v.). Ai tempi presenti, l'esame e la comparazione del testo dei codici ha rivelato ancora altre recensioni, come quella scoperta da A. Rahfis nei commenti chiamati «catenae» (v.), secondo lui poco posteriore a quella di Origene. Tutte queste grandi sistemazioni del testo, lungi dall'influenza, come era intenzione dei loro autori, contribuirono piuttosto ad aumentare ancora la già grande varietà di forme testuali. Inoltre la forma di rotolo o volume, usata secoli prima e dopo Cristo, non comportando se non un numero limitato di colonne, costringeva a trasmettere i vari libri più o meno separati. Questo fatto fece sì che non tutti i libri attraversassero le stesse vicende, come non permise che si imponesse un ordine fisso dei libri.
Dal sec. iv in poi prevalse l'uso del codice, capace di maggior ampiezza, e da quel tempo datano pure i primi grandi manoscritti che contengono più o meno tutta la S. : il Vaticano (B), il Sinaitico (S), l'Alessandrino (A), il codice rescritto di Efrem (C). Un accurato elenco dei numerosi manoscritti della S. è quello di A. Rahfis (Vereichnis der griechischen Handschriften des Alten Testaments, Berlino 1914). Degni di speciale menzione sono Chester Beatty (v.) Scheide (v.) dei secc. II-IV d. C. Tutti questi manoscritti sono di origine cristiana. Soltanto i più antichi frammenti sono di mani giudicati: il papiro Rylands (v.) G. 458 del sec. II a. C. e il papiro Fu'ad n. 266 del sec. II-1 a. C.
Il fatto che la S. era la prima versione di una intera letteratura significò un enorme progresso culturale dell'umanità. Costrinse pure il mondo occidentale a rendersi conto di idee orientali, ad analizzare e prendere posizione dinamici ad esse. Anche oggi la S. è di grande importanza. A parte il fatto che conserva la pronuncia di allora dei nomi propri ebraici e aiuta l'intelligenza del Vecchio Testamento ebraico, è anzitutto un prezioso strumento per risarcire molte deturpazioni testuali, poiché, discendendo da un testo ebraico differente e più antico, benché meno puro, del testo masoretico, ha conservato numerose lezioni originali, le quali, con le necessarie e metodiche precauzioni, possono in molti casi essere sicuramente recuperate. Essa palesa la storia letteraria di alcuni libri, p. es., di Geremia, che ha un'altra disposizione dei capitoli e un testo più corto dell'ebraico. Un peculiare pregio sono le informazioni sulle idee teologiche e religiose del giudaismo del tempo di transizione dal Vecchio al Nuovo Testamento, le quali si rispecchiano nel modo libero e parafrastico della versione. Per questo motivo gli investigatori delle origini del cristianesimo non possono fare a meno di uno studio diligente della S., perché, come fu detto, influì sulla formulazione delle credenze e sul linguaggio dei primi scrittori cristiani e nutrì le loro concezioni religiose. Infine la S. è un vasto documento della xovh, della lingua volgare greca degli ultimi secoli prima di Cristo, da sfruttare da parte dei filologi.
Ma a tutte queste ricerche critiche, teologiche, letterarie e filologiche viene meno il necessario fondamento, se non si appura nella misura del possibile il testo originale della S. È dunque imprescindibile eliminare le deturpazioni del testo. Già sono stati fatti immessi sforzi e lavori in questo senso ed essi continuano tuttora. Non si possono elencare qui neanche sommariamente. Si nota che le prime edizioni della S. furono quelle della Poliglotta Complutense (1514-17) e del tipografo veneto Aldo Manuzio (1518 sg.). La più influente però fu l'edizione sistima (1586-87), fatta su ordine di Sisto V per eseguire la raccomandazione del Concilio di Trento: è basata sul cod. Vaticano (B) del sec. IV e divenne poi la «Volgata» greca. L'edizione del Grabe (1657) rese il testo del cod. A accessibile alle dote indagini. Ma l'impulso decisivo per le ricerche scientifiche sulla S. fu dato dall'opera edita a Oxford da R. Holmes e J. Parsons, i quali, riproducendo il testo dell'edizione sistima, aggiunsero varianti raccolte da ca. 20 codici unciali, da oltre 300 minuscoli, dai SS. Padri e dalle antiche versioni provenienti dalla S. Un nuovo passo fu fatto da P. de Lagarde (v.), quando nel 1863 postulò l'edizione di un testo criticamente restituito ed esposto i problemi inerenti a simili impresa e i principi da seguire; pubblicò anche molti lavori preparatori per questo compito. In seguito, allo scopo di
somministrare « chiaramente e con relativa pienezza il materiale per una futura ricostruzione del testo », A. E. Brooke e N. Mc Lean cominciarono nel 1906 a Cambridge a pubblicare, con il testo del cod. B, un accurato e bene scelto apparato critico, senza osare la stessa ricostruzione. Uscirono fino al 1940 il Pentateuco e quasi tutti i libri storici. Gli eredi spirituali di Lagarde a Gottinga, dal loro canto, si decisero ad affrontare l'arduo compito di produrre un testo critico con un apparato che racchiudesse le varie lezioni di tutti i manoscritti accessibili. Siccome nessun manoscritto contiene un testo puro, l'unica via razionale è di selezionare in ogni caso da tutte le varianti quella che, secondo soci principi risultanti dai fatti stessi, ha la maggiore probabilità di essere la genuina. Della Septuaginta gottinense uscirono i Salmi (A. Rahlfs, 1931), I Maccabei (W. Kappler, 1936), Isaia (J. Ziegler, 1939), i 12 Profeti (J. Ziegler, 1943): in molti casi l'emendazione adottata è certa, in altri più o meno probabile. Ad ogni modo l'editore del testo fornisce il suo fondato giudizio al lettore meno competente nella materia, e agli specialisti una base per ulteriori ricerche.
