CRIPTA

CRIPTA. - I Romani chiamarono crypta (dal greco κρύπτω «nascondo»), l'ambulacro coperto e sotterraneo; i cristiani l'impiegarono per indicare una o più gallerie d'un cimitero sotterraneo. Un'epigrafe graffita sulla calce d'un loculo nel secondo piano del cimitero di Priscilla dice: undecima crypta secundia pila Glegori (O. Marucchi, Di alcune iscrizioni recentemente scoperte nel cimitero di Priscilla, in Nuovo Bull. d'arch. crist., 10 [1904], p. 207); s. Girolamo scrive solebam diebus dominicis... crebrogue cryptas ingredi (In Ezechiellem, 12, 40: PL 25, 48). Le iscrizioni parlano di crypta noba (G. B. De Rossi, Roma sott., III, Roma 1877, pp. 424, 547; n. 2; M. A. Boldetti, Osservazioni, Roma 1720, p. 53).

Il sepolcro di S. Lorenzo è situato in crypta, cioè in un sotterraneo dove vennero poi depositi i papi Zosimo (418), Sisto III (440) e Ilaro (468).

Oggi con la voce c. si suole indicare quell'ambiente che è per lo più ricavato sotto la zona presbiteriale della chiesa. La c. può avere conformazione e ampiezza varia: può considerarsi una c. anche la cella interna sottoposta agli altari ad corpus, per indicare la quale sono però preferibili le voci martyrium o confessio il luogo cioè dove è deposta la spoglia del confessore della fede. Il sacello era in comunicazione con l'aula della chiesa attraverso la fenestella confessionis. Tali ambienti avranno proporzioni sempre maggiori ed a sostegno della copertura vi saranno una o più file di colonne collegate da volte a crocera. Così dalla celletta sottoposta all'altare si passa ad ambienti estesi all'intera zona presbiteriale che spesso invadono anche gran parte dell'aula fino ad assumere la grandiosità di vcere e proprie chiese sotterranee.

Per quanto si riferisce alla confessio degli altari la sua derivazione funzionale e formale deve ricercarsi negli heroon del mondo ellenico o dell'Asia Minore che avevano infatti la loro ἐσχάρα, cioè altare con il relativo βάθρος, bilicum, cataracta o pozzetto per le offerte. Questa analogia si ritrova nella favissa del tempio romano, in quell'ambiente cioè sottostante alla cella e che serviva probabilmente per la custodia degli oggetti votivi e che poteva essere o a pozzetto e perciò molto simile agli heroon - esempio tipico quello di Locri Epizefria (Reggio Calabria) che si ritiene del sec. V. a. C. - o composto di più ambienti e costituente un organismo complesso come in alcuni templi romani.

Il tipo più antico di c. è quello detto seminulare, costituito da un corridoio che si svolge all'interno lungo la curva absidale, intersecato sull'asse del sistema da un altro corridoio volto verso l'aula della chiesa. In fondo a questo è la cella delle reliquie che spesso ha due fenestellae confessionis: una al fondo del corridoio

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(per cortesia del prof. R. M. Apolloni (Ibrill)
Cripta - Pianta della c. semianulare di S. Pancrazio (sec. viI).

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(da a L'insigne Collegiola d'Aosta s. Ierea (125, p. 52)
Cripta - Pianta della c. di S. Orso a tre absidi, 5 navate e volte a crociera (sec. xv-x).

centrale della c., l'altra prospicente sull'aula della chiesa. Al corridoio seminulare si accede da due scalette poste ai suoi estremi negli angoli formati dal muro del transepto e dai muri laterali del presbiterio sopraelevato, muri questi inseriti proprio allo spiccato della curva absidale.

Queste c. sono normalmente seminterrate rispetto all'aula e hanno la copertura costituita da lastre che servono, al tempo stesso da pavimentazione al presbiterio sopraelevato. È appunto un complesso di ambienti similare a questo, ma squadrati, la favissa ottimamente conservata, del Capitolium di Leptis Magna di età severa.

L'esempio più antico di queste c. è quello della basilica di S. Pietro a Roma che risale almeno al tempo di Gregorio Magno ma che potrebbe essere anche più antica. Il prototipo è il solo di tutti i monumenti similari che spieghi la forma dell'organismo mediante il quale si volle evidentemente avvicinarsi, anche dal lato interno, quanto più possibile, al monumento dell'Apostolo. Nei monumenti derivati una sistemazione così complessa dei luoghi non è giustificata in quanto le tombe non preesistevano, come a S. Pietro, alla c., ma vi furono invece collocate all'atto della sua costruzione.

La c. di S. Pietro era già nota da un disegno di Baldassarre Peruzzi, trascritto dal De Rossi e dal Rohault de Fleury: essa è stata riportata alla luce nel corso degli scavi recentemente condotti nel sottosuolo della basilica. Da questo monumento derivano i molti similari di Roma ed altri del nord-est d'Italia ed anche fuori dei nostri confini come quelle del S. Severino di Colonia, S. Ermanno di Regensburg, della Stiftskirche di Werden, della Luciuskirche di Coira, del Frauenmünster di Zürigo, di St Luzi di Coira, di St-Maurice nel Vallese in Svizzera. Anche seminulare sarebbe stata la c. dell'antica chiesa di Canterbury nota solo attraverso documenti e che sarebbe stata «quandam partem ad imitationem Ecclesiae beati Apostolorum principis Petri».

