DEFUNTI, VENERAZIONE DEI

DEFUNTI, VENERAZIONE dei. - Complesso di tutte le pratiche, di cui è fatto oggetto il d. presso i diversi popoli e nelle diverse religioni. VENERAZIONE dei. - Complesso di tutte le pratiche, di cui è fatto oggetto il d. presso i diversi popoli e nelle diverse religioni.
DEFUNTI, VENERAZIONE dei. - Complesso di tutte le pratiche, di cui è fatto oggetto il d. presso i diversi popoli e nelle diverse religioni. VENERAZIONE dei. - Complesso di tutte le pratiche, di cui è fatto oggetto il d. presso i diversi popoli e nelle diverse religioni.
SOMMARIO: I. Nelle religioni non cristiane. - II. Presso gli ebrei. - III. Nel pensiero teologico della Chiesa cattolica. - IV. Nella liturgia della Chiesa. - V. canonico e civile. - VI. Nella medicina.

I. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE.

Nelle religioni non cristiane la venerazione verso i. rivestì quasi sempre la qualità di culto. O. Schrader (op. cit., p. 16) ritiene che tale culto possa realizzarsi in tre modi distinti, e cioè: il trattamento del cadavere (sepoltura, incinerazione, ecc.) e le attenzioni rivolte ad esso durante e dopo il rito funerario (per quest'ultima forma V. ANTENATI, CULTO degli; FUNERARI, RITI). Le tre forme possono più o meno coesistere, ma tutte implicano, anche là dove i. sono trascurati o considerati con timore o repulsione, precise credenze intorno alla morte, all'anima e alla dimora del defunto (v. INFERNO).

Per la preistoria prudenti illazioni di culto dei d. si possono trarre dai non molto numerosi resti sepolcrali trasparenti di indizi in questo senso. Così, mentre per quanto riguarda i protonatropi del pleistocene inferiore (culture amigdaliana, elactoniana e levalloisiana) nulla si può dire di men che ipotetico (dubbia è l'interpretazione del giacimento di Ciù-cu-tien, nel quale vennero trovati dei crani, che ha indotto taluno a pensare a un culto dei crani connettibile con il culto dei d.), la situazione è relativamente più chiara per il pleistocene medio: nella cultura musteriana era l'uso di seppellire i morti «in posizione di riposo con la testa posata sull'avambraccio» o in posizione che sembrerebbe attestare l'uso (riscontrabile presso i primitivi attuali) della legatura del cadavere, ponendo loro accanto strumenti litici (suppellettile funeraria?), il che, unitamente a supposte astigia di cannibalismo (forma di culto dei d. tra i popoli

di natura), testimonierebbe di vere e proprie pratiche culturali in onore dei morti. Nelle culture del paleolitico superiore si riscontrano sepolcri individuali e collettivi, all'aperto e in grotte, in fosse artificiali o sulla nuda terra: il cadavere (talvolta in posizione di riposo, tal'altra rannicchiata - indice di legatura ? -) è spesso sospeso di ocra rossa o collocato in un « letto » ricoperto di questa materia (si vuol restituire al d. il sangue, sede dell'energia vitale, per la vita ultraterrena?), protetto, in particolare al capo e ai piedi, da lastre di pietra, ed ha accanto vera e propria suppellettile funeraria, comprendente armi, ornamenti e oggetti di uso comune. Analoghe caratteristiche hanno i reperti dell'epipaleolitico (nel quale però si tributava particolare onore ai crani, disposti in fosse collettiva, sempre su uno strato di ocra rossa) e del megalitico (v. RELIGIONE nella; e, per il neolitico e l'età dei metalli, la storia delle singole culture in queste epoche).

Vario tra i primitivi il complesso delle credenze intorno ai d. e varie quindi le forme di culto.

Tra gli Australiani, oltre all'endocannibalismo (uso di cibarsi delle carni del d. per appropriarsi delle sue qualità: cf. E. Volhard, Il cannibalismo, trad. it., Torino 1949, pp. 488-506) riscontrabile anche in Africa, si notano diverse forme di sepoltura: l'inumazione (cadavere disteso o rannicchiato), deposizione su alberi o su apposite piattaforme (onde ottenere la mummificazione del d. che vien poi conservato dai familiari) e incinerimento. Singolare è l'uso del doppio seppellimento, per il quale, dopo aver esposto il cadavere perché si putrefaccia, si raccolgono le ossa che vengono poi sepolte o deposte in caverne, o, in parte, conservate dai congiunti. È credenza comune che l'uomo continui a vivere dopo la morte: per questo si colloca, talvolta, il cadavere sopra una barca perché possa fare il suo viaggio; per questo si compie, presso gli Arunta, una danza armata sul luogo dove si ritiene che allegi lo spirito del d. per indurlo ad allontanarsi definitivamente dal mondo dei vivi.

Tra i primitivi d'Asia, gli Andamanesi si comportano analogamente ad alcune tribù dell'Australia: fanno pure trecere i cadaveri, dei quali poi i parenti conservano il cranio, dopo averlo dipinto di ocra rossa. Mentre i Sakai e i Jakum della penisola di Malacca abbandonano i d. sul luogo nel quale si trovavano al momento della morte (qualche volta ricoprendoli di uno strato di terra) e si allontanano quindi dal luogo stesso. È un ritorno al doppio seppellimento si riscontra tra i Daiachi e i Toragai dell'Indonesia.

Come i Boscimani, i Pigmei d'Africa credono nella sopravvivenza degli spiriti dei d., che hanno nell'aldilà un premio o una pena a seconda della loro condotta terrena. Non dissimili sono le credenze degli Zulu. D'altra parte, presso molte famiglie africane, v'è l'abitudine di abbandonare i d. sul luogo del decesso e di compiere su di essi pratiche che ne facilitino la decomposizione: la ragione di ciò è da ricercare in un « timore di contaminazione » che si ritiene derivare dal cadavere.

La sopraelevazione del cadavere, l'incinerazione e la sepoltura si riscontrano ugualmente tra gli Eschimesi, assieme all'abbandono degli individui prossimi a morire in un luogo appartato. Mentre tra gli Algonchini - come fra altre tribù americane - era comune la mummificazione; ma tra i primitivi d'America c'era anche la credenza che il d. non potesse entrare nel suo regno prima che fossero stati distrutti i suoi resti mortali: di qui pratiche idonee ad affrettare la decomposizione del cadavere o l'uso del-l'incinerazione (v. PRIMITIVI, RELIGIONE della).

Una precisa descrizione dei riti in onore dei d. abbiamo per i popoli dell'America precolombiana. Nel Messico diverso era il trattamento per i morti in guerra e per quelli morti di morte naturale. I primi erano onorati anzitutto con 4 giorni di canti funebri eseguiti dalle vedove e dai figli in una processione accompagnata da una speciale danza. Successivamente « si costruivano fantocci che rappresentavano i d.; erano coperti di carta di magney o agave, vestiti di tuniche e fasce; a questi fantocci venivano attaccate ali di avvoltoio affinché potessero volare innanzi al sole ». Dopo che ai fantocci erano state fatte offerte di cibi, e lasciati passare altri quattro giorni, « le vedove facevano l'ultima offerta del Neulhi, bevanda indigena, spargevano rose sul suolo e bruciavano aromi. Finalmente tutti i fantocci erano gettati nel fuoco, e mentre bruciavano, le vedove piangevano » (C. Crivelli, La religione dei popoli che abitarono il Messico e l'America centrale, in P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, I, 2a ed., Torino 1939, p. 127). I secondi, invece, erano cremati nel corso di una cerimonia che comportava sacrifici umani, e le ceneri venivano raccolte in una cassetta sopra la quale si poneva la statuetta del d. Seguivano, a intervalli regolari, sacrifici umani per un totale di 80 giorni. Lo spirito dei morti in battaglia godeva dell'immortalità, mentre quello dei morti di morte naturale (eccettuati quelli deceduti per malattie sacre a Taloc), dopo un lungo viaggio nell'aldilà, moriva definitivamente (v. Religione; Religione).

In nessun altro paese, probabilmente, il culto dei d. assunse a importanza e fatto come nell'antico Egitto. Dalle tombe più antiche, risalenti forse al v millennio a. C., e nelle quali il cadavere era sepolto in una fossa quasi superficiale, con accanto suppellettile varia, si passa a quelle del regno antico, costituite da fosse molto più profonde, sulle quali era costruito un piccolo edificio a pareti inclinate. In progresso di tempo le tombe sono ingrandite con l'aggiunta di vario numero di stanze. I re arano seppelliti nelle piramidi, ed accanto ad esse si costruiva un tempio dedicato al re appunto, nel quale si manteneva un culto regolare. I cadaveri erano mummificati con ogni cura e con la preoccupazione di conservare il d. quale era stato in vita. Il rito del seppellimento comportava la recita di parte del sacerdote di incantesimi atti a ridonare al d. l'uso dei sensi: si facevano quindi offerte di cibi, che si ripetevano poi a intervalli regolari. Il complesso dei riti si conserva anche nel regno medio, nel quale, per l'accresciuto livello economico della popolazione, le tombe crescono considerevolmente di numero. Il sistema di inumazione non muta, né mutano le offerte, che però, specie nel regno nuovo, vengono fatte preferibilmente nei templi. È evidente la persistenza della fede in una vita dopo la morte: fede che però cambia nella sostanza, passando dalla credenza in una semplice sopravvivenza, forse nella tomba stessa, con bisogni in tutto simili a quelli terreni, a quella dell'andata dell'anima del d. nel « regno d'Ocidente » (Amenti [v.]; V. anche EGITTO: Religione; LIBRO DEI MORTI).

