ADAMO

ADAMO. - Il primo uomo creato da Dio e padre del genere umano.

SOMMARIO: I. S. Scrittura. - 2. Letteratura rabbinica. - 3. Archeologia cristiana. - 4. Poesia popolare. - 5. Iconografia. - 6. Testamento di A. - 7. Vita di A. ed Eva.

I. S. SCRITTURA. - Padre del genere umano. Il nome άdhám significa « uomo »; indica sia la specie umana (Gen. 1, 26) sia il primo uomo, proponente della famiglia umana.

I. L'etimologia di άdhám è incerta. Si scarta oggi quella data da Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., I, 1, 2), diventata poi comune, di rosso, perché il primo uomo sarebbe stato formato dalla terra rossa. Alcuni filologi lo fanno provenire dal numero adam-mu « mio padre »; non pochi lo ricollocano al verbo assiro adamu « fare, produrre », o al sabro

ADAMO ED EVA - Affresco di Masolino nella Cappella Brancacci - Firenze, Chiesa del Carmine.

adam «servo». La Bibbia connette il nome con dàldamâi «terra» (Gen. 2, 5-7): Adamo sarebbe quindi colui che per la sua origine, la sua esistenza e il suo destino è in relazione con la terra (v. ADAPA).

7. Creazione di A

Nella Gen. due racconti ci presentano la creazione di A. Secondo il primo (1, 26-31), A. è creato da Dio al sesto giorno, dopo gli animali: è il coronamento della creazione. Dio dice: «Facciamo l'uomo a immagine nostra, a somiglianza nostra» non perché prenda consiglio dalle creature, p. es. dagli angeli, come suppone Origene seguendo F. Ione (Opific. 24), poiché degli angeli non si parla nel contesto. Non può parlarsi di vestigia di politeismo, escluso da tutto il racconto, caratteristicamente monoteistico. Dio parla a se stesso: l'uso del plurale («di moltiplicazione interna») suppone una pienezza d'essere tale che Dio può deliberare con se stesso. Il mistero della Trinità non è con ciò rivelato, ma certamente ne è la migliore spiegazione (cf. J. Lebreton, Les origines du dogme de la Trinité, 4a ed., Parigi 1919, pp. 507-12). Qui dàhdâm, senz'articolo, indica la specie umana. Pieno di meraviglia, l'autore ispirato esclama: «Iddio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen. 1, 27). La formazione dell'uomo è espressa con il verbo bârâ usato nelle forme ebraiche qual e nif'al per indicare un'azione o un intervento diretto di Dio (v. CREAZIONE).

La somiglianza dell'uomo con Dio è spirituale. Dio è purissimo spirito; e poiché l'uomo solo nella creazione visibile è fatto ad immagine di Dio, quest'immagine è costituita da ciò che essenzialmente distingue l'uomo dagli animali e piante, cioè dalla sua natura razionale e spirituale (v. UOMO).

trasformismo (v.), applicato all'uomo, si presenta in senso assoluto (materialistico) o in senso relativo (spiritualistico). Il primo nega l'esistenza dell'anima spirituale, spiegando l'uomo con la sola evoluzione nella scala degli esseri; per il secondo, il corpo, prima di essere da Dio informato dell'anima, sarebbe stato lentamente preparato per via di evoluzione sotto l'influsso delle cause seconde. Il testo sacro esclude il trasformismo assoluto e non appoggia il mitigato, anzi moltiplica, si direbbe avvedutamente (cf. V. 27), i dati implicanti l'idea di un intervento diretto e speciale di Dio, e per l'anima e per il corpo. I Padri della Chiesa, non escluso s. Agostino (De Genesi ad litteram, IX, 16-18: PL 34, 404-408) e i teologi hanno sempre insegnato la dottrina della creazione o formazione immediata del corpo dell'uomo. La Commissione Biblica, il 30 giugno 1909, dichiarava che il senso letterale storico non può mettersi in dubbio ove si parla della particolare creazione dell'uomo. «Quanto poi a sapere se di fatto... Dio si è servito del corpo d'un animale per farne il corpo del primo uomo, è questa una questione che risulta non dall'essere mai dall'antropologia» (L. Pirot, in DBs., I ed. 64). Ora, «le molteplici ricerche — opportunamente avvertita Pio XII (AAS, 33 [1941], p. 506; Discorsi e radiomessaggi di S. S. Pio XII, Milano 1942, p. 273) — sia della paleontologia che della biologia e della morfologia su problemi riguardanti le origini dell'uomo, non hanno finora apportato nulla di positivamente chiaro e certo». cronologia (v.), si ammette facilmente che l'antropologia, per quanto riguarda l'età dell'uomo, richieda fino a decine di millenni; poiché la Bibbia non presenta un sistema cronologico esplicito o almeno completo nei suoi dati, è lecito a ogni cattolico discostarsi, per seri motivi, dalla cronologia che sembra esser presentata dal testo sacro odierno, che assegna all'uman genere un'età che oscilla tra i 5700 anni (calcolo del testo ebraico) e i 6400 (calcolo della versione alessandrina); cf. R. Köppel, Homo Neanderthalensis, in Biblica, 17 (1936), pp. 85-93, e V. Marcozzi, Il Sinanthropus Pekinensis, in La Civiltà Catt., (1942, 1), pp. 409-11 (v. EVOLUZIONISMO CULTURALE; PALEONTOLOGIA).

