ARISTEA

ARISTEA. - Pseudonimo dell'autore della Lettera
a Filocrate, la quale narra l'origine SETTIMANA SANTA (v.).

Alcuni però, come B. Motzo, lo identificano con lo
storico A. (sec. II a. C.), autore di un Iis; 'Ioudiov
di cui ci rimane un frammento in Eusebio, Praeparatio
Evangelica, 9, 25 (PG 21, 728). L'autore della «lettera d'A.»
si dice greco, contemporaneo di Tolomeo Filadelfo e parte-
cipe dei fatti che narra; ma dall'esame dello scritto risulta
che è un giudeo ellenista, posteriore alle cose tramandate,
nasco stosi sotto il nome del citato storico. Si rivolge ai
pagani, a scopo di propaganda giudaica.

Primo a rilevare il carattere apocrifo della lettera fu
Lud. de Vives (Comm. in Civ. Dei, 18, 42, Basilea 1522).
L'epoca di A. è incerta: fra la metà del sec. III a. C. e il
sec. dell'era volgare; le opinioni più probabili sono le due
che si dividono fra il 200 circa (E. Schürer, H. B. Svete,
L. H. Vincent, R. Tramontano) e il 100 a. C. o poco dopo
(P. Wendland, H. Thackeray, B. Motzo, A. Momigliano;
P. Riesler: 80-63 a. C.).

Tolì i molti abbellimenti fantastici, raccolti e am-
pliati da scrittori posteriori giudei (Filone, Flavio
Giuseppe) e cristiani (Ireneo, Clemente Alessandrino,
Cirillo Gerosolimitano, Epifanio, Agostino), dalla let-
tera affiorano informazioni preziose per la topografia
palestinese e per la storia del giudaismo in Palestina
ed in Egitto, oltre che per le origini dei «Settanta».

A. narra che la versione greca della Bibbia, limi-
tata al Pentateuco, fu compiuta ad Alessandria per
volere del re Tolomeo II Filadelfo (283-246 a. C.) da
72 dotti giudei, inviati da Eleazaro, sommo sacerdote
di Gerusalemme, nell'isola di Faro, per interessa-
mento del presunto bibliotecario alessandrino, Deme-
trio Falereo.

Quando A. scriveva, verso il 200 o il 100 a. C.,
esisteva dunque una traduzione del Pentateuco, sti-
mata del tempo di Tolomeo Filadelfo, e compiuta da
più interpreti per iniziativa della comunità giudaica di
Alessandria, presso cui s'ignorava in genere l'ebraico.
Prima di questa versione, che si potrebbe denomi-
nare ufficiale, vi era già una versione greca, forse
solo parziale e poco conosciuta fuori della cerchia
giudaica (Lettera, §§ 30, 31, 313-16).

Bibl.: B. Motzo, A., in Atti della R. Accad. di Torino, 50 (1905), pp. 202-26, 547-70; H. St. I. Thackeray, The Letter of A. Translated with Appendix of Ancient Evidence on the Origin of the Septuagint, Londra 1917; J. Février, La date, la compo- sition et les sources de la Lettre d'A. à Philocrate. Parigi 1925; P. Riesler, Altjüdisches Schriftum ausserhalb der Bibel, Augusta 1928, p. 103; A. Vaccari, La lettera di A. sui LXX interpreti

nella letteratura italiana, in La Civ. Catt., 1930, III, pp. 305-26; B. Bickermann, Zur Datierung des Pseudo-Aviteas, in Zeitschrift für die neuestamentl. Wiss., 29 (1930), pp. 280-98; R. Tramontano, La Lettera di A. a Filocrate, Napoli 1931 (capitale studio storico-critico); J.-M. Vosté, Epistola Aristeae, in An-gelium, 9 (1932), pp. 77-84; H. G. Meecham, The Oldest Version of the Bible: «Aristeas» on its Traditional Origin, Londra 1932; A. Momigliano, Per la data e la caratteristica della lettera di A., in Aegyptus, 12 (1932), pp. 161-72. Angelo P. ARISTENO, ALESSIO. - Canonista bizantino del sec. XII, il quale scrisse i suoi Commentari alla Sionesi dei canoni, a domanda dell'imperatore Giovanni Momigliano (1118-43). La sua importanza, oscurata dalla fama degli altri due canonisti di Bisanzio, Balsamone e Zonara, è stata giustamente rivendicata, essendo A. anteriori di almeno 15 anni all'opera dello Zonara.

