LIMBO

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LIMBO. - Dal latino limbus (= orlo, estremità, lembo), è il luogo e lo stato delle anime che non avendo meritato l'inferno non potevano, prima della redenzione, entrare nel cielo (I. dei ss. Padri) o ne sono escluse eternamente per il peccato originale non cancellato.

I. IL L. DEI ss. PADRI. - Stato e luogo, in cui si trovarono i giusti del Vecchio Testamento, i quali, pur uscendo da questa vita in grazia e pienamente purificati dalle loro colpe, non potevano entrare in Paradiso, perché la Redenzione dell'umanità non era stata compiuta. Pertanto le anime dei giusti, morti prima di Cristo, erano in uno stato tranquillo, nella serena attesa della Redenzione. Questo stato fu detto l. dei Padri, o

anche «seno d’Abramo» (sinus Abrahae: cf. Lc. 16,22), prendendo la parola «seno» nello stesso significato di l.: quasi luogo riposto o porto di tranquilla quiete, demoni-nato dal Patriarca, che fu il modello della fede in Dio e come il padre dei credenti.

La parola l. appare nella teologia solo dopo Pietro Lombardo (m. 1160); gli Ebrei lo chiamavano 'ēr'ōl; nella versione greca della Bibbia fatta dai Settanta, venne tra-dotto con la parola Ade ("Aδnē"), e nella versione latina con la parola Inferno (Infernus), che erano i termini latino e greco indicanti il domicilio dei morti. L’immagine che evocano questi termini è quella di un luogo oscuro, posto nelle viscere della terra, come una voragine immensa. 'Sēr'ōl era nella lingua ebraica termine comune che de-signava tanto la dimora dei giusti («seno d’Abramo») quanto la dimora dei perversi, la Gehenna, come è chi-ma- mato nel Vangelo (Mt. 5,22; 23,15; 10,28; Mc. 9,42; 46; 18,9; Lc. 12,15). In seguito l’espressione «seno d’Abramo» è divenuta sinonimo di Paradiso. Così nella liturgia dei defunti si supplica Dio di porre le anime nel «seno di Abramo» (cf. P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, Torino 1950, pp. 307-13). Il d. dei S. Padri cessò con la discesa di Gesù.

II. DISCESA DI GESÙ CRISTO ALL

I. Dogma

Nel tempo tra la morte e la Risurrezione, l’anima di Cristo disse nelle 'ēr'ōl (ad inferos) a portare i frutti della redenzione alle anime dei giusti, che erano in attesa che si compissero le promesse di Dio, in cui credet- tero. Così Cristo, come Redentore, condivise anche la sorte dei giusti che avevano creduto in lui, an-dando con l’anima nello 'ēr'ōl ad attendere l’ora del suo trionfo.

La discesa dell’anima di Cristo al l. è un articolo di fede esplicitamente posto nei Simboli fin dal sec. IV, come risulta dalla testimonianza di Rufino (Denz-U, 3). Leone Magno nel 447 parla della di-

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(fol. Sopraintendenza ai Monumenti)
Limbo - Cristo nel 1. Particolare di una delle colonne del ciborio di S. Marco (sec. vi) - Venezia, basilica di S. Marco.

scena di Cristo all’inferno come di una verità dog-matica creduta da tutta la Chiesa e indiscutibile (Epist. ad Turribium, 17: PL 54, 690). Nel IV Con-cilio Lateranense (a. 1215) si precisò che la discesa al l. fu con l’anima (in anima) per condannare l’opi-nione di Abelardo, secondo cui si sarebbe dovuto intendere quella discesa in senso puramente meta-forico, cioè di una semplice operazione salvatrice compiuta da Cristo nelle anime dei giusti; una di-scena per potentiam, invece che di una discesa pro-pria dell’anima nello stesso soggiorno dei giusti del Vecchio Testamento.

Questo articolo di fede è contenuto nella S. Scrittura. S. Pietro, annunziando subito dopo la Pentecoste la Risurrezione di Cristo ai Giudei, disse, richiamandosi alla profezia di David (Ps. 15,19): «Essendo dunque profeta David e sapendo che Dio gli aveva promesso con giuramento che uno della sua stirpe doveva sedere sopra il suo trono, profeticamente disse della Risur-rezione di Cristo che egli non fu abbandonato nello 'ēr'ōl, né la carne di lui vide la corruzione» (Act. 2, 24-31). Anche in altri passi del Nuovo Testamento si fa allusione alla dimora dell’anima di Cristo nel l. (Mt. 22,40; Rom. 10,6-7; probabilmente in I Pt. 3, 19-20).