La frase «maschio e femmina li creò» fa risaltare che Dio ha creato i due sessi. Secondo l'ordine di Dio, le

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Adamo ed Eva = Affresco di Masolino nella Cappella Brancacci - Firenze, Chiesa del Carmine.
(fol. Alinari)

piante erano il cibo degli uomini e degli animali domestici (Gen. 1, 20). Tale indicazione è d'indole generale: si vuole presentare solo il primario sostentamento; è evidente che animali carnivori esistevano sin d'allora.

Il secondo racconto di Gen. 2, 5-7, astrae dal tempo, e riguarda unicamente il modo. Si riprende il racconto precedente, arricchendolo di particolari, anche di colorito antropomorfico: «Allora il Signore formò l'uomo - un individuo - con polvere del suolo (o con fango della terra inumidita dalla rugiada) e gli soffiò nelle narici (dalle quali si manifesta il respiro) un alito di vita, e con ciò fu l'uomo un'anima vivente». Col linguaggio antropomorfico del V. 7, si esprime la dottrina di Gen. 1, 26 sg. L'uomo con un atto della volontà divina è creato a immagine e somiglianza di Dio. Il suo soffio vitale infatti viene da Dio, che l'ha infuso nel corpo. L'immaterialità e l'immortalità dell'anima umana ben risulta dal testo nostro, alla luce di altri, come Eccle. 12, 7 (v. ANIMA).

A. paradiso (v.) terrestre (Gen. 2, 8-17), «un giardino in Eden - regione non ben definita - ad Oriente» (ibid., 2, 8). Il re del creato era però ancor solo. Dio disse: «Non va bene che l'uomo sia solo; gli farò un ausiliare degno di lui» (v. 19): fu questa Eva. Da A. immerso in un sonno profondo Dio tolse una costola e ne formò una donna. Questa fu condotta ad A., il quale esclamò: «Questa volta è carne della mia carne e ossa delle mie ossa; questa si chiamerà donna (issali) perché fu tratta dall'uomo (si)». Le origini, stesse del genere umano consacrano il consorzio coniugale e fondano la società sulla famiglia (Gen. 2, 20 sg.).

L'osservazione finale del racconto sacro: «erano am- bedue nudi, Adamo e la sua donna, eppure non sentivano vergogna» (Gen. 2, 25), è un fugace accenno all'integrità (v.)

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(prepr. B. Deprabert)
Abamo ed Eva - La condanna al lavoro. Incisione di Luca da Leida (sec. xvi).

(v.) originale dei protoparenti. Dio creò l'uomo arricchendolo delle proprietà e delle attività che sono proprie della natura corporale e della natura spirituale che lo formano: i sensi, l'intelligenz
originale dei protoparenti. Dio creò l'uomo arricchendolo delle proprietà e delle attività che sono proprie della natura corporale e della natura spirituale che lo formano: i sensi, l'intelligenza e la volontà. Ma non si limitò a que- sti doni naturali; la liberalità divina conferì in più al primo uomo taluni doni indebiti alla natura sua o preternaturali. L'uomo, arricchito di questi doni, a preferenza di quali- siaia creatura aveva il diritto e il dovere di chiamare Dio con il nome di Padre. Ma la bontà di Dio, che lo voleva suo proprio figliuolo adottivo, lo rivestì di un dono superiore a tutti gli altri, grazia (v.) santificante. Gen. 1, 26 include anche, virtualmente, la dottrina dell'elevazione del primo uomo allo stato soprannaturale, che avvenne al momento stesso della creazione o dopo (v. GIUSTIZIA ORIGINALE).