Una interessante teoria sull'origine della S. fu lanciata nel 1925 da F. X. Wutz (v.), il quale affermò che la S. fu fatta su un testo ebraico trascritto in caratteri greci, e credette di avervi trovato un nuovo criterio capace di aprire nuove possibilità per la ricostruzione del testo ebraico prototipo della S., e di riorientare a fondo la critica testuale del Vecchio Testamento. Ma passato il primo entusiasmo, la teoria non resistette a un esame accurato.
Addirittura rivoluzionario sono le idee di P. Kahle (1941). Secondo lui i giudei dell'Egitto non avrebbero mai avuto una intera versione greca normativa del Vecchio Testamento, ma soltanto del Pentateuco. I giudei egiziani, imitando l'uso della Palestina, dove in ogni sinagoga dopo la lettura del sacro testo ebraico un interprete improvvisava nel momento una libera versione aramica, base dei futuri Targûmûm, avrebbero anche loro creato simbolicamente delle versioni greche parallele, orali prima e poi scritte, Targûmûm greci. Verso il 100 a. C. le autorità giudaiche avrebbero fatto fare una selezione da queste versioni e fissata una traduzione ufficiale del Pentateuco. La lettera di Aristea si sarebbe prefisso di raccomandarla e farne propaganda. Tutte le altre versioni della legge mosaica e ugualmente le versioni di altri libri mai riconosciute ufficiali avrebbero continuato ad essere in uso presso molti giudei e poi anche presso i cristiani dei secc. I e II d. C., come mostrerebbero le citazioni bibliche in Filone e in Matteo. Nel sec. III la Chiesa, scegliendo fra le varie versioni, avrebbe stabilito una versione canonica di tutto il Vecchio Testamento, dandole il nome di S. s. Le altre sarebbero poi andate perdute, e le citazioni in Filone e nel Nuovo Testamento, come pure le recensioni di Luciano e di Esichio, ne conserverebbero le ultime tracce. Sarebbe dunque utopistico cercare il testo originale della S.
Ma questa ingegnosa teoria del Kahle suscita gravi dubbi. Se era facile improvvisare una traduzione aramica del vicinissimo ebraico, è del tutto improbabile che lo stesso si sia potuto fare per il greco. È vero che in alcuni libri la versione greca può dirsi targumica, ma soltanto nel senso che è parafrastica. Le citazioni in Filone e nel Nuovo Testamento esigono la sua spiegazione, ma quella del Kahle non è l'unica possibile, se pur probabile, e perciò la conclusione di lui non è costringente. Se la S., risultato del lavoro comune di generazioni, non è omogenea, ciò non toglie la sua unità, che le viene dallo scopo di formare una versione totale. Rimane dunque imperiosa la necessità di ricostruire la forma primitiva che la S. ebbe nel tempo precristiano, in cui venne ad essere completa ed acquistò valore normativo, ed in cui altre eventuali versioni parziali caddero in dimenticanza.

SetTANTA, VERSIONE dei - Frontespizio del Vetus Testamentum (uxta septuaginta ex auctoritate Sixti V Pont. Max. editum, Roma 1587. Esemplare della Biblioteca Vaticana in deposito all'Istituto Biblico - Roma.
dge 1909; L. F. Schleusner, Novus thesaurus philologico-criticus sive lexicon in LXX, Glasgow 1928; A. Rahlfs, Septuaginta ad textum Testamentum Graece iuxta LXX interpretes, Stoccarda 1935, Studi storico-critici: W. Dittmar, Vetus Testamentum in Novo, 2 voll., Gottinga 1899-1903; H. B. Swete, An Introduction to the Old Testament in Greek, 2ª ed., Nuova York 1914; H. St. J. Thackeray, The Septuagint and Jewish Worship, Londra 1921; J. Herrmann - Fr. Baumgärtel, Beiträge zur Eintheilunggeschichte der Septuaginta, Stoccarda 1923; J. Fischer, Zur LXX-Vorlage im Pentateuch, Giessen 1926; G. Berthman, Zur Septuaginta-Forschung, vari articoli in Theologische Rundschau, 3 (1931), 5 (1933), 10 (1938); J. Ziegler, Untersuchungen zur Septuaginta des Buches Isaias, Münster in V. 1934; P. Kahle, The Cairo Geniza, Londra 1941; P. Katz, Das Problem des Urtextes der Septuaginta, in Theologische Zeitschrift, 5 (1949), pp. 1-24, Altra ampia bibl. in B. J. Roberts, The Old Testament Text and Versions, Cardiff 1951, pp. 299-307.
