SHINTŌ. - Dal sino-giapponese shin = dio e tō = via), donde il nostro shintoismo; con questo vocabolo i Giapponesi designarono la loro religione indigena dopo introdotto il buddhismo (552 d. C.). È sostanzialmente un culto politeistico della natura, ispirato meno dal timore delle sue forze, che da gratitudine e apprezzamento dei suoi doni. Più tardi, sotto l'influsso cinese, si aggiunse il culto degli antenati e degli eroi nazionali. Privo di un codice morale, senza una metafisica, senza escatologia, senza soteriologia, lo s. sarebbe forse scomparso di fronte alla superiorità dottrinale del buddhismo e del confucianesimo, se il suo intimo legame con il sistema politico vigente non ne avesse fatto un potente elemento di coesione nazionale. Infatti lo s. è una religione « nazionale » o meglio « politica ».
Venuto a contatto con le altre religioni importate nell'arcipelago, lo s. subì influssi più o meno profondi. Il suo carattere primitivo od originario può solo ricostruirsi, almeno nelle grandi linee, attraverso l'esame critico delle fonti, cioè: il Kojiki (Memorie degli antichi eventi, 3 voll., scritto nel 712 d. C.), il Nikongi (Annali del Giappone, 30 voll., nel 720 d. C.), opere storiche, e i norito, allocuzioni solenni con carattere magico-incantatorio pronunciate nelle grandi solennità.
I. I MITI
Scopo manifesto della cosmogonia e teogonia shintoiste è di dimostrare la discendenza dellacasa imperiale regnante dagli dèi che crearono il Giappone. I miti, infatti, cominciano con la creazione delle isole dell'arcipelago per opera di due divinità, Izanagi e la sua sposa Izanami, la quale muore dando alla luce il dio del fuoco (Kagutsuchi). Addolorato, Izanagi si reca allora nel « Paese delle tenebre » (Yomi-tsu-kuni, una specie di Inferno ?) per riprendere la sua compagna, ma fugge inorridito vedendola putrefatta. Uscito alla luce, egli si purifica nelle acque del fiume Oto e qui genera molte divinità, AMATERASU (v.), la dea del sole, uscita dal suo occhio sinistro, e Susa-no-wo, il dio dell'uragano. Quest'ultimo, violento e prepotente, procura non pochi fastidi alla sorella la quale, a un certo punto, spaventata, va a rinchiudersi in una grotta, per cui il mondo resta all'oscuro. Tratta dalla grotta dopo non poca fatica e con il concorso di tutti gli dèi, il colpevole viene punito con l'espulsione dal Cielo. Ed egli allora scende sulla terra e si reca in Izumo, regione del Giappone occidentale, dove uccide un serpente, salvando una fanciulla ch'egli sposa. I suoi discendenti, signori di Izumo, cederanno poi la regione al nipote di Ama-terasu. Questa, intanto, un bel giorno, avendo osservato che le ostilità esistenti fra le divinità che abitavano l'arcipelago avevano provocato gravi turbamenti, manda suo nipote Ninigi a metter ordine e a governarlo, e, all'atto della partenza, gli dà le « tre specie di oggetti divini » (sanshu jingi), e cioè: i « gioielli curvi lunghi otto piedi » (yasaka no magatamo), lo « specchio di otto ata » (yata no kagami) e la « spada che falcia l'erba » (kusanagi no tachi), che sono le tre insegne del potere legittimo, cioè divino, ancora oggi conservate. Ninigi, sceso in Giappone, sposa ed ha figli e fra i suoi discendenti è appunto Jimmu Tenno, suo pronipote, primo imperatore del Giappone, discendente in quinta generazione da Ama-terasu, il quale a Kashiwabara, nell'Yamato, l'11 febbr. del 660 a. C. (secondo la cronologia ufficiale sicuramente errata) sale al trono fondando l'Impero. In Jimmu, gli studiosi sono oggi propensi a vedere la figura storica di un gran capo che, con il suo prestigio, riuscì a coalizzare le varie tribù di popolazioni immigrate nell'arcipelago, conducendole alla sua conquista sugli aborigeni Ainu. Comunque, egli è il primo sovrano di una serie ininterrotta a tutt'oggi.
