ADAMO. - Il primo uomo creato da Dio e padre del genere umano.
1. S. SCRITTURA. - Padre del genere umano. Il nome ádhám significa « uomo »; indica sia la specie umana (Gen. 1, 26) sia il primo uomo, progenitore della famiglia umana.
1. L'etimologia di ádhám è incerta. Si scarta oggi quella data da Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., I, 1, 2), diventata poi comune, di rosso, perché il primo uomo sarebbe stato formato dalla terra rossa. Alcuni filologi lo fan provenire dal sumero ada-mu « mio padre »; non pochi lo ricollegano al verbo assiro adamu « fare, produrre », o al sabeo

(fot. Alinari)
7. Creazione di A
Nella Gen. due racconti ci presentano la creazione di A. Secondo il primo (1, 26-31), A. è creato da Dio al sesto giorno, dopo gli animali: è il coronamento della creazione. Dio dice: «Facciamo l'uomo a immagine nostra, a somiglianza nostra» non perché prenda consiglio dalle creature, p. es. dagli angeli, come suppone Origene seguendo Filone (Opific. 24), poiché degli angeli non si parla nel contesto. Non può parlarsi di vestigia di politeismo, escluso da tutto il racconto, caratteristicamente monoteistico. Dio parla a se stesso: l'uso del plurale («di moltiplicazione interna») suppone una pienezza d'essere tale che Dio può deliberare con se stesso. Il mistero della Trinità non è con ciò rivelato, ma certamente ne è la migliore spiegazione (cf. J. Lebreton, Les origines du dogme de la Trinité, 4ª ed., Parigi 1919, pp. 507-12). Qui ādhām, senz'articolo, indica la specie umana. Pieno di meraviglia, l'autore ispirato esclama: «Iddio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen. 1, 27). La formazione dell'uomo è espressa con il verbo bārā usato nelle forme ebraiche qal e nif'al per indicare un'azione o un intervento diretto di Dio (v. CREAZIONE).La somiglianza dell'uomo con Dio è spirituale. Dio è purissimo spirito; e poiché l'uomo solo nella creazione visibile è fatto ad immagine di Dio, quest'immagine è costituita da ciò che essenzialmente distingue l'uomo dagli animali e piante, cioè dalla sua natura razionale e spirituale (v. UOMO).
trasformismo (v.), applicato all'uomo, si presenta in senso assoluto (materialistico) o in senso relativo (spiritua-
listico). Il primo nega l'esistenza dell'anima spirituale, spiegando l'uomo con la sola evoluzione nella scala degli esseri; per il secondo, il corpo, prima di essere da Dio informato dell'anima, sarebbe stato lentamente preparato per via di evoluzione sotto l'influsso delle cause seconde. Il testo sacro esclude il trasformismo assoluto e non appoggia il mitigato, anzi moltiplica, si direbbe avvedutamente (cf. V. 27), i dati implicanti l'idea di un intervento diretto e speciale di Dio, e per l'anima e per il corpo. I Padri della Chiesa, non escluso s. Agostino (De Genesi ad litteram, IX, 16-18: PL 34, 404-408) e i teologi hanno sempre insegnato la dottrina della creazione o formazione immediata del corpo dell'uomo. La Commissione Biblica, il 30 giugno 1909, dichiarava che il senso letterale storico non può mettersi in dubbio ove si parla della particolare creazione dell'uomo. «Quanto poi a sapere se di fatto... Dio si è servito del corpo d'un animale per farne il corpo del primo uomo, è questa una questione che risulta non dall'esegesi ma dall'antropologia» (L. Pirot, in DBs., I ed. 64). Ora, «le molteplici ricerche - opportunamente avvertiva Pio XII (AAS, 33 [1941], p. 506; Discorsi e radiomessaggi di S. S. Pio XII, Milano 1942, p. 273) - sia della paleontologia che della biologia e della morfologia su problemi riguardanti le origini dell'uomo, non hanno finora apportato nulla di positivamente chiaro e certo». cronologia (v.), si ammette facilmente che l'antropologia, per quanto riguarda l'età dell'uomo, richieda fino a decine di millenni; poiché la Bibbia non presenta un sistema cronologico esplicito o almeno completo nei suoi dati, è lecito a ogni cattolico discostarsi, per seri motivi, dalla cronologia che sembra esser presentata dal testo sacro odierno, che assegna all'umano genere un'età che oscilla tra i 5700 anni (calcolo del testo ebraico) e i 6400 (calcolo della versione alessandrina); cf. R. Köppel, Homo Neandertalensis, in Biblica, 17 (1936), pp. 85-93, e V. Marcozzi, Il Sinanthropus Pekinensis, in La Civiltà Catt., (1942, 1), pp. 409-11 (v. EVOLUZIONIEMO; PALEONTOLOGIA).