3. Caduta di A. (Gen. 3). - Nel paradiso A. era re del creato, ricco della massima felicità terrestre. Dio però volle sottomettere il progenitore ad una prova. «Mangia di qualunque albero del paradiso - gli intimò - ma dell'albero della scienza del bene e del male non mangiare, perché, in qualsiasi giorno tu ne avrai mangiato, morrai» (Gen. 2, 16-17). Il precetto era rigoroso ma facile ad osservarsi. Satana si accostò ad Eva per farla peccare e indurre poi il marito a ca- dere nella colpa (Gen. 3, 1-5). Sedotta, «la donna... colse un frutto e ne mangiò, e ne diede anche a suo marito al par di lei, ed egli pure ne mangiò» (Gen. 3, 6). Fu consumato così il primo peccato e venne di- strutta l'armonia della creazione. Peccando, A., come capostipite dell'umanità, noccque non solo a sé ma an- che ai suoi discendenti (v. PECCATO ORIGINALE).

La punizione (Gen. 3, 8-24) non tardò. Dio venne a chiedere conto ad A. del suo operato e punì la colpa: maledisse il diavolo e il serpente di cui si era servito, scac- ciò i progenitori dal paradiso verso la terra divenuta avara e straniera, soggetti ormai al dolore e alla morte. A. ebbe, oltre Caino, Abele e Seth, vari figli e figlie (Gen. 4; 5, 4). In Sap. 10, 1, leggiamo che la Sapienza custodì A. anche prima che avesse Eva per compagnia, e poi con la penitenza lo trasse fuori dal peccato in cui era caduto. I Padri, da s. Ireneo (Adv. Haer., III, 23; PG 7, 960) a S. Agostino (Epist. 164 ad Evod., 3; PL 33, 711) riten- gono che A. espiò la colpa nella penitenza e non ricadde. La Chiesa bizantina l'onora di culto pubblico (festa dei ss. Ada- mo ed Eva, 19 dic.). Morì a 930 anni (Gen. 5, 5). Secondo leggende antiche fu sepolto presso il paradiso terrestre; è sembrato che s. Girolamo, nella traduzione di Jos. 1, 15 (Volgata) parli di Ebron; molti Padri ritenevano che il corpo d'A. fosse sepolto sotto la rupe del Calvario (Ori- gene, In Matth., 126; PG 13, 1777; s. Atanasio, De pas- sione et cruce Domini, 12; PG, 27, 207; s. Ambrogio, In Lucam, X, 114; PL 15, 1832).

«I dati biblici, messi a confronto - così G. Ric- ciotti, in Enc. Ital., 1, p. 471 - con altre narrazioni delle origini dell'uomo, mostrano questi particolari: 1) l'immediatezza di origine di A., esclusa ogni in- frammissione di semidei, eoni o eroi; 2) la regalità dell'uomo nella natura; 3) l'intima correlazione tra l'uomo e la donna; 4) la caduta della prima coppia e dei discendenti». Sul carattere della narrazione biblica, V. GENESI.

8. Il nuovo (o secondo) A

Nell'atto stesso in cui Dio puniva con rigore il peccato dei protoparenti, la sua misericordia prometteva il Redentore (Gen. 3, 15; V. PROTOEVANGELO): è l'annunzio del nuovo A. venturo che avrebbe schiacciato il capo al peccato. Con tale nome il Redentore è ricordato specialmente da s. Paolo in I Cor. 15, 20-22 e 45-49, e in Rom. 5, 12-21.

