SENSI BIBLICI. - « Senso » è detto il significato che assume una data frase considerata nel con-
testo, o la cosa espressa in detta frase nel piano simbolico-reale. Lo studio dei s. b. biblica (v.) detta noematica (da νόημα « pensiero »).
I. CLASSIFICAZIONE
Dopo molti secoli di proposte e di discussioni, non è unanime la distinzione dei s. b. Una delle questioni più oscure attualmente in discussione è quella della classificazione dei s. b. (J. Daniélou, Les divers sens de l'Écriture dans la Tradition chrétienne primitive, in Ephemerides theologicus Lovonienses, 24 [1948], p. 119). Tutti deplorano una confusione di termini, i molteplici malintesi e le accese polemiche per quanto concerne i « sensi » della S. Scrittura. Gli studiosi di ogni tempo, non esclusi i moderni, spesso non si comprendono e conseguentemente si combattono e ciò appunto per l'uso dei termini, di cui alcuni hanno una storia lunga ed intricata, come accade oggi, p. es., per certe questioni mariologiche (Gen. 3,15 e Apoc. 12, 1-18). Non di rado è piuttosto questione di parole. Una esuberanza di simili espressioni tecniche, suddivisioni filosofiche-scolastiche coniate qua e là, avrebbe dovuto caratterizzare tutte le sfumature di significato dei singoli testi biblici e dei vari s. b. Così i termini: letterale e reale, storico e spirituale, mistico, tipico; dogmatico (allegorico, messianico), morale (tropologico), anagogico (escatologico); proprio ed improprio (tropico, metaforico); figurato e figurativo; esplicito ed implicito; filologico, logico, teologico; conseguente, pieno, eminente, accomodatizio, ecc. Si è oggi d'accordo che occorre urgentemente ridurre questa terminologia, a scanso di equivoci: una semplificazione basata sull'essenza del « senso » e non su punti di vista secondari o accidentali. Eliminata una terminologia impropria che ingenera confusione, « abitiamoci a chiamare le cose coi loro propri nomi e saremo sempre facilmente intesi » (G. M. Perrella, Introduzione generale [V. BIBLICA.], p. 253, nota). Anzitutto, quando si tratta d'interpretare i termini ermeneutici degli antichi (s. Paolo, i Padri, gli Scolastici), p. es., « spirituale, allegorico, tipico », non si deve mai supporre senz'altro il significato che oggi è loro attribuito. Va, infine, da sé che l'ermeneutica biblica, e la noematica in specie, richiede pure chiari concetti sull'Ispirazione biblica, sulla sua natura e la sua estensione.La definizione surriferita del s. b. accenna già alla sua duplice specie, letterale e reale, giacché il concetto della mente può manifestarsi solo nella parola o nella res (cosa, azione, fatto, persona, istituzione), può esprimersi immediatamente o mediatamente. Il primo, il senso letterale o verbale, grammaticale, storico (comune a tutti i libri umani) esiste necessariamente anche nei libri della Bibbia, dovuti ad autori umani, autori veri sebbene strumentali soltanto. Invece il senso reale « tipico » è una prerogativa esclusiva della S. Scrittura, intimamente connessa con la prerogativa dell'Ispirazione, senso questo inteso dal solo autore principale Dio, agli uomini conoscibile solo mediante la Rivelazione.
« In nulla scientia, humana industria inventa, proprie loquendo, potest inveniri nisi litteralis sensus; sed solum in ista Scriptura, cuius Spiritus Sanctus est auctor, homo vero instrumentum (inventur sensus spiritualis) » (s. Tommaso, Quodlibetum 7, q. 6, a. 16); « Cum in omnibus scientiis voces significent, hoc habet proprium ista scientia (sacra), quod ipsae res significatæ per voces, etiam significant aliquid » (id., Sum. Theol., 1°, q. 1, a. 10).
Conseguenza immediata di questo carattere unico del Libro dei Libri sono i due metodi, completantisi a vicenda, per trovare il senso scritturistico: l'euristica letteraria e l'euristica autentica, ossia le regole d'interpretazione biblica comuni o razionali e quelle proprie o cattoliche.
II. SENSO LETTERALE
Il papa Pio XII addita all'esegeta cattolico « fra tutti i suoi compiti il più alto,cioè di trovare ed esporre il genuino pensiero dei Sacri Libri... Perciò essi devono con ogni diligenza rintracciare il significato letterale delle parole... (encicl. Divino afflante Spiritu, in AAS, 35 [1943], p. 338). I problemi più interessanti e più discussi intorno al senso letterale sono tre: 1) le sue sottospecie, per così dire, specialmente il senso pieno, conseguente ed accomodatizio; 2) la sua universalità: ogni affermazione biblica contiene un senso letterale; 3) la sua unicità: nessuna affermazione della S. Scrittura contiene due o più sensi letterali disparati.