La frase «maschio e femmina li creò» fa risaltare che Dio ha creato i due sessi. Secondo l'ordine di Dio, le
piante erano il cibo degli uomini e degli animali domestici (Gen. 1, 20). Tale indicazione è d'indole generale: si vuole presentare solo il primario sostentamento; è evidente che animali carnivori esistevano sin d'allora.
Il secondo racconto di Gen. 2, 5-7, astrae dal tempo, e riguarda unicamente il modo. Si riprende il racconto precedente, arricchendolo di particolari, anche di colorito antropomorfico: «Allora il Signore formò l'uomo — un individuo — con polvere del suolo (o con fango della terra inumidita dalla rugiada) e gli soffiò nelle narici (dalle quali si manifesta il respiro) un alito di vita, e con ciò fu l'uomo un'anima vivente». Col linguaggio antropomorfico del V. 7, si esprime la dottrina di Gen. 1, 26 sg. L'uomo con un atto della volontà divina è creato a immagine e somiglianza di Dio. Il suo soffio vitale infatti viene da Dio, che l'ha infuso nel corpo. L'immaterialità e l'immortalità dell'anima umana ben risulta dal testo nostro, alla luce di altri, come Eccle. 12, 7 (v. ANIMA).
A. paradiso (v.) terrestre (Gen. 2, 8-17), «un giardino in Eden — regione non ben definita — ad Oriente» (ibid., 2, 8). Il re del creato era però ancor solo. Dio disse: «Non va bene che l'uomo sia solo; gli farò un ausiliare degno di lui» (v. 19): fu questa Eva. Da A. immerso in un sonno profondo Dio tolse una costola e ne formò una donna. Questa fu condotta ad A., il quale esclamò: «Questa volta è carne della mia carne e ossa delle mie ossa; questa si chiamerà donna (issāh) perché fu tratta dall'uomo (is)». Le origini stesse del genere umano consacrano il consorzio coniugale e fondano la società sulla famiglia (Gen. 2, 20 sg.).
L'osservazione finale del racconto sacro: «erano ambedue nudi, Adamo e la sua donna, eppure non sentivano vergogna» (Gen. 2, 25), è un fugace accennò all'integrità
(v.) originale dei protoparenti. Dio creò l'uomo arricchendolo delle proprietà e delle attività che sono proprie della natura corporale e della natura spirituale che lo formano: i sensi, l'intelligenza e la volontà. Ma non si limitò a questi doni naturali; la liberalità divina conferì in più al primo uomo taluni doni indebiti alla natura sua o preternaturali. L'uomo, arricchito di questi doni, a preferenza di qualsiasi creatura aveva il diritto e il dovere di chiamare Dio con il nome di Padre. Ma la bontà di Dio, che lo voleva suo proprio figliuolo adottivo, lo rivestì di un dono superiore a tutti gli altri, grazia (v.) santificante. Gen. 1, 26 include anche, virtualmente, la dottrina dell'elevazione del primo uomo allo stato soprannaturale, che avvenne al momento stesso della creazione o dopo (v. GIUSTIZIA ORIGINALE).
