RELIGIONE (NELLA TEOLOGIA MORALE). -
I. DEFINIZIONE
Dal lat. religio il cui significato varia secondo che si fa derivare da relegere («considerare, trattare con diligenza»), giusta l'interpretazione morfologicamente più corretta di Cicerone: «qui omnia quae ad cultum deorum pertinerent diligenter retractant et quasi relegent, sunt dicti religiosi ex relegendo, ut ex eligendo elegentes, tanquam ex diligendo diligentes» (De natura deorum, II, 28); oppure secondo quella di Lattanzio da religare, «legare, vincolare»: «hoc vinculo pictatis obstrivit Deo et religiari sumus, unde ipsa Religio nomen accepit, non ut Cicero interpretatus est, a relegendo» (Div. Inst., IV, 28) seguito da s. Agostino (Retract., I, 13) che tuttavia inclina anche verso quella di Cicerone (De civ. Dei, X, 3). È da notare che prima che Cicerone ne consacrasse il significato di culto reso alla divinità, la parola in origine significava piuttosto «timore», «scrupolo superstizioso» provocato dalla presenza o dal contatto di ciò che, come sacro e misterioso, è interdetto ai profani: «dies religiosi», «loca religiosa», «fingere sibi religionem» (Cesare, De bello Gall., VI, 36), «animos multiplex religio invasit» (Livio, IV, 30). È stato giustamente osservato cheforse per questo suo primitivo e deteriore significato la Religio non fu mai deificata nel culto ufficiale dei Romani, come invece la Pietas. Il cristianesimo ha adottato ed esaltato il significato di vincolo che unisce l'uomo alla divinità.
Il vocabolo r. nella sua accezione più ampia, applicabile a ogni tipo di r., primitiva o superiore, naturale o rivelata, denota un legame di dipendenza che riannoda l'uomo a una o più Potenze superiori dalle quali egli sente e sa di dipendere ed alle quali tributa atti di culto sia individuali sia collettivi.
Elementi essenziali. - In questa definizione sono compresi tutti gli elementi essenziali che costituiscono la r., cioè 1) la credenza (elemento intellettuale) nelle Potenze superiori che secondo i vari tipi e gradi di r. possono essere una o più, personali o impersonali; 2) il vincolo di dipendenza, di qualsiasi genere e da qualsiasi elemento provocato, che collega l'uomo ad esse; 3) il modo pratico con il quale detto vincolo si manifesta e che costituisce quell'insieme di riti e di cerimonie mediante i quali la r. si concreta negli aggruppamenti umani ed esprime i loro sentimenti e i loro bisogni.
Il vincolo di dipendenza era stato già segnalato come specifico della r. dal teologo protestante F. Schleiermacher (v.) nell'intento di reagire nel medesimo tempo al soggettivismo di Fichte e al razionalismo illuministico del sec. XVIII. Tale vincolo, che non è di schiavo verso il suo padrone, è suggerito dallo sperimentato riconoscimento del proprio nulla che la creatura umana prova di fronte a qualche cosa che è fuori di lei e che la trascende: Kreutzerfehl! lo ha chiamato R. Otto (v.), con epieto accettato anche da eminenti teologi cattolici; il sentimento religioso può ben essere chiamato il sentimento della creatura, cioè il sentimento del nulla dal quale Dio ci ha tratti e nel quale siamo sempre in atto di cadere; dal quale però continuamente ci salva l'onnipotenza divina (Graneris).
Già s. Tommaso d'Aquino aveva, con mirabile intuito, riconosciuto nel senso della nostra fondamentale deficienza la radice metafisica della r., che la teologia moderna, arricchita dall'apporto delle ricerche psicologiche e dalle constatazioni dell'etimologia, ha confermato: la ragione umana detta all'uomo di sottoporsi a qualche Essere superiore a causa delle deficienze che sperimenta in se stesso («proprio defecus quos in seipso sentit»), nei riguardi delle quali sente il bisogno di essere aiutato e diretto da qualche Essere superiore; e, chiunque esso sia, è l'Essere che presso tutti è chiamato Dio» (Sum. Theol., 2a-2a, 85, 1).
