SINCRETISMO

SINCRETISMO. - Fenomeno universale, in relazione con i problemi religiosi più gravi, specialmente nei riguardi del giudaismo e del cristianesimo.

SOMMARIO: I. Nozioni preliminari. - II. Il s. nelle religioni pagane. - III. Il s. nell'Islam. - IV. Il problema del s. rispetto alla religione d'Israele e al cristianesimo. - V. Da Abramo a Mosè. - VI. Sotto il dominio degli Assiri e dei Persiani. - VII. Il periodo ellenistico. - VIII. Il cristianesimo primitivo. - IX. Dai primi apologisti alle invasioni barbariche. - X. L'epoca dei barbari. - XI. Il medioevo. - XII. Rinascimento e « Riforma ». - XIII. Dal sec. xvii ai nostri giorni. - XIV. Conclusioni.

I. NOZIONI PRELIMINARI

1. Storia della parola — a) Originariamente « s. » significò l'unione temporanea dei Cretesi allo scopo di resistere contro un comune nemico (Plutarco, Moralia, ed. Bernardakis, III, 271). b) Nei primi tempi della « Riforma » il termine fu talvolta adoperato ad esprimere l'unione degli umanisti e dei « riformati »: « Voi vedete con quanto odio alcuni cospirino contro le belle lettere — scriveva Erasmo a Melantone —; è giusto che anche noi sincretizziamo: aequum est nos quoque συγχρῆξαυ» (Melantone, in Corpus Reformatorum, I, 78. c) Nel sec. XVII, il termine, come se derivasse da κεράννυμι, indica l'unione proclamata dal teologo protestante G. Calixt (1586-1656) e dai suoi partigiani, i quali sostenevano che luterani, calvinisti e cattolici dovevano giungere ad un'intesa su alcuni articoli fondamentali. Di qui lunghe controversie, che non approdarono a nessun risultato. d) Al presente, si chiama sovente « sincretista » una filosofia che deriva da autori diversi dai suoi iniziatori, suggerimenti e tesi: neo-stoicismo, neo-platonismo, ecc. e) Più comunemente il termine « s. » indica un sistema religioso costituito da elementi attinti a differenti culti o differenti filosofie. Qui il termine viene adoperato in quest'ultimo senso.
BIBL.: P. Tschackert, Synkretismus, in Realenc. für protestant. Theol., 3ª ed., XIX (1907), pp. 239-43; id., Synkretist. Streitigheten, ibid., pp. 243-62; J. Dedieu, Calixte G., in DHG, II (1939), pp. 399-401.

2. Distinzioni necessarie

A chiarimento della questione importa osservare che l'assorbimento di elementi estranei, sotto molti aspetti, è la legge stessa non solo della vita fisica, posto il compito dell'alimentazione, ma anche della vita psichica, posto il compito dell'educazione, dello studio, dello scambio delle idee: le discussioni più accese non sono per questo le meno utili, almeno per gli spiriti capaci di riflettere senz'altra passione che la passione della verità. Alcuni assorbimenti, non sboccano che in amalgame (συγχράσεις) almeno temporanee, spesso deleterie, perché l'organismo si rifiuta di assimilarle; altri sboccano in sintesi (συνθήσεις); in questo caso, essi non solo riparano l'usura del corpo o dello spirito, ma danno anche al principio vitale il mezzo di sviluppare le sue energie latenti, le sue potenzialità. Pertanto, nel giudicare intorno ai « plagi » e « derivazioni » sia tra filosofie, sia tra religioni, è inammissibile che ci si limiti a rilevare da una parte e dall'altra analogie vaghe e superficiali; inammissibile anche il fermarsi alla constatazione che una religione, ad es., non possedeva inizialmente questo o quel rito o dogma, di cui si rileva l'equivalente in un'altra, perché questa può aver semplicemente attuato le proprie potenzialità o in maniera autonoma (esplicitazione, e non innovazione), donde spesso rassomiglianze che derivano da evoluzioni parallele (puri incontri fortuiti), o sotto l'azione di eccitanti esterni (maturazione talora reciproca). Insomma è il caso di distinguere « imprestiti » di pura terminologia (indispensabili per lo scambio delle idee in una determinata epoca); « imprestiti » puri e semplici o che importano adattamenti più o meno profondi; imprestiti fatti per condiscendenza al gusto dell'epoca e concernenti punti capitali o accessori, come le arti decorative; imprestiti fatti per concorrenza, con o senza modificazioni, allo scopo di assicurare il proprio successo, ecc. (cf. H. Pinard de la Boullaye, L'étude comparée des religions, II, 3ª ed., Parigi 1929, pp. 119-34).

II. IL S. NELLE RELIGIONI PAGANE. — Riguardo alle religioni pagane, i critici sono unanimi nell'ammettere che, per quanto si risalga nel corso dei secoli, esse si sono scambiate, in maniera variabile, credenze e riti.

Questo s. si presenta sotto due forme: automatica l'una, quasi spontanea e popolare, perché la riflessione filosofica non vi ha una parte apprezzabile; sistematica l'altra, o riflessa, per la ragione contraria.

1. Il s. spontaneo. — È determinato dalle circostanze; il contatto delle religioni impone comparazioni e dà luogo a contaminazioni: ciò avviene soprattutto nei centri di scambi commerciali, nei grandi mercati, nei porti. E deriva spesso da « matrimoni misti »; il re Salomone ce ne offre un esempio tipico (III Reg. 11, 1-18). Nell'ambito di una stessa religione, la rivalità tra santuari indipendenti li spinge ad appropriarsi gli uni gli altri concezioni e pratiche che incontrano il favore dei loro clienti. Le guerre, le grandi invasioni soprattutto, destano ripercussioni considerevoli. I vinti sono propensi a considerare come superiori, o almeno come potenze con cui fare i conti, gli dèi dei vincitori e questi sono indotti dalla prudenza politica ad usare tolleranza e anche a captare a beneficio della classe dirigente le funzioni più splendide dei culti soggiogati (cf. A. Barth, Les religions de l'Inde, in Oeuvr. compl., I, Parigi 1914, p. 142; cf. p. 164; F. Cumont, Les relig. orient., 4ª ed., ivi 1929, pp. 189, 298). Perciò una storia esatta del s. non può scriversi senza la conoscenza dei contatti, spesso anche degli incroci successivi che ogni gruppo etnico ha subito.

Un esempio: l'islam penetra nell'India ca. il 1000 d. C.; gli Ari fra il 1200-1000 a. C.; ora, gli scavi di Mohenjo-daro e di Harappa hanno dimostrato che essi trovarono nella vallata dell'Indo una civiltà distante almeno dal III millennio, contemporanea a quella degli Assiro-babilonesi e non meno evoluta. Nell'immensa penisola vivevano, oltre i Dravida e i Munda (austro-asiatici), le popolazioni arcaiche dei Chenchu, dei Reddi, dei Baiga, dei Bhil, ecc., presso i quali, mescolata ad un guazzabuglio di credenze e di riti che li avvicinano al politeismo, si riscontra ancora la fede in un Essere supremo, creatore e legislatore morale. I brahmani, la cui religione volgeva al formalismo e alla magia, hanno conservato la loro supremazia istituendo il sistema delle caste; non proibivano però la partecipazione ai culti delle caste inferiori, giungendo fino a farsene ministri. Donde lo strano amalgama che è l'induismo.

BIBL.: W. Koppers, in F. König, Christus, II, Vienna 1951, pp. 665-96; id., Probleme der indischen Religionsgeschichte, in Anthropos, 36 (1941), pp. 761-814.

2. Il s. riflesso. — Più si allungeva la lista degli dèi, più si moltiplicavano i compromessi tra i loro culti e più si sentiva la necessità di mettere un po' di ordine in quel caos. Per arrivarci bastò raggruppare gli dèi in famiglie: padre, madre, figli ecc. Questa, in gran parte è l'origine delle triadi, delle ogdoadi, delle enneadi, che ci sono attestate in un gran numero di religioni. Poste poi le varie suscettibilità in gioco, fu tuttavia inevitabile che molti gruppi di devoti organizzassero queste famiglie secondo le loro preferenze (cf. gli indici generali di A. Bertholet [Chantepie de la Saussaye], Lehrbuch, II, Tubinga 1925, p. 722; Enc. of Rel. and Ethics, XIII [1926], p. 612 [indice]; P. Tacchi Venturi, Storia delle rel., 3ª ed., II, Torino 1949, p. 837 [indice alle voci triadi, ogdoadi, enneadi]).