3. Caduta di A. (Gen. 3). — Nel paradiso A. era re del creato, ricco della massima felicità terrestre. Dio però volle sottomettere il progenitore ad una prova. «Mangia di qualunque albero del paradiso — gli intimò — ma dell'albero della scienza del bene e del male non mangiare, perché, in qualsiasi giorno tu ne avrai mangiato, morrai» (Gen. 2, 16-17). Il precetto era rigoroso ma facile ad osservarsi. Satana si accostò ad Eva per farla peccare e indurre poi il marito a cadere nella colpa (Gen. 3, 1-5). Sedotta, «la donna... colse un frutto e ne mangiò, e ne diede anche a suo marito al par di lei, ed egli pure ne mangiò» (Gen. 3, 6). Fu consumato così il primo peccato e venne distrutta l'armonia della creazione. Peccando, A., come capostipite dell'umanità, nocque non solo a sé ma anche ai suoi discendenti (v. PECCATO ORIGINALE).
La punizione (Gen. 3, 8-24) non tardò. Dio venne a chiedere conto ad A. del suo operato e punì la colpa: maledisse il diavolo e il serpente di cui si era servito, scacciò i progenitori dal paradiso verso la terra divenuta avara e straniera, soggetti ormai al dolore e alla morte. A. ebbe, oltre Caino, Abele e Seth, varì figli e figlie (Gen. 4; 5, 4). In Sap. 10, 1, leggiamo che la Sapienza custodi A. anche prima che avesse Eva per compagna, e poi con la penitenza lo trasse fuori dal peccato in cui era caduto. I Padri, da s. Ireneo (Adv. Haer., III, 23; PG 7, 960) a s. Agostino (Epist. 164 ad Evod., 3; PL 33, 711) ritengono che A. espìò la colpa nella penitenza e non ricadde. La Chiesa bizantina l'onora di culto pubblico (festa dei ss. Adamo ed Eva, 19 dic.). Morì a 930 anni (Gen. 5, 5). Secondo leggende antiche fu sepolto presso il paradiso terrestre; è sembrato che s. Girolamo, nella traduzione di Jos. 14, 15 (Volgata) parli di Ebron; molti Padri ritenevano che il corpo d'A. fosse sepolto sotto la rupe del Calvario (Origene, In Matth., 126; PG 13, 1777; s. Atanasio, De passione et cruce Domini, 12; PG, 27, 207; s. Ambrogio, In Lucam, X, 114; PL 15, 1832).
«I dati biblici, messi a confronto — così G. Ricciotti, in Enc. Ital., I, p. 471 — con altre narrazioni delle origini dell'uomo, mostrano questi particolari: 1) l'immediatezza di origine di A., esclusa ogni inframmissione di semidei, eoni o eroi; 2) la regalità dell'uomo nella natura; 3) l'intima correlazione tra l'uomo e la donna; 4) la caduta della prima coppia e dei discendenti». Sul carattere della narrazione biblica, V. GENESI.
8. Il nuovo (o secondo) A
Nell'atto stesso in cui Dio puniva con rigore il peccato dei protoparenti, la sua misericordia prometteva il Redentore (Gen. 3, 15; V. PROTOEVANGELO): è l'annunzio del nuovo A. venturo che avrebbe schiacciato il capo al peccato. Con tale nome il Redentore è ricordato specialmente da s. Paolo in I Cor. 15, 20-22 e 45-49, e in Rom. 5, 12-21.Dimostrando la nostra futura resurrezione, l'apostolo insegna che dobbiamo aspettarcela non da altri che da Cristo, se a lui, come membra al corpo, restiamo uniti. «Perché come in A. tutti muoiono, così anche in Cristo tutti rivivranno» (I Cor. 15, 21 sg.). Circa il modo della resurrezione, aggiunge: «Così appunto è scritto (Gen. 2,


5. Tradizioni su A. - Le tradizioni dei popoli più antichi hanno conservato, sull'origine e la caduta del primo uomo, il racconto mosaico più o meno sfigurato. Interessante è il confronto con gli Assiro-Babilonesi (cf. J. Plessis, Babylone et la Bible, in DBs, I, pp. 714-45).