II. DIVINITÀ E MORALE DELLO S
Le divinità dello s. si dicono kami (lett. ciò che sta al di sopra, in senso sia spaziale, sia gerarchico), termine che si applica a tutto ciò che esca dal comune o che ispiri timore o rispetto per essere arcano o misterioso, sia che si tratti di esseri divini (dèi, spiriti), come di esseri animati (uomini e animali) o di cose od oggetti (piante, fiumi, rocce, ecc.). I kami sono concepiti antropomorficamente; quindi nascono, si sposano, si divertono, muoiono; ma essi hanno anche poteri sovrumani, limitati alla propria sfera d'azione. Non sono, perciò, né onnipotenti né onniscienti. Dei kami si conosce anche un mi-tama (augusto gioiello), una specie di anima, che nei templi è rappresentata dal mi-tama-shiro (sostituito per il mi-tama) o shintai (corpo divino, che è un oggetto qualsiasi, uno specchio, una sciabola, una pietra, ecc.) nel quale la divinità si trova invisibilmente incorporata per entrare in contatto con i fedeli. Non si tratta, dunque, né di un simbolo né di attributi della divinità, come comunemente si crede. Il numero dei kami è grandissimo. Si hanno kami del vento, della pioggia, del fuoco, ecc., e dei fornelli, delle pentole, dei pozzi, del riso e persino delle latrine! Poi con il tempo, il culto degli antenati venne ad ingrandire anche il pantheon shintoista.Sebbene lo s. primitivo non abbia codice morale, un rudimentale principio etico può trovarsi nella purezza, cioè nell'orrore della contaminazione, che è l'idea centrale della religione dei kami. Purezza, si badi, rituale, fisica, non morale. La contaminazione, visibile (ad es., il sudiciume) o invisibile (quale era quella contratta toc-
cando cose ritenute impure, come il sangue, i cadaveri, ecc.), rendeva sgraditi ai kami, donde la necessità di liberarsene purificandosi, se si voleva evitare il tatari (punizione celeste) che poteva colpire sotto varia forma (malattia, incidenti, insuccesso, morte).
L'impurità era dunque « peccato » (tsumi), il quale era sempre tale, anche se involontario. Mancava, perciò, un'etica di coscienza, che i Giapponesi apprenderanno solo quando, attraverso il buddhismo, acquisteranno la nozione di peccato fondata su presupposti etici. Un elenco dei 21 tsumi più importanti è stato conservato in un norito ed ha un grande valore per la conoscenza delle concezioni etico-religiose degli antichi isolani. In quest'elenco non compaiono l'adulterio, la pederastia, l'incesto fra fratelli e sorelle, la bugia, il furto. Per evitare il tatari e rimanere nella comunità, il contaminato doveva purificarsi ricorrendo a tre tipi di riti: l'esorcismo (harae o harai), la lustrazione (misogi), soprattutto con acqua, e l'astensione (imi).
L'harae (harau, spazzar via), il rito più antico, è sempre eseguito da preti: comprende la lettura di un norito e l'offerta dei cosiddetti harae-tsu-mono (cose di purificazione) che non sono doni fatti ai kami, ma veicoli sui quali, durante la lettura, passano i peccati (le impurità) del purificando o dei purificandi, a simiglianza del capro espiatorio della legge mosaica. Dopo la funzione, gli harae-tsu-mono vengono gettati in mare o nei fiumi. In origine, questi harae-tsu-mono consistevano in oggetti appartenenti al penitente. Poi, affermandosi sempre più il senso dell'economia, essi andarono assumendo carattere simbolico e da questa tendenza è derivato l'uso attuale dei katashiro (sostituito per la forma), che li hanno sostituito. Sono questi pezzetti di carta tagliati a mo' di vestito, su cui il purificando scrive il proprio sesso e l'anno e il mese di nascita, e che poi strofina sul proprio corpo alitandovi sopra il fiato, con che le sue impurità passano sul katashiro. Durante il rito, se l'harae è collettivo, i vari katashiro, riuniti in fascio, vengono gettati nel mare o nei fiumi. Fra gli harae collettivi grande importanza ha sempre avuto l'Ō-harae o « Grande purificazione » di tutto il popolo, che si praticava due volte l'anno, l'ultimo giorno della VI e della XII lunazione (oggi il 30 giugno e il 31 dic.). Durante l'Ō-harae si legge un norito speciale. Il misogi (da mizu = acqua e sosogi = lavaggio) è una abluzione lustrale fatta con acqua o con acqua e sale per liberarsi da contaminazioni occasionali (conseguenti a malattie, a rapporti sessuali, a ferite, a parto, a contatti con cadaveri, ecc.). Viene praticata senza interventi di preti. L'imi (imu = rifuggir da) è propriamente una profilassi dell'impurità. Consiste nell'evitare ogni contatto o azione che possa rendere impuri (pulizia personale, mangiar certi cibi cotti su fuoco puro, vestir solo certi abiti purificatori, ecc.). È per lo più riservato ai preti che per il loro ministero debbono far da tramite fra il popolo e i kami.