Un'altra soluzione permise di rispettare le gerarchie tradizionali e consisteva nell'assimilare da popolo a popolo gli dèi che avevano dignità o attribuzione press'a poco equivalenti (teocrasia) e nello spiegare in modo allegorico i miti che li riguardavano (interpretazione egiziana, greca, romana; cf. P. Wissowa, Interpretatio romana, in Archiv für Religionswiss., 19 [1916-19], pp. 1-49; K. Prümmer, Religionsgeschichte, Handbuch, Friburgo in Br. 1943 [indice VI e VIII, Interpretatio, pp. 885, 901]).

Si poterono, infine, concepire gli dèi, almeno i più notevoli, come manifestazioni diverse di un'unica divinità, adorata sotto aspetti e nomi differenti (polinomia divina); donde il nome di « Pantheus » dato ad alcuni di essi, secondo le preferenze dei gruppi, e la creazione di simboli esprimenti questa credenza (cf. Pantheion, Pantheus, Pantheus, in W. H. Roscher, Ausführlich. Lex., III [1884-86], coll. 1555-57; J. Toutain, Les cultes païens, II, Parigi 1920, p. 8 sgg., 241 sgg.; F. Cumont, Panthea signa, in Daremberg e Saglio, Dict. des antiquités, IV, pp. 314-15). A loro volta, numerosi pensatori dell'età ellenistica: Plutarco, Celso, Apuleio di Madaura, Massimo di Tiro, Numenio di Apamea, Porfirio, Giamblico,

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SINCRETISMO - « Silvanus Pantheus » radiato, con il turcasso di Apollo, il caducero di Mercurio, la clava di Ercole e il serpe avvolto all'tronco, come nel culto di Sabazio - Musco Vaticano, Sala degli animali.
(fot. Musco Vaticano)
Giuliano l'Apostata, Temistio, Simmaco, Macrobio, ecc. conchiusero per conto loro: una via unica, che conduca alla divinità non ci può essere; ciascuno quindi è libero di scegliersi la sua, libero ugualmente di partecipare ai diversi culti, salvo ad interpretarli secondo le proprie idee (cf. il testo del prefetto Simmaco a proposito dell'ara della Vittoria [384 d. C.] in PL 16, 966-71; la risposta di s. Ambrogio, Ep., 18: ibid., 974-82; lettera di Massimo di Tiro e risposta di s. Agostino, Ep., 16 e 17: ibid. 33, 81-85; confutazione di Porfirio in De civitate Dei, 10, 32: ibid. 41, 312-16).

Al s. riflesso o sistematico sono da riportare certi culti fittizi, di breve durata, organizzati dai capi di Stato; specialmente i seguenti: il culto di Serapide, istituito, pare, da Tolomeo I Sotere (323-283 a. C.), cf. G. Lafave, Sérapis, in Daremberg e Saglio, Dict. des antiquités, IV, s. d., 1248-51; Roeder, in Pauly-Wissowa, 2ª serie, I (1914), 2394-2426; il culto del « Sol invictus », fondato da Aureliano (v.), cf. J. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2ª ed., Monaco 1912, pp. 365-68; Groag, Demetrius Aurelianus, in Pauly-Wissowa, V (1905), coll. 1399-1400; Marbach, Sol, ibid., 2ª serie, III (1927), coll. 907-13; la sintesi tentata nell'India dal monarca musulmano Akbar (m. nel 1605), cf. I. Goldziher, Le dogme et la loi de l'Islam, vers. franc., Parigi 1920, pp. 242-243 (v. AKBAR).

Derivano pure manifestamente dal s.: lo gnosticismo (v. GNOSI) nelle sue molteplici forme, le une anteriori, le altre posteriori al cristianesimo: l'ermetismo (v.), MANIERISMO (v.) e i suoi succedanei, una moltitudine di sette antiche o moderne e le fantasie decorate con il teosofia (v.).

BIBL.: quantunque abbia alcune conclusioni contestabili, si consulterà tuttavia con profitto: C. Clemen, Der Einfluss des Christentum auf andere Religionen, Lipsia 1933; in particolare per l'India: J. M. Farquhar, Modern religious movements in India, Londra 1924, V. indice: Christian influence.

III. Il s. NELL'ISLAM. - Per il suo monoteismo, questa grande religione deve essere classificata a parte. Il suo carattere sincretista appare fin dalla sua origine.

I Beduini dell'Arabia conservano ancora la fede in un Essere supremo. Aliah Ta'ālā, il dio che è sempre stato; (cf. A. Palmieri, Coran, in DThC, III [1908], col. 1732; C. Snouck-Hurgronje, in A. Bertholet, Lehrbuch, I [1925], p. 652). Il grande merito di Maometto è di aver proscritto, di fronte al suo, ogni culto idolatrico. E che a questo l'abbia condotto la conoscenza delle altre due « religioni del libro », secondo la sua espressione, è provato ad evidenza dall'analisi del Corano.

« Maometto conosceva così bene il giudaismo e il cristianesimo quanto era possibile alla Mecca del suo tempo e si mostra così dipendente da queste due religioni, che infatti difficilmente s'incontra nel Corano un'idea religiosa che non sia derivata da esse » (Fr. Schwally, Gesch. des Qordns, 2ª ed., parte 2ª, Lipsia 1919, p. 121); cf. A. Palmieri, art. cit., in DThC, III, coll. 1786-91 (con bibl., col. 1833); D. I. Margoliouth, Muhamedans, in Enc. of Rel. and Eth., IX (1917), pp. 480-83; H. Lammens, Une adaptation arabe du monothéisme sémitique, in Rech. de sc. relig., 7 (1917), pp. 161-86; W. Rudolf, Die Abhängigkeit des Qordns von Jud. und Christent., Stoccarda 1922 (bibl. pp. vi-viii); T. Andrae, Der Ursprung des I. und des Christent., Uppsala 1926.

Dopo la scomparsa del profeta, le difficoltà provocate dalla interpretazione del Corano, le tradizioni divergenti invocate specialmente dai due grandi partiti dei sunniti e degli Shiti, le rivalità politiche, le religioni e le filosofie così differenti con cui, nel corso della sua espansione, entrò in contatto (cioè: il neoplatonismo, più tardi: l'aristotelismo [V. AVERROISMO], lo yoghismo dell'India, il monachesimo cristiano [V. SŪRISMO]), le superstizioni inveterate dell'induismo e quelle dell'Africa nera, non potevano mancare di provocare i più strani compromessi. Alcuni più recenti sono dovuti alla crisi generale del « modernismo ».

BIBL.: sulla filosofia araba cf. Überweg, parte 2ª, § 28, pp. 287-325 (bibl., pp. 715-23); sommariamente: M. de Wulf, Hist. de la philos. médiév., I, 6ª ed., Lovanio-Parigi 1934, pp. 297-309; sull'influsso cristiano, oltre l'opera di C. Clemen, già citata, cf. M. Asin Palacios, El Islam cristianizado, Madrid 1931 e le altre sue opere (v. ASIN-PALACIOS); sulle sette più sincretiste, bābismo e bāhā'ismo, druzismo, wahhābismo, nusairismo, jazidismo, V. BIBLICA. in P. Casanova, Mahomethisme, in DThC, IX (1926), pp. 1648-50; aggiungere specialmente la setta dei Sikh penetrata di induismo (J. N. Farquhar, Modern religious movements in India, Londra 1924, pp. 336-43, bibl. p. 343) e quella dei Parsi, apparentata al mazdeismo, ibid., pp. 81-91, 343-47 (bibl. p. 91); sul modernismo musulmano: H. Lammens, L'islam, Beyrouth 1926, pp. 223-46 (bibl. pp. 259-61). V. ISLAM.

IV. IL PROBLEMA DEL S. RISPETTO ALLA RELIGIONE D'ISRAELE E AL CRISTIANESIMO. -

I. Estensione progressiva dei dibattiti

Fin dai primi secoli dell'era cristiana, alcuni pagani, p. es., Celso e l'imperatore Giuliano, pretesero affermare che il cristianesimo aveva largamente attinto alle religioni anteriori. Nel sec. XVI l'accusa venne rinnovata dalla « Riforma ».