BIBL.: I suoi commentari canonici insieme con quelli di Balsamone e dello Zonara trovati in PG, 137 e 138. Su A. cf. Zachariae von Lingenthal, in Sitzung. d. k. preuss. Akademie der Wiss. zu Berlin, 53 (1887), pp. 1155-59; M. Kransnozen, I commentatori del Codice canonico della Chiesa Orientale, A. Zonara e Balsamone (in russo), Mosca 1892. Maurizio Gordillo. ARISTIDE, MARCIANO. - Uno dei primi apologi-gisti cristiani. Secondo Eusebio (Hist. eccl., IV, 3, 3, e Chron., ad a. 2140) era un filosofo ateniese e lascio un'Apologia all'imperatore Adriano, letta ancora da molti al suo tempo. S. Girolamo però non lo conosceva già più, perché quanto ce ne dice (De viris illustribus, 20; Epist., 70, 4) è solo un rifacimento delle parole di Eusebio. Essa restò poi ignota finché nel 1878 i Mechiaristi di Venezia ne pubblicarono un frammento armeno e Rendel Harris nel 1889 trovò nel monastero di S. Caterina del Monte Sinai l'intera versione siriaca; fu allora accertato da I. Armitage Robinson che anche il testo greco era da tempo conosciuto, formando esso con lievi mutazioni i capp. 26-27 della Vita di Bavaam e di Giosafat. La versione siriaca porta la dedica: «All'imperatore cesare Tito Adriano Antonino Augusto e Pio, Marciano Aristide filosofo ateniese». Il secondo nome Marciano appare senz'altro da ritenere autentico, mentre si discute ancora se sia piuttosto (per ragioni interne) da seguire Eusebio (cit.) e la versione armena che dicono lo scritto dedicato all'imperatore Adriano. Si discute pure se sia più vicino all'originale il testo greco generalmente più conciso o quello siriaco più diffuso, ma i frammenti restituiti ultimamente dai papiri dàmno generalmente ragione a questo conto quello. L'Apologia stabilisce anzitutto il vero concetto di Dio: eterno, perfetto, immortale, onnisciente, padre degli uomini e sufficiente a se stesso, e dimostra che né i barbari, né i Greci, né i Giudei lo hanno posseduto, ma solo i cristiani (quarta razza), che hanno ricevuto la loro fede da Gesù nato da una vergine giudea, ucciso dai Giudei, risuscitato e salito al cielo. Ne è conferma la loro vita mirabile, che ne dicono le calunnie che corrono sul loro conto. Naturalmente A. si dilunga soprattutto a dimostrare l'assurdità della religioni delle «tre razze» e la santità della vita cristiana. L'Apologia vale per la semplicità e nettezza della sua linea che ne fa risaltare la sodezza dell'argomentazione, sebbene si possa pensare che ci sembri originale solo perché è il primo documento del genere. E sebbene l'autore non sia uomo di grande cultura, ma di modeste capacità letterarie, riesce tuttavia simpatico per quell'ingenua fiducia, onde si presenta con le sue idee, piene non solo della forza della verità, ma anche di una notevole comunicativa. Gli si è rimproverato che il suo tema sia ristretto e che non si distenda maggiormente sull'esposizione dei dogmi specialmente cristiani; ma ciò poteva essere fuori di luogo in un'apologia destinata all'imperatore, e infine aveva bene A. il diritto di limitare a volontà il suo tema. Del resto per il suo scopo basta, e non si può negare che il punto da lui svolto sia essenziale. BIBL.: Testo greco fra le opere di Giovanni Damasceno; su due nuovi lunghi frammenti greci tratti dai papiri cfr. Theologiche Letterarizie, 1924, p. 47 sgg.; frammento armeno in G. B. Pita, Analecta sacri, IV, Parigi 1883, pp. 6 sgg. e 282 sgg.