Nel riconoscimento dei due elementi risultanti dalla definizione, che si riscontrano in ogni r., cioè quello oggettivo, ossia il complesso delle relazioni tra Dio e gli uomini, è quello soggettivo, cioè la disposizione della mente a rendere a Dio il culto a lui dovuto, concordando tutti gli studiosi del fenomeno religioso: i teologi cattolici antichi e moderni; cf. Ad. Tanqueray (Synopsis Theol. Dogm. Fund., I, De vera religione, 12a ed., Roma 1908, p. 26); E.-H. Pinard de la Boullaye (L'étude comparée des religions, 3a ed., II, Parigi 1925, p. 5); J. G. Frazer, etnologo protestante (The Golden Bough, I, Londra 1913, p. 222); A. Loisy, ierografo razionalista (La religion, Parigi 1917, p. 49).
II. CLASSIFICAZIONE
Le r. si possono classificare da diversi punti di vista:a) teologico, proprio di quelle che derivano da un fondatore o riformatore, che ha dato loro un Libro sacro che è la fonte del loro insegnamento dogmatico e della loro norma etica. Il Corano (22, 9) le chiama «religioni del Libro». Tali sono le r. bibliche (v. BIBBIA), giudaismo e cristianesimo, che debbono il Rivelazione (v.) di Dio iniziatasi nel Vecchio Testamento e compiutasi nel Nuovo; l'islamismo il cui libro sacro, il Corano, da Maometto dato come rivelazione di Dio, è consi
derato dai musulmani come la scaturigine della loro teologia, filosofia, diritto ed etica; lo zoroastrismo il cui libro sacro, l'Avesta, è stato dato da Zarathustra come rivelazione del Signore Sapiente, Ahura Mazda. Si noti tuttavia che non tutte le scritture sacre in possesso dei vari popoli hanno un carattere rivelato: né il Kojiki, Nihongi, Engishiki, dello shintoismo (v. SHINTO) giapponese; Cina (v.) confuciana; né il Tao-te-King di Laotse (v. TAOISMO); jainismo (v.); né il Tripitaka del buddhismo; pur servendo tutte di norma per la vita religiosa dei popoli che li venerano.
b) filosofico, che valuta le r. a seconda del loro contenuto intellettuale e morale; nota è la divisione di Hegel in r. naturali dell'individuabilità spirituale e della libera soggettività (giudaismo, Grecia, Roma) e r. della finalità assoluta (cristianesimo). La moderna corrente fenomenologica che fa capo a L. van der Leeuw preferisce studiare i vari fenomeni religiosi in se stessi, considerati come tipi ideali, senza preoccupazioni di tempo o di nesso causale o di valutazione intellettuale. E qui le categorie si moltiplicano essendo assai rari i punti di vista da considerare come tipici: oggetto e soggetto della r.; la loro azione reciproca, sia esterna che interna; le figure storiche in cui la r. si concreta: r. del monismo e del dualismo, della lotta e della quiete, dell'opera e della Grazia, ecc. (van der Leeuw); oppure i vari tipi razionali: nordico, armenide (= mediterraneo), mongolico (Mensching). Il criterio tipologico va adoperato con cautela, tanto quello del van der Leeuw, che prescinde troppo dalla storia nella quale i vari tipi acquisiti sono vita e colore, quanto quello del Menschung perché il tipo puro ed esclusivo come non si trova nelle r. così non si trova nemmeno nelle razze.
c) storico in senso largo, cioè corrispondente allo sviluppo storico-sociale dei gruppi umani che presentata tre fasi: tribale, caratterizzato da manifestazioni animistiche; nazionale, caratterizzato dal politismo delle grandi r. dell'antichità: Egitto, Babylonia, Grecia, Roma; supernazionale o universale, caratterizzato dal monoteismo: giudaismo, cristianesimo, islamismo.