E infatti, per giustificare l'abbandono delle credenze e delle pratiche « papiste » bastava presentarle come altrettante infiltrazioni pagane, alteranti il « puro Vangelo ». Donde una moltitudine di pubblicazioni, la maggior parte senza alcun valore, tanto più che le religioni antiche erano, in quel tempo, mal conosciute. Poiché

l'arma era facile a maneggiare, fu usata costantemente per autorizzare abbandoni sempre più gravi fino ad arrivare ai dogmi della divinità di Gesù Cristo e della Trinità. «Tutti i lavori che si riferiscono alla storia delle religioni, scriveva il razionalista E. Havet, arrivano necessariamente fino a questo punto» (Le christianisme et ses origines, I, 3ª ed., Parigi 1880, p. XXXII). Infatti, come ogni monismo materialista deve pronunciarsi per l'eternità del mondo e per la generazione spontanea, così ogni razionalismo, escludendo a priori miracoli e rivelazioni soprannaturali, nel senso biblico della parola, deve sforzarsi di spiegare con il s. sia ciò che riprova e sia ciò che approva nelle religioni, a cui riconosce qualche superiorità, o anche, sotto certi aspetti, un valore definitivo o assoluto.

BIBL.: cf. la storia erudita di queste tesi nel protestante W. Glawe, Die Hellenisierung des Christent., Berlino 1912, da completare e rettificare con le opere già accennate in RELIGIONI. STUDIO COMPARATO DELLE, VIII. Filosofia delle R.; F. VIGNOUROU, M.-J. Lagrange, ecc. e H. Pinard de la Boullaye, Etude comparée des religions, 3 voll., 3ª ed., Parigi 1920-31; V. indice: III. Paganopapisme e Syncrétisme.

2. Alcuni principi di soluzione. — a) Conviene evidentemente distinguere fra religione ufficiale e religione o pratiche popolari. Si supponga pure la religione più pura, osservava giudiziosamente Newman, ma finché gli uomini saranno uomini, è impensabile che i meno colli non l'abbassino in parte al loro livello (Lettera a Pusey, in Difficulties felt by Anglicans in catholic teaching, II, 2ª ed., Londra 1910, p. 81); ma che diritto hanno di essere considerati come rappresentanti di essa, quando essa li condanna e cerca di correggerli? (cf. s. Agostino, De moribus Ecclesiae, cap. 34, nn. 75-76; PL 32, 1342; Contra Faustum, lib. 20, cap. 23; ibid. 42, 388).

b) Apparenti o reali, le derivazioni sono ben lontane dall'avere il medesimo valore: bisogna pure parlare la lingua delle persone a cui ci si rivolge (come vedremo, termini identici possono anche esprimere realtà notevolmente differenti); bisogna pure adottare quelle forme di arte che esse apprezzano, i gesti che secondo esse esprimono l'adorazione, anche alcuni dei loro riti, se sono espressivi e in se stessi irreprensibili; sono i dogmi a determinare il loro senso.

c) Fin dalla loro comparsa sulla ribalta, gli apologisti cristiani hanno anche fatto osservare che l'Altissimo, salvo a modificarle alquanto e a dar loro un senso nuovo, aveva potuto sanzionare alcune pratiche analoghe a quelle dei pagani, anzi ereditate da essi, perché il «popolo eletto» non era capace di tollerarne di più perfette. Questa tesi, detta della «condiscendenza» (συγγακτάβασις), ha il merito di appoggiarsi sopra un'idea molto giusta della prudenza e della bontà infinite e su alcuni fatti molto chiari (istituzione della regalità [I Sam. 8 e 10, 18-28]; tolleranza provvisoria della poligamia, e del divorzio soppresso più tardi [Mt. 19, 3-9] «nisi ob fornicationem», fuori del caso di matrimonio invalido [J. Bonsirven, Le divorce dans l'A. T., Parigi 1948], ecc.). Tuttavia le applicazioni dell'accondiscendenza divina non sono da moltiplicarsi senza sano criterio.

BIBL.: cf. J. Spencer, De legibus Hebraeorum ritualibus, 3ª ed., Tubinga 1732; sulle controversie suscitate da quest'opera importante, V. Pfaff e H. Pinard de la Boullaye, Etude comparée des religions, I, 3ª ed., Parigi 1920, pp. 552-71 a complemento di Rech. de sc. relig., 9 (1919), pp. 197-221; F. X. Kortleitner, Formae cultus mosaici, 3ª ed., Innsbruck 1933, pp. 135-45; più in breve: A. Clamer, in DBS, II (1946), pp. 231-34.

V. DA ABRAMO A MOSÈ

1. I patriarchi. — Gli antenati di Abramo praticavano certamente, come tutti i «primitivi», i sacrifici delle primizie, sacrifici di animali, verosimilmente con offerta di farina e di olio, come i loro vicini. L'intervento di Dio in favore di Isacco doveva far comprendere che egli riprovava i sacrifici dei neonati (Gen. 22, 1-18). La circoncisione non esisteva tra i Semiti e Abramo l'ha forse derivata dagli Egiziani, fin dal primo soggiorno nel loro paese (Gen. 12); ma essa diventava il segno della loro alleanza con il solo vero Dio (Gen. 17, 9-14 [V. CIRCONCISIONE]). Né per gli uni, né per gli altri c'è ragione di parlare di totemismo v.). Chiamati da Giuseppe, gli Ebrei, secondo le loro

tradizioni, restano nei paesi del Delta per 430 anni. Nomadi com'erano, vi trovarono una civiltà di sedentari. Tuttavia le arti raffinate di questi e il loro politeismo, per non parlare della loro magia, non poterono mancare di sedurli. Né è la prova l'episodio del vitello d'oro (Ex. 32).

2. Dall'esodo all'esilio. — L'alleanza di Jahweh con Israele fu rinnovata sul Sinai e Mosè ne proclamò le condizioni. Il suo codice di leggi, in molti punti, coincide con quello del monarca assiro Hammurabi, certamente anteriore e testimone di una civiltà sotto alcuni aspetti più progrediti; proibisce, p. es., di vendicare da se stessi l'uccisione di un parente (Num. 35, 16-21). Tali indizi autorizzano a pensare che i punti di accordo devono piuttosto spiegarsi con il fatto di tradizioni comuni che non con derivazioni (v. ARCA DELL'ALLEANZA; HAMMURABI (HAMMURAPI); NEOMENIA; SABRATO; TEMPIO). Il codice ebraico riprende tutta la sua superiorità nel campo della religione e della morale: monoteismo rigoroso, proibizione delle immagini perché favorivano l'idolatria, stretta osservanza del Decalogo. Dietro espressa domanda del suo popolo, Jahweh istituisce il profetismo (Deut. 15, 22; V. A. Clamer, in h. l., in L. Pirot, La ste Bible, II [1946], pp. 633-35). Di nuovo per condiscendenza, per sottrarlo alla tentazione di rivolgersi agli indovini e alle pitonesse (I Sam. 28, 5-20; II Reg. 1, 1-14, ecc.), lo autorizza a consultare egli stesso per mezzo dell'ephod (I Sam. 23, 6-13; 30, 6-8) e degli úrim e tumulm (Num. 27, 21, ecc.; V. A. Clamer, loc. cit., p. 422).

Nonostante queste disposizioni, giudici e profeti di Israele dovettero lottare senza posa contro l'invasione degli dèi stranieri, le pratiche talora esecrabili dei loro culti e le molteplici forme della superstizione. Nella religione popolare il s. è dunque evidente.

BIBL.: F. X. Kortleitner, De religione populari Israélitorum, Innsbruck 1927; id., Canaanorum auctoritas..., ivi 1932; id., Acryptorum auctoritas..., ivi 1933; studi ripresi in Formae cultus mosaici cum reliquis religion. Orientis antiquis comparatus, ivi 1933, con ampia bibl.: L. Spelers, Egypte, in DBS, II (1934), pp. 917-919. Sul s. nelle colonie mercenarie ebraiche in Egitto: V. ELEFANTINA: LEONTOPOLI.