Lo stesso con il testo siriaco (e versione) in Texts and Studies, I, 11, Cambridge 1893, ove è pure una nuova ed. del testo greco (più in PG 96, 1108). Ed. critica di R. Seebers, Lipsia 1894 e J. Geffcken, Zwei griechische Apologeten, 1907. Ivi anche un'omelia su Lc. 23, 42 sgg. in armeno, certo apocrifa, e un altro frammento armeno «ex epistula Aristidis». Taluno (I. P. Beeck, Bogoslovske Smotra, Zagabria 1931, pp. 1-16) ritiene persino A. autore della lettera a Diogeneto. Oltre gli autori citati V. pure A. Puech, Les Apologistes grecs du IIe siècle, Parigi 1912, p. 35 sgg.; id., The Apology of A., in The Harvard theol. Rev., 1937, pp. 233-47; G. Lazzati, Ellenismo e Cristianesimo, Il primo capitolo dell'Apologia di A., in La Scuola Cattolica, 1938, p. 35-51; I. Giordani, La prima polemica cristiana, 2a ed., Brescia 1943, p. 125 sgg.; B. Altaner, Patrologia, vers. ital., 2a ed., Torino 1944, p. 67; A. Casamassa, Gli apologisti greci, Roma 1944, pp. 31-48; M. Pellegrino, Gli apologisti greci del II secolo, ivi 1947, pp. 25-39. Antonio Ferrua. ARISTIONE, santo. - Discepolo del Signore. Papia, nella prefazione alla sua Esegasi delle parole del Signore, dice di voler tramandare ciò che aveva udito e imparato dai «presbiteri» (Eusebio, Hist. eccl. III, 39, 3) o dagli uditori dei «presbiteri» (39, 4), e perciò si era informato su quello che avevano detto i «discepoli del Signore» (gli apostoli) e su quello che dicono A. ed il «presbitero» Giovanni, discepoli del Signore. Il problema di A. è strettamente legato alla famosa questione del «presbitero» Giovanni. Papia s'interessa della dottrina orale della Chiesa, sia perché la voce viva è per lui superiore ai libri (39, 4), sia per le necessità della polemica antignostica (39, 3). Elenca quindi i garanti della tradizione orale nella Chiesa in tre gruppi: 1) presbiteri, 2) uditori dei presbiteri che egli aveva occasione di sentire e 3) i discepoli del Signore, A. ed il «presbitero» Giovanni. Secondo il contesto, A. e il «presbitero» Giovanni debbono essere stati diretti discepoli del Signore che nei tempi di Papia erano ancora in vita. Il sistema della tradizione orale presso Papia: apostoli, presbiteri, uditori dei presbiteri, e accanto a loro «i discepoli del Signore» (A. ed il «presbitero» Giovanni), fa pensare ad analogie nella trasmissione della tradizione orale presso gli Ebrei. Da una parte vi è la serie dei primi trasmettitori (i «presbiteri» corrispondono probabilmente agli 'Aboth, cfr. Hebr. 11, 2) e accanto a loro stanno i testimoni ('edut') che confermano la verità della tradizione orale (sui testimoni nella tradizione ebraica cfr. Jos. Ranft, Der Ursprung des katholischen Traditions-prinzips, Würzburg 1931, p. 15 sgg.). Accettando così il punto di vista di Ireneo e non quello di Eusebio circa il testo di Papia, A. sarebbe discepolo di Gesù e non un «presbitero» della serie dei trasmettitori, contemporaneo del «presbitero» Giovanni in Asia Minore. Nelle Constitutiones apostolorum, VII, 46, 8 un certo Ariston (non Aristion) è menzionato come primo vescovo di Smirne, mentre secondo Ireneo (Adv. Haer., III, 3, 4) e Eusebio (Hist. eccl. III, 36, 1), Policarpo fu il primo vescovo di Smirne. L'autore di questo capitolo ha conosciuto Eusebio, così quale distinguere due Giovanni in Efeso (46, 7) e ha visto, con Eusebio, in A. un «presbitero» che perciò diventa per lui un vescovo; ma l'attribuzione di Smirne come residenza di Ariston forse non è invenzione. Papia ha spesso (Eusebio, op. cit., III, 39, 7) menzionato nella sua opera le «tradizioni» udite da A. sui discorsi del Signore. Il ms. armeno 229 (sec. x) di Egimazion (riproduzione fotografica di F. Mader, Parigi 1920; cfr. anche Eb. Nestle-E. V. Dobschütz, Einführung in das Neue Testament, tav. 19) attribuisce la chiusa del Vangelo di Marco (16, 9-20) al presbitero Ariston (il nome come in Constit. apostol., VII, 46, 8), forse in base alla menzione del miracolo della bevanda velenosa (Mc. 16, 18), che, come miracolo di Giuseppe Barsaba «il giusto», è stato raccontato da Papia e che da un manoscritto dell'Historia eccl. di Rufino, è attribuito ad A. (cf. F. X. Funk, Patres apostolici, I, Tubinga 1901, p. 353 n.). Si tratta della congettura di un dotto, che vede con Eusebio in A. un «presbitero» e non un discepolo di Gesù. Contro questa congettura cfr. B. H. Streeter, The Four Gospels, Londra 1936, p. 344 sgg. Th. Zahn attribuisce ad A., oltre Mc. 16, 14-16, la pericope dell'adultera in Io. 8, I-II, mentre J. Chapman, basandosi su analogie con Mc. 16, 9-20, fa A. autore anche dell'epistola agli Ebrei.