Attorno al racconto biblico si ebbe presto una efflorescenza di leggende giudaiche. Dal sec. I a. C. al III d. C., molte leggende formano l'oggetto principale di vari libri apocrifi; talvolta accresciuti da interpolazioni cristiane. Questa letteratura è riassunta da J. B. Frey, in DBs, I, coll. 101-34. Una larga tradizione su A. si trova anche nel Corano.
Nella copiosa fioritura leggendaria, degna di nota è quella, narrata dal libro La caverna dei tesori (libro cristiano del sec. V o VI, in siriano, che si serve di materiali giudaici anteriori; V. n. 6, Testamento di A.), secondo la quale A., espulso dal paradiso terrestre, depositò in una caverna l'oro, l'incenso e la mirra dei Magi, e vi fu poi sepolto. Noè avrebbe portato nell'arca le ossa di A. e il tesoro, che poi furono trasportati al centro della terra o Calvario, il quale le accolse aprendosi in forma di croce. Così il sangue di Cristo Crocefisso purificò il primo uomo dal peccato originale.
9. LETTERATURA BABBINICA
Nei vari midrašim A. viene chiamato «l'uomo primiero» (adām hārišān) o «primigenio» (qidmāh). Secondo le leggende haggadiche, A. fu creato fin dall'inizio informe (golēm) e, secondo alcuni, non ricevette l'anima umana che al termine dell'opera creativa, mentre secondo altri l'anima fu creata fin dall'inizio perché «lo spirito di Dio si librava» (Gen. 1, 2). Le lettere del suo nome compendiano i quattro punti cardinali: ἀνατολή (oriente), θύσις (occidente), ἄρχτος (settentrione), μεσπυβρία (mezzogiorno). La polvere di cui fu formato il corpo di A. fu tolta dal luogo dell'altare; altri vogliono che essa fosse di vari colori e tolta da vari luoghi, affinché ogni parte della terra lo potesse accogliere dopo la morte (Filone, De creat., 47). L'evoluzione di A. avvenne attraverso dodici stadi (numero astrale): raccolta del substrato materiale, abbozzo informe (golēm), formazione delle membra, dono dell'anima, posizione eretta, conferimento dei nomi alle creature, accoglimento di Eva, ecc. (Sanhedrin, 38 b). I componenti la sua famiglia furono sette (numero sacro): A. ed Eva, Caino con una sorella, Abele con due sorelle gemelle.A. ed Eva furono creati addirittura come ventenni. (Num. Rabbā, 12, 10). A. sorto in piedi per la prima volta, guarda verso l'alto e verso il basso, vede la propria statura giungere da un estremo del mondo all'altro e canta, Ps. 104, 24. Il Signore dubita, in vista dei peccati degli uomini, se creare A. o meno; e dubitano pure gli angeli e le virtù; ma prevalgono la carità e la misericordia. Gli angeli vollero adorare A. e perciò il Signore lo immerse in un sonno profondo per significare così che egli era un essere caduco. Secondo un'altra leggenda (nell'Henoch slavo, nel Corano e altrove; cf. Enc. Iud., I, 764) l'arcangelo Michele invita gli angeli ad adorare A. per la sua somiglianza con Dio; tutti obbediscono ad eccezione di Satana, che per punizione viene scagliato dal cielo nell'abisso.
A. fu creato solo per significare che la vita di ogni singolo vale quanto quella di tutto il genere umano ed
anche affinché un uomo non possa dire all'altro: Il mio avo vale più del tuo (Mišnāh, Sanhedrīn, IV, 5, e altrove). Egli era bello, col tallone lucente, forte come Sansone, alto come Saul, ecc., (Pirgé R. Eliezer, 53), circonciso. Appena creato, fu introdotto nel Paradiso; il premio precedette così le opere buone (Gen. rabá, 15, 4). Là trovò dieci padiglioni; il più modesto d'oro (B. Batrā, 75 a) e due distretti: Gan (Giardino) ed Eden. A. visse nel primo; occhio umano non vide mai il secondo (Berakhāt, 34 b). Sulle vesti di A. vari sono i pareri. Erano lucenti come perle, come le luci di tante lanterne e lisce come le unghie delle dita delle mani (Gen. rabá, 20, 29); oppure erano i paludamenti del Sommo Sacerdote che poi passarono in eredità a Set e dopo di lui a Matusalmume (Num. rabá, 4, 8); una volta ogni 70 anni cavalca a Roma, sulle spalle di uno storpio, un uomo sano con le vesti di A. (Abodāhcarā, 11 b).