VI. SOTTO IL DOMINIO DEGLI ASSIRI E DEI PERSIANI

1. Durante una cinquantina d'anni, gli Israeliti gemono sotto il dominio dei re di Babilonia; molti di essi vennero deportati; i loro profeti, specialmente Ezechiele, presso gli esiliati, e Geremia nella Giudea, rappresentano loro queste disgrazie come il giusto castigo delle loro infedeltà. I colpevoli si riprendono e si irrigidiscono contro la seduzione dei loro vincitori. Eruditi come, tra molti altri, Ed. Stucken, H. Winckler, H. Zimmern, A. Jeremias, hanno sostenuto il contrario. Quali «babilonisti» estendevano persino l'influsso del grande Impero al mondo intero; ma confutazioni autorevoli da parte di non cattolici e di cattolici hanno ormai fatto giustizia delle loro tesi.
BIBL.: A. Jeremias, Die Pambabylonisten, 2ª ed., Lipsia 1907 (con enumerazione di aderenti, contestabile per parecchi). Critica severa da parte di R. Dussaud, in Rev. d'hist. des religions, 58 (1908), pp. 112-13; di H. Gressmann, in Theol. Literaturzeit., 36 (1911), pp. 36-38; di F. X. Kugler (v.). Dello stesso A. Jeremias, Das A. T. im Lichte des alten Orients, 3ª ed., Lipsia 1916; e altre opere citate, per la maggior parte, con le pubblicazioni della scuola, da A. Condamin, Babylone et la Bible, in DFC, I (1914), coll. 329-90; J. Plessis, stesso titolo, in DBS, I (1928), coll. 713-852; bibl. coll. 848-49.

2. Padrone di Babilonia (538 a. C.), Ciro, re dei Persiani, autorizza gli esiliati a tornare in patria. Fra i due popoli le relazioni si conservano cordiali. A loro volta, alcuni specialisti di studi iranici fanno appello al s., fino a pretendere, come Ed. Meyer, che «il giudaismo è una creazione dell'Impero persiano», Esagerazione da dilettante, «dilettantische übertreibung», rispose a buon diritto R. Smend, in Theol. Literaturzeit., 37 (1912), col. 486.

In realtà, la redazione definitiva dei libri sacri, i due Avesta (v.), l'antico e il recente, ebbe luogo sotto Sapore I (241-71 d. C.). Soltanto le Gatha dell'antico possono risalire a Zoroastro; ma riguardo alla sua riforma monoteista l'Avesta recente segna una manifesta deviazione.

Ora, più si fa risalire questa riforma verso il sec. VI e sec. VII a. C., tanto meno resta verosimile che Israele abbia trovato in essa qualsiasi cosa che già non gli fosse stata garantita con tutt'altra autorità dai suoi profeti. Lo stesso si dica delle idee religiose e morali, riunite (non si sa secondo quale criterio) e consacrate dall'Avesta recente: antagonismo dei due principi del bene e del male, Ahura-Mazda e Ahriman (dualismo sfruttato più tardi dal manicheismo [v.], vittoria finale del bene, sopravvivenza e ricompensa dei giusti, angolologia. Tutt'al più l'analogia di alcune dottrine ha potuto favorire, da ambedue le parti, una certa maturazione di idee. Soltanto, pare, la concordanza tra gli Amesha Spenta, personificazioni molto indecise degli attributi divini, e i sette Arcangeli della Bibbia, rende molto verosimile una dipendenza; la quale, come si vede, si riduce a poca cosa. Insomma, conclude uno dei giudici più competenti, W. F. Albright: «Le concezioni dell'Iran non cominciano ad agire sul giudaismo prima degli ultimi due secoli precristiani. E anche così, non esercitarono il loro influsso se non nel caso che il terreno fosse pienamente preparato» (From the stone age to christianity, 2ª ed., Baltimora 1946, pp. 276-80).

BIBL.: cf. Ch. de Harlez, La Bible et l'Avesta, in Rev. bibl., 5 (1896), pp. 161-72; M. J. Lagrange, Iran, in DFC, II (1914), pp. 1128-35, bibl. col. 1135, che riproduce Rev. bibl. (1904); studio rimaneggiato: id., Le judaïsme avant J. - C., Parigi 1931, pp. 388-409; A. Meillet, Trois conférences sur les Gatha, ivi 1925; F. X. Korthistier, Formae cultus monaci..., Innsbruck 1933, pp. 214-24 (molto documentato); J. Bidez-F. Cumont, Les mazes hellénisés (il s. persiano), 2 voll., Parigi 1938; W. F. Albright, Von der Steinzeit zum Christentum, vers. ted., Monaco 1949 (ediz. rived. e alquanto accresciuta); Fr. König, Christus, II, Vienna 1951, pp. 607-63, bibl., pp. 611-12; R. Reitzenstein (e H. H. Schäder) presentano il mito iranico del primo uomo, come la fonte comune di tutte le teorie della Redenzione. Su questo punto,

V. M

J. Lagrange, op. cit., pp. 405-409; K. Prümmer, Religionsgesch. Handbuch, Friburgo in Br. 1943, pp. 606-10.

VII. IL PERIODO ELLENISTICO

Le conquiste di Alessandro Magno sconvolsero il mondo antico. Caduta Gerusalemme (334 a. C.), la Giudea fu ben presto soggiogata. Il prestigio della civiltà greca, le persecuzioni esercitate per instaurare il suo politeismo e i suoi costumi, gli intrighi dei Sommi Sacerdoti, e le loro assidue adulazioni verso il potere civile, avrebbero certamente condotto con sé la rovina dell'antica fede, se non ci fossero state le rivolte dei Maccabei, la tenacia delle loro truppe e l'irrigidimento feroce dei Farisei. Idee neopitagoriche e Esseni (v.); ma questi nel loro insieme si dimostrarono più contrari all'ellenismo, che non i «separati» stessi, cioè i Farisei.

Per ragione di brevità, aggiungiamo ai libri sapienziali più recenti, come la Sapienza, scritta in greco, i più antichi. Che tra le loro massime di buon senso (assai pedestri nell'Ecclesiastie), le loro norme di condotta, le loro speculazioni morali, si notino numerose analogie con quelle di autori pagani, non c'è da meravigliarsi, trattandosi di uno stesso genere letterario. Le rassomiglianze possono essere effetto di puro incontro e non di plagio. Dove la rassomiglianza sembra quasi certa, cioè fra la Sapienza di Amen-em-ope e il Libro dei Proverbi attribuito a Salomone, essa riguarda piuttosto il modo di presentazione, la forma, che non il fondo: si può dire che ci fu una filtrazione (cf. A. Mallon, in Biblica 8 [1927], pp. 3-30).

Per esaltare l'autore del mondo (creatore dal nulla, dio del panteismo, demiurgo subordinato o principio del bene, in un sistema dualista), era necessario rinunciare ad immagini antropomorfe (Gen. 2, 7) e insistere invece sulla sua sapienza e sulla potenza della sua volontà o della sua parola («Dixil... et facta sunt»; Gen. 1). Donde, di religione in religione, derivano, su questi diversi argomenti, spirito (intelligenza, fonte d'ispirazione, ecc.), sapienza e parola (l'una e l'altra sia imperative, sia efficaci in se stesse, ecc.), πνεῦμα, σοφία, λόγος, analogie inevitabili e quindi multiple; ma derivano pure sfumature, che vanno dal semplice concetto astratto ad una personificazione ora puramente letteraria, o poetica, ora più netta con o senza divinizzazione. Ora, il pensiero degli

autori del Vecchio Testamento conserva i suoi caratteri distintivi, derivati dal carattere unico dello stesso Jahweh. Se si esaminano gli insegnamenti progressivi della Bibbia intorno allo Spirito, alla Sapienza, alla Parola di Dio, si è in diritto di concludere: le speculazioni parallele del mondo pagano hanno potuto, hanno dovuto anche, verosimilmente, stimolare le loro proprie riflessioni; ma in quanto alle credenze o ai dogmi nulla avevano da prendere da esse, molto invece da opporre. Hanno, infatti, eliminato con fermezza il politeismo, la sua mitologia incoerente e la corruzione. Per conseguenza, uno dei giudici più ellenizzati, Filone (v.), Giuseppe Flavio (v.) ha creduto di dover giustificare l'intransigenza dei suoi compatrioti (Contro Apione, II, 36 fine; cf. 17-22). L'esclusivismo di costoro ha attirato sul loro capo lo stesso odio che ad essi s'imputava: «apud ipsos fides obstinata», scriveva Tacito, «sed adversus alios omnes hostile odium» (Historiae, V, cap. 5). Analoghe espressioni in Diodoro Siculo, I. XL, cap. 3.