Dimostrando la nostra futura resurrezione, l'apostolo insegna che dobbiamo aspettare la non da altri che da Cristo, se a lui, come membra al corpo, restiamo uniti. «Perché come in A. tutti muoiono, così anche in Cristo tutti rivivranno» (I Cor. 15, 21 sg.). Circa il modo della resurrezione, aggiunge: «Così appunto è scritto (Gen. 2,

7): Divenne il primo uomo, A., anima vivente: il novissimo A. spirito vivificante (πνεῦμα ζωοποιούς). Mentre il primo uomo fu principio di vita naturale, Cristo, ultimando l'opera redentrice con la sua resurrezione, divenne spirito vivificante, dando a quanti a lui si uniscono una vita nuova, perfetta e indistruttibile, coronamento della rigenerazione cristiana. Il primo uomo è anche per antitesi figura di Cristo (Rom. 5, 14): A. e Cristo hanno dato origine a una posterità: il primo è padre dell'umanità decaduta, Cristo invece dell'umanità rigenerata. Questa dottrina paolina, centrale nell'insegnamento sull'incarnazione di Gesù Cristo e la redenzione, può compendiarsi nella frase di Leone Magno: «Quod cecidit in Adam primo, erigitur in secundo» (PL 54, 168).

9. Tradizioni su A

Le tradizioni dei popoli più antichi hanno conservato, sull'origine e la caduta del primo uomo, il racconto mosaico più o meno sfigurato. Interessante è il confronto con gli Assiro-Babilonesi (cf. J. Plessis, Babylon e la Bible, in DBs, I, pp. 714-45).

Attorno al racconto biblico si ebbe presto una riflessione di leggende giudaiche. Dal sec. I a. C. al III d. C., molte leggende formano l'oggetto principale di vari libri apocrifi; talvolta accresciuti da interpolazioni cristiane. Questa letteratura è riassunta da J. B. Frey, in DBs, I, coll. 101-34. Una larga tradizione su A. si trova anche nel Corano.

Nella copiosa fioritura leggendaria, degna di nota è quella, narrata dal libro La caverna dei tesori (libro cristiano del sec. V o VI, in siriano, che si serve di materiali giudicati anteriori; V. n. 6, Testamento di A.), secondo la quale A., espulso dal paradiso terrestre, depositò in una caverna l'oro, l'incenso e la mirra dei Magi, e vi fu poi sepolto. Noè avrebbe portato nell'arca le ossa di A. e il tesoro, che poi furono trasportati al centro della terra o Calvario, il quale le accolse aprendosi in forma di croce. Così il sangue di Cristo Crocefisso purificò il primo uomo dal peccato originale.

Bibl.: Oltre i commenti del Genesi: L. Pirot, Adam et la Bible, in DBs, I, coll. 86-134; X. Le Bachelet, s. V. in DTHC, I, coll. 368-86; A. Vitti, Christus Adam, in Biblica, 7 (1926), pp. 121 sgg., 270 sgg., 384 sgg. Per le leggende cf. P. Baldini, in Ricerche religiose, 2 (1926), p. 139.

10. Letteratura rabbinica

Nei vari mirabismi A. viene chiamato «l'uomo primiero» (ἀδάμη ἡαρίσῃ) o «primigenio» (ἀδάμη). Secondo le leggende haggadiche, A. fu creato fin dall'inizio informe (γολέων) e, secondo alcuni, non ricevette l'anima umana che al termine dell'opera creativa, mentre secondo altri l'anima fu creata fin dall'inizio perché «lo spirito di Dio si librava» (Gen. 1, 2). Le lettere del suo nome comprendono i quattro punti cardinali: ἀνατολή (oriente), δόσεις (occidente), ἀρχηγός (settentrione), μεταξύβα (mezzogiorno). La polvere di cui fu formato il corpo di A. fu tolta dal luogo dell'altare; altri vogliono che essa fosse di vari colori e tolta da vari luoghi, affinché ogni parte della terra lo potesse accogliere dopo la morte (Filone, De creat., 47). L'evoluzione di A. avvenne attraverso dodici stadi (numero astrale): raccolta del substrato materiale, abbozzo informe (γολέων), formazione delle membra, dono dell'anima, posizione eretta, conferimento dei nomi alle creature, accoglimento di Eva, ecc. (Sanhedrin, 38 b). I componenti la sua famiglia furono sette (numero sacro): A. ed Eva, Caino con una sorella, Abele con due sorelle gemelle.