10. ARCHEOLOGIA CRISTIANA
L'arte cristiana antica creò per prima, tanto nella pittura quanto nella plastica, la scena del peccato dei protoparenti, opponendo le deplorevoli conseguenze del peccato originale alla salvezza operata da Cristo. A. ed Eva, nudi e in vari atteggiamenti, hanno tra loro l'albero e il serpente. Il frutto, se specificato, è il fico o la mela. La scena si ritrova nei vetri, nelle terracotte e in un affresco a Dura-Europo. Fin dall'epoca costantiniana, appare la scena di Dio che consegna ad A. le spighe e ad Eva una pecora, simboli del lavoro, o meglio del cibo: rari gli accenni all'interrogazione o alla cacciata dal paradiso. Presto il ciclo si completa con la scena della creazione, ove A. è steso a terra, mentre Eva viene creata dal Verbo o dalla S.ma Trinità. Gli intenti dogmatici che determinarono la scelta del ciclo sembrano fuori di dubbio. Avori e miniature, fin dal sec. v, offrono maggiore sviluppo: compaiono A. fra gli animali del paradiso, Eva condotta ad A., contrizione, nascondimento e interrogazione, espulsione dal paradiso, nascita di un figlio. Le ampolle di Monza presentano A. ed Eva ai piedi della croce.11. POSSA POPOLARE
Ha avuto varie ristampe il poemetto intitolato Il fallo originale ossia Adamo cacciato dal Paradiso terrestre, ottave di G. Francesco Tamburini, fra gli Arcadi di Roma Eumeo Tritonio (Baroni, Lucca 1831), parto semiletterario e semipopolare.12. ICONOGRAFIA
L'iconografia di A. e di Eva può dirsi definitivamente formata sin dal sec. X. La prima rappresentazione della creazione di Eva si trova su un sarcofago del sec. II della basilica di S. Paolo fuori le mura. Importantissima è quella sulla porta di bronzo di S. Zeno a Verona del sec. XII. La creazione di A. ricorre frequentemente nei manoscritti miniati, i quali servono da modello ai mosaici della basilica di S. Marco a Venezia e a quelli di Monreale. La composizione della scena offre poche varianti: l'Eterno tende un braccio verso A. dandogli vita e, accanto, Eva che nasce dal costato di A., raffigurato dormiente e sdraiato. L'arte funeraria e i mosaici di S. Marco ritraggono l'Eterno nell'atto di modellare la figura di A. Jacopo della Quercia interpretò con drammaticità la creazione dell'uomo, seguito, quanto a concezione generale, da Michelangelo sulla volta della cappella Si-stina; in questi due esempi prevale sulla tradizione iconografica la potente personalità degli artisti.
A. ed Eva, nella scena del peccato originale, si trovano per la prima volta nella seconda catacomba di S. Gennaro a Napoli. La composizione della scena rimarrà invariata per secoli: nel centro un albero da cui si snoda il serpente e ai lati A. ed Eva; talvolta il serpente ha il volto di donna. Nella Genesi di Vienna (sec. v) il serpente non è presente nella scena del peccato.
La scena della cacciata è riportata sul portone di bronzo della chiesa di Hildesheim (sec. xi), ma la prima rappresentazione vivamente e umanamente drammatica e umana è quella di Masaccio nella cappella Brancacci della chiesa del Carmine a Firenze.