BIBL.: E. Schürer, Gesch. des jüd. Volkes, in Zeitalter J. C., 3 voll., Lipsia 1877; 4ª ed., ivi 1901-1909; indice, ivi 1911 (molto erudito); J. Touzard, Juif (si travers les âges) in DFC, II (1915), coll. 1565-1606; il messianismo e il monoteismo giudaico, unici nella storia, coll. 1606-39; L. Dennefeld, Judaïsme, in DTHC, VIII (1925), coll. 1652-58; bibl. a col. 1668; A. Vaccari, Sapientiaux, in DFC, IV (1927), coll. 1208-13; bibl. a col. 1214; M.-J. Lagrange, Le judaïsme avant J. - C., Parigi 1931; J. Bonsirven, Le judaïsme palestin. au temps de J. - C., 2 voll., ivi 1935; id., stesso titolo, in DBs, IV (1949), coll. 1143-1275; bibl. sovrabondante a coll. 1275-83; G. Bardo, Hellenisme, in DBs, III (1938), coll. 1442-75; bibl. a coll. 1481-82; H. Duesberg, Les scribes inspirés (et les Livres sapientiaux), 2 voll., Parigi [1938]; K. Prümmer, Religionsgesch. Handbuch, Friburgo in Br. 1943 (v. indice, Hellenisierung, p. 900); F. W. Albright, op. cit., al § VI; H. Renard, Les Livres sapientiaux (introd. gener.), in DBs, VI (1943), pp. 7-22; bibl. a pp. 22-23; ai documenti ivi citati a pp. 17-18 aggiungere fra gli altri: J. P. Audet, La sagesse de Ménandre l'Égyptien, in Rev. bibl., 59 (1952), pp. 55-81; sul «Logos» (babilonese, egiziano, nel Vecchio e Nuovo Testamento), V. R. Tournay, A. Robert, J. Starcky, C. Mondesert, Logos, in DBs, V (1952), coll. 425-96; V. ELLENISMO.

VIII. IL CRISTIANESIMO PRIMITIVO

Razionali e protestanti liberali dell'estrema sinistra si sforzano attualmente di provare che, fin dai primi tempi idee pagane hanno alterato profondamente «la religione di Gesù». Quindi si fa indispensabile una revisione minuziosa delle origini cristiane.

1. La carriera dell'apostolo Paolo. - Supponiamo che si possa contestare il carattere miracoloso del fatto avvenuto a Damasco verso il 34 d. C. (Act. 9, 1-22; 22, 4-16; 26, 9-20; Gal. 1, 13-17) e quello delle rivelazioni che il convertito rivendica a sé (Act. 22, 17-21; II Cor. 12, 1-4, ecc.). Concediamo che egli conosca certamente, e in misura assai larga, idee e costumi del mondo ellenistico. Ciò che importa è di sapere se l'ellenismo l'ha trascinato, sia pure inconsciamente, ad allontanarsi dall'insegnamento trasmesso dal Cristo ai suoi primissimi discepoli intorno alla sua stessa persona, alla sua missione, ai suoi «comandamenti». Ora due serie di fatti rendono impossibile di ammetterlo: la sua condotta costante fino al martirio (nel 66 o 67), la condotta dei «grandi apostoli» (II Cor. 11, 5) e quella di tutte le Chiese più antiche a suo riguardo.

a) Questo zelatore delle tradizioni dei padri (Gal. 1, 13-14; Phil. 3, 4-6), questo persecutore dei cristiani non era affatto preparato ad ammettere un Messia sofferente, la divinità di un uomo mortale, la morale evangelica, la vocazione generale dei gentili, ecc. Per modificare fino a questo punto le sue convinzioni, ci vollero prove decisive: senza alcun dubbio quelle che avevano cagionato analogo cambiamento nei Dodici. Infatti, egli afferma e non cessa di affermare che il suo insegnamento non differisce da quello di essi: «Sive ego, sive illi, sic praedicamus» (I Cor. 15, 11). Lo prova, rallegrandosi con i Romani per la loro fede esemplare: «(quae) annuntiatur in universo mundo»; fede, che è pure la sua: «fidem vestram atque meam» (Rom. 1, 5-12). Quantunque non sia stato egli ad evangelizzarli, tuttavia suppone in essi le stesse convinzioni essenziali che tra i suoi propri discepoli e in tutte le Chiese fondate dai suoi

fratelli: « in verbo veritatis evangelii quod pervenit ad vos sicut in universo mundo » (Col. 1, 4-7; I Thess. 1, 7-8). Libero com'era di scegliersi il campo di apostolato, si proibisce di predicare il Vangelo là, dove altri l'hanno già predicato (Rom. 15, 20-21; 16, 13-18). Quest'uomo appassionato, che si vanta di aver « resistito in faccia » a Pietro stesso, quanto all'applicazione di un punto di disciplina già regolato di comune accordo (Gal. 2, 11-21), si sarebbe adattato a questa divisione di lavoro, se avesse creduto necessario ristabilire che che le sue speculazioni o pretese visioni gli manifestavano come verità, o avesse creduto che i suoi emuli nell'apostolato alteravano il tipo di catechesi (τύπων διδαχῆς; Rom. 6, 17), accettato da tutti? Come mai avrebbe imposto a tutti, in maniera così energica, di non farlo mai? (Rom. 16, 17; Col. 2, 6-9; II Thess. 3, 6; Eph. 4, 13-14).

b) Nonostante i suoi antecedenti di persecutore e i suoi successi, così adatti a destare gelosie, ecc., Paolo non ha (dal momento che solo contro di essi si difende), altri avversari che i giudeocristiani, ostinati a mantenere le pratiche mosaiche. Pietro lo copre della sua autorità, dicendo: « Credete che la longanimità di Nostro Signore è per la vostra salute, come anche Paolo nostro carissimo fratello vi ha scritto, secondo la sapienza a lui data. E questo lo fa in tutte le lettere, in cui parla di queste cose. Vi si incontrano passi difficili a intendersi (διονόητα), che gli ignoranti e gli incerti stravolgono dal loro senso, come fanno anche per tutte le altre Scritture, per loro perdizione » (II Pt. 3, 15-16). Va ben pesata la forza di tali termini e di questo fatto: tutte le lettere di Paolo, salvo parziali esitazioni per la Lettera agli Ebrei, sono state accolte come Scritture da ciascuna delle Chiese. La sua predicazione, anche se più sublime e che meno s'induigiava intorno ai rudimenti della dottrina, « il latte dei bambini » (Hebr. 5, 11-14) era dunque in pieno accordo con il τύπος διδαχῆς, la catechesi dei Dodici.

BIBLI: A. Schweitzer, Gesch. der paulinisch. Forschung, Tubinga 1911 (questo celebre missionario protestante molto erudito e giudizioso nelle sue critiche presenta sfortunatamente una soluzione personale inaccettabile: l'escatologismo di s. Paolo); F. Prat, St Paul et le paulinisme, in DFC, III (1922), coll. 1621-54 (documentata, assai abbondante); id., Théol. de St Paul, II, 16e ed., Parigi 1920, pp. 1-52; 467-75; H. Pinard de la Boulaye, Jésus et l'hist., ivi 1920; vers. II. Torino 1931, pp. 115-51 (v. APOLLO, APOSTOLO).

3. La testimonianza dei Sinottici

Tra la morte di Cristo e il primo apostolato di Paolo sono trascorsi venti anni. In questo spazio di tempo la Chiesa primitiva non avrebbe potuto evolversi in modo da trovarsi preparata ad accettare i punti di vista personali del convertito? A provarlo i partigiani della « Religionageschichtliche Schule » (v. BOUEST, WILHELM) e quelli della « Formgeschichtliche Methode » (v. FORMA) accumulano i parallelismi; a sentir loro, ogni illuminato, ogni credente si dà quello di cui ha bisogno per giustificare la propria fede. Infatti esempi di questo genere ce ne sono moltissimi: ma il passare dalla frequenza di alcuni atti alla loro universalità, senza tener conto dei contrasti manifesti, è trasformare il metodo comparativo in metodo arbitrario di assimilazione o di livellamento.

Prima di tutto: la Chiesa primitiva, quella di Gerusalemme, non è affatto una società amorfa di devoti o di illuminati; ha invece i suoi capi incontestati, i Dodici, e un capo supremo, che prende le iniziative (Act. 1, 15-26) e rivendica il diritto di regolare i contrasti (Act. 15, 7 ecc.). I suoi fratelli e lui hanno un identico concetto dell'apostolato: secondo l'ordine avuto da Gesù (Lc. 24, 48; Act. 1, 8), si presentano come i « testimoni » di fatti non avvenuti in angulo, in segreto (Act. 26, 26; 1, 21-22; 2, 32; 3, 15; 4, 19-20; 5, 32; 10, 39), non come spacciatori di favole ingegnosamente inventate, doctas fabulas secuti (II Pt. 1, 16; I Pt. 5, 1-4; I Io. 1, 1-3, ecc.). Per essi, come per Paolo, la fede, condizione della salvezza, non è dunque un sentimento o una concezione generica delle cose, ma una « obbedienza » alla legge di pensiero e di azione imposta ad essi e a tutti dal divino Rinascitato, ὑπακολό πίστεως (Rom. 1, 5; 16, 17-19, 26, ecc.). Questi testimoni sono arrivati a confermare con il sangue la loro fede. Ecco un punto che li distingue dagli

entusiasti che si appellano sia a tradizioni esoteriche, intemporali, come gli gnostici (v. GNOSI) e gli ermetisti (v.), sia a rivelazioni individuali, come i montanisti (v.) e numerose sette.