Come rilevano i s. Padri, la dottrina della discesa di Cristo al l. armonizza con il disegno divino della Redenzione, secondo cui Cristo liberamente e per amore assunse su di sé tutti gli stati della travagliata esistenza umana, per redimere tutti. Discendendo nel l. e mani-festandosi ai giusti, l’anima di Cristo, sussistente nella persona del Verbo, portava la luce della felicità: lo 'ēr'ōl si trasformava in Paradiso e si verificava la promessa fatta da Gesù al buon ladrone: «Oggi tu sarai con me in Paradiso» (Lc. 23,43).

Effetto della discesa di Cristo nel l. fu la liberazione delle anime giuste, uscite da questa vita in grazia di Dio; giusti appartenenti non solo al popolo ebraico, ma anche ai popoli pagani, in mezzo ai quali vi potevano essere persone illuminate, credenti nel Redentore futuro e viventi secondo la Grazia, come pensa espressamente Clemente Alessandrino (Stromata, 6,6). Non ebbe l’ef-fetto di redimere coloro che erano morti senza fede e senza grazia, condannati da Dio nell’inferno per la loro ostinazione nel male. Non diede la redenzione ai bambini morti con il peccato originale, né liberò le anime del Purgatorio, eccetto quelle che erano già purificate e mature per il Paradiso (Sum. Theol., 3,3, q. 52).

Calvino interpretò la discesa al l. come se Cristo avesse sofferto le pene infernali, affinché noi ne fossimo preservati. Lo stesso Calvino, come tutti i protestanti dopo di lui, diede un significato metaforico alla discesa di Cristo nel l. I razionalisti sostengono che questa cre-denza cristiana sia stata desunta dai miti del paganesimo (Ercole, Orfeo); in realtà tra la dottrina cristiana della discesa di Cristo all’inferno e i miti pagani non corre che qualche estrinseca somiglianza. Il dogma cristiano è già adombrato nel Vecchio Testamento, dove si parla dei giusti che scendono nello 'ēr'ōl con la speranza della Redenzione nell’attesa di «Colui che sarà mandato» (Gen. 40,10).

BML: I. Lans, De limbo patrum, Colonia 1583; L. A. Mu-ratori, De Paradiso, Venezia 1755 (sul «seno» di Abramo); T. M. Mamochi, De animabus iusorum in iun. Abrahae ante Christi mortem, Roma 1766. Per la storia della dottrina e del-l’articolo del Simbolo: Ch. Gschwind, Die Niederfahrt in die Unterwelt, Münster 1911; J. Kroll, Beiträge zum «Descensus ad inferos», Kölnsberg 1922; id., Gott und Hölle. Der Mythos vom Descensus Kampfe, Lipsia 1932 (lavori di uno specialista nella storia comparata); G. Philips, La descente du Christ aux enfers, in Revue ecclésiastique du diocèse de Liège, 24 (1932-33), pp. 144-55; id., L’oeuvre du Christ aux enfers, ibid., pp. 272-86; I. Chaine, Descente aux enfers, in DBs, II, coll. 391-435 (accurata dimostrazione della trascendenza della Rivelazione); U. Holz-meister, Commentarius in epistolas ss. Petri et Indae, Parigi 1937, pp. 307-309 (ricca bibl. patristica); S. Kowalski, Le problème de la descente du Christ aux enfers dans la première épître de St Pierre, in Collectanea theologica, 21 (1949), pp. 42-76; A. Grill-meier, Der Gottessohn im Totenreich. Soteriologische und christo-

logische Motivierung der Descensuslehre in der älteren christlichen Überlieferung, in Zeitschrift für kath. Theol., 71 (1949), pp. 1-53 (importante per la teologia dei Padri); I. De Ghellinck, Patristique et moyen-âge. Recherches sur les origines du Symbole des Apôtres, I, 2a ed., Gembloux 1949, pp. 214-16, 238 n. (Giudizio sicuro sulle opere citate sopra). Per il valore teologico dell'articolo: S. Tommaso, Sum. Theol., 3, q. 52, con i classici commenti e trattati di teologia dogmatica. Cf. inoltre: H. Quillet, Descente de Jésus aux enfers, in DThC. IV, coll. 565-619.

Marcolino Daffara

2. Arte

Relativamente tardi si inizia la rappresentazione di questo soggetto nell'arte cristiana. Testimonianze letterarie lo fanno risalire a ca. il sec. VI, quando appare la sua prima figurazione conosciuta in una delle colonne scolpite del ciborio di S. Marco a Venezia. Più tardi, nel sec. VIII, la rappresentazione del Cristo che discende al 1. è in un affresco di S. Maria Antiqua a Roma. Questa già si collega all'iconografia bizantina e bizantin-gigante che giungerà fino al sec. XIII ed oltre, come dimostrano il salterio della coll. di Chlondof ed altri dello stesso tipo (secc. IX-X; cf. Kondakof [V. BIBLICA.]) di Parigi e i contemporanei già nella Biblioteca imperiale di Pietroburgo e in Vaticano (Urb. lat. 2), oppure le scene in affreschi e musei (spesso comprese nel ciclo della Passione) come il museico di Dafni, particolarmen