La storia di A. e di Eva rimase popolare anche nel Sei e nel Settecento, ma gli artisti di quest'epoca, e soprattutto quelli nordici anche precedenti, come il Cranach, l'Holbein e il Dürer, si limitavano per lo più a rappresentare, insieme o isolatamente, soltanto le figure di A. e di Eva.
Anche in artisti più recenti, come pure nei contemporanei, l'iconografia non ha subito sostanziali modificazioni. — Vedi Tav. XXII.
13. TESTAMENTO DI A
Apocrifo (del sec. v o vi) di cui restano tre frammenti in siriaco (Patrol. Syriaca, I, 2). Il Testamento di A. era incluso nei manoscritti della compilazione siriaca La caverna dei tesori, ma non risulta se fosse originariamente inquadrato in quest'opera o in un libro intestato ad A.Il primo frammento, il più importante, mette le singole ore del giorno e della notte in rapporto con gli esseri che lodano il Creatore; per la decima ora del giorno e la settimì della notte è menzionato il rito di mescolare olio e acqua per curare gli ammalati o sofferenti d'insonnia con accenno alla discesa dello Spirito Santo sull'acqua battesimale. Questo « orario » si trova in forma ampliata in manoscritti astrologici greci, che lo attribuiscono al famoso Apollonio di Tiana; è stato pubblicato da F. Nau (Patrol. Syr., I, II, p. 1363 sgg.: ms. di Parigi) e da F. Boll (Catalogus codicum astrologicorum graecorum, VII, p. 177: ms. di Berlino). Sull'importanza di questo scritto nella religione islamica cf. I. Goldziher, in Archiv für Religionswissenschaft, 8 (1906), p. 301 sg. Parrebbe — in contrasto con F. Nau — che l'attribuzione dell'« orario » ad Apollonio sia opera di autori bizantini, forse causata da una condanna ecclesiastica del Testamento (o Penitenza?) di A. Secondo Giorgio Sincello (ed. G. Dindorf, I, Bonn 1829, p. 646), Apollonio avrebbe insegnato il regno di Cristo.
Il secondo frammento del Testamento di A. contiene una profezia del regno di Cristo in bocca di A. È evidente dal contenuto che ha rapporti con la Caverna dei tesori e con i libri detti « di A. ».
Il terzo frammento — d'interesse minore — tratta dei nove Ordini degli angeli, ma non è influenzato dagli scritti dello pseudo-Dionigi. Secondo Teofilo Cedreno, I, 41: PG 121, 41, sembra che i frammenti 1 e 2 facessero anche parte di uno scritto intitolato Penitenza di A. che conteneva inoltre rivelazioni sull'angelo della penitenza Uriel, sugli angeli di guardia (Gregoroi) e sulla penitenza. Le relazioni fra il « Testamento di A. » e la « Penitenza di A. » non sono chiare. Anche i rapporti fra l'Apocalisse di A. citata in una
notizia marginale al codice C della Epistola Barnabae, 2, 10, ed il Testamento di A. rimangono oscuri (cf. M. R. James, Apocrypha anecdota, Cambridge 1893, p. 145).
7. VITA DI A. ED EVA. - Libro apocrifo conservato in parecchie lingue. È una disorganica raccolta di tradizioni concernenti A. ed Eva, di origine diversa. Il testo latino s'inizia col racconto della penitenza di A. ed Eva.
Il tema era noto anche alla letteratura giudaica (cf. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrash, III, Monaco 1926, p. 478; L. Ginzberg, Legends of the Jews, V, Filadelfia 1927, p. 114 sg.) e ai Samaritani (J. A. Montgomery, The Samaritans, Filadelfia 1907, p. 224). Ma la forma della penitenza (A. ed Eva stanno fino al collo nell'acqua) sembra riflettere un uso penitenziale della Chiesa celtica (cf. L. Gougaud, Les chrétiennes celtiques, Parigi 1911, p. 100; id., Christianity in Celtic Lands, Londra 1932, p. 95 sg.; id., Ascetic Immersion in Devotional and Ascetical Practices of the Middle Age, pp. 159-78); la descrizione della penitenza sarebbe dunque opera di un cristiano. Il testo etioico dell'apocrifo pare non conosca l'immersione; la conosce però il testo slavo.
