ŠĒ'ÖL. - Termine (femminile) che in Israele (non presso gli altri Semiti) designava la regione subtellurica ove dimorano i morti.
L'etimo è incerto: forse dal comunsemitico s'l « domandare, interrogare » (W. Gesenius), o come voragine insaziabile che esige nuovi continui apporti (« orcus rapax », Catullo), o come luogo dell'interrogazione o giudizio (E. König). Molto probabile è l'etimo proposto da L. Koehler: šā'āh (« essere desolato, desertico »), considerando non radicale la l finale (come in 'āri'el, harmel, ecc.); sicché f., affine a šā'ōn (Ps. 39, 3 « mi ha fatto risalire dalla fossa di perdizione bōr šā'ōn ») e šē'ijāh (« desolazione, rovina »), significherebbe « territorio desertico ». W. Baumgartner, dopo W. F. Albright e altri, si richiama al babilonese Šū'āra (o Šubāra: A. Ugnad), dimora sotterranea di Tammūz e Nergal. La parola f. ricorre 66 volte nella Bibbia ebraica (i Settanta traducono šēns 59 volte), oltre a volte nel testo ricuperato di Eccli. (14, 12; 51, 2, 6, 9). La Volgata lo traduce infernus, inferna, inferi (« sotterraneo, -i »).
Questo mondo dei morti è nella cavità sotterranea, contrapposto all'altezza del cielo (Job 11,8); in questa profondità (Ps. 48, 15; 62, 12; Is. 5, 14; Eccli. 17, 19) si
« scende » o vi si « precipita » (Is. 14, 9-15; 57, 9; Ez. 31, 15-17; 32, 21; Am. 9, 2; Ps. 85, 13; 138, 8; Prov. 15, 24). La f. profonda e sinonimo della « morte » che travolge (Job 24, 19; Eccli. 14, 12; 51, 2-9; cf. Apoc. 1, 18 e 20, 13-14) e « scendervi » equivale a « morire » (Job 14, 13; 17, 13, 16); e sinonimo di « sepolcro », « fossa », « tenebre », « polvere » del sepolcro. Nessuno può sottravisi con un « patto » (Is. 28, 15, 18). I delori della f. sono quelli della morte (II Sam. 22, 6; Ps. 17, 6; 115, 3). Con un piede nell'abisso, il fedele « dal profondo grida » a Dio per essere liberato (Ps. 129, 1; Eccli. 51, 9). La f. personificata come la morte (Job 28, 22; Is. 5, 14; Eccli. 14, 12-19), poeticamente è raffigurata come mostro insaziabile dalle fauci enormi (Is. 5, 14; Hab. 2, 5; Ps. 141, 7; Prov. 1, 12; 27, 20; 30, 16), dal ventre immane (Ios. 2, 3; Eccli. 51, 5). Frutto della potenza della f.-morte è la distruzione (Os. 13, 14 = I Cor. 15, 54): V. ABADDON. Alla loro morte tutti gli uomini scendono alla f. (Gen. 37, 35; 42, 38; 44, 29, 31; Num. 16, 30, 33; ecc.) ove si « congiungono ai padri » loro (Gen. 25, 8, 17; 35, 29; 49, 29, 33). Tutti i morti sono sotto il dominio della f. (Os. 13, 14; Ps. 15, 10; 48, 16; 88, 49; Prov. 5, 5; 23, 14), che sta sotto l'oceano (Job 26, 5) e ingoia tutti senza distinzione (Ps. 88, 49). Le « porte della f. » (Is. 38, 10; Job 38, 17; Eccli. 51, 9; Sap. 16, 13; Ps. Sal. 16, 2; III Mach. 5, 51; cf.: Dio ne ha « le chiavi », Apoc. 1, 18) esprimono l'invisibile potenza dell'impero della morte (Mt. 16, 18: portae inferi ha una tinta morale). Nel complesso, questa rappresentazione dell'oltretomba coincide con quella babilonese: semi-incosciente, privo di attività come di godimento, ombra (edimmu), il morto è nell'arallā, tenebrosa e polverosa orrida caverna nelle profondità della terra, sotto acque inferiori, sita all'estremo Occidente, città-prigione (con strade e rioni) circondata da 7 mura munite di 7 porte doppie (corrispondenti alle 7 sfere dei pianeti: F. Hommel); è la « terra donde non si ritorna » (ersit lā tari), cf. Job 7, 9-10 e 10, 21; ne è il padrone Nergal (cf. II Reg. 17, 30; Ier. 39, 3, 13) e sua moglie Ereskigal, in una reggia sotterranea (cf. « il re dei terrori »: Job 18, 14); ivi scompare (« scende ») Tammūz, per rianimare il quale l'ātar cerca la fonte di vita; Gilgameš (tav. XII) giunge, dopo che Nergal gli apre « il buco della terra », alla dimora dei morti, ove l'amico defunto Eabani gli rivela « la legge della terra ». Nei poemi mitici di Ugarit, agli inferi, regno del dio Mot (« morte »), scendono Baal e Alijan, poi le dee 'Anat e Sapas.
