SERPENTE DI BRONZO. - Nella marcia di alcuni mesi che portò gl’Israeliti di Mosè all’Arnon, in vista delle « steppe di Moab», il popolo manifestò ancora una volta la sua stanchezza per la fatica del cammino nel deserto e l’insufficienza e monotonia dell’alimentazione con la manna. Furono lamenti « contro il Signore» oltre che contro Mosè. Allora Dio mandò loro la punizione dei « serpenti infuocati», il cui morso era mortale.
Non risulta di che specie di serpenti si tratti; forse il termine « infuocato», o « ardente», ebr. sáraph, allude a un’infiammazione o febbre che il morso provocava. Essendosi il popolo pentito, Dio per intercessione di Mosè indicò il rimedio in un s. di b., che si doveva erigere su un palo: chi morsicato lo avesse guardato, sarebbe guarito; e così avvenne (Num. 21, 4-9). Il simbolismo non sembra difficile da cogliere: esso è scelto in armonia con l’ambiente. Appeso al palo, il serpente era come reso innocuo; la vista dell’immagine ricordava la pena meritata; l’atto di fiducia, che lo sguardo era desinato a provocare e significare, meritava da Dio la guarigione (Sap. 16, 6-8). L’oggetto si conservò: ma nella tradizione popolare israelitica gli andò unito un culto: lo si ritrova sotto il nome di Nohestan (Nehustán) tra gli oggetti idolatrici che Ezechia fece distruggere (II Reg. 18, 4). Non è chiaro il significato del s. di b. trovato a Gezer (antico-
SERPENTE DI BRONZO - SERPOTTA GIACOMO
monumento equestre a Carlo II a Messina (1681), distrutto nel 1848 (bozzetto al Museo Sieri Pepoli di Trapani). Nel 1682 eseguì le statue dei SS. Pietro e Paolo nella chiesa di S. Maria del Carmine Maggiore, quindi nel 1685 iniziò una delle sue decorazioni più famose: gli stucchi dell'orfano di S. Cita, completati in vari periodi. Nel 1690 modellò la statua della Vergine del Collegio dei Gesuiti; nel 1691 gli stucchi per la cappella di S. Stefano in S. Sebastiano alla Marina e quella dell'Annunziata a S. Onofrio. Nel 1694 passò ad Agrigento ad eseguirvi i mirabili petti della chiesa di S. Spirito; più tardi ad Alcamo, dove lasciò quattro fra le più belle Allegorie, mentre è incerto che si sia recato in altri centri dell'Isola che vantano opere scettoniane senza sicura documentazione. Nel 1696 il S. intraprese la decorazione della chiesa di S. Orsola restaurata poi dal figlio Procopio, pur esso stuccatore, e preparò i modelli in cera per i misteri del Rosario del convento di S. Cita, scolpiti, in seguito, dal Vitagliano. Nel 1698 adornò la piccola cappella dell'ospedale dei sacerdoti e nel 1699, contornando i dipinti del Caravaggio, pose mano agli stucchi dell'orfano di S. Lorenzo che insieme a quelli dell'orfano del Rosario di S. Domenico, di poco posteriori, sono fra le opere maggiori del maestro. Nel 1707 la Principessa di Roccaforita si lasciava ritrarre in un medaglione in stucco dal S. Nell'anno successivo il S. adornò la chiesa della Pietà e nel 1711 quella di S. Agostino. Poco tempo dopo venne eseguita la decorazione della chiesa di S. Tommaso dei Greci. Dal 1720 al 28 l'artista modellò le statue della chiesa di S. Agostino, dove sono evidenti reminiscenze beriniane, e finì l'orfano di S. Francesco ai Candelari, sede della Confraternita dei Forensi, ultima sua opera.
Il S., scultore fra i maggiori del suo tempo, ebbe notevolissimo il senso della decorazione ambientale, modulando nelle sue vivaci rappresentazioni una serie infinita di motivi. Questi assumono unità anche per il magico giuoco delle ombre che dànno e ricevono valore dal prezioso candore della luminosa materia usata dall'artista.