A. ed Eva furono creati addirittura come ventenni. (Num. Rabbă, 12, 10). A. sorto in piedi per la prima volta, guarda verso l'alto e verso il basso, vede la propria statura giungere da un estremo del mondo all'altro e canta, Ps. 104, 24. Il Signore dubita, in vista dei peccati degli uomini, se creare A. o meno; e dubitano pure gli angeli e le virtù; ma prevalgono la carità e la misericordia. Gli angeli volero adorare A. e perciò il Signore lo immerse in un sonno profondo per significare così che egli era un essere caduco. Secondo un'altra leggenda (nell'Henoch slavo, nel Corano e altrove; cf. Enc. Iud., I, 764) l'arcangelo Michele invita gli angeli ad adorare A. per la sua somiglianza con Dio; tutti obbediscono ad eccezione di Satana, che per punizione viene scagliato dal cielo nell'abisso.

A. fu creato solo per significare che la vita di ogni singolo vale quanto quella di tutto il genere umano ed

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(1st. Anderson)
Adamo ed Eva - Aiuto dell' Angelico, Annunciazione (particolare). Madrid, Museo del Prado.

anche affinché un uomo non possa dire all'altro: Il mio
avo vale più del tuo (Misnâh, Sanhedrin, IV, 5, e altrove).
Egli era bello, col tallone lucente, forte come Sansone,
alto come Saul, ecc., (Pirgê R. Eliezer, 53), circonciso.
Appena creato, fu introdotto nel Paradiso; il premio pre-
cedette così le opere buone (Gen. rabbâ, 15, 4). Là trovò
dieci padiglioni; il più modesto d'oro (B. Batrâ, 75 a) e
due distretti: Gan (Giardino) ed Eden. A. visse nel primo;
occhio umano non vide mai il secondo (Berakhôt, 34 b).
Sulle vesti di A. vari sono i pareri. Erano lucenti come
perle, come le luci di tante lanterne e lisce come le unghie
delle dita delle mani (Gen. rabbâ, 20, 20); oppure erano i
paludamenti del Sommo Sacerdote che poi passarono in
eredità a Set e dopo di lui a Matusalemme (Num. rabbâ,
4, 8); una volta ogni 70 anni cavalca a Roma, sulle spalle
di uno storpio, un uomo sano con le vesti di A. (Abo-
dâhârâ, 11 b).

Bibl.: W. Bousset, Die Religion des Judentums im späthel- miat. Zeitalter, 3 ed., Tubinga 1926, passim; M. J. bin Gorion, Die Sagen der Juden, Berlino 1935, p. 55 sgg. Eugenio Zolli

11. Archeologia cristiana

L'arte cristiana an- tica creò per prima, tanto nella pittura quanto nella plastica, la scena del peccato dei protagonisti, oppo- nendo le deplorevoli conseguenze del peccato originale alla salvezza operata da Cristo. A. ed Eva, nudi e in vari atteggiamenti, hanno tra loro l'albero e il serpente. Il frutto, se specificato, è il fico o la mela. La scena si ritrova nei vetri, nelle terracotte e in un affresco a Dura-Europa. Fin dall'epoca costantiniana, appare la scena di Dio che consegna ad A. le spighe e ad Eva una pecora, simboli del lavoro, o meglio del cibo: rari gli accenni all'interrogazione o alla cacciata dal pa- radiso: Presto il ciclo si completa con la scena della creazione, ove A. è steso a terra, mentre Eva viene creata dal Verbo o dalla S.ma Trinità. Gli intenti dog- matici che determinarono la scelta del ciclo sembrano fuori di dubbio. A. avrà e miniature, fin dal sec. v, of- frono maggiore sviluppo: compaiono A. fra gli ani- mali del paradiso, Eva condotta ad A., contrizione, nascondimento e interrogazione, espulsione dal para- diso, nascita di un figlio. Le ampolle di Monza pre- sentano A. ed Eva ai piedi della croce.
Bibl.: A. Breymann, Adam und Eva in der Kunst des christ- lichen Altertums, Gottinga 1893; J. Kirchner, Die Darstellung des ersten Menschenpaares in der bildenden Kunst, Stoccarda 1903; L. Troje, Adam und ZOH, Eine Szene der altchristlichen Kunst in ihrem religionsgeschichtlichen Zusammenhang, in Sitzungsbe- richte der Heidelberger Akademie, phil-hist. Kl., VIII, 17 (1916); Wilpert, Sarofagi, passim. Luciano De Bruyne