1. Sottospecie del senso letterale
Le parole possono venir prese o « secundum proprietatem locutionis » (s. Tommaso, Expos. in Gal., 4, lectio 7), nel loro senso proprio, ovvio, nativo, o « secundum similitudinem seu metaphoram » (ibid.), nel loro senso improprio, metaforico, traslato, figurato (p. es., Cristo è paragonato a un leone, a un agnello, a una vite).Questo senso metaforico dagli antichi non di rado è stato denominato inesattamente anche senso più alto o più profondo, senso spirituale e mistico; specialmente il senso improprio allegorico venne talvolta confuso con il senso tipico. Invece, prima di tutto, si deve tener fermo il principio che il senso improprio con tutte le sue varie forme, conosciute anche nella retorica profana, è senso letterale, poiché « tirato fuori » direttamente dalle parole stesse: « Verba ad hoc proferuntur, ut hoc significent » (s. Tommaso, Sum. Theol., 1°-2°, q. 102 a. 2 ad 1). Il senso letterale improprio ha nell'interpretazione delle S. Scritture un'estensione vastissima ed un'importanza grandissima, poiché lo stile e la lingua del Vecchio e del Nuovo Testamento sono in gran parte caratterizzati dall'uso continuo di tali « traslazioni » o metafore (sineddoche, metonimia, metafora, iperbole, ellissi, ecc.). Si pensi, in modo particolare, all'antropomorfismo (v.), ai simboli ed alle allegorie dei libri veterotestamentari, alle parabole del Nuovo Testamento, tutte forme letterarie che costituiscono la bellezza attraente e la ricchezza abbondante della Bibbia.
Più arduo diviene il compito dell'esegeta quando, per individuare il genuino senso scritturistico, si tratta di indovinare l'intenzione stessa dell'autore sacro e di Dio stesso, autore principale delle S. Scritture. Non si è più nel campo del senso letterale puro e comune, ma in qualche modo vengono oltrepassati i suoi limiti. Alla lettera della Bibbia si aggiunge qualcosa: la lux olimpletonis, una qualche chiarificazione, fatta forse dal magistero ecclesiastico, dell'intenzione divina, specialmente in testi messianici, sapienziali, mariologici (sensus plenior) o un raziocinio con il quale si deduce da una premessa rivelata una conclusione (sensus consequens).
Quanto al « senso pieno » si discute tuttora. Tutti sono d'accordo con s. Tommaso che la mente del profeta e dell'agiografo è un instrumentum deficiens e che essi necessariamente « non omnia cognoscunt quae in eorum visis aut factis Spiritus Sanctus intendit » (Sum. Theol., 2°-2°, q. 173 a. 4). Dio con la sua chiarezza infinita intende e raggiunge un oggetto futuro lontano, mentre la mente dell'agiografo, sullo stesso piano e nella stessa prospettiva, si ferma ad un oggetto presente o futuro più vicino (p. es., Gen. 3, 15: Eva-Maria). Leone XIII nell'encicl. Providentissimus ne fa un cenno: « idque nonnumquam ampliore quadam et reconditioner sententia, quam exprimere littera et hermeneutica leges indicare videantur » (Enchiridion biblicum, Roma 1927, n. 93). M.-J. Lagrange lo caratterizza come « un sens en quelque sorte supra-littéral qui ne peut être déterminé que par une autorité compétente » (Revue biblique, 9 [1900], p. 141). In pratica, questo senso pieno ha molta somiglianza con il senso tipico.
Il « senso conseguente » invece è più facile a stabilirsi, ma è meno scritturistico, poiché soltanto la maggiore di simili sillogismi è della Bibbia. Gesù Cristo (p. es., Mt. 22, 31 sg.), s. Paolo (p. es., I Cor. 9, 7-11), i Padri della Chiesa e gli scolastici hanno fatto uso di tali deduzioni ed applicazioni scritturistiche, e senza dubbio il
senso conseguente è importante nella teologia e utile per la vita cristiana, se vien adibito con la dovuta moderazione e cautela.
Trattando del senso letterale scritturistico, a modo di appendice si può parlare anche del « senso accomodato » o « accomodatizio », in quanto, per qualche rassomiglianza verbale o reale, parole dei Libri Sacri vengono adattate a persone o cose del tutto diverse da quelle che intese significare l'autore umano-divino. Tale accomodazione, specialmente quella per extensionem, come si ha spesso nella liturgia (altri pensano che là si tratti piuttosto del senso pieno), è lecita e utile, « purché si faccia con moderazione e sobrietà; ma non bisogna mai dimenticare che un tal uso delle parole della S. Scrittura è ad essa quasi estrinseco ed avventizio, e che soprattutto ai giorni nostri non va senza pericolo... » (Pio XII, Divino affl. spiritu, loc. cit., p. 339). Se invece quella rassomiglianza si trova solo nelle parole, siffatta accomodazione per allusione è piuttosto abusiva ed un gioco di parole biasimevole.