Le due prime fasi appartengono alle r. cosiddette naturali, che sono un complesso di pratiche più che di dottrine, che non hanno una formula di fede determinata, non si richiamano alla persona di un fondatore o se un nome vien fatto è quello di un codificatore di riti, ad es., Numa, non di un rivelatore di un sistema religioso. Le r. del terzo tipo nascono in seno a r. preesistenti. Esse sono davvero dovute all'opera di un fondatore divino (Gesù) o di un riformatore vissuto nella piena luce della storia (Buddha, Maometto) e allora si presentano come una reazione contro la r. imperante e vantano un'etica superiore in funzione di un concetto universale. Il codice della divinità, un rituale secerato da elementi animistici, un'escatologia che garantisce al fedele il frutto delle buone azioni compiute in vita. Oppure queste r. per meglio esprimere la tendenza da cui risultano e per meglio accreditare il loro contenuto si riannodano a un fondatore mitico di natura divina (Dioniso, Osiride, Mithra, ecc.) nella cui milizia si entra mediante un'iniziativa speciale tenuta segreta ai profani; nella cui vita (che contiene vicende di sofferenze, morte e risurrezione, dovute in genere all'originale significato agrario di queste divinità) si compendia tutta la fede e la morale dell'adepto; nella cui celebrazione sacrificale, di valore insieme efficace e commemorativo, è riposta la chiave della salvezza e quindi la fede certa in una beata immortalità (v. MISTERIO).
III. CULTO E TEOLOGIA
Nella r. pertanto si riscontrano due elementi: uno pratico e uno teorico,chiamati anche, a seconda del vario punto da cui vengono esaminati, culto e credenza, liturgia e teologia, movimento (del corpo) e rappresentazione (mentale), rito e mito.
Essi, pur essendo ben distinti l'uno dall'altro, sono indissolubili quando si pone l'atto religioso perché l'azione rituale che l'uomo religioso compie nei riguardi delle Potenze superiori è determinata dall'idea che egli ha delle medesime. Nell'atto del culto si stabilisce tra l'individuo (o il gruppo) le Potenze superiori un rapporto speciale, quasi una atmosfera sacra che entrambi li avvolge e grazie alla quale entrambi finiscono per divenire attori fino al punto che in qualche rito un individuo o un gruppo, a questa funzione qualificati, assumono le parti della divinità rappresentata da simboli o maschere, ovvero impersonata da chi presiede alla cerimonia e dai suoi accoliti; questo appunto distingue un rito da una rappresentazione scenica.
Gli elementi cultuali di una r. si possono raggruppare intorno a quattro punti: 1) i luoghi del culto, che vanno da una semplice radura nel folto di una foresta all'edificio più sontuoso (v. TEMPIO); 2) le persone, cioè il sacerdote nelle più varie categorie, dallo stregone medio al sacerdote investito di alte funzioni specifiche (v. SACERDOZIO); 3) i tempi, cioè le feste del calendario sacro che segnano un ritmo alla vita religiosa del gruppo (v. CALENDARIO); 4) i riti, cioè tutti quei gesti e movimenti e formole mediante i quali l'individuo e il gruppo si mettono in contatto con le Potenze superiori (v. INTROITO).
L'elemento teorico si svolge intorno a due argomenti, fonte di ricchissimi sviluppi: 1) Dio che nelle religioni naturali ha dato origine alle più varie creazioni mitiche, riferenti alla creazione degli dèi (teogonia), del mondo (cosmogonia), dell'uomo (antropogonia) e nelle religioni storiche proprie di un ambiente di alta cultura alle profonde e talora sublimi speculazioni della teologia e della mistica; 2) l'anima e il suo destino (v. ESCATOLOGIA; DETENZIONE).