Altri contrasti: assenza nei Sinottici di ogni speculazione; le parole e le azioni del Cristo sono riferite senza alcuna glossa che permetta di sospettare l'influenza di Paolo, senza dipendenza apparente dalla sua terminologia: parole e azioni, tuttavia, le più adatte a giustificare la sua teologia; sobrietà nel campo del meraviglioso: sono riferiti miracoli, è vero, ma quanto differenti, nell'insieme dei loro caratteri sia fisici che morali, dai prodigi attribuiti a Buddha, agli dèi dell'induismo, a Maometto, ecc.; morale manifestamente superiore a quella del giudaismo contemporaneo; e finalmente il carattere di Gesù, al cui incanto così poche sono le anime che sfuggono.

J.-J. Rousseau, conchiude con ragione: « Non è così che s'inventa... Il Vangelo presenta caratteri di verità così grandiosi, così sorprendenti, tanto inimitabili, che l'inventore sarebbe più stupefacente che l'eroe » (Emile, IV, in Oeuvres, VII, Parigi 1822, pp. 246-49); V. CRISTIANEISMO, in Enc. catt., IV, coll. 895-99; GESÙ CRISTO, ibid., VI, coll. 247-61.

I Sinottici non hanno dunque lasciato libero gioco alla loro immaginazione; d'altra parte la loro mentalità di giudei appare felicemente trasformata. Sotto quale influsso, se non quello del Maestro incomparabile, nel quale hanno finito per riconoscere il Figlio prediletto del Padre (Mt. 3, 17; Mc. 1, 11; Lc. 3, 22; Mt. 17, 5; Mc. 9, 6; Lc. 9, 35), il suo eguale (Mt. 11, 27), il Giudice dell'ultimo giorno (Mt. 16, 27; Mc. 8, 38; Lc. 9, 26; Mt. 11, 21; Mc. 10, 37), il maestro che ha loro imposto la più stretta fedeltà al suo insegnamento (Mt. 28, 19-20; Mc. 15, 16, ecc.)?

4. La testimonianza di Giovanni

Il quarto Vangelo, più tardivo, si distingue dagli altri tre per caratteri facili a spiegarsi. Come dichiara la stessa conclusione, esso è un supplemento di inchiesta su di un punto aspramente conteso: la divinità di Gesù (Io. 20, 31). Vengono dunque riferiti fatti nuovi, e in parte spiegati: a cagione degli avversari ai quali frequentemente sono rivolti, i discorsi prendono una piega e un tono differenti. Il prologo, poi (1, 1-18) si distacca più nettamente ancora dalla maniera dei Sinottici; ma, tutto sommato, presenta, sotto la personale responsabilità dell'Apostolo, la sintesi della loro dottrina intorno alla dignità sovreminente del « Figlio dell'uomo » e intorno alla sua missione. Forse Giovanni adopera il termine Logos, come Paolo quelli di gnosi e di epignosi, a motivo delle speculazioni allora in voga; ma non già per adattarvisi, bensì per correggerle.

Non è qui il luogo di abbozzare neppure la storia dei termini γνῶσις, λόγος, πληρέωσις, πνεύμα, dell'amorisi πνευματικὸς, ψυχικὸς, presso s. Paolo, ecc.; cf. gli autori citati qui, § 3 e più oltre, § 4. Solo è da ricordare che le dipendenze di vocabolario più nette non provano affatto l'identità dei concetti. Il senso delle parole deve determinarsi dal contesto, e il contesto può rivelare divergenze notevoli e in certi casi una intenzione di opposizione.

Giovanni si astiene dal ripetere quello che i suoi predecessori hanno già riferito, salvo a portare qua e là alcune precisazioni ai loro scritti. Segno che ritiene per vera la loro relazione. Del resto la sua consegna ai fedeli coincide con la loro: il rimanda all'insegnamento dei primi anni: quod fuit ab initio (I Io. 1, 1-4; 2, 7; II Io. 5); raccomanda loro di non credere a pretese suggestioni o rivelazioni dello Spirito Santo: Nolite omni spiritui credere, sed probate spiritus si ex Deo sint. È uno spirito di menzogna, spiega, come Paolo, un anticristo, colui che altera la dottrina su Gesù: qui soluit Christum (I Io. 4, 1-6; 2, 22-25; I Cor. 12, 3). « Se qualcuno non vi porta la parola di Cristo, non accoglietelo tra voi, non salutatelo » (II Io. 7, 11).

Si richiama ancora un tratto che lo dispone meno ancora dei suoi fratelli, al s. Più di essi egli insiste su questo principio: « amare il Cristo è prima di tutto restar fedeli al suo insegnamento » (Io. 14, 15, 21-24, 31; 15, 10, 14); « in colui che conserva la sua parola, in lui veramente (dunque in lui solamente) l'amor di Dio

è perfetto » (I Io. 2, 3-6; II Io. 6; cf. Mt. 5, 19; 7, 21-23; 12, 46-50; Lc. 11, 27-28). Simili raccomandazioni, proporzionate all'attrattiva esercitata sopra di essi, impedivano che coloro che il Cristo aveva costituito suoi « testimoni » si permettessero, specialmente su punti capitali, imprestiti dall'ellenismo, dallo gnosticismo, ecc.

BIBL.: V. Logos e inoltre: C. Mondesert, Logos (Vetus Testamentum), in DBs, V (1952), coll. 465-79; J. Starcky (Novum Testamentum), ibid., coll. 479-96; in forza di un analogo pensiero di reazione, vari scrittori cristiani hanno chiamato Gesù il « vero Zeus », il « vero Apollo », ecc. (cf. J. Dölger, in Antike und Christentum, 3 (1932), pp. 225-30) quando pure il popolo cristiano riteneva questi dei altrettanti demoni: ibid., pp. 153-76. Sulla dottrina dello Spirito: K. Prümme, Der christl. Glaube, II, Lipsia 1935, pp. 113-62; G. Verbeke, L'evolution de la doctrine du Pneuma, Parigi 1945; C. K. Barret, The Holy Spirit and the Gospel tradition, Londra 1947; V. SPIRITO SANTO.

5. Il « quinto Vangelo »

Prima di essere consegnato per scritto, il messaggio di Gesù è stato predicato: vangelo orale, adatto a controllare gli altri, almeno quanto all'essenziale della sua vita terrestre e del suo insegnamento. Ora, fatto straordinario, gli altri quattro Vangeli, nonostante gli apporti e le sfumature che li distinguono, sono stati ricevuti, senza contestazioni, da tutte le Chiese dei primi giorni. E questo, mentre i Vangeli detti « apocrifi » (v.), ben più seducenti per le loro leggende, non hanno ottenuto che un'autorità infima e una diffusione ristretta; questo, inoltre, senza alcuna revisione ufficiale o alcun intervento della suprema autorità, come invece è accaduto per le Scritture buddhiste sotto il re Aqoka, per l'Avesta dei Persiani sotto Sapore I, per i Libri sibillini sotto Augusto, per il Corano sotto il califfo 'Oman, ecc. Fatto davvero straordinario, consacrazione più decisiva sotto il punto di vista critico che non un decreto emanato da Pietro o da qualunque concilio arcaico. Le primissime comunità cristiane, infatti, erano state fondate ciascuna da un apostolo, un evangelista, o qualche « testimone » qualificato, e se ne gloriavano (I Cor. 1, 12; 3, 1-7). Secondo le leggi che la Religionegeschichtliche Schule si compiace di invocare, ciascuna avrebbe dovuto avere, entro breve tempo, i suoi usi, le sue speculazioni, i suoi miti propri e ingegnarsi di mantenerli. Ora, esse non hanno ricevuto come espressione della vera fede che gli scritti di Paolo, dei quattro Evangelisti, le poche lettere di Pietro, Giacomo, Giovanni e Giuda; l'Apocalisse e di altro genere. Donde può provenire questo esclusivismo se non dall'accordo dei Dodici e dei primi discepoli tra di loro, dal principio alla fine della loro carriera, e dalle uniformi consegne ricevute l'Eccole: « Non vi siano tra voi sciami (σχιώματα) » (I Cor. 1, 10-13). « O Timoteo, custodisci il deposito; evita le empie discussioni della falsa gnosi, τῆς ψευδωνύμου γνώσεως; alcuni, che vi hanno aderito, sono andati lontano dalla fede » (I Tim. 6, 20-21; 1, 3-4; 4, 7; II Tim. 1, 13-14; 4, 2-4). « Da chi fomenta le divisioni, separati dopo un primo e secondo avviso » (Tit. 3, 10-11). « Se qualcuno non vi porta la dottrina del Cristo, non ricevete nella vostra casa; non salutate!» (II Io. 7, 11). Pietro denuncia le sette o eresie di perdizione (II Pt. 2, 1) e dichiara che sarebbe stato meglio per i fautori di esse non aver mai conosciuta la verità, che non abbandonare la legge santa, ricevuta dalla tradizione (ibid. 2, 21-22; cf. Iud. 3, 4; 17, 23). Altre direttive altrettanto ferme nella Didaché (4, 13; 6, 1; 11, 1-2); verso il 95, nella prima lettera di Clemente (7, 1-2; cf. 42); verso il 100 in quella dello pseudo-Barnaba (19, 11); tra il 107-17 in quelle del martire s. Ignazio (Eph. 6, 2; 9, 1; Trall., 9, 1); ca. la stessa data, in quelle del martire s. Policarpo (Phil. 7, 2).