2. Universalità del senso letterale. - Principio fondamentale di ogni sana esegesi biblica è che non c'è testo della S. Scrittura che non abbia un senso letterale, proprio o improprio. Chi abbandona, almeno in pratica, questa norma, svalutando il senso letterale, costruisce sulla sabbia e facilmente soccombe al soggettivismo, o pietismo, o pneumaticismo: « Egli rigetta in tal modo la regola d'oro dei dottori della Chiesa, così chiaramente formulata dall'Aquinate: ' Omnes sensus fundantur super unum, scilicet litteralem, ex quo solo potest trahi argumentum'; regola che i Sommi Pontefici sancirono e consacrarono quando prescrissero che, prima di tutto, si cerchi con ogni cura il senso letterale... » (Lettera della Pontificia Commissione Biblica all'episcopato italiano, in AAS, 33 [1941], p. 467). « In questo modo, con la nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale - essi affermano secondo le loro false opinioni - svaniscono tutte le difficoltà cui vanno incontro soltanto coloro che si attengono (quanto al Vecchio Testamento) al senso letterale delle Scritture » (Pio XII, encic. Humani generis, in AAS, 42 [1950], p. 500; Civ. Catt., 1950, III, p. 465).
La ragione di tale universalità segue dalla natura del linguaggio umano ed è ovvia per chi abbia un giusto concetto dell'ispirazione biblica. Se Dio nella S. Scrittura parla agli uomini per hominem, more humano (s. Agostino), senza dubbio, per essere inteso e compreso non poté cambiare il significato naturale delle parole. Appartiene inoltre alla natura del senso tipico (spirituale) di essere fondato sul letterale, come la Grazia suppone ed eleva la natura. I Padri della Chiesa, anche quelli che assecondarono piuttosto il senso spirituale-tipico, riconoscono nella verità storico-letterale il fondamento necessario per l'intelligenza spirituale. Se spesso tralasciano la littera e si alzano subito alle altezze del senso spirituale, se anzi talvolta escludono il senso letterale-atorico, o quest'ultimo era così chiaro da non aver bisogno di spiegazione, o intendevano il termine « letterale » più strettamente del senso letterale proprio, mentre denominarono le diverse forme del senso letterale improprio (metaforico, parabolico, allegorico) « senso spirituale ». Probabilmente la stessa risposta vale anche riguardo a Origene, che pareva avesse negato l'universalità del senso letterale. Infine, Benedetto XV raccomanda che gli esegeti « modeste temperateque e litterali sententia ad altiora exsurgant » (Enchiridion biblicum, loc. cit., n. 499).
3. Unicità del senso letterale. - Il fatto, piuttosto raro, che un testo veterotestamentario nel Nuovo Testamento venga applicato e spiegato in modi differenti (p. es., Ps. 2, 7, in Act. 13, 33 e Hebr. 1, 5 e 5, 5; o Is. 53, 4, in Mt. 8, 17 e I Pt. 2, 24), ha indotto vari teologi, particolarmente dal sec. XVI in poi, ad ammettere e difendere la teoria del plurileteralismo, sia la possibilità e sia il fatto che almeno alcuni testi scritturistici contengano due o anche più sensi letterali. Parve loro di poter trovare conferma di questa tesi presso i Padri, i quali offrono non di rado varie interpretazioni letterali dello stesso testo biblico, senza affermare però che tutti questi sensi siano nell'intenzione del divin Ispiratore o del-
dell'agiografo. Molto discusso è stato, fino ad ora, il pensiero di s. Agostino e, alle sue dipendenze, di s. Tommaso.
La dignità della parola di Dio richiede che il senso letterale quale fu inteso dall'autore (anche se agli odierni esegeti in passi oscuri è incerto) sia certo, determinato, unico, incompatibile con un altro senso disparato ed indipendente. Dunque non è questione di quei sensi quasi secondari, perché subordinati (sensus implicitas, plenior, eminens, consequens), i quali formano un unico senso letterale. « Multiplicitas enim sensuum in una Scriptura parit confusionem et deceptionem et tollit arguendi firmitatem » (Sum. Theol., 1ᵃ, q. 1, a. 10, ob. 1). Sarebbe la morte dell'esegesi, se il plurileteralismo dalla teoria scendesse alla pratica.