IV. LA R. SECONDO LA TEOLOGIA CATTOLICA. — La r., considerata oggettivamente secondo la sua sostanza e il modo onde si comunica, è naturale o soprannaturale. L'esistenza di Dio, la sua azione creatrice e provvidente, la legge morale scolpita nel cuore dell'uomo sono tutte verità alle quali la ragione umana può giungere da sola: in questo caso la r. è naturale nella sostanza e nel modo con la quale si raggiunge. Se quelle verità si sono confermate sia direttamente sia indirettamente da Dio la r., naturale nella sostanza, diviene soprannaturale per il modo della comunicazione. Se poi si tratta di verità alle quali la mente umana non può giungere desumendole dalla considerazione delle cose create, ma solo in base a una rivelazione di Dio, p. es., riguardo ai misteri della Unità e Trinità di Dio e della Incarnazione. Mentre del Redentore, allora si ha la r. soprannaturale, e perciò rivelata anche quanto alla sostanza (v. RIVELAZIONE).
La r. è pure considerata dalla teologia cattolica come una virtù morale in quanto è subordinata alla virtù cardinale della giustizia, essendo obbligo di giustizia rendere a Dio l'omaggio che gli è dovuto: è anzi la più eccellente delle virtù morali perché più di ogni altra avvicina a lui operando nell'interno dell'anima e nell'esterno della vita individuale e sociale tutto ciò che più direttamente si riferisce al culto divino (s. Tommaso, Sum. Theol., 2a-2a°, 8, 8). V. CULTO.
Da questo duplice punto di vista gli atti delle virtù di r. si dividono in interni ed esterni. Sono interni a devozione, cioè l'atto della volontà dell'uomo che offre se stesso a Dio per servirlo; preghiera (v.) ADORAZIONE (v.), la quale può essere puramente interna oppure manifestarsi all'esterno con qualche gesto del corpo: prostrazione, genuflessione, inchino, congiungimento o espansione delle mani, ecc. Sono esterni quelli in cui è impiegato anche il corpo, come nelle manifestazioni collettive della r., quali la santificazione delle feste, le offerte, il Sacrificio della Messa e gli atti, in cui l'individuo si impegna di fronte a Dio, come il giuramento, il voto, l'ufficiatura corale.
Contro la r. si può peccare per difetto o per eccesso, cioè con atti di irreligiosità o di superstizione. Irreligiosi sono quelli atti contro il culto di Dio che peccano per difetto e pericolo lo disonorano e si riducono alla indifferenza pratica, alla tentazione di Dio, alla simonia e al sacrilegio. Superstiziosi sono quelli atti che peccano per eccesso, sono cioè abusi e deviazioni dalla r., e si riducono all'idolatria, alla vana osservanza, alla divinazione, alla magia, allo spiritismo (v. alle singole voci).
V. R. E CIVILTÀ. — Soltanto grazie all'obbligatorietà assoluta imposta dalla r. alla Legge morale, imposizione che non può essere effetto di abitudini acquisite o di concordate convenzioni umane, ma della volontà di un legislatore trascendente che può premiare e punire, è resa possibile l'esistenza di una ordinata società. La r. per- tanto è la base su cui poggia l'edificio sociale, che ne assicura la coesione e promuove, insieme al progresso civile, anche quello intellettuale, cioè quel complesso di elementi che costituiscono la civiltà. La quale tanto più merita questo nome quanto più il sentimento religioso rimane associato con quello intellettuale, insieme al quale è nato; giacché è proprio l'elemento razionale quello che determina la superiorità di una r. e la tiene ugualmente lontana dalla stolida ignoranza del fanatismo e dalla cieca superbia del razionalismo.
Circa lo svolgimento della r. in seno ai gruppi umani antichi e moderni e circa il metodo più opportuno in questo genere di studi V. PRIMITIVI, religione dei; RELIGIONI, studio comparato delle.