12. Poesia popolare

Ha avuto varie ristampe il poemetto intitolato Il fallo originale ossia Adamo cac- ciato dal Paradiso terrestre, ottave di G. Francesco Tam- burini, fra gli Arcadi di Roma Eumoe Tritonio (Ba- roni, Lucca 1831), parto semiletterario e semipopolare.
Bibl.: A. D'Ancona, Saggi di una bibliografia ragionata, Halle 1905. Paolo Toschi

13. Iconografia

L'iconografia di A. e di Eva può dirsi definitivamente formata sin dal sec. X. La prima rappresentazione della creazione di Eva si trova su un sarcofago del sec. II della basilica di S. Paolo fuori le mura. Importantissima è quella sulla porta di bronzo di S. Zeno a Verona del sec. XII. La creazione di A. ricorre frequentemente nei manoscritti miniati, i quali servono da modello ai mosaici della basilica di S. Marco a Venezia e a quelli di Monreale. La composizione della scena offre poche varianti: l'Eterno tende un braccio verso A. dandogli vita e, accanto, Eva che nasce dal costato di A., raffigurato dormiente e sdra- iato. L'arte funeraria e i mosaici di S. Marco ritrag- gono l'Eterno nell'atto di modellare la figura di A. Jacopo della Quercia interpretò con drammaticità la creazione dell'uomo, seguito, quanto a concezione ge- nerale, da Michelangelo sulla volta della cappella Si-

stina; in questi due esempi prevale sulla tradizione
iconografica la potente personalità degli artisti.

A. ed Eva, nella scena del peccato originale, si
trovano per la prima volta nella seconda catacomba di
S. Gennaro a Napoli. La composizione della scena ri-
marrà invariata per secoli: nel centro un albero da cui
si snoda il serpente e ai lati A. ed Eva; talvolta il ser-
pente ha il volto di donna. Nella Genesi di Vienna (sec. v)
il serpente non è presente nella scena del peccato.

La scena della cacciata è riportata sul portone di
bronzo della chiesa di Hildesheim (sec. x), ma la prima
rappresentazione vivamente e umanamente dramma-
tica e umana è quella di Masaccio nella cappella Bran-
cacci della chiesa del Carmine a Firenze.

La storia di A. e di Eva rimase popolare anche
nel Sei e nel Settecento, ma gli artisti di quest'epoca,
e soprattutto quelli nordici anche precedenti, come il
Cranach, l'Holbein e il Dürer, si limitavano per lo più
a rappresentare, insieme o isolatamente, soltanto le fi-
gure di A. e di Eva.

Anche in artisti più recenti, come pure nei contem-
poranei, l'iconografia non ha subito sostanziali modi-
ficazioni. - Vedi Tav. XXII.

Bibl.: J. Kirchner, Die Darstellung des Ersten Menschen- paares in der bildenden Kunst, Stoccarda 1903; K. Künstle, Iko- nographie der Christlichen Kunst, I. Friburgo in Br. 1928, pas- sim; Reygers, s. V. in Reallexikon zur deutschen Kunst, herausg. Otto Schmitt, Stoccarda 1937, coll. 126-56; O. Erich, s. V. Adam-Christus, ibid., coll. 157-67. Kurt Rathe

14. Testamento di A

Apocrifo (del sec. v o vf) di cui restano tre frammenti in siriaco (Patrol. Syriaca, I, 2). Il Testamento di A. era incluso nei ma- noscritti della compilazione siriaca La caverna dei tesori, ma non risulta se fosse originariamente inqua- drato in quest'opera o in un libro intestato ad A.

Il primo frammento, il più importante, mette le
singole ore del giorno e della notte in rapporto con
gli esseri che lodano il Creatore; per la decima ora del
giorno e la settima della notte è menzionato il rito di
mescolare olio e acqua per curare gli ammalati o sof-
ferenti d'insonnia con accenno alla discesa dello Spi-
ritto Santo sull'acqua battesimale. Questo «orario» si
trova in forma ampliata in manoscritti astrologici greci,
che lo attribuiscono al famoso Apollonio di Tiana;
è stato pubblicato da F. Nau (Patrol. Syr., I, II, p. 1363
sgg.; ms. di Parigi) e da F. Boll (Catalogus co-
dicum astrologicum graecorum, VII, p. 177; ms.
di Berlino). Sull'importanza di questo scritto nella
religione islamica cf. I. Goldziher, in Archiv für Re-
ligionswissenschaft, 8 (1906), p. 301 sgg. Parrebbe - in
contrasto con F. Nau - che l'attribuzione dell'«orario»
ad Apollonio sia opera di autori bizantini, forse cau-
sata da una condanna ecclesiastica del Testamento (o
Penitenza?) di A. Secondo Giorgio Sincello (ed. G.
Dindorf, I, Bonn 1829, p. 646), Apollonio avrebbe
insegnato il regno di Cristo.