La vita nella f. è la pallida sequela della morte. Sarebbe stato contraddittorio dire che i morti vivono, tanto più che non era esplicita l'idea dell'anima che sopravvive sola separata dal corpo. I defunti, detti (Is. 14, 9; 26, 14, 19; Ps. 87, 11; Prov. 2, 18; 9, 18; 21, 16; Job 26, 5) rēphā'im (« deboli, flosci, evanescenti », Volg. gigantes), come presso i Cananei-Fenici (Ugarit, iscrizioni di Ešmun'azar e Tabnit), vi menano, in turba amorfa (Prov. 26, 16), una vita minorata, inerte e triste, silenziosa come quella di ombre. I « sopiti in aspettando » (Manzoni) sono inattivi, e per sempre, affermavano poeti in momenti di sconforto (Job 7, 9 sg.; 16, 22; Eccle. 12, 5). Ma la loro vita spirituale perdurava, con risalto delle qualità e meriti avuti nella vita terrestre. Il re Saul ottiene il responso del defunto profeta Samuele (I Sam. 28, 7-20) per mezzo di una necromante (ba'alath 'ōbh « padrona di spirito »: 'ōbh è lo spirito di un morto); Samuele appare come « un dio (spirito) che sale dalla terra ». Saul lo venera prostrato, e Samuele lo rimprovera: « Perché mi hai disturbato, facendomi risalire? », e conclude: « Domani tu e i tuoi figli sarete con me » nella f., senza scampo. L'evocazione degli spiriti ('ōbhōbh) dei morti, benché proibita dalla Legge (Lev. 19, 31; 20, 6, 27; Deut. 18, 11), fu praticata in Israele fino all'epoca talmudica; è menzionata nel Manuele di disciplina (ca. 100 a. C.) di Hirbet Qumrān.
paradiso (v.) per il peccato, del quale la morte è il castigo, la f. apparve sempre come luogo di pena, e il giusto prega per esserne liberato. In quel buio oltretomba regna inesorabile il silenzio: non echeggia la lode a Dio, né si svolge il suo culto (Is. 38, 18; Ps. 6, 6; 113, 17-18); il Dio vivente ne è assente, ma scruta e regge « la f. e l'abisso » (Job 16, 5-6; Prov. 15,
11). Pur essendo la « fine dell'operare e pensare » (Eccle. 9, 10), gli empi hanno molto più da temerla (Ps. 48, 15) che non i giusti. Si accenna anche al fuoco che divora (Deut. 32, 22; Is. 50, 11; Eccl. 51, 4); per gli empi « il verme non morrà e il fuoco non si estinguerà » (Is. 66, 24; Eccl. 7, 17; Iud. 16, 21; Mc. 9, 23), allusione alla Gehenna (v.). Come la morte, la f. è connessa con il peccato. Già in Num. 16, 30-33 si associa all'idea del castigo divino: vi « scendono vivi » i ribelli di Core; in Ps. 54, 24 è la « fossa di perdizione » in cui Dio « fa scendere » i perversi. Vi sono incamminati gli empi (Ps. 9, 18; 30, 18; 54, 16), la donna impudica e i suoi complici (Prov. 2, 18; 7, 27); ivi sono accatastati i dimentichi di Dio, i peccatori (ibid. 9, 18; 21, 16), gli spregiatori della Legge (Eccl. 41, 11). Appare sempre più come « stipendio » del peccato (cf. Rom. 2, 7; 5, 12, 21; 6, 23), in opposizione alla « vita » riservata ai buoni (Prov. 3, 18; 8, 35; 9, 6; 12, 2; 16, 21); alla f. che è sotto si oppone « la via della vita » che conduce in alto (Prov. 15, 24). Anche dopo l'esilio, coesiste la doppia concezione, in parte compenetrantesi, della f. come ricettacolo di tutti i morti e come castigo dei malvagi. La prospettiva della morte, sepolcro, f. universale, angosciava Giobbe: benché la f. sia un riposo (« sonno ») a confronto delle agitazioni terrestri e abolisca le disuguaglianze sociali (Iob. 3, 13-26), chi cade in quel luogo di tenebre (ibid. 10, 21 sg.) non ne ritorna, « resterà coricato e non si alzerà, non si sveglierà dal suo sonno » (ibid. 14, 7-22). Questo pessimismo è di ordine morale; coincide con la fede, riaffermata poi nel Vangelo, che ogni uomo è in sé peccatore, « impuro » (ibid. 14, 4). Però la patetica descrizione di Giobbe, come la topografia della f. (« canale » che conduce nella fossa: ibid. 33, 18; le « camere di morte » Prov. 7, 27), è iperbolico-allegorica e non corrisponde alla raffigurazione generale che se ne aveva in Israele. La f. era ritenuta un segreto impenetrabile, inviolabile, fuorché per Dio (Iob. 11, 8; 38, 17). In Eccl. (ca. 200 a. C.), la f. è la sede dei trapassati (9, 12), sia peccatori (21, 9-10) sia giusti (41, 4); è un luogo di riposo (22, 9; 30, 17; 38, 23; 46, 19), sonno tranquillo in cui i morti sussistono senza attività (9, 10), senza luce (22, 9), né gioia (14, 16), né lode di Dio (17, 26-27); l'uomo non può sperare altro che i vermi (7, 17 ebr.).