Assai meno appariscente il culto dei d. presso i popoli che abitarono la Mesopotamia. Tra le varie forme di sepoltura è nota solo l'inumazione: nei tempi più antichi il cadavere era posto nudo in terra, probabilmente sotto la sua stessa abitazione, o anche collocato in grandi barre di terracotta. In seguito il d. compare in posizione rannicchiata, molto spesso orientato. Accanto erano cibi, armi, suppellettile varia. La cerimonia funebre comportava lamentazioni nel tempio, dirette da un sacerdote, sacrifici animali e libagioni fatte dai parenti sulla tomba. Al tempo dei Sumeri v'erano anche - forse - sacrifici umani. Nel poema che narra della discesa di Ištar agli inferi si parla anche di lavaggi e unzioni del cadavere, di un rivestimento di indumenti rossi e di musiche che avrebbero accompagnato il funerale: non è però molto chiaro il significato di tutto ciò, (v. Religione).

L'inumazione è il seppellimento in grotte o in tombe di pietra, nelle quali erano collocate offerte di cibi, bevande e oggetti, era comune presso i Cananei, i quali ritenevano di poter conoscere il futuro con il tramite dello spirito dei d. Mentre presso i Fenici era la credenza del continuare della vita dopo la morte, nella quale l'anima è inscindibile dal corpo, che deve quindi essere sepolto con cura nella tomba (« casa dell'eternità »), conservato in casse di legno o in sarcofago.

Nel mondo cego, vestigia di culto dei d. sono ricostruiti in Creta (Mesara) fin dal minoico antico. Qui erano le grandi tholoi, forse sepolture famigliari capaci di centinaia di cadaveri, nei quali i d. erano posti sulla nuda terra (ma in qualche tholos c'erano sarcofaghi).

e accanto ai quali vennero trovati idoli per lo più anonimi, e piccoli vasi (a Mochlos) destinati a contenere cibi e bevande. Nel minoico-medio si riscontrano cimiteri o sepolture individuali: sopra il d., in posizione rannicchiata, sono grandi vasi qualche volta rovesciati (pithoi). E, molto spesso, caverne sulla riva del mare erano trasformate in ossari: forse, come prova il sarcofago di Haghia Triada, si riteneva che per raggiungere l'aldilà fosse necessario un viaggio marino. C'erano inoltre ossari artificiali (a Malia, ad es.), costruiti in muratura e divisi in parecchie stanze, in qualcuna delle quali, documento inoppugnabile di culto dei d., si son trovate tavole che avevano certamente funzione di altari. Ma è nel minoico recente che si riscontrano le costruzioni funerarie indipendenti architettonicamente, con ricco apparato interno (tale la "tomba della bipenne" a Cnossos). E così è in questo periodo che aumenta notevolmente il numero dei larnakes, dove il d. è posto supino, con le ginocchia ripiegate. Tra questi sarcofaghi celebre quello già citato di Haghia Triada, sul quale è dipinta una vera e propria cerimonia in onore del d.: "tre individui rivestiti di una pelle d'animale portano al defunto, in piedi davanti alla tomba, due vitelli e una barca". Sugli altri lati del sarcofago è rappresentato il sacrificio d'un toro, un'offerta da parte di una sacerdotessa, e vari altri elementi che inducono a pensare appunto a un sacrificio funebre (v. RELIGIONE).

I testi sacri dell'India vedica danno chiare indicazioni di un culto dei d. che si realizzava nel modo più completo sia in cerimonie funebri che in riti successivi alla sepoltura in date fisse. Si riteneva che la dimora del d. fosse il cielo, il regno di Yama, ma dal cielo il d. poteva tornare sotto forma di spirito alla sua casa per cercarvi cibo (specie all'epoca della luna nuova). Si preparava pertanto un pasto che si poneva accanto a piccole fosse ripiene d'acqua che dovevano servire per le abluzioni del d. Seguivano offerte di olio, profumi, ecc. Tali offerte si ripetevano mensilmente e in occasione di nascite, matrimoni e simili. I testi danno anche la precisa descrizione della cerimonia funebre, nel corso della quale il cadavere veniva bruciato con un rituale diverso a seconda che si trattasse di un brahmano, di un kṣatriya o di un vaśya (v. BRAHMANESIMO). Le pratiche si conservano, ma con non lievi mutamenti, nell'indulsio: il cadavere viene bruciato e le ceneri, raccolte in una urna, buttate nel Gange o in altro fiume sacro. Il cambiamento d'indirizzo è giustificato dalle nuove credenze indiscutite: l'uomo si renarrà dopo la morte in base alla legge del Karman: tutto deve quindi essere rivolto ad raggiungimento della purità per interrompere il cielo delle nascite (v. INDUISMO).

Nella religione zoroastriana il complesso delle pratiche in onore del d. è regolato dal concetto di impurità che si ritiene amati dal cadavere: il d. non è sepolto né bruciato per non contaminare la terra e il fuoco. Viene invece abbandonato sulla dakhma (pozzo circondato da letti di pietra disposti in cerchi concentrici) in pasto agli avvoltoi. Lo scheletro viene quindi gettato nel pozzo. Nella casa del d. seguono cerimonie purificatorie destinate ad allontanare l'impurità. Questo orrore per il cadavere si riscontra anche presso gli attuali Parsi (v. IRAN, religione dell'PARISIMO).

Vestigia di culto dei d. in Grecia si riscontrano già in età minoica: di quest'epoca sono le tholoi e tombe a fossa; qui si eseguiva - probabilmente - un sacrificio funebre e si ponevano doni e offerte, le quali ultime, forse, si ripetevano in determinate occasioni. In quest'epoca venne anche introdotta l'incinerazione accanto alla sepoltura. I riferimenti a un culto dei d. che si trovano nell'epica risalgono tutti a età minoica: anche giochi funebri si avevano quindi in onore del d. In età classica atti di culto si prestavano già al d. che era esposto nella sua casa dopo la morte. Un vaso pieno d'acqua era presso la porta affinché i visitatori uscendo potessero purificarsi. Nella tomba, nella quale il cadavere veniva posto chiuso in una cassa di argilla o di legno, si collocavano offerte; in bocca al d. veniva posta la moneta da pagarsi a Caronte. Dopo la sepoltura "si versava sulla tomba una libagione di vino, olio e miele; e non erano rari i sacrifici cruenti, umani in età più antica".

Dopo la cerimonia il banchetto funebre e si rinnova- vano le offerte (ἐννυχίαματα, χοῦ) sulla tomba al terzo, al nono e al trentesimo giorno. Oltre a ciò v'erano i δέντρα "Ἐκτάτης (v. ECATE) offerte che si lasciavano ai crocevia in onore degli spiriti che tornavano sulla terra in cerca di vendetta, e feste annuali: GENESI (v.), NEMESI (ΝΈΜΕΣΙΣ) (v.) Antesterie (v.).

Anche presso i Romani la sepoltura era accompagnata da sacrifici, e ai d. erano consacrate annuali feste: PARENTALIA (v.) e i Lemuria (v.). In occasione dei Lemuria "il pater familias, levatosi a mezzanotte e dopo essersi lavato le mani per ben tre volte con pura acqua di fonte, si aggirava a piedi nudi per la casa facendo schioccare le dita e mettendo in bocca fave nere che poi gettava dietro di sé ripetendo una certa formula di scongiuro. Si credeva che durante questa cerimonia gli spiriti raccogliessero le fave". Durante i Parenalia, invece, i sacrifici erano offerti dai figli o dagli eredi agli spiriti dei trapassati. I ritrovati preistorici rivelano altresì l'esistenza di un culto dei d. presso gli antichi Celti e gli antichi Germani. Ma nulla di preciso si sa intorno ad essi come non sembra che culto dei d. in generale fosse tra i popoli dell'Estremo Oriente (Cina e Giappone), presso i quali è invece ricostruibile il culto degli antenati.

BIBL.: Si rimanda alla bibli. delle singole voci alle quali si è rinviato. Cf. anche, in generale: vari autori, Dead, cult of, in Enc. of Rel. and Eth., XIII (indice), p. 153; Thurnwald, Totem-kultus, in M. Ebert, Reallexikon der Vorgeschichte, XIII, p. 405 seg. Inoltre: per la preistoria: H. Obermaier, Urgeschichte der Menschheit, Friburgo in Br. 1931, passim; O. H. Meningh, Weltgeschichte der Steinzeit, Vienna 1931, passim; C. Clemen, Urgeschichtliche Religion, Bonn 1932, passim; H. Breuil, Sociolo-gie biblioritique, in Les origines de la société, Parigi 1941, passim. Per i popoli di natura: W. Schmidt, Der Ursprung der Gottes-idee, V. 7 voll., Münster in West. 1912-41, passim; F. Graebner, Das Weltbild der Primitiven, Monaco 1924, passim; R. Biasutti, Le rasse e i popoli della terra, 3 voll., Torino 1941, passim. Per i popoli del Medio Oriente e del bacino dell'Erco: A. Ermann, Die Religion der Asypter, Berlino-Lipsia 1934, pp. 207-94; J. Wiesner, Grab und Jenseits. Untersuchungen in Agäischen Raum zur Bronzezeit und frühen Eisenzeit, Berlino 1938; A. Scharf, Die Frühkulturen Asypter und Mesopotamiens, Lipsia 1941, passim; B. Hrozny, Histoire de l'Asie antérieure, trad. france, Paris 1946, passim; Ch. Picard, Les religions préhelléniques, 1914-18, passim. Per gli arricoveri: O. Schrader, Argyen religion, in Enc. of Rel. and Eth., II, pp. 16-31; A. B. Keith, The religion and philosophy of the Veda and Upanishads, II, Cambridge Mass. 1932, pp. 322, 345, 361, 405-32; C. Clemen, op. cit., V. indice; H. S. Nyberg, Die Religionen des alten Iran, Lipsia 1938, passim; F. Altheim, A history of roman religion, Londra 1938, pp. 47, 93, 97, 136, 141, passim; M. P. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, Monaco 1941, pp. 136, 172, 350, 354, 356, 362, 363, 364; A. W. Persson, The religion of Greece in prehistoric times, Univ. Calif. Publ. 1942, p. 9, 36. Mario Camozzini