III. LUOGHI DEL CULTO
Venerati in origine in recinti sacri (himorogi), fatti con una corda di paglia tesa fra quattro pali intorno a un ramo di sakaki (Cleyera japonica, l'albero sacro dello s.), i kami ebbero, pare sotto l'imperatore Sujin (97-30 a. C., secondo la cronologia ufficiale), i primi templi (yashiro o miya). Questi, nudi e primitivi nell'architettura e nei materiali usati (legno grezzo di hinoki, il cipresso giapponese), riproducono l'antica capanna indigena e constano di almeno due edifici: l'honden (sacrario), dove si conserva lo shintai, interdetto ai laici, e l'haiden (oratorio), per i visitatori, ambedue spesso uniti da una galleria (ai no ma). I templi maggiori hanno vari altri edifici accessori. Il tutto è circondato da una o più siepi. Caratteristici i tori-i, specie di portali di legno, di origine e significato sconosciuti, posti all'ingresso.I templi shintoisti sono sistemati in una gerarchia, all'apice della quale sono i jingū, templi cui si annette particolare carattere di santità, come quelli d'Ise, di
Atsuta, ecc. Tutti gli altri si chiamano jinja e si dividono in: 1) kwampeisha (templi di Stato), in cui le cerimonie avvengono sotto il controllo dello Stato; 2) kokuheisha, templi provinciali; 3) fuhensha, templi di fu (distretto urbano) e di ken (prefettura); 4) gōsha e sonsha, templi di distretti rurali e di villaggio. Ognuno di questi riceve una sovvenzione dallo Stato, in rapporto alla categoria. Il massimo santuario è quello d'Ise, situato nei sobborghi della città di Uji-Yamada (prefettura di Mie). Consta di due templi: il Naiku (interno), dedicato ad Ama-terasu, e il Geku (esterno), a Ukemochi, la dea del cibo. Fondati in epoca remotissima, vengono ogni 20 anni demoliti e ricostruiti uguali, mentre con il vecchio legno si fanno amuleti venduti come sacri. Un pellegrinaggio a Ise è la massima aspirazione del fedele shintoista che ne fa dipendere il proprio successo nella vita. Altri templi maggiori sono quello di Kizuki (prefettura di Shimane), dedicato a Ō-kuni-nuschi; di Kasuga (Nara), a Ame-no-koyane; di Ikuta (Kōbe) a Waka-hirume; di Atsuta (Nagoya), ad Ama-terasu e altri kami; il Meiji-jingū (Tokio), all'imperatore Mutsuhito (1868-1912), ecc.
IV. IL CLERO
L'intima connessione fino dall'antichità del culto (matsuri) con le cose del governo (matsurigoto, cose del culto), che faceva delle cerimonie shintoiste atti amministrativi, ha impedito la costituzione in casta del clero. I preti (kannushi per kami-nushi, ministri dei kami) o jinkwan (funzionari dei kami) hanno compiti puramente esteriori, non sono che pubblici funzionari. Loro compito è aver cura dei templi, nei quali molti hanno interessi ereditari, ed eseguire le funzioni, durante le quali indossano un'abito che è quello dell'antica Corte Imperiale. Essi sono sistemati in una gerarchia di 8 gradi: 1) saishu (maestro del culto), il più alto, rappresentato solo nel tempio di Ise da un principe del sangue; 2) daigōji (gran maestro di tempio), dato ai superiori di kwampeisha e kokuheisha; 3) negi (orante); 4) go-negi (sotto orante); 5) shiken (esecutore di canoni). I preti dei fuhensha si chiamano 7) shikwan (esecutori), quelli dei gōsha e dei sonsha sotto detti 8) shishō. Non esistono conventi, né ordini religiosi. La donna ha una parte limitata alle mike (auguste figlie), bimbe di 10-12 anni, per lo più figlie degli stessi preti, che eseguono le danze sacre e vengono dimesse appena in età di marito. Fino al sec. XIV, inoltre, ogni sovrano che saliva al trono destinava ad Ise una principessa con l'incarico di vegliare sullo specchio sacro ivi depositato.Il culto individuale consiste in offerte di vario genere, in inchini, battimani (kashiwade) e in preghiere, le cui formule attuali sono fortemente ispirate al buddhismo. Esse sono dirette ad ottenere dai kami benefici, non il perdono dei peccati. La preghiera, come elevazione mistica dell'anima a Dio, è sconosciuta. Nel vecchio culto, comunque, essa aveva una parte irrilevante.
Le feste (matsuri) sono varie per numero e significato, in dipendenza dei luoghi. Le funzioni che vi si svolgono consistono in offerte (commestibili, seta, ecc.) ai kami, e seguono un rigido cerimoniale, nella lettura di norito e in danze con musica. Fin dal sec. VIII, esse sono state suddivise in grandi, medie e piccole. L'unica grande è l'ānie o daijōe (festa della grande degustazione) che si esegue all'accessione al trono di ciascun sovrano. Le altre sono molte: le medie hanno carattere agricolo, come la toshigoi (funazione dell'antico calendario) all'epoca della semina del riso, la kanname-matsuri (IX funzione) in cui si faceva gustare il nuovo riso ai kami e agli antenati imperiali, ecc.; le piccole comprendono rituali vari per ottenere piogge abbondanti, scansare incendi, epidemie e simili. Connesse con il culto shintoista sono pure molte feste nazionali e quelle tenute a Corte, come la shihō-hai (1° genn.), in cui il sovrano prega la Dea del Sole per la felicità del popolo all'inizio dell'anno, il higenetsu

(fot. Fides)
(11 febbr.) anniversario della fondazione dell'Impero per opera di Jimmu Tennō, ecc.