Il secondo frammento del Testamento di A. contiene
una profezia del regno di Cristo in bocca di A. È
evidente dal contenuto che ha rapporti con la Caverna
dei tesori e con i libri detti «di A.».

Il terzo frammento - d'interesse minore - tratta
dei nove Ordini degli angeli, ma non è influenzato
dagli scritti dello pseudo-Dionigi. Secondo Teofilo
Cedreno, I, 41: PG 121, 41, sembra che i frammenti
1 e 2 facessero anche parte di uno scritto intitolato
Penitenza di A. che conteneva inoltre rivelazioni sul-
l'angelo della penitenza Uriel, sugli angeli di guardia
(Gregori) e sulla penitenza. Le relazioni fra il «Te-
stamento di A.» e la «Penitenza di A.» non sono chiare.
Anche i rapporti fra l'Apocalisse di A. citata in una

notizia marginale al codice C della Epistola Barnabae, 2, 10, ed il Testamento di A. rimangono oscuri (cf. M. R. James, Apocrypha anecdotae, Cambridge 1893, p. 145).

BIBL.: E. Renan pubblicò per primo i frammenti siriaci, con le varianti di 4 manoscritti arabi in Journal asiatique, 5° serie (1853) pp. 427-71; la sua traduzione francese fu inclusa dal Migne in Dictionn. des Apocryphes, I. Parigi 1856, coll. 289-98; la edizione critica dei tre frammenti siriaci fu fatta da M. Knoo, Testamentum patriis nostri Adam, in Patrologia Syriaca, II (Parigi 1907), pp. 1306-60. — A. Götz, Die Schatzhöhle, Überlieferung und Quellen, Heidelberg 1922, pp. 5, 25, 33; J. Frey, s. V. in DBs, I (1928), coll. 117-25. — I testi arabi-etiopici furono pubblicati da C. Bezold, Das arabisch-ethiopische Testamentum Adami, in Orientalische Studien Th. Nöldeke zum 70. Geburtstag gewidmet, Giessen 1906, pp. 893-912. — Erik Petersen.

7. VITA DI A. ED EVA. - Libro apocrifo conservato in parecchie lingue. È una disorganica raccolta di tradizioni concernenti A. ed Eva, di origine diversa. Il testo latino s'inizia col racconto della penitenza di A. ed. Eva.

Il tema era noto anche alla letteratura giudaica (cf. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrash, III, Monaco 1926, p. 478; L. G. Zberg, Legends of the Jews, V, Filadelfia 1927, p. 114 sgg.) e ai Samaritani (J. A. Montgomery, The Samaritans, Filadelfia 1907, p. 224). Ma la forma della penitenza (A. ed Eva stanno fino al collo nell'acqua) sembra riflettere un uso penitenziale della Chiesa celtica (cf. L. Gougaud, Les chrétiens celtiques, Parigi 1911, p. 100; id., Christianity in Celtic Lands, Londra 1932, p. 95 sgg.; id., Ascetic Immersion in Devotional and Ascetical Practices of the Middle Age, pp. 159-78); la descrizione della penitenza sarebbe dunque una opera di un cristiano. Il testo etiopico dell'apocrifo pare non conosca l'immersione; la conosce però il testo slavo.

Il dialogo del diavolo con A., in cui è raccontata la caduta di Satana (cap. 13 sgg.), dev'essere di origine giudaica, perché suppone l'idea della creazione degli angeli secondo l'immagine di Dio, credenza giudaica combattuta dai Padri della Chiesa. I capp. 18-24 costituiscono un brano separato che tratta del parto di Eva. I capp. 25-28 contengono il ratto al paradiso e la preghiera di A. Il testo deve pervenire da fonte ebraica (cap. 29 «paradiso iustitiae», cioè «per i giusti» [Enoch 50, 23 e 60, 8]). Di A. si dice che «figurato cordis et corporis mei factus es» (testo latino, presso Mozley, p. 136, 9). La preghiera di Adamo è il punto culminante dell'opera. Segue (Mozley, p. 136, 22 sgg.) una profezia di A., che non è motivata con l'ascensione al paradiso, ma col cibo dell'albero della conoscenza: l'apocalisse è forse antica, ma non ha niente che fare con le acalissi gnostiche d'A., menzionate da Epifanio, Haer., 26, 8, 1 (ed. Holl, I, p. 284, 13).