II. PRESSO GLI EBREI.

Il sistema di sepoltura era l'inumazione, di solito non in terra, ma in caverna o in loculi, spesso fami-liari, e questo desiderio di coabitazione dopo la morte trova la sua attuazione nei successivi cimiteri ebraici, ricavati in pareti rocciose, ma anche artificiali (cf. per Abramo e Sara: Gen. 23, 4-20; per Debora: ibid. 35, 8; per Giacobbe, ibid. 49, 29-30; per Mosè: Deut. 34, 6; per Giosuè: Jos. 24, 30-33; per Davide: I Reg. 2, 10; per Salomone: ibid. 11, 43; ecc.). Eccezionale e dovuta ad influssi stranieri l'imballa-mazione (cf. per Giuseppe: Gen. 50, 25) e la crema-zione dovuta a circostanze contingenti (cf. per Saulle e i suoi figli: I Sam. 31, 11-13; per una grave pe-stilenza: Am. 6, 10).

La toletta funeraria del cadavere comprendeva sem-picemente un lavaggio (Act. 9, 37) e la chiusura degli occhi e della bocca (Gen. 46, 4); non sembra, almeno per i tempi antichi, che seguisse una particolare vestizione: ma il d. veniva seppellito con il suo abbigliamento e i suoni ornamenti abituali. Anche si avvolgeva il cadavere in

un lenzuolo o sindone, stringendolo con fasce (cf. per Lazzaro: Job. 11, 44), e profumandolo con l'aggiunta di aromi (cf. la sepoltura di Gesù «sicut mos est Iudaeis sepelire» (Jo 19, 40) o bruciandoveli sopra e intorno (Jer. 34, 5). Il trasporto funebre era effettuato dagli amici del d. ed era preceduto, accompagnato e seguito dalla recitazione di passi biblici e da lamentazioni. Al minimo si riducevano le manifestazioni esteriori di lutto, consistenti in un banchetto funebre («il pane di lutto»: Os. 9, 4), astensione dal lavoro per sette giorni (tanto durava il lutto: Gen. 50, 10), taglio dei capelli, sospensione di cenere sul capo (Esth. 4, 1); usi né concomitanti, né da considerarsi normativi. Alle persone importanti si ergevano sulla tomba monumenti (cf. per i Macabei: I Mach. 13, 27-30); mentre il mancare di sepoltura e giacere insepolti era considerato una sciagura o una punizione (I Sam. 17, 44; I Reg. 13, 22; Ier. 9, 22; 22, 19; ecc.).

Bibl.: J. M. Lagrange, Les morts, in Revue biblique, 11 (1902), pp. 212-39; M. Azen, Lexikon biblicum, III, Parigi 1911, coll. 668-74; W. H. Bennet, Death and disposal of the dead: Jewish, in Enc. of Rel. and Eth., IV, pp. 497-500.

III. NEL PENSIERO TEOLOGICO DELLA CHIESA CATTOLICA.

Le materne attenzioni della Chiesa nascente per il corpo dei fedeli defunti sono guidate da due articoli di fede: carne (v.) e la santificazione sacramentale (v. SACRAMENTI).

1. La fede nella risurrezione, che il cristianesimo difese contro l'urto della generale incredulità (cf. Mt. 22, 23; Lc. 22, 27; Act. 17, 32; S. Agostino: «In nulla re sic contradicitur fidei christianae, quam in resurrectione carnis» Enarr. in Ps. 88, 2; PL 37, 1134). Presso la salma dei cristiani alitò fin dall'inizio un'atmosfera di pace, di speranza, di gioia: il fedele non è morto, ma si è ritirato dalla terra d'esilio: recessit (epitafi cristiani) e ha preceduto gli altri nella patria: praecessit (epitafi cristiani); praecessit cum signo fidei (canone della Messa romana), perché è stato chiamato dal Signore: accersione dominica (Cipriano, De mortalitate 20: PL 4, 596) e dagli angeli: accersius ab Angelis (in due epitafi romani). Egli pertanto non è perduto, ma piuttosto mandato avanti quasi a preparare un posto agli altri fratelli: non amissimus sed praemissimus (Cipriano, loc. cit.), pertanto il giorno del suo obitus deve essere festeggiato come un novello dies natalis. La sua salma non è irrigidita dalla morte, ma composta nel sonno, in attesa dello squillo della risurrezione: «In christianis mors non est mors, sed dormitio est somnus» (S. Girolamo, Ep. 75 ad Theod.: PL 22, 685), onde il nome di cimitero (κουμάω = dormo) dato al luogo sacro, dove venivano deposte le salme. Per questa sublime concezione della morte gli antichi cristiani bandirono dai loro funerali i lamenti e i pianti: «Non ululatum, non planctus, ut inter saeculi homines fieri solet sed psalmorum linguis diversis examina concrepabant» (S. Girolamo, Epitaphium Paulae: PL 22, 878) e s. Paolino di Nola ne dà la ragione: «gauden-temque Deo flere, nocens amor est» (Poem. 32, 44). In epitafio del sec. III è svolto questo delicato concetto: sia compresso il gemito dei cuori perché tu, innocente fanciullo, sei stato accolto dalla Madre della Chiesa (Mater Ecclesiae) mentre lieto facevi ritorno da questo mondo.

2. La santificazione sacramentale, di cui il corpo fu come il pernio «caro salutis cardo» (Tertulliano, De resurrectione carnis 8: PL 2, 806) penetra in tutto l'essere umano, in modo che quando lo spirito ritorna a Dio, lascia impregnata di celesti fragranze la salma. Il corpo dei fedeli pertanto non è impuro, come ritenevano i giudei, non è sacro nel senso delle Dodici Tavole, ma è un resto umano consacrato dai carismi divini «caro abluitur... caro signatur... caro ungitur... caro corpore et sanguine Christi vesciur» (Tertulliano, loc. cit.) e votato alla più ambita delle sorti: la perfetta reintegrazione alla fine dei tempi. La pietà e l'umanità sorrette da questa fede moltificarono intorno alla salma dei fedeli le più delicate cure:

a) avvenuto il trapasso, si chiudevano gli occhi e la bocca del defunto: «Oculos illos et ora claudentes» (Eusebio, Hist. eccl., VII, 22: PG 20, 690) e lavatolo con acqua tiepida, veniva modestamente composto nel letto: «Exinde... manus componunt, oculos claudunt, caput directe statuunt, pedes reducunt, lavant» (S. Giovanni Crisostomo, Hom. in Iob.: cf. Tertulliano, Apologeticum, 42: PL 1, 492).

b) Poi, ad imitazione del trattamento fatto al corpo del Redentore, si ungeva con preziosi aromi: «Thura plane non enimus; si Arabiae quaeruntur, sciant Sabaei pluris et carioris suas merces christianis sepelendis profligari quam diis fumigandis» (Tertulliano, Apologeticum, 42: PL 1, 490). Al sec. IV ci si accontentava di un'aspersione di balsamo e di mirra: «Aspersaque mirra, sabace corpus medicamine serva» (Prudenzio, Cathe-nerion, hymn., 10, 51: PL 59, 580). Talora s'introduceva il profumo attraverso piccoli fori praticati sulla pietra del sepolcro e molte volte si collocava presso il cadavere una fila di essenze odorose, perché diffondesse il suo odore anche dopo la sepoltura.

c) La salma veniva poi avvolta in uno o due lenzuoli, generalmente bianchi: «Candore nitentia claro, praetendere lintea mos est» (Prudenzio, Cathemerion hymn., 10: PL 59, 870) e ricoperta di uno strato di calce. Se si trattava di membri del clero, si rivestivano degli abiti del loro grado; i martiri erano ravvolti in ricchi paludamenti. Le persone altolocate facevano un eccessivo sfoggio di abiti per i loro d., per cui furono talvolta ripresi: «Cur et mortuos vestros auratis obvolvitis vestibus? Cur ambitio inter luctus lacrymasque non cessat? An cadavera divitum nisi in serico putrescere nesciunt?» (S. Girolamo, Vita s. Pauli Eremitae: PL 23, 28).

d) La salma così composta, si esponeva nella casa o nella Chiesa; si vegliava intorno ad essa con la recita di preghiere, specialmente dei salmi, che, quando era possibile, si cantavano (cf. S. Gregorio Nisseno, Vita Macrinae, 41: PG 46, 992-93; S. Agostino, Confessiones, 9, 12: PL 32, 776). La salmodia era intercalata dal canto gioioso dell'Alleluia, come si usa ancora nella Chiesa orientale.

e) Il trasporto assumeva più o meno grande solennità, secondo le circostanze. In tempo di pace la salma, portata sulle spalle o in appositi carretti (carrugae), era accompagnata dal clero (cf. epitafio di Pascasio, a Viviers) e dai fedeli recanti torce: «atque cereis calicibus funus duxerunt» (siccizione di Chiusi). Talora assumeva l'aspetto di un triumphus, soprattutto quando si trasportavano i corpi dei martiri e dei confessori (cf. Vittore di Vita, Historia persecutionis vandalicae, 1, 14: PL 58, 198).

f) Nel luogo della deposito, che era il cimitero (catacombe) o la basilica annessa, si facevano le esequie: salmodia, preghiere, Messa: «Item antiquity regalis corporis Christi et acceptam seu gratam Eucharistiam offerte in ecclesiis vestris et in coemeritis atque in funeribus mortuorum» (Costituzioni apostoliche, VI, 30). S. Agostino così descrive le esequie di s. Monica: «Cum offerretur pro ea sacrificium pretii nostri, iam iuxta sepulcrum posito cadavere, antequam deponeretur, sicut fieri solet» (Confessiones, 9, 12: PL 32, 776).