Che il controllo esercitato dal « quinto Vangelo », la tradizione vivente, non sia stato privo di efficacia, eccone l'ultima prova: alcune fonti estracanoniche hanno tramandate pretese e parole di Gesù; ora, appena qualcuna la critica osa ritenere come autentica (J. Jeremias, Unbekannte Jesusworte, Zurigo 1948; V. AGRAPHON; LOGIA).

BIBL.: J. V. BAINVEL, VINCENT, De magisterio vivo et tradition, Parigi 1905; A. d'Alès, La tradition chrétienne, dans l'hist., in Etudes, 111-112 (1907), tre articoli; id., stesso titolo, in DFC. IV (1928), coll. 1740-83; P. Batifol, L'Eglise naissante, Parigi 1909; 11ª ed. ivi 1927; dalla 5ª ed., prefaz. che risponde alle critiche di A. Har-

nack; vers. II. Firenze 1914; id., Cathedra Petri, Parigi 1938, prefaz., pp. 4-10; A. Deneffe, Der Traditionsbegriff, Münster 1931; J. Ranft, Der Ursprung des hath. Traditionsprinzips, Würzburg 1931, con discuss. delle analogie; bibl., pp. xi-xx; id., Die Traditionsmethode als älteste theol. Methode des Christent., ivi 1934, p. 36; D. van den Eynde, Les normes de l'enseignement chrét. dans la littér. des trois prem. siècles, Parigi 1933; H. Pinard de la Boullaye, L'Ecriture est-elle la règle unique de la foi?, in Novo, rev. théol., 63 (1936), pp. 839-67. Di qui le « lettere di comunione » che garantivano sia l'accordo delle Chiese tra di loro, sia l'ortodossia dei chierici itineranti e dei mendicanti; C. Du Cange, Glossarium med. et inf. graecitatis, Lione 1888, s. V. συστατικαί ἐπιστολαι, col. 1495; Martigny, Dict. des antig. chrét., 2ª ed., Parigi 1887, pp. 420-23 (Lettres) e pp. 755-57, (Tessères); A. Harnack, Epistolae formatae, in Realenc. für protest. Theol., 3ª ed., XI (1912), pp. 136-38. Sull'importanza di quest'uso cf. W. Ward, Le card. Wiseman, vers. fr., I, Parigi 1900, pp. 341-54; V. TERTULLIANO; VINCENZO DI LÉRINS.

6. Conclusione

Resta fuori di ogni dubbio che nessuno dei vangeli canonici può essere qualificato come « relazione storica » nel senso stretto della critica moderna. In Matteo e Marco soprattutto l'ordine cronologico non è rigorosamente rispettato. Consigli riguardanti una medesima classe di doveri sono artificialmente accostati, in vista della catechesi. Inoltre ogni Evangelista riassume i fatti a suo modo, salvo ad aggiungere questo o quel particolare, o questo o quel miracolo che deve alla sua informazione personale. Tali libertà, ben lontane dall'infirmare il valore della loro testimonianza, non fan che renderla più efficace quanto all'essenziale: esse manifestano non la loro indipendenza totale riguardo alle fonti comuni, ma la revisione a cui le fonti sono state sottoposte (cf. Ch. Langlois, Introd. aux études histor., 2ª ed., Parigi 1899, p. 173; E. Bernheim, Lehrbuch der histor. Methode, 6ª ed. Lipsia 1908, pp. 80 sgg., 195 sgg., 524 sgg.).

Fin dalla pubblicazione del suo Lehrbuch der Dogmengeschichte (3 voll., Tubinga 1886-90) Harnack riconosceva che i tratti distintivi del cattolicesimo dovevano riportarsi molto più indietro che non l'ammettessero comunemente gli storici protestanti, e lo ricorda nella sua recensione all'importante opera di mons. Batifol, sopracitata: L'Eglise naissante; ciò nonostante persiste a sostenere che la religione di Gesù, quale è presentata dal cattolicesimo, è diventata « essenzialmente un'altra ». Al cattolicesimo rimprovera in particolare di aver eliminato un elemento della massima importanza: la sottomissione a Dio senza alcun intermediario: das der unmittelbaren göttlichen Gebundenheit, e la libertà personale che esso consacra: und der durch sie gesetzten individuellen Freiheit (Theol. Literaturzeit., 34 [1909], coll. 51-53). La stessa accusa ritorna di frequente sotto altre penne. Ma è facile rispondere che tante divisioni, tra le Chiese cristiane, divisioni da essi sempre più deplorate, derivano da questo appello ad una libertà individuale interamente sottratta al controllo della gerarchia istituita per prevenire le illusioni o almeno le loro conseguenze, in una intera fedeltà al tipo di catechesi fissato fin dalle origini, τύπος διδάχης (Rom. 6, 17), ἐν τῇ διδάχῃ τοῦ Χριστοῦ (II Io. 9); la tradizione (cf. E. Pinard de la Boullaye, conferenze dette nel 1935, vers. it., L'eredità di Gesù, Torino 1937, pp. 185-264; bibl., p. 253).

IX. DAI PRIMI APOLOGISTI ALLE INVASIONI BARBARICHE

7. I dogmi

Da quando la Chiesa estese le sue conquiste e i suoi scrittori inaugurarono le loro controversie con gli intellettuali, l'influsso dell'ellenismo si fece più sensibile: abbondanti citazioni di autori pagani, uno sfoggio addirittura in Clemente Alessandrino, specialmente nei suoi Stromata (o "Tappeti"), in Eusebio di Cesarea nella sua Preparazione evangelica, ecc.; manifesta dipendenza di pensiero in Clemente rispetto a Musonio, nel Pedagogo; in s. Ambrogio riguardo al De officiis di Cicerone; in Gregorio di Nissa e Agostino rispetto al neoplatonismo, ecc. Dionigi, lo pseudoareopagita, arriva perfino a inserire nel suo testo passi interi di Proclo. Fatti di questo genere, di cui sarebbe facile moltiplicare

gli esempi, non provano affatto un'alterazione della fede primitiva; a convincersene basta considerare: a) i motivi che diressero questi scrittori; b) i limiti delle loro concessioni; c) la norma che dirige la loro scelta e il fine a cui miravano.

a) Infatti, qualunque ne sia la ragione, non può essere cosa reprensibile trarre profitto da ciò che è vero, bello e moralmente buono. Si loda Virgilio perché ha saputo « ricavare perle dal letamaio di Ennio e. Così pure Seneca rivendicava, occorrendo, il diritto di citare Epicuro: « Quod verum est, meum est... Sciant (omnes) quae optima sunt, esse communis » (Ad Lucil., Epist., XII, 10; XVI, 6). Lo stesso dichiara s. Giustino: « Ciò che di bene è stato detto, non importa da chi, è di noi cristiani ». E giunge a pretendere che i pagani abbiano derivato queste loro idee sane dai Libri Santi (tesi del « plagio », derivata dal giudaismo e sfortunatamente ripresa da altri). Meglio ispirato e deformando la teoria stoica dei λόγοι σπερματικοί, egli li presenta come « semi del Verbo » (Il Apol., nn. 8, 10, 13: PG 6, 380, 457, 460 sgg.); analoghe concezioni in Clemente Alessandrino (Pratrept., 6, 7: ibid. 8, 173, 184); in Agostino (De doctrina christ., II, 18, 25 sgg., 40 sgg.: PL 34, 49 sgg., 54 sgg., 63).