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(fol. Alinaris
Limbo - Discesa di Gesù al I., affresco di B. Angelico e collaboratori. Firenze, Convento di S. Marco.

te interessante per la libertà inconsueta nell'interpretazione del tema, l'affresco nella chiesa inferiore di S. Clemente a Roma (sec. XI), i museici di Monreale, Torcello e Venezia (sec. XII) nonché, fino ad oggi, nelle iconostasi bizantine e russe. Fonte principale di questi artisti è il Vangelo capriccio di Nicodemo che fissa uno schema di composizione in una successione di episodi ove viene, in genere, rappresentato il momento dell'apparizione di Cristo che tende la mano ad Adamo affiancato da Eva: a questi che sono i soli personaggi delle prime miniature si aggiungono poi Satana legato, talvolta David e Salomone, e i giusti libertati. Nell'Europa settentrionale, dove le prime opere note non sono anteriori al sec. XI, ci si stacca invece da questo schema, come mostrano l'Antependio di Klosterneuburg e il Salterio di Ermanno di Turingia e si tende a farlo divenire un episodio del Giudizio Universale (ad es., S. Giacomo di Guérets).

La produzione, abbondante soprattutto nei secc. XII-XIII, tende poi a diminuire nei secoli seguenti fino ad essere completamente trascurata dopo il '500. Tra le più belle figurazioni del sec. XV va ricordato l'affresco del Beato Angelico nel Convento di S. Marco; nel sec. XVI trattano ancora questo soggetto il Dürer e il Bronzino.

Bibl.: N. P. Kondakof, Le miniature di un salterio del IX sec. della coll. Chlondof, Mosca 1878 (in russo); H. Leclercq, Limbers, in DACL, IX, coll. 1049-54; K. Künstle, Ikonographie der Christlichen Kunst, II, Friburgo in Br. 1928, pp. 404-506.

Maria Donati

III. IL L. DEI BAMBINI. — Esiste ancora, secondo la teologia, il 1. dei bambini, lo stato cioè e il luogo dei bambini non battezzati, morti prima dell'uso della ragione, senza la remissione del peccato originale. Non essendo in grado, per la loro età, di fare atti di fede e di contrizione (Battesimo di desiderio), questi non possono essere liberati dalla colpa di origine se non per mezzo del Battesimo, conferito in fide Ecclesiae; non ricevendolo, non «rinascono nell'acqua e nello Spirito Santo» (Io. 3, 5) e pertanto non sono ammessi nel Regno di Dio; non avranno però altra pena, anzi, secondo la comune opinione dei teologi, godranno di una certa beatitudine naturale. Come si esprime s. Tommaso, «saranno felici nel partecipare largamente della divina bontà nelle perfezioni naturali» (II Sent., d. 33, q. 11, a. 2; cf. d. 45, q. 1, a. 2; Sum. Theol., suppl., q. 79, a. 4). Questa concezione teologica, sebbene non esplicita nella S. Scrittura, è fondata sulla giustizia di Dio, la quale non può infliggere castighi personali a chi non ha peccati personali. Pertanto la sorte dei bambini deceduti senza Battesimo, deve distinguersi da quella degli adulti che hanno, per propria colpa, trascurato il Battesimo; tuttavia non saranno ammessi alla felicità soprannaturale, come pensavano i pelagiani, contro cui si pronunziarono il Concilio di Cartagine nel 418 (Denz-U, 102 nota 4) e s. Agostino (De anima et eius origine, 12, 17: PL 44, 505). Il 1. dei bambini dura eternamente, poiché deceduti con il solo peccato originale sono fissati in quello stato per sempre. Questa dottrina fu chiarita dai grandi teologi del sec. XIII.

Bibl.: V. BOLSENA, Stato dei bambini morti senza Battesimo, Macerata 1787 (dottrina rigida); J. Didiot, Morts sans baptême, Lillia 1896; D. Stockum, Das Los der ohne die Taufe sterbenden Kinde, Friburgo in Br. 1923; P. I. Toner, s. V. in Cath. Enc., IX, pp. 256-59; A. Gaudel, s. V. in DThC, IX, coll. 760-72; A. Michel, Salut des enfants morts sans baptême, in L'Ami du clergé, 5 (1848), pp. 33-43 (cf. ibid., 41 [1931], pp. 497-512); I. Lelièvre, Sort des enfants morts sans baptême, in La pensée catholique, 2 (1948), pp. 43-50; A. Michel, Encore le sort des enfants morts sans baptême, in L'Ami du clergé, 61 (1951), pp. 97-101.

Marcolino Daffara