3. S. Paolino di Nola chiese a S. Agostino se le cure dedicata alla salma dei morti giovino alla loro anima e il s. Dottore rispose magistralmente nel celebre trattato De cura gerenda pro mortuis (PL 40, 591-610). Direttamente «curatio funeris, conditio sepulturae, pompa esequiarum, magis sunt solatia vivorum quam subsidia mortuorum», tuttavia queste delicate attenzioni «humanitatis officia» sono da approvare, perché indicano il rispetto per quei corpi, che santificati dai Sacramenti

divennero strumenti dello Spirito Santo « ad omnia bona opera » (cf. De Civitate Dei, I, 1, cap. 13). Indirettamente queste premure giovano alle anime dei trapassati, in quanto ravvivano il ricordo e la preghiera « recordanti et precantis affectus », il quale « cum defunctis a fidelibus carissimis exhibetur, eum prodesse non du- bium est iis, qui cum in corpore viverent, talia sibi post hanc vitam prodesse meruerunt ». S. Tommaso (Stm. Theol., suppl. q. 71, a. 11) riecheggia il pensiero di s. Agostino, che è divenuto dottrina comune della Chiesa (cf. can. 1203-42; Pio XII, encicl. Me- diator Dei, 30 nov. 1947, in AAS, 39 [1947], p. 530).

Bibl.: O. Panvinio, De ritu sepelendi mor- tuos apud veteres chri- stianos, Colonia 1568; 1. Gretsch, De funere christianorum, Ingol- stadt 1611; I. Rosenberg, De ritibus funebri- bus in primitiva Ecclesia, Budiss 1600; A. I. Schuster, Liber Sacra- mentorum, IX, 2a ed., Torino-Roma 1932, pp. 80-111; L. Allevi, Dal culto alla preghiera per morti, in La scuola cattolica, 70 (1942), pp. 428-40; E. Righi- Lambertini, Cremasio- ne o inumazione ?, ibid., 74 (1946), pp. 205-211; H. Leclercq, Funérailles, in DACI., V, coll. 2705-2715; G. Simmon, Ca- davres, in DDC, II, coll. 1185-88; I. Ler- cher-F. Dander, Institutiones theologiae dogmaticae, IV, 11, 3a ed., Innsbruck 1949, pp. 406-08.

funebre è la Messa. Il poco che precede e segue è
composizione del tardo medioevo (il Libera me Do-
mine è del sec. IX); è detto «assoluzione funebre», rito
che nulla ha a che fare con l'assoluzione sacramen-
tale, sebbene le preghiere si ispirino al medesimo
concetto della potestà di sciogliere e legare conferita
alla Chiesa. Se ne ha una prova nella classica for-
mola «Absolve quaesumus, Domine, animam famuli
tui», ancora oggi usata; l'aspetto di un giudizio
appariva chiaro nel Pontificale romano della Curia
(sec. XIII), dove il celebrante prima di procedere
all'assoluzione di un chierico, ne chiedeva licenza
al clero che gli stava attorno. Comunque gli antichi
vedevano nel rito la remissione al d. della pena
dovuta alle sue colpe e l'assoluzione dalle censure
ecclesiastiche. Unica era un tempo la formula d'as-
soluzione, quale ancora appare nel Rituale romano.
Ma il Pontificale ne assegna una più solenne per il
papa, i cardinali, i vescovi e gli insigni personaggi
dello Stato, introdotta a Roma verso il sec. XIII.
In tale occasione l'assoluzione è data dal celebrante
e da quattro vescovi, i quali, posti a quattro angoli
del feretro, ripetono ogni volta l'incensazione, mentre
la schola canta un responsorio con versetti e recita
un'orazione. Il rito è chiuso con la quinta assolu-
zione del celebrante, preceduta da un sermone sulla
vita del d. In assenza di vescovi può essere com-
piuta dai dignitari della cattedrale. Il sermone può
essere anche tenuto da un semplice sacerdote.

Anche se Tertulliano e s. Cipriano già parlano
di una Messa per i d., il suo tipo non doveva essere
dissimile dal consueto, ma forse nel sec. IV ebbero
inizio i formulari propri. L'introito Requiem aeternam
è preso dal IV Esd., che poté essere tenuto fra i libri
canonici sino verso la fine del sec. V; esso si trova
anche negli epitaffi di Ain Zara (Tripoli) nel VI sec.
e venne sempre cantato con il Ps. 64, Te decet hym-
nis. Il Requiem al Graduale deve essere coevo al-
l'Introito ed ha il versetto derivato dal Ps. III. Dal
sec. II è escluso dalla liturgia dei d. l'Alleluia;
tuttavia s. Girolamo lo ricorda nei funerali di Fabiola
(PL 22, 697).

IRA (v.) è una sequenza medievale ricca
di contenuto dottrinale, sentimento religioso e slancio
lirico-drammatico; per questo fu accolta nella li-
turgia. L'offertorio Domine Iesu Christe si presta a
discussioni per alcune frasi di sapore ritenuto per-
sino pagano, ma che di fatto corrispondono ad
espressioni bibliche; per l'accenno al signifer sanctus
Michael, di schietto sapore orientale, forse copto;
per l'emistichio Quam olim, ripetuto secondo l'uso
antico e qui conservato perché più a lungo fu con-
servata nella Messa per i d. l'offerta da parte dei
fedeli. Si ritiene sia stato composto a Roma nel
sec. VIII e modificato in Gallia nel sec. IX, proba-
bilmente da un irlandese. Il testo aveva un tempo
non uno, ma tre versetti. Al commiuto, il Lux aeterna
sta già nei manoscritti del sec. X. Nella Messa dei d.
si tralasciano alcune parti e cerimonie (Ps. 41 al-
l'inizio, benedizione dell'acqua all'Offertorio, bacio
di pace, Ite missa est, benedizione) perché non con-
sone all'austerità particolare di tale Messa, o perché
si è inteso far convergere tutto il rito al suffragio
per i d.

L'accompagnamento alla sepoltura «non deve essere
fatto da gemiti, pianti, come suole avvenire presso gli
uomini del mondo (accenno alle praeficiae, donne prezzolate
per piangere nei funerali), ma dal canto dei salmi» (s. Gi-
rolamo: PL 22, 898). E tale infatti fu il proposito co-
stante ed universale per cui stupende antifone, respon-

sori e salmi accompagnano il d., per mano degli angeli,
alla pace eterna, non alla sepoltura ma al Paradiso. La
legge romana proibiva di seppellire entro le mura, ma
poi tale precetto per ragioni diverse cadde in disuso e
si seppellì in cimiteri intorno alla chiesa e nella chiesa
stessa; e la brevità del tragitto spiega bene il complesso
delle formule ancora in uso.

Va notato l'uso, attestato già da s. Ambrogio, di
baciare prima della sepoltura il d., dicendogli tre volte
addio secondo un costume orientale; più tardo è l'uso
di spargere sul sepolcro un po' di terra dicendo: «Sume
terra quod tuum est, terra es et in terram ibis», rimasto
come uso popolare in più luoghi. Diffusa, sebbene disap-
provata, fu anche la consuetudine di porre in bocca al
morto l'Eucaristia; consuetudine corretta in molti luoghi
con il porvela pochi istanti prima della morte, ovvero
nel sepolcro, a tutela della salma contro influenze dia-
boliche o sacrileghe. Così pure fu praticato in alcuni
luoghi, sin oltre il sec. VI, il rito del refrigerio, comunis-
simo già presso i pagani, che consisteva in una libazione
di vino o in un banchetto celebrato dai parenti sulla
tomba del d. Fu proibito per gli abusi che ne nascevano,
come ne rende testimonianza il noto episodio di s. Mo-
nica (s. Agostino, Confess., VI, 2).

Si fa ricordo dei morti in ogni Messa (v. DITICO), ma si ebbe sempre cura di pregare per essi
particolarmente nei giorni esecutati: in Oriente e
nei paesi galicani d'occidente il 3°, 9°, 40° dalla
morte; a Roma, in Africa, in Palestina il 3°, 7°, 30°.
Quest'uso si ispira ai fatti biblici: nel 3° giorno
Gesù uscì dal sepolcro; Giuseppe ebreo indisse un
lutto di 7 giorni per il padre (Gen. 50, 10); il popolo
ebraico pianse per 30 giorni Mosè (Deut. 34, 8) ed
Aronne (Num. 20, 30).

In tali giorni e nell'anniversario si celebrano le
esequie con riti che ricordano per testi e cerimonie
quelli del funerale, evidentemente ridotti.