La f. è un orco che non molla la sua preda (Prov. 1, 12) senza riscatto: a nulla giova la ricchezza (cf. Mt. 16, 26; Lc. 12, 20), ma presso Jahweh rimane « il fascio dei viventi » (I Sam. 25, 29), e Dio libera il suo fedele dalla f. (Ps. 48, 15-18; I Sam. 2, 6); non lo abbandonerà alla f. ma gli mostrerà « la via della vita » (Ps. 15, 8-11) e lo « prenderà in gloria » (ibid. 72, 23 sg.). Le due categorie dei dannati e dei glorificati in eterno sono descritte in Dan. 12, 2-3, almeno dal momento della risurrezione. Tale distinzione tra reprobi e premiati è data come attuale nella parte più antica di Enoch (ca. 170 a. C. in poi): Enoch 22 divide la f. in quattro compartimenti, i due primi per i giusti « presso la fonte d'acqua viva, luce », i due altri per i peccatori, il cui castigo è definitivo; in Enoch 54, 2 il re e i potenti sono puniti nella « valle profonda », mentre i giusti sono nel « giardino di vita » o paradiso (60, 8, 23; 61, 12; 70, 3-4); nell'ultima parte di Enoch i giusti appaiono nella f. insieme ai malvagi, ma al giudizio finale i giusti saranno premiati e gli empi, precipitati nella f., tormentati per sempre nelle tenebre e nel fuoco (102, 4-8; 103, 1-4; 104, 1-6): la f. è qui luogo di supplizio riservato agli empi. In Enoch 51, 1-2 « la Š. restituirà ciò che ha ricevuto »: i giusti risorgeranno e, guidati dall'Eletto, raggiungeranno i Padri nel paradiso. I peccatori saranno puniti con il non risuscitare (Enoch 22, 10-13; Ps. Sal. 3, 16 e 14, 2; cf. Ps. 1, 5), rimanendo quindi nella f., che diventa inferno dei dannati; si afferma al contrario che i giusti sono o saranno riuniti nel paradiso (Gan'édhen: Strack-Billerbeck [V. BIBLICA.], pp. 1118-65). Come gli apocalittici, i farisei propugnavano la risurrezione dei morti, ma solo per i buoni (Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XVIII, 14).
Tale concetto era già accennato nei testi biblici che alla vita oppongono per i peccatori la f. (Prov. 2, 18;
10, 18; 15, 24; 23, 18; 24, 14; Ps. 48, 15-20). Forse in tal senso Eccle. 3, 21 chiede se il soffio umano « sale in alto », invece di scendere nella f. Infatti lo spirito di Adamo sale a Dio in Apoc. Mos. 32, 4; 35, 2; e gli Esseni ritenev no « l'anima immortale... sbarazzata dalla carne involarsi verso l'alto » (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., II, 8, 11; VII, 8, 7). Sap. 1, 12-4, 20 insiste sulla retribuzione futura: immortalità gloriosa dei giusti e castigo degli empi nell'aldilà, che saranno sanciti dal giudizio divino (ibid. 5, 1-25). Nel martirio dei sette fratelli splende la speranza della gloria nell'aldilà « nel seno della divina pietà » (II Mach. 7, 9-29); i santi defunti seguono quanto avviene in terra e intercedono per Israele (ibid. 15, 12-16: sommo sacerdote Onia, Geremia); la f. è concepita anche come luogo di purificazione (ibid. 12, 43). Già prima di Gesù, f. o ᾱᾱᾱ rivestiva i due significati. Era il mondo di tutti i morti (almeno fino alla risurrezione: così i Farisei) in II Mach. 6, 23; Enoch 22, 1-14; 51, 1; 102, 5; 103, 7; IV Esd. 4, 41; 7, 32; Bar. syr. 11, 6; 21, 23. Era il carcere di soli empi e peccatori in Sap. 2, 1; 17, 14 (21); Enoch 63, 10; Iubil. 7, 29; 22, 22; Filonc. Som. I, 151; Bar. gr. 4. Le due concezioni si alternano nello stesso libro: Ps. Sal. intende l'Ade come ricettacolo di tutte le anime (4, 15) e come inferno dei dannati (14, 6; 15, 11; 16, 2); in Enoch 3, sembrano fondersi (10; 40, 12-42, 1). Nei manoscritti di H. Qumrān appare la stessa oscillazione: nel Salmo 3° (ca. 100 a. C.) la f. è il mondo dei morti tutti, e la sua parte più profonda è Abaddôn; nel Commento ad Habacuc l'empio è nella « casa di condanna », carcere nella f., e al giudizio finale sarà gettato nel fuoco di zolfo. Presso i rabbini postcristiani la f. (« mai riempita » Eccle. R. 1, 19) si identificherà con la gehenna considerata anch'essa ricettacolo di tutti i morti (Šabbāth 104 a; Ērābhīn 101 a: i giusti vi conculcano le genti; Bābhā' mēṣī'ā' 58 b; Pēsiqā' R. 109 b). Šammaj in Tōsephtā' Sanhedrīn XIII, 3 (sec. 11) distingueva 3 categorie di defunti: i glorificati e i dannati in eterno, e coloro che si purificano attraversando il fuoco della Gehenna.
