CREMAZIONE. - La voce c. (dal lat. crematio = abbruciamento) è stata riservata dall'uso all'atto dell'abbruciamento del cadavere umano. Il quale atto, com'è praticato oggi nei nostri paesi, è una combustione del cadavere pronta, completa e secondo la tecnica scientifica, mentre presso i popoli meno civili è un incinerimento più o meno completo con speciale cerimoniale religioso, com'era presso gli antichi.
Secondo una simbologia, piuttosto convenzionale, l'incinerimento sembra voler significare che i corpi sono per sempre risoluti e dispersi, mentre il rito contrario dell'inumazione accompagna l'idea della morte equiparata a sonno,
ed esprime con più aderenza la fede cristiana nella finale risurrezione. Ciò come espressione simbolica, non come realtà.
In via assoluta infatti la c. non è contraria a nessuna verità naturale o rivelata; molto meno è tale da costituire un ostacolo all'onnipotenza di Dio per la resurrezione dei corpi. E neppure può dirsi che leda in qualche modo i diritti della persona umana. Il cadavere non è più persona e quindi non è più per sé ed in sé essenzialmente inviolabile.
Di fatto però la c. è ripugnante alla disciplina della Chiesa fin dai suoi primi inizi, contraria agli squisiti sensi di pietà cristiana verso i defunti; mentre il rito contrario, l'inumazione, per unanime, ininterrotto, tradizionale insegnamento, è assurto ad una aderente significazione dell'immortalità dell'anima, della fede nella risurrezione della carne; ad un richiamo palese di avvenimenti ed insegnamenti biblici, già operanti nella tradizione giudaica, come dell'idea del corpo-seme (I Cor. 15, 36-44), della terra-madre (Gen. 3, 19; Iob. 1, 21; Eccl. 40, 1), della morte-riposo e sonno (Dan. 12, 2; Io. 11, 11-39).
Un pagano del II sec. diceva dei cristiani « eseccantur rogos, et damnant ignium sepulturas » (Minucio Felice, Octavius, cap. 11: Pl. 3, 267). E ne faceva noto anche il motivo: la fede nella risurrezione della carne. Non si tratta dunque di una semplice consuetudine, contraria ai roghi, ma di una esecrazione, di una condanna fatta per principio religioso e così aperta da essere nota anche ai pagani. I quali, appunto per fare insulto alle convinzioni cristiane, non raramente si accanivano contro le martoriate spoglie dei martiri, incinerendole (Eusebio, Hist. eccl., V, capp. 1 e 2, PG 20, 433).
I cristiani si ritenevano gravemente ingiuriati per lo