La liturgia ambrosiana ha un ordo per il funerale con
schema uguale al romano, ma più ricco di elementi e
con sapore di grande antichità; ha conservato il canto
della Passio di Nostro Signore, già in uso a Roma, com-
pleta con altre aggiunte di antifone e responsori il fune-
rale dei vescovi, sacerdoti e diaconi. Molto significativo
pure il canto delle litanie dei santi. Nella riforma ope-
rata da s. Carlo si ebbero vari influssi romani: fino a
s. Carlo la commemorazione di tutti i d., introdotta a
Milano tra il 1120 ed il 1125 ad opera di Olrico, era cele-
brata il lunedì seguente alla dedicazione della Chiesa
Maggiore (3° domenica di ott.). Tale uso in determinata
misura si è conservato nelle parrocchie della diocesi per
il giorno successivo a quello della dedicazione della pro-
pria chiesa, o, non conoscendone la data, a quello del-
l'Ufficio per la dedicazione della chiesa minore.

Bibl.: S. Pétridès, Absoute, in DACL, I, coll. 190-207; H. Leclercq, Défunts, ibid., IV, coll. 427-56; id., Ensevelissement, ibid., V, coll. 45-50; id., Funérailles, ibid., V, coll. 2705-15; id., ibid., XII, coll. 1552; A. M. Ceriani, Circa obligationem reti- tationis officii defunctorum, Milano 1897, pp. 1-70; A. Berna- reggi, Il culto dei morti nella liturgia latina e le tre Messe nel giorno della Commemorazione dei fedeli defunti, in La scuola cat- tolica, nuova serie, 9 (1915), pp. 312-26; C. Calleweret, De exsequiis, quaestiones liturgicae, Bruges 1935, p. 62; id., De of- ficio defunctorum, in Sacris erudiri, Steenbrugg 1940, pp. 169- 178; B. M. Seppilli, L'Offertorio della Messa dei d., Roma 1946, p. 98; M. Righetti, Il culto dei morti, in Storia liturgica, II, Mi- lano 1946, pp. 317-53.

II. ONORI ALLA SALMA NEI RITI ORIENTALI

Nel rito bizantino i funerali comportano tre tappe: nella casa del d., in chiesa, al cimitero. Nella casa del d. il sacerdote celebra un breve ufficio accom- pagnato da una incensazione, e chiamato, quando si fa separatamente, Ἀκολουθία τοῦ νεκρῶν Ἰω τρισαγίου, o più spesso «piccola pannichida». Com- prende il canto di tre tropari, di una breve litania, di una orazione e dell'apolisi: tutto applicato al d. Durante il trasporto si canta il Trisagio. In chiesa

ha luogo l'ufficio, composto da testi diversi secondo la categoria alla quale appartiene il d.: uomo, donna, fanciullo, monaco, sacerdote. L'ultimo degli inni è sempre un commovente addio che accompagna il bacio della mano del d. Ripetuta la «piccola pannicchia», risuona tre volte l'esclamazione: «Memoria eterna.» Intanto, un sacerdote si avvicina alla bara e recita una preghiera di assoluzione. Poi, se il d. è un sacerdote, la bara è portata tre volte intorno alla chiesa prima di recarla al luogo della sepoltura. Là il celebrante getta un po' di terra sulla bara, vi versa olio benedetto e la cosparge di cenere presa dall'incensiere. Mentre si chiude la bara e la tomba si recita una ultima volta la «piccola pannicchia».

Anche negli altri riti orientali l'ufficio funebre comprende un gran numero di canti, inni, composizioni ritmiche di diverso genere, di cui è ricca la liturgia orientale e che si applicano ad una grande varietà di categorie di persone. Ai sacerdoti sono riservati riti particolari (unzione con il s. crisma nel rito armeno, processione nel santuario o urto della bara contro le porte e le pareti della chiesa nei riti siri), che mettono in rilievo gli stretti vincoli che lo univano all'altare. L'addio è sempre commovente e spesso si esprime in dialoghi pieni di tenerezza fra il morto e quelli che rimangono. I Siri hanno un ufficio di consolazione per il secondo e terzo giorno dopo la sepoltura; presso i Copti le preghiere si protraggono durante sette giorni consecutivi.

La commemorazione del d. ha luogo, nel rito armeno, il 2°, 7° 15° e nell'anniversario; nel rito si 3°, 9°, 30° e nell'anniversario; nel rito copto il 3°, 7°, 14° (o 15°), 40°, dopo un mese, sei mesi, un anno; nel rito etiopico il 3°, 7°, 12°, 30°, 40°, 60°, 80°, dopo sei mesi, un anno.

La commemorazione di tutti i d. si fa, nel rito bizantino, due volte l'anno, al sabato cosiddetto di carnevale e al sabato che precede la Pentecoste; nel rito armeno, cinque volte, nel giorno seguente le grandi feste: Epifania, Pasqua, Trasfigurazione, Assunzione, Esaltazione della Croce con la recita di un ufficio speciale nell'ora notturna; nel rito siro tre volte, e cioè i tre ultimi venerdì prima della Quaresima (il primo per i sacerdoti, il secondo per i fedeli e il terzo per gli stranieri); nel rito caldeo ogni anno, l'ultimo venerdì prima della Quaresima.

Ricordi speciali dei d. si fanno più volte durante la Messa, in particolare nella preparazione e offerta del Pane eucaristico, più lungamente nei dittici e nella preghiera di intercessione (prima o dopo la Consacrazione), in molte altre preghiere e litanie, o in certe ore dell'Ufficio divino.

È da notare che il colore nero per la liturgia dei d. non è conosciuto dagli Orientali, se non da alcuni cattolici i quali hanno subito, in tempi recenti, l'influsso latino; come anche i funerali non comportano per sé la celebrazione del Sacrificio eucaristico. Parecchi usi (ad es., o livi o pane benedetto presso i Bizantini, conviti funerari, bacio di addio) sono antichi e hanno precedenti negli usi pagani, santificati dal cristianesimo.

BIBL.: J. Goor, Euchologion, Venezia 1730, pp. 423-78; A. Maltzew, Begräbnis-Ritus, Berlino 1888; Hubatzek, La Pannicchie, Lille 1930; P. Matzerath, Die Totenfeiern der byz. Kirche, Paderborn 1930; K. Kirchkoff, In Paradisum, Totenhymnen der byz. Kirche, Münster 1940. Rito armeno: G. de Serpos, Compendio storico... della nazione armena..., III, Venezia 1786, pp. 356-69; F. C. Conybeare, Rituale Armenorum, Oxford 1905, pp. 119-35, 242-93; Breviarium Armenum, Venezia 1908, pp. 202, 267, 294-306. Rito siro: A. Baumstark, Festbrevier und Kirchenjahr der syrischen Jakobiten, Paderborn 1910, pp. 115, 142, 142, 188-90; Libro dei funerali, Sciarfa 1925 (funerali dei laici); Rito maronita: P. Dib, Etude sur la liturgie maronite, Parigi 1919, pp. 165-69. Rito caldeo: G. P. Bagder, The nestorians und their rituals, II, Londra 1852, pp. 282-321. Rito copto:

Article illustration
(ha. Minari)

J. M. Van Sleb, Histoire de l'Eglise d'Alexandrie, Parigi 1677, pp. 234-237; L. Villecourt, Les observances liturgiques..., in Mü-séon, 36 (1923), p. 271; 37 (1934), p. 272; R. M. Woolley, Coptic Offices, Londra 1930, pp. 100-54; M. Cramer, Die Totentkaste bei den Kopten, Vienna 1941, Rito etiopico: I. Guidi, Il Mahaba Genzat, in Miscellanea Ceriani, Milano 1910, pp. 635-39; H. M. Hyatt, The Church of Abyssinia, Londra 1920, pp. 230-33.

III. UFFICIATURA DELLA CHIESA LATINA DEI D. I testi più antichi dell'Ufficio dei d. datano dai secc. XI-XII, e sono stati pubblicati dal Tommasi (Op. omn., ed. Vezzosi, IV, Roma 1747-54, pp. 163-65), da A. Mocquereau (Palégrog, musicale, IX, pp. 535-60); da M. Magistretti (Manuale Ambros., II, Milano 1905, pp. 487-91). La forma del testo corrisponde a quella che indicano già gli autori anteriori, p. es., Amalario e S. Angilberto nel suo Ordo, composto nell'800 nel nuovo monastero di St-Riquier. Ma i Vespri e i Notturni non sono conformi al Breviario benedettino o al modo gal-licano o ambrosiano, bensì a quello romano, cioè con 5 salmi nei Vespri, tre salmi e tre lezioni a ciascun Notturno. Mancano gli elementi aggiunti all'Ufficio canonico posteriormente a s. Gregorio Magno: le precì introduttorie, l'invitatorio, gli inni, il Capitolo, la dossologia finale (né Gloria né Requiem dei Salmi).

Come l'Ufficio del Triduo sacro, così quello dei d. ha conservato il carattere arcaico. Già Amalario nota questa somiglianza, che spiega dall'indole di tri-stezza o di lutto che avrebbero ispirato la composizione di quest'Ufficio al modo di quello del Triduo sacro. In realtà, questa somiglianza indica la sua antichità. L'Ufficio dei d. sembra infatti rimontare al tempo prima di s. Gregorio Magno. Quindi la sua origine romana. Dai testi, quali l'Ordo di s. Angilberto, le prescrizioni del Con-cilio di Aquisgrana (817; cann. 12,50,66,73) e Amalario (De eccl. Off., I. IV, cap. 42; De ord. Antiphon., cap. 65) appare che l'Ufficio dei d. era già in uso nella Gallia prima della riforma di s. Benedetto di Aniane, tanto che Amalario non nota differenze fra i libri gallicani e quelli recentemente venuti da Roma. Dall'Ordo Romanus di Gio-vanni arriccante (ed. Silva-Tarouca, Mem. della Pont. Acc. Rom. di Archeologia, I, Roma 1923, p. 211 sgg.) si conclude che già prima del 680 quest'Ufficio era in uso a Roma.