Rimaneva profonda la speranza di uscire dalla « regione dell'ombra di morte » (Is. 9, 1) e dal confino senza ritorno. In Is. 26, 19 è la più antica attestazione esplicita della risurrezione (= « salire » dalla f.: Iob. 7, 9). Le promesse divine di redenzione e di restaurazione spirituale si presentano come liberazione dalla f. (Os. 13, 14 = I Cor. 15, 55; Is. 25, 8; 26, 19, ecc.; Ez. 37, 1 sgg.; Iob. 19, 15 sgg.; Dan. 12, 2) come « risurrezione dai morti » (Rom. 11, 15); il risorgere dall'abisso-necropoli (« dai morti ») è la suprema speranza messianica (cf. I Cor. 15, 54-58; Apoc. 20-21).
Al tempo di Gesù si distingue bene tra f. per i peccatori e « seno d'Abramo » (v. LIMBO): un abisso invalicabile separa i giusti dai peccatori (Lc. 16, 22-26), benché tutti siano sotto terra. Ma prevale, per il soggiorno dei giusti, l'immagine di « tende eterne » e paradiso celeste (Lc. 16, 9; 23, 43; « mondo celeste »: Fl. Giuseppe, Bell. Iud., III, 8, 5). Nel Nuovo Testamento la f. è detta ᾱᾱᾱ, il cui dominio non è sulla terra (cf. Sap. 1, 14), ma sotto (Mt. 11, 23 = Lc. 10, 15; Apoc. 9, 1). Dio ha inabissato nel Tartaro (ἐταρτάρωσα) gli angeli ribelli, chiudendoli in quelle cavità tenebrose (II Pt. 2, 4); così anche Enoch 10, 12; 18, 11-19, 1; 88, 1; ivi è imprigionato Satana per 1000 anni (Apoc. 20, 7). INFERNO (v.) gehenna (v.); Gesù insiste sull'eterno supplizio dei reprobi nelle « tenebre extraterrestri » (Mt. 8, 12; 22, 13; 25, 30) ove è « pianto e stridore di denti » (Mt. 13, 42, 50; 24, 51) perché essi sono esclusi dal Regno di Dio (Lc. 13, 28) per avere respinto l'invito di Dio (Mt. 24, 13; 24, 51; 25, 30; Lc. 14, 24) e del prossimo (Mt. 25, 41-45); cf. II Thess. 1, 9. Nell'orco tenebroso (ὁ ἕδρος τοῦ ἀκόνους, II Pt. 2, 17; Iud. 13) salirà il fumo dei tormenti degli empi (Apoc. 14, 10-11). L'ade-morte per tutti si trasformerà, dopo la risurrezione e il giudizio di tutti sulle loro opere, in ade-morte « seconda » (definitiva) per i soli dannati (Apoc. 20, 13-15). Presso i Padri, rimarrà a lungo plurivalente il termine ᾱᾱᾱ o inferi. In Tertulliano inferi ha senso largo e comprende il purgatorio (A. d'Alès, La théologie de Tertullien, Parigi
1905, pp. 131-34); s. Ippolito, Adv. Graec., I, 2, divide l'ade in due sezioni: a sinistra i dannati, a destra il « seno d'Abramo » con i buoni. Fino a s. Giovanni Damasceno (PG 96, 28) perduta la misteriosa indeterminatezza biblica. Solo al tempo della specializzazione scolastica si distinsero esplicitamente, con vocaboli ben distinti, i vari luoghi sotterranei dei defunti: l'inferno dei dannati, il purgatorio, i limbi.