Col cap. 30 comincia il testo che parla dell'olio per curare la malattia di A. L'identificazione dell'«albero della vita» con l'olivo non sembra trovarsi altrove nella letteratura giudaica; solo l'Enoch slavo, 8 (rec. B) identifica l'albero della conoscenza con l'olivo. Si tratta dunque probabilmente di un testo cristiano. Il cap. 39, poi, è un esercizio. La morte di A. (cap. 46 sgg.) viene pure da fonte cristiana. L'ascensione di A. è stata più tardi sviluppata in altri testi (p. es. Apocalisse di Bartolomeo presso E. A. W. Budge, Coptic Apocrypha, p. 197 sgg.; anche testi mandati la conoscenza). Gli accenni ad usi sepolcrali cristiani sono chiari. Il cap. 53 è citazione da un libro di Enoch, e il cap. 54 proviene dal Libro dei Giubilei. I capp. 55, 56, 57 erano tutti pezzi separati, come dimostra la tradizione dei manoscritti.

BIBL.: La tradizione greca di questa letteratura è rappresentata da un testo pubblicato da C. Tischendorf, Apocalypses apostoliques, Lipsia 1866, sotto il titolo: Apocalypsis Mois (cf. anche A. Ceriani, Monumenta sacra et profana, V, 1). Testo latino: W. Meyer, Vita Adae et Ecae (un ms. di Parigi e vari mss. di Moac), in Abhandlungen der Münchener Akademie, philol., 1866, p. 184 (1878); J. H. Mozley, Documents. The vita Adae, in Journal of Theol. Studies, 30 (1929), p. 121 sgg. (mss. inglesi). Testo etiopico: A. Dillmann, Das christliche dambuch des Morgenlandes, Göttingen 1853. Testo slavo: V. Jagić, Slavische Beiträge zu den biblischen Apocryphen, I (Denkschriften der Wiener Akademie, XLII), Vienna 1893, pp. 30-95. Testi armeni riguardanti A. sono stati tradotti in tedesco da E. Preuschen, Die Apokryphen gnostichen Adamschriften, Gies.

sen 1900 (Estr. Festschrift Stade): la sua tesi di una fonte gnostica è però insostenibile. Testi in lingua georgiana: W. Lüdtcke, in Zeitschrift für altestamentl. Wissenschaft, 38 (1919-20), p. 155 sgg. Testi tedeschi: H. Vollmer, Ein deutsches Adambuch, Schulprogramm, Amburgo 1908. Testi polacchi, boemi, ecc. presso V. Jagić, loc. cit.

C. Fuchs, Das Leben Adams und Eves, in E. Kautzsch, Apokryphen und Pseudepigraphen des Alten Testaments, II, Tubingen 1900, p. 506-28, ha affermato che l'originale sarebbe stato ebraico, e simbolicamente W. Meyer ed altri. Più caute è E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesus, III, 4a ed., Lipsia 1909, p. 399. W. Bousset data l'opera al tempo fra la costruzione del Tempio di Gerusalemme e la sua distruzione (Die Religion des Judentums in späthellenistischen Zeitalter, 3a ed., Tubingen 1926, p. 23): tesi molto arrischata, basata su un testo corrotto. Queste ipotesi si urtano poi col fatto che la Vita di A. non possiede una unità letteraria.

Lo scritto siriaco La caverna dei tesori (A. Goetze, Die Schatzhöhle, Überlieferung und Quellen, Heidelberg 1922, p. 42) ha pochi rapporti con la Vita di A. Per l'uso di una Vita di A. nella cronografia bizantina, cf. H. Gelzer, S. Julius Africanus und die byzantinische Chronographie, Lipsia 1898, pp. 265 sgg., 269 sgg. 273. Erik Petersen