L'Ufficio dei d. constava prima soltanto del Vespro, con i 3 Notturni e le lodi. In seguito furono introdotte aggiunte e varianti: p. es., fin dal sec. IX a S. Gallo l'invitatorio col salmo 94, che venne in uso generale al sec. XIII (presente cadavere); s. Pio V lo rese obbligatorio. Fin dal sec. X si distingue un Ufficio funebre maggiore con 3 Notturni e 9 lezioni, ed uno minore di un solo Notturno, scelto fra i tre precedenti secondo il giorno. Ed anche le lezioni si mutavano: invece che da Giobbe, si prendevano quelle tratte da Eccle. 7 «Melius, est irre » o dal libro di s. Agostino De cura gerenda pro mortuis (come oggi al 2 nov.). Il testo di Notker (m. nel 912) «Media in vita » si cantava spesso al «Benedictus » invece dell'antifona originale «Ego sum ».

L'Ufficio dei d. si recitava nei giorni 3°, 7°, 30° e nell'anniversario di un d. (per l'Ufficio presente cadavere, gli antichi ordini prescrivono la recita dei salmi secondo l'ordine del salterio). Poco a poco quest'Ufficio restò la sola preghiera ufficiale della Chiesa a suffragio dei d. Si recitava inoltre nelle esequie (indipendente dall'Ufficio canonico del giorno) nel primo giorno libero del mese, in ogni lunedì della settimana o anche tutti i giorni, tranne il tempo pasquale e natalizio, per tutti i d. Nella riforma del Breviario sotto Pio X furono aggiunte la Compieta e le ore minori pel giorno della com-memorazione dei fedeli defunti (2 nov.), e furono cambiate le lezioni, mentre nell'uso comune l'Ufficio resta inalterato.

Bibl.: C. Callevaert, Sacris erudiri, Steenbruggge 1940, pp. 169-77; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 327-30.

IV. COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

Di una commemorazione collettiva dei fedeli defunti si ha testimonianza in s. Agostino, il quale, nel

De cura gerenda pro mortuis, c. IV, parla di preghiere che la Chiesa fa, in una commemorazione generale di tutti i fedeli defunti: «supplications pro spiritibus mortuorum, quas faciandas pro omnibus in christiana et catholica societate defunctis etiam tacitis nominibus sub generali commemoratione suscepit ecclesia». Si trovano preghiere per i morti in genere già in un frammento di analoga antichissima della liturgia di Marco del tempo di s. Atanasio (295-375): «I ssi qui obdomierunt, requiem animarum praesta» (Rev. des scienc. relig., 8 [1928], pp. 489-515), e nell'ecologio di Serapione di Thumuis (dopo 359), orat. IV: «Sanctifica omnes in Domino defunctas». La Chiesa romana aveva nell'orazione dei fedeli (Oratio fidelium), prima dell'Offertorio, una supplica speciale per tutti i fedeli d. Sparta: l'orazione dei fedeli dal rito romano al tempo di Gelasio I (è rimasta nel rito ambrosiano), la preghiera per i morti fu sostituita con il Memento dopo la Consacrazione, ove si prega prima per i d. in modo speciale commemorati, poi per tutti; però fino al sec. XII-XIII soltanto nelle Messe dei morti e nelle Messe feriali, non in quelle della domenica. Di questo Memento il cosiddetto Messale di Bobbio (PL 72, 434) nella sua Missa Romenis cottidiana (sec. VIII) è il primo teste. Ma forse il Memento rimonta già al tempo di Gelasio I (492-96), che col Memento ha sostituito la commemorazione dei d. nell'orazione dei fedeli.

Un giorno speciale per la commemorazione dei d. appare per la prima volta nella «Regula monachorum» attribuita a s. Isidoro di Siviglia (m. nel 636), fissato al lunedì dopo Pentecoste (PL 83, 894), cap. 24 n. 2: «Pro spiritibus defunctorum altera die post Pentecosten sacrificium Domino offeratur». Questa usanza di un giorno speciale commemorativo si trova di regola nella fraternità di preghiere fra conventi; p. es., fra i conventi di Reichenau e di S. Gallo nell'800 (Monumenta Germ., Libri confraternitatum, ed. P. Pieper, Berlino 1884). Era stabilito il giorno 14 nov. «commemorativo omnium semel fiat...». Defunctorum memoria. Isposque die presbyteri ternas Missae et ceteri fratres psalterium decantent». In seguito altri conventi si uniscono in questa fraternità la quale così si estese in Svizzera, Italia, Francia, Germania, Austria. Un altro centro è Fulda, dove è fissato come giorno di preghiere il 17 dic., nel quale si celebrava l'anniversario del primo abate fondatore Sturmiò ed insieme la memoria di tutti i fratelli defunti (PL 105, 400, n. 25). In altri luoghi erano fissati giorni differenti, come notano per il 26 genn. Mabillon (Acta SS. Ord. S. Bened., VIII, p. 584, n. 111) e per il primo giorno dopo l'ottava dell'Epifania, 14 genn., Martène (De anti-quis ecclesiae ritibus, Anversa 1738, I. IV, c. 15 n. 16). Nello stesso tempo si moltiplicano nei documenti i legati più con l'obbligo di preghiere per tutti i fedeli. Da questa usanza delle Messe o preghiere fondate, deriva a Cluny la «fidelis inventio» di scegliere il 2 nov., giorno dopo la festa di Tutti i Santi, per la commemorazione speciale di tutti i fedeli defunti. Già Amalario nel De ordine Antiphoniari aveva avvicinato i due Uffici, dei Santi e dei morti, ma senza stabilire un giorno speciale della commemorazione di tutti i d. A. S. Odilone, il grande abate di Cluny (994-1048), si deve la scelta nel calendario benedettino cluniacense del 2 nov. come giorno di speciali preghiere per i d. di tutto il mondo e di tutti i tempi: «festivo more commemorativo omnium fidelium defunctorum, qui ab initio mundi fuerunt usque in finem» (PL 142, 1037, 38). In forza dello statuto di s. Odilone si facevano larghe elemosine di pane e di vino, come nel giorno della Cena del Signore, a 13 poveri ed agli altri, e si cantavano i Vespri dei d. la sera antecedente, dopo i Vespri dei Santi. Nel giorno stesso si suonavano tutte le campane, come nelle feste, si recitava l'Ufficio dei d. e la Messa si celebrava con grande

solennità. Tutti i sacerdoti dicevano le Messe per i d. Oltre questa usanza del 2 nov. per tutti i d. del mondo, s. Odilone stabilì per un anniversario dei fratelli defunti alcune preghiere. Tra questi confratelli è nominato anche l'imperatore Enrico (m. nel 1024). La data dello statuto di s. Odilone è incerta, ma nella sua cronaca Sigeberto di Gembloux (m. nel 1112) l'ha fissata al 998, narrando sotto questa data gli avvenimenti leggendari che gli avrebbero dato origine (PL 160, 197-98). Tuttavia per determinare il tempo, è meglio attenersi alle «Consuetudines Farfenses», scritte da 'Guidone di Farfa (cod. Vat. 6808), le quali notano questa innovazione per ben due volte: la prima recensione più breve senza il nome di Odilone e senza lo statuto di fraternità (con il nome dell'imperatore Enrico); la seconda più lunga attribuisce lo statuto a s. Odilone e contiene anche le prescrizioni per la fraternità stessa. Mortet e Wilmart datano le «Consuetudines Farfenses» agli anni 1039-1043: l'Hourlier al 1024-33, dal fatto che le insegne imperiali regalate da Enrico a s. Odilone dopo la sua incoronazione vennero portate nelle processioni. Nel 1033 esse furono quasi tutte vendute per l'aiuto ai bisognosi in una grande carestia. Un solo manoscritto della Biblioteca Nazionale di Parigi (lat. 17716), un po' tardo, fissa il decreto di s. Odilone al 1030-31, data che corrisponde a quella indicata dalle «Consuetudines Farfenses».

Con il nome c con la autorità di s. Odilone, questa «fidelis inventio» del 2 nov. fu definitivamente introdotta nel calendario cluniacense e si propagò a tutte le dipendenze di Cluny c, ancora in vita s. Odilone, fino a Farfa. Da Giovanni d'Aranches (m. nel 1079) si sa che fu accettata nella Normandia. Lanfranco, arcivescovo di Canterbury (1070-89), prescrisse nei suoi decreti che i monaci la dovessero osservare tanto nei monasteri quanto nelle cattedrali: «ipsa die sacerdotes omnes celebrent missus pro omnibus fidelibus defunctis» (PL 150, 477). Oltre i Benedettini accettarono la nuova usanza anche i Certosini (Consuetudines Guigonis, c. XI: PL 153, 655). Il clero secolare seguì poco a poco l'esempio dei monaci sia per propria iniziativa che per imposizione dei vescovi. A Milano fu introdotta nel 1120 dall'arcivescovo Udalrico, per il 16 ott., giorno dopo l'anniversario della dedicazione della Cattedrale; s. Carlo Borromeo la mise al 2 nov. Sicardo, vescovo di Cremona (m. nel 1215) nel Mitrale, l. IX, cap. 50 (PL 213, 426), parla di essa come già in uso nel territorio di Cremona. A Roma era certamente nota ed in uso almeno al tempo dell'Ordo Romanus, XIV (1311), ove ai nn. 98 e 101 è indicata come «Anniversarium omnium animarum»; non si predica e non si fa concistoro. Nell'Ordo Romanus XV tuttavia, secondo il card. Schuster (Liber Sacramentorum, IV, Torino 1932, p. 85), si trovano le tracce di una consuetudine liturgica assai più antica, giacché nell'8 luglio è indicato un «Officium defunctorum pro fratribus (i cardinali) et Romanis Pontificibus» (PL 78, 1343), precisamente come nell'Ordo di Farfa del sec. X.
Una nuova fase della commemorazione dei fedeli defunti si inizia verso la fine del pontificato di Pio X. Con decreto del 25 giugno 1914 (AAS, 6 [1914], p. 378) fu concessa l'indulgenza plenaria «Toties quoties» per il 2 nov., concessa già prima alla Chiesa dei Benedettini. Con la bolla Inruentum del 10 ag. 1915, Benedetto XV concesse ad ogni sacerdote il privilegio di dire tre Messe il 2 nov.: la prima secondo l'intenzione particolare del celebrante, la seconda per tutti i fedeli defunti, la terza secondo l'intenzione del Papa, cioè per soddisfare ai più legati di Messe che nel corso dei secoli son divenuti insolubili, andati perduti o rimasti insoddisfatti. Tutti gli altari sono privilegiati.