Il dialogo del diavolo con A., in cui è raccontata la caduta di Satana (cap. 13 sg.), dev'essere di origine giudaica, perché suppone l'idea della creazione degli angeli secondo l'immagine di Dio, credenza giudaica combattuta dai Padri della Chiesa. I capp. 18-24 costituiscono un brano separato che tratta del parto di Eva. I capp. 25-28 contengono il ratto al paradiso e la preghiera di A. Il testo deve provenire da fonte ebraica (cap. 29 « paradisus iustitiae », cioè « per i giusti » [Enoch 50, 23 e 60, 82]. Di A. si dice che « figurazione cordis et corporis mei factus es » (testo latino, presso Mozley, p. 136, 9). La preghiera di Adamo è il punto culminante dell'opera. Segue (Mozley, p. 136, 22 sg.) una profezia di A., che non è motivata con l'ascensione al paradiso, ma col cibo dell'albero della conoscenza: l'apocalisse è forse antica, ma non ha niente che fare con le apocalissi gnostiche d'A., menzionate da Epifanio, Haer., 26, 8, 1 (ed. Holl, I, p. 284, 13).
Col cap. 30 comincia il testo che parla dell'olio per curare la malattia di A. L'identificazione dell'« albero della vita » con l'olivo non sembra trovarsi altrove nella letteratura giudaica; solo l'Enoch slavo, 8 (rec. B) identifica l'albero della conoscenza con l'olivo. Si tratta dunque probabilmente di un testo cristiano. Il cap. 39, poi, è un esorcismo. La morte di A. (cap. 46 sg.) viene pure da fonte cristiana. L'ascensione di A. è stata più tardi sviluppata in altri testi (p. es. Apocalisse di Bartolomeo presso E. A. W. Budge, Coptic Apocrypha, p. 197 sg.; anche testi mandei la conoscono). Gli accenni ad usi sepolcrali cristiani sono chiari. Il cap. 53 è citazione da un libro di Enoch, e il cap. 54 proviene dal Libro dei Giubilei. I capp. 55, 56, 57 erano tutti pezzi separati, come dimostra la tradizione dei manoscritti.
sen 1900 (Estr. Festschrift Stade): la sua tesi di una fonte gnostica è però insostenibile. Testi in lingua georgiana: W. Lüdtke, in Zeitschrift für alttestamentl. Wissenschaft, 38 (1919-20), p. 155 sg. Testi tedeschi: H. Vollmer, Ein deutsches Adambuch. Schulprogramm, Amburgo 1908. Testi polacchi, boemi, ecc. presso V. Jagic, loc. cit.
C. Fuchs, Das Leben Adams und Evas, in E. Kautrach, Apokryphen und Pseudopographen des Alten Testaments, II, Tubinga 1900, p. 306-28, ha affermato che l'originale sarebbe stato ebraico, e similmente W. Meyer ed altri. Più cauto è E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesus, III, 4ª ed., Lipsia 1909, p. 399. W. Bousser data l'opera al tempo fra la costruzione del Tempio di Gerusalemme e la sua distruzione (Die Religion des Judentums im späibellenistischen Zeitalter, 3ª ed., Tubinga 1926, p. 23); tesi molto arrischiata, basata su un testo corrotto. Queste ipotesi si urano poi col fatto che la Vita di A. non possiede una unità letteraria.
Lo scritto siriano La caverna dei tesori (A. Goetze, Die Schatschähe, Überlieferung und Quellen, Heidelberg 1922, p. 42) ha pochi rapporti con la Vita di A. Per l'uso di una Vita di A. nella cronografia bizantina, cf. H. Gelser, S. Julius Africanus und die byzantinische Chronographie, Lipsia 1898, pp. 265 sg., 269 sg. 273. Erik Petersen