La cronologia delle c. risulta dallo specchio seguente: S. Pietro: metà del sec. V. VI; S. Pancrazio: Onorio I (625-38); S. Valentino (questo monumento si diversifica al-quanto dagli altri): Onorio I; S. Crisogono: Gregorio III (731-41); S. Marco: Adriano I (772-95); S. Prassede: Pasquale I (817-24); S. Cecilia: Pasquale I; S. Maria di Vescovio (Sabina): sec. IX; basilica dell'Assunta a Torcello: sec. IX; S. Niccolò de' Calcarari o a' Cesarini: sec. IX;

S. Apollinare Nuovo (Ravenna) : sec. IX;
S. Quattro Coronati : Leone IV (847-55);
S. Stefano degli Abissini : Leone IV;
S. Apollinare in Classe (Ravenna 1173);
S. Saba : sec. XIII.

Le c. ad oratorio sono generalmente più tarde, se si
eccettuai la sepoltura nell'Agro Verano di S. Lorenzo,
di cui non si può però determinare la forma primitiva
e quella di S. Sebastiano in catacumbas : la prima di età
costantiniana, la seconda certo non posteriore ad Inno-
cenzio I (401-17). Segue la c. di S. Maria in Cosmedin,
vera basilichetta ipogea a tre navate che il Giovenale
ritiene della fine del sec. VIII (Adriano I). Simile a queste
era forse quella di S. Angelo in Pescheria, purtroppo mal
conservata, attribuita anche ad Adriano I e a Brescia
quella anche coeva, almeno nella parte compresa nella
curva absidale, del S. Salvatore. Dello stesso tipo, ma
alquanto più tarda (sec. IX) è la c. della chiesa d'Aglante
in Brianza e quella della collegiata di S. Orso a Aosta.
Anche vetuste, ma di tipo diverso, le c. del S. Zaccaria
e della basilica di S. Marco a Venezia (quest'ultima, forse
del sec. IX, si estende sotto l'aula e raggiunge anche le ab-
sidi laterali), quella del S. Vincenzo in Prato a Milano
a tre navate e quella di S. Michele a Capua.

Ma da questi esempi estesi alla sola zona presbiteri-
rale, l'organismo della c. si sviluppa enormemente. Una
selva di colonne viene a sorreggere il pavimento del pre-
sbiterio come a Gurk in Austri (del 1174 con 100 colon-
ne) e presto anche del transetto. Così nel S. Stefano di
Verona dal presbiterio rialzatissimo, nel S. Zeno anche a
Verona, nel S. Francesco di Ravenna dei secc. IX-X, così si
Pavia e in S. Miniato a Firenze del sec. XI, nel S. Pietro
a Tuscania, nella cattedrale di Civita Castellana, nel du-
mo di Sutri dalla c. a tre navate riferibile forse agli inizi
del sec. XIII, nel S. Francesco a Perugia del sec. XIII, ad An-
cona nella « c. delle lacrime » del duomo. Nelle Marche si
trova una c. notevole a tre navate a Offida nella chiesa di
S. Maria della Rocca e molte se ne trovano nelle Puglie
come nel S. Nicola di Bari del sec. XII, nella cattedrale di
Bitonto pure del sec. XII, nel duomo di Trani dei secc. XII,
XIII, la cui c. è attribuita all'alto medioevo, ed è degna di
memoria per essere completamente scavata nella roccia an-
ziché costruita. Sono ancora da ricordare la c. bizantinag-
giante detta la grotta della Candelora a Massafra e la pic-
cola c. di S. Stefano a Vasta, oltre la c. della cattedrale di
Otranto del sec. XI. Ma più che altrove l'organismo della c.
si sviluppa nell'Emilia, dove nel duomo di Piacenza si
contano ben cento colonne a sostegno delle volte. Questa
successione di navate – nella c. del duomo di Parma
(sec. XII) se ne hanno undici – scandite da colonne e
coperte da volte a crociera, richiama alla mente l'interno
delle moschee con la differenza che in queste ultime la
copertura è costituita da semplici volte a botte.

Come già le c. semianulari avevano introdotto nelle
chiese nuovi elementi scenografici, quali scale e recen-
zioni derivanti dal dislivello, così nei monumenti più
evoluti, a partire anche dal sec. IX, l'interno della chiesa
si arricchisce di scale ben più grandiose di quelle (duomo
di Parma) e di un elemento affatto nuovo cioè dei pon-
tili : di una serie di archeggiature cioè che pongono in
comunicazione l'aula della chiesa con la c., che sosten-
gono il pavimento sopraelevato del transetto e del pre-
sbiterio come nell'esemplare grandioso e caratteristico
del duomo di Modena del sec. XII (Lanfranco) o l'altra
già ricordata, del S. Zeno di Verona o in Toscana Nel
duomo di Fiesole o nella badia di S. Godenzo.

Nel sec. XIII l'uso della c. va scomparendo. Nei
secoli successivi ci si limiterà a trasformare le c. prese-
sistenti, che soprattutto nel '600 muteranno l'originale
carattere di austerità con rivestimenti di marmi poli-
cromi e stucchi. Raro e sontuoso esempio di c. costruita
ex novo nel '600 è quella dei SS. Luca e Martina (Roma),
eretta da Pietro da Cortona quando fu ritrovato il corpo
della Santa (1634) e dello stesso la c. di S. Martino ai
Monti, anche a Roma.

Con il nome di «c. eremitiche» si indicano le grotte na-
turali o adattate, che furono dimora di monaci basiliani nel-
l'Italia meridionale dal sec. XI al XIII, e che non presentano

alcun carattere architettonico, ma sono spesso decorate di
interessanti affreschi bizantini. - Vedi tavv. LIII-LIV.

Bibl.: Fr. Wieland, Mensa und Confessio, Monaco 1906; H. Leclercq, Confessio, in DACL, III, 11, coll. 2503-2508; A. Grabar, Martyrium, I. Parigi 1946, passim.

Bruno Maria Apolloni Ghent