Questo privilegio era già in uso nella Spagna, da poco prima del 1500. Nel 1540 Paolo III concesse alle chiese e cappelle della diocesi Orihuela di Spagna il privilegio di dire due Messe tanto nella festa di Tutti i Santi quanto nel giorno dopo, cioè 2 nov., per soddisfare al grande numero di Messe richieste dal popolo a suffragi dei d. Parimente Giulio III confermò «viva vocis oraculo» nel 1553 l'antico privilegio vigente nella provincia d'Aragona (comprese Catalogna, Valencia, Navarra e le isole delle Baleari, Sardegna ed Ibiza), e nell'Ordine domenicano di celebrare tre Messe al 2 nov. allo stesso fine. Ed il 25 giugno 1571 Pio V confermò lo stesso privilegio per la provincia dominicana di Spagna (con la Navarra distaccata dalla provincia d'Aragona). Fratento Ladislao IV, re di Polonia (1632-48), ottenne nel giorno della sua incoronazione per il suo regno lo stesso privilegio, ma in seguito rimase dimenticato. Alla richiesta dei re di Spagna e Portogallo, Benedetto XIV estese il privilegio di tre Messe al clero regolare e secolare dei loro regni e colonie (Benedicti XIV Bullarium, II, Venezia 1748, n. 225), Leone XIII nel 1897 lo concesse a tutta l'America latina.

In conseguenza del privilegio delle tre Messe, Benedetto XV ha elevato (28 febb. 1917) il giorno 2 nov. a festa di rito doppio per la Chiesa universale.

Bib.: B. Albers, Conmutudignus monasticus, I. Friburgo in Br. 1000, p. 124 sgg.; V. MORTE, Note sur la date de rédaction des coutumes de Cluny, dites de Farfa, in Millénaire de Cluny, Mâcon 1010, pp. 142-45; C. A. Kneller, Geschichte des über die 3 Messen am Allerseelentage, in Zeitschr. für kath. Theologie, 42 (1918), p. 74 sgg.; A. Wilmart, Le convent et la bibliothèque de Cluny vers le milieu du XI° siècle, in Revue Mabillon, 11 (1921), pp. 123-24; K. J. Merk, Die messtilurgische Totenehrung in der römischen Kirche, Lipsia 1926, pp. 108-36; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 350-52; J. Hourlier, Odiion et la fête des morts, in Revue grégorienne, 28 (1949), pp. 208-12. Pietro Siffrin

V. NEL DIRITTO CANONICO E CIVILE.

Il diritto canonico e civile prendono qui in considerazione non solo il corpo umano, integro o mutilato, privo di anima con un'organizzazione almeno apparente, ma anche le parti separate dal corpo umano, le ossa e le ceneri (S. Congregazione del Concilio, 10 dic. 1927, in AAS, 20 [1928], p. 261; S. Uffizio, 3 ag. 1897, in P. Gasparri, Fontes iuris canonici, IV, Roma 1926, n. 1100).

I. DIRITTO CANONICO

Conformemente alla legge romana (Legge X delle XII Tavole: Hominem mortuum in urbe ne sepelito, neve urito) i cristiani nei primi secoli tumularono i d. fuori delle mura cittadine lungo le vie pubbliche, sul suolo e nel sottosuolo (catacombe). Solo per eccezione dal sec. IV si cominciò a seppellire i d. anche in città, attorno alle chiese; in seguito (secc. VI-XIII) come privilegio sempre più esteso, fino a divenire uso comune, i cadaveri furono tumulati anche nell'altro e poi nell'interno delle chiese, sempre però ad una certa distanza dall'altare e mai sotto di esso (c. 15, CXIII, q. 2; can. 1202 § 2).

I CIMITERO (v.) o tombe benedette con un particolare rito (can. 1205-1206); solo la salma di persone costituite in specie dignità ecclesiastica o di famiglia regale può essere tumulata in chiesa (can. 1205 § 2). La tumulazione non deve farsi che dopo un tempo sufficiente a togliere ogni dubbio circa la morte (can. 1213), e la salma tumulata non può essere riesumata senza licenza dell'Ordinario (can. 1214). Il cadavere viene trasportato in chiesa per il rito del funerale dal sacerdote e poi alla sepoltura (can. 1224 sgg.). Qualunque sia la dignità del d. è vietato ai chierici di portare a spalla o a mano il cadavere di un laico (can. 1233 § 4). Mentre verso tutti i d. deve praticarsi la pietà, solo ai cadaveri di coloro che dalla Chiesa sono stati innalzati agli onori degli altari è lecito e doveroso rendere culto e venerazione liturgica (v. RELIOUIE).

La Chiesa verso tutti i cadaveri professa rispetto, esclude però dagli onori della sepoltura ecclesiastica il cadavere di coloro che non fanno parte di essa o, pur

facendone parte, se ne sono resi indegni (v. SEPOLTURA ECCLESIASTICA).

A garantire il rispetto dovuto al cadavere ed al luogo ove esso viene deposto, il CIC considera delitto e punisce severamente la loro violazione fatta per furto o per qualsiasi cattivo fine (can. 2328).

BIBL.: S. Many, De locis sacris, Parigi 1904; G. Rossi, La sepultura ecclesiastica e il ius funerum, Bergamo 1920; F. R. Najera, Derecho funeral, Madrid 1930; A. Bernard, La sepulture en droit ecclesiastique du Décret de Gratien au Concile de Trente, Parigi 1933.

II. DIRITTO CIVILE ITALIANO

La legislazione italiana, come quella di quasi tutti i paesi, cremazione (v.), questa però soltanto se il d. abbia espresso in testamento la volontà di esser cremato, e sia escluso il sospetto di morte dovuta a reato (art. 59 del R. D. 21 dic. 1942 n. 1880). La sepoltura, di regola, cimitero (v.), o in cappelle private o gentilizie non aperte al pubblico, poste a non meno di 200 metri dai centri abitati; però il Ministero per l'interno può autorizzare la tumulazione di cadaveri in località diverse, quando concorrano motivi di speciali onoranze. La cremazione è fatta in cremato autorizzati dal prefetto; e le urne cinerarie contenenti i residui della completa cremazione possono essere collocate nei cimiteri, o in cappelle o templi appartenenti a enti morali, o in colombari privati che abbiano destinazione stabile e siano garantiti contro ogni profanazione (artt. 337-43 del Testo Unico 27 luglio 1934, n. 1265).

Nessun cadavere può esser chiuso in cassa, né essere sottoposto ad autopsia, ad imballamazione, a trattamenti conservativi, congelazione o conservazione in frigorifero, né inumato, tumulato o cremato, prima che siano trascorse 24 ore dal momento del decesso, salvo i casi di decapitazione, maciullamento, ed altri con note tantologiche assolutamente sicure, accertate dal medico necroscopo; nei casi di morte improvvisa o se si dubiti di morte apparente, l'osservazione deve esser protratta fino a 48 ore, salvo che il medico necroscopo non accerti prima sicuri segni di iniziale putrefazione del cadavere; in caso di morte dovuta a malattia infettiva-diffusiva, o se il cadavere presenti segni di iniziale putrefazione, o quando altre ragioni speciali lo richiedano, il sindaco, su proposta dell'ufficio sanitario, può ridurre il periodo di osservazione a meno di 24 ore (artt. 7-8 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880).

Non si può dar sepoltura se non con l'autorizzazione dell'ufficiale dello stato civile, il quale non può accordarsi se non trascorso il prescritto periodo di osservazione e previo accertamento della morte fatto dal medico necroscopo non prima di 15 ore dal decesso (artt. 141 del R. D. 9 luglio 1939, n. 1238, e art. 4-6 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880). I cadaveri delle persone decedute negli ospedali, o di quelle che, decedute altrove senza assistenza sanitaria, sono trasportate ad un ospedale o un deposito di osservazione o un obitorio, sono, salvo talune eccezioni, sottoposti al riscontro diagnostico, che ha finalità prevalentemente scientifiche (art. 32 del Testo Unico 31 aug. 1933, n. 1592; art. 85 del R. D. 30 sett. 1938, n. 631; art. 34-36 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880). I cadaveri poi il cui trasporto non sia fatto a spese dei congiunti compresi nel gruppo famigliare fino al sesto grado, o da confermare o sodalizi che possano aver assunto impegno per trasporti funebri degli associati, e i cadaveri provenienti da accertamenti medico-legali (esclusi i suicidi), che non siano richiesti da congiunti compresi nel detto gruppo famigliare, sono riservati all'insegnamento e alle indagini scientifiche; essi perciò, trascorso il prescritto periodo di osservazione, vengono consegnati alle sanitarie universitarie, per esser poi, dopo eseguite le indagini e gli studi, ricomposti per quanto è possibile e trasportati al cimitero per la sepoltura (artt. 37-39 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880).

Altre norme regolano: a) i requisiti delle casse mortuarie e dei carri funebri (artt. 15-16, 27-29, 32-33, 53-54 e 56 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880); b) le autopsie (art. 16 del R. D. 28 maggio 1931 n. 602, e art. 40 e 66 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880); c) l'imballamazione e i trattamenti per la conservazione temporanea del cadavere (art. 41 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880); d) l'esumazione e l'estumulazione (art. 16 del R. D. 28 maggio 1931 n. 602 e art. 61-67 del R. D. 21 dic. 1942, n. 1880).

Il Codice penale poi (artt. 410-12) tutela l'interesse pubblico di garantire il rispetto del sentimento relativo alla pietà verso i d., comminando gravi pene contro chi: a) commette atti di vilipendio sopra un cadavere o sulle sue ceneri (reclusione da 1 a 3 anni; e da 3 a 6 anni, in caso di deturpazione, mutilazione, atti di brutalità o di oscenità); b) distrugge, sopprime o sottrae un cadavere o una parte di esso, o ne sottrae o disperde le ceneri (reclusione da 2 a 7 anni); c) occulta (cioè nasconde temporaneamente) un cadavere o una parte di esso o le ceneri (reclusione da 15 giorni a 3 anni); d) dissezione o altrimenti adopera un cadavere o una parte di esso, a scopi scientifici o didattici, in casi non consentiti dalla legge (reclusione da 15 giorni a 6 mesi o multa da lire 400 a 40.000).

BIBL.: V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, VI, Torino 1935, pp. 84-126.

VI. NELLA MEDICINA.

Sotto l'aspetto dell'igiene, l'allontanamento del cadavere dalla comunità sociale viene eseguito in tutti i gruppi umani, sotto le varie forme di inumazione, incenerazione, esposizione del cadavere.

Dal punto di vista affettivo, la sistemazione più ovvia che possa darsi al cadavere è senza dubbio quella della conservazione, la forma più semplice della quale fu quella d'affidarlo al seno della terra, quasi dimenticando che questa, obbedendo alle leggi della natura, riprende inesorabilmente quella materia che già prestò alla vita.

Non sono rari, però, i casi particolari in cui la terra deroga da tale legge, conservando intatta, per un tempo più o meno lungo, la salma affidatale.

Il cadavere in tali condizioni va incontro a un processo di saponificazione (adipocera) o di mummificazione spontanea provocato da processi naturali in virtù di particolari condizioni ambientali e climatiche. Così, ad es., nello stretto di Magellano, tra la Patagonia e la Terra del Fuoco, come nei deserti africani, il grado di siccità è tale che i cadaveri, anche abbandonati alla superfice del suolo, rapidamente mummificano conservandosi indecomposti per anni. A Ferentillo (Spoleto), nella parrocchia del Precetto, in un cimitero di ca. 200 anni sistemato in una costruzione dei secc. XI e XII, i d. ivi depositi, dopo ca. un anno, appaiono mummificati così da conservare ben riconoscibili i lineamenti, con un peso del corpo ridotto di ca. sei settimi e quindi leggerissimo; ciò avviene per un processo naturale di sottrazione rapida di liquidi del cadavere (disidratazione), in virtù delle particolari qualità igroscopiche del terreno ricco di calcio e argilla e della forte ventilazione. Tuttavia, a parte però tali e altri casi di conservazione spontanea, sin dai tempi più antichi gli uomini tentarono metodi che garantissero meglio la conservazione del cadavere, particolarmente per quei casi in cui il d. fosse stato persona di alto rango.

Esaminando i vari metodi di conservazione, la mummificazione si presenta come il processo più antico, diffusissimo presso gli Egiziani che ne furono gli ideatori. Essa si basa principalmente sull'esicamento dei tessuti, essiccamento che costituisce uno dei mezzi più validi di conservazione dei

tessuti organici. Il processo di mummificazione degli Egiziani, pur variando in rapporto alla spesa che potesse esser sostenuta dai parenti del d., consistava essenzialmente nello svuotamento delle cavità viscerali (cranio, torace, addome), con mezzi meccanici o chimici (soluzioni caustiche), nell'accuato lavaggio di queste con antisettici, nel loro riempimento con sostanze balsamiche e resinose (mirra, cassia, bitume, asfalto), nell'accuato disseccamento ottenuto tenendo il corpo per molti giorni (Erodoto parla di settanta giorni) tutto immerso in una polvere disidratante composta di carbonato di sodio, solfato di sodio, cloruro di sodio. Le salme dei ricchi e delle persone d'alto rango, dopo un ulteriore lavaggio, venivano strettamente avvolte con strisce di tela incollate e verniciate con gomma e altre resine.

L'arte dell'imbalzazione fiori in Italia e in particolare a Roma fin dal sec. xvi, giungendo alla più alta perfezione. Successivamente i metodi tentati s'andarono orientando sempre più verso il concetto dell'imbibizione completa della salma con sostanze balsamiche e antisettiche incorporate in mezzi più o meno inerti introdotti forzatamente nello apparato circolatorio in sostituzione dei liquidi circolanti.

Mentre i metodi basati sulle iniezioni vasali vorrebbero conservare al corpo una flessibilità simile a quella del vivente, un'altra serie vogliono raggiungere la conservazione della salma disseccandola, indurendola, quasi pietrificandola.

Il più famoso tra i metodi di pietrificazione è quello che si collega al nome di Girolamo Segato (1792-1836) di Vedana (Belluno).

Sembra che il Segato, che morendo portò con sé il segreto della sua scoperta, avesse raggiunto lo scopo della conservazione perpetua dei corpi organici. Ma in realtà oggi al Museo di storia delle scienze di Firenze si possono vedere i suoi lavori, al pari del famoso tavolo a musaico, tarlati e di aspetto coriaceo.

Non pochi altri tentarono la pietrificazione dei cadaveri, cercando di sostituire la materia organica con l'inorganica; così, il fiorentino Andrea Cozzi nel 1837, il pisano D. Mori e il romano D. Comi nel 1839; il dottor Paolo Gorini di Lodi nel 1849, i cui preparati possono tuttora osservarsi nel Museo dell'Ospedale della sua città. Efisio Marini di Cagliari, morto a Napoli nel 1900, sembrò aver conquistato il segreto della pietrificazione dei corpi, ma il segreto non fu rivelato e tuttora è custodito dalla figlia vivente. Tra i più recenti, nel nostro secolo, vanno ricordati i nomi di Antonio Lotteri, di C. Gregory, G. Chiarella, A. Maggia, N. Pianotti, O. Nuzzi e infine quello del prof. Francesco Spirito, attuale direttore della clinica ostetrico-ginecologica e Rettore dell'Università di Siena, il cui metodo di conservazione dei corpi garantisce, oltre la completa pietrificazione, anche una persistenza perfetta della forma e soddisfacente del colore. Un metodo segreto d'imbalzazione delle salme è quello posto in opera dai russi Zbarsky e Vorobiev per conservare la salma di Lenin, metodo che richiede però periodiche ispezioni, continue e riparazioni del cadavere (G. P. Arcieri, op. cit.).

Battendo una strada differente, il Variot riuscì a metallizzare i cadaveri con la galvanoplastica, infiltrandoli con oro e rame; il processo però non penetra in grande profondità e non riesce quindi a impedire per molto tempo la decomposizione.

BIBL.: A. Santorelli, Post praxis medica seu de medicando defuncto, Napoli 1620; G. Maggiorani-A. Moriggià, Sulla munificazione dei cadaveri, Roma 1872; G. Pini, Sulla conservazione dei cadaveri, Genova 1874; G. Albini, Sulla conservazione dei cadaveri mediante il disseccamento artificiale, Napoli 1881; A. Montaldi, Ricerche sperimentali intorno ad alcuni fenomeni che avvengono tra il cadavere ed il suo ambiente, Palermo 1895; G. Bafalon, Studi intorno al terreno del Cimitero del Precetto in Ferentillo, Perugia 1895; A. Lotteri, Un nuovo metodo di imbalzazione, Milano 1902; E. Omboni, Sulla sterilizzazione conservativa temporanea e permanente delle salme, via 1904; G. Chiarella, Il processo di mummificazione integrale delle salme, Roma 1907; C. Gregory, Relation sur des procédés spéciaux pour la conservation à sec des végétaux et des animaux dans leurs formes, couleur et flexibilité, ivi 1909; A. Corsini, Alcuni documenti inediti su G. Segato e la pietrificazione degli animali, Firenze 1913; P. G. Payen, Déontologie médicale d'après le droit naturel, Zia-ka-wei (Chang-hai) 1922, p. 474 seq.; L. Casaladi, Vecchi tentativi di scoprire il segreto di G. Segato, Siena 1926; G. P. Arcieri, Sulla preservazione del corpo umano, Estratto dal "Colombus" del nov. 1935, n. 3; F. Blanco Najera, Derecho funeral, Madrid 1939, p. 19 seq.; V. Marcozzi, La vita e l'uomo, Milano 1946; A. Pazzini, Storia della medicina, II, ivi 1947, come ottimo studio sintetico storico e morale ricco di bibliografia, Giuseppe de Ninno.