Altro motivo di citare autori pagani: la carità, che comanda di farsi tutto a tutti, « omnibus omnis factus sum, ut omnes facerem salvos » (I Cor. 9, 19-23), e perciò di cominciare a rendere loro giustizia e rilevare i punti di accordo (Clemente Alessandrino, Strom., I, 1, 19; V, 3: PG 8, 705, 805 sgg.; 9, 37; Origene, Contra Celsum, VII, 46: ibid. 11, 1588; s. Giovanni Crisostomo, In ep. ad Timot., homilia 3: ibid. 62, 677 ecc.).

b) D'altra parte le approvazioni e gli elogi sono accompagnati, quando è necessario, da espresse riserve e da vigorose confutazioni. Tutti questi apologisti, anche quelli che su questo o quel punto hanno prestato, come Origene, il fianco a critiche, dichiarano: la regola che essi intendono seguire è la S. Scrittura, e la Scrittura quale fu compresa dalla Chiesa primitiva (Tertulliano, De praescript., capp. 6, 14, 21: PL 2, 18, 27, 33; Clemente Alessandrino, Strom., I, 19: PG 8, 808-13; Origene, De principiis, I, nn. 1-4: PG 11, 115-18; Ep. ad Gregor., ibid., 88-92). « Quanto ai filosofi, scrive s. Agostino, se accade che abbiano detto qualche cosa di vero, in accordo con la nostra fede, soprattutto in mezzo ai (neo-) platonici, non c'è da allarmarsi, ma da riprendere quelle verità da essi, come da ingiusti possessori e volgerle a nostro uso » (De docte. christ., II, 40: PL 34, 63; cf. s. Girolamo, Ep., 119, n. 11: ibid. 22, 978 sgg.; Ep., 62: ibid., 606; Ep., 70: ibid., 664-68; Teodoreto, Graec. affect. curatio, I: PG 83, 821-25, ecc.). Del resto la Chiesa intervenne per fermare il contagio dell'ellenismo, τὰ ἐλληνικὰ νοσούντες (s. Basilio, De Spir. Sancto, 17, 43: PG 32, 148) V. ADOZIANISMO; ARIANESIMO; DOCETI; GNOSI; ORIGENE E ORIGENISMO; PELAGIO E PELAGIANESIMO.

c) Lo scopo comune degli apologisti è di sfruttare i punti di accordo per condurre gli avversari alla « vera gnosi », alla « vera filosofia », la sola suscettibile di una dimostrazione rigorosa (μόνοι μετὰ ἀποδείξεως; Giustino, I Apol., 1, 20: PG 6, 357), un eclettismo, se si vuole (Clemente Alessandrino, Strom., I, 7: ibid. 7, 732), ma un eclettismo attuabile soltanto alla luce della fede (Origene, Contra Celsum, III, 81: ibid. 11, 1025; Lattanzio, Divin. instit., VII, 7: PL 6, 759).

Sarebbe tuttavia cosa straordinaria, se questi primi tentativi di teologia e di filosofia religiosa fossero stati invariabilmente felici. Infatti, si possono, p. es., rilevare negli scrittori anteniceni espressioni e spiegazioni, che sembrano attribuire al Logos, nella Trinità, un posto secondario (subordinazionismo; cf. J. Tixeront, Hist. des dogmes, 11ª ed., Parigi 1930, pp. 244-57, 290-403). Tuttavia resta pur sempre chiaro, anche se non si vogliono interpretare con indulgenza, che essi hanno voluto difendere la dottrina tradizionale, specialmente la divinità di Cristo. Resta pur sempre vero, come già si esprimevano Giustino (I Apol., n. 60: PG 6, 420) e Ireneo (Adv. haer., I, 10, 2: ibid., 7, 553), che i semplici pro-

fessavano questo dogma, come i dotti, e perciò provano che questi non l'avevano ricevuto dall'ellenismo (J. Lebreton, Le désaccord entre la foi et la théol. savante au XIIIe siècle, in Rev. d'hist. eccl., 19 [1923], pp. 481-506; 20 [1924], pp. 5-37; id., più brevemente in Fliche-Martin-Frutz, II, cap. 14, § 2, pp. 353-65).

In questo modo, mentre i dossografi pagani si limitavano a stendere cataloghi di opinioni (βόξαι; H. Diels, Doxographi Graeci, Berlino 1879), adatti propriamente ad accreditare l'eclettismo, l'indifferentiamento e per mezzo di questi il s., i rappresentanti della Chiesa creavano parecchi generi letterari nuovi: trattati apologetici, ordinati alla dimostrazione di una religione appoggiata ad una rivelazione recente e controllabile e perciò esclusiva nelle sue pretese; cataloghi di eresie, denuncianti talora con qualche eccesso l'influsso della speculazione profana (Giustino, Egesippo, Ireneo, Ippolito, Eusebio, Epifanio, Teodoreto, ecc.); trattati dogmatici di Atanasio, Ilario, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, Cirillo, Ambrogio, serie che viene ad incoronare, per così dire, il De Trinitate e il De civitate Dei di s. Agostino.

Inoltre è da considerare la creazione di una lingua nuova. I vocaboli, che i suoi dottori derivarono dalla lingua greca, traducono sfumature di pensiero che sono loro proprie, esattamente come i termini cristiani conservati dalle Chiese separate da Roma non esprimono più esattamente, per un buon numero, ciò che esprimevano per essi.

BIBL.: L. Montant, De ratione qua christ. theologi linguam Graecorum philos. suae philosophiae accomodariot, Perigi 1878, opera largamente sorpassata dagli studi riuniti in G. Kittel, Theol. Wörterb. zum Neuen Testament, Steccardo 1933 sgg. Lo stesso autore fin dal 1931, segnalava l'importanza di codeste ricerche: Religionsgesch. und das Urchristent. (Gutenloh 1931, pp. 80-106) e reagiva nettamente contro le tesi sincretiste (pp. 11-41). Per uno sguardo sommario: S. Lyonnet, Hellenisme et christ., in Biblica, 26 (1945), pp. 116-32; G. Rabeau, Lexicographia sacra, in Bull. de litter. eccl.ii, 49 (1948), pp. 57-60. Nello stesso senso: J. Dupont, Gnosis, Lovanio 1949; L. Bouyer, Mystique, Essai sur l'hist. d'un mot, in Vie spirit., suppl. al maggio del 1949, pp. 3-23 ecc. Il dio supremo dell'ellenismo, anche quando alcuni suoi attributi gli si avvicinano (A.-J. Postugière, La révélation d'Hermis Trémégiste, II, Parigi 1949, p. x, n. 1) non è affatto identico al Dio della Rivoluzione cristiana: non è l'Infinito di tutte le perfezioni sia fisiche che morali, lo stesso Amore (I Io. 4, 16), la cui sapienza, santità e bontà spiegano nello stesso tempo il fine ed il modo della redenzione (mediante la morte del proprio suo figlio; Gal. 2, 20; Eph., 2, 4; 5, 2; Io. 3, 16 ecc.) o le condizioni della sua applicazione. Ora la nozione di « Dio » si ripercuote su tutti i particolari delle speculazioni. Studi d'insieme: B. Allo, L'Évangile en face du syncrétisme palen, Parigi 1910; P. de Labriolle, La réaction palenne, ivi 1934.

8. La liturgia cattolica

a) A poco a poco la Chiesa ha sviluppato ugualmente i suoi riti. Posta la costanza con cui i suoi apologisti hanno combattuto tutte le sette gnostiche, dovrebbe sembrare impossibile che, anche solo sotto questo aspetto dei riti, la Chiesa li abbia copiati. Tuttavia il Renan lo sostenne, contro l'avvertimento formale del dotto di cui ha sfruttato le ricerche, J. Matter. W. Bouset (v.) riprese la stessa tesi, senza però renderla accettabile; Hauptprobleme der Gnosis, Gottinga 1907 (severa recensione di A. Harnack, in Theol. Literaturzeitung, 33 [1908], pp. 10-13).

Numerosi dotti si rivolsero ai culti orientali di Iside e di Osiride, di Cibele e di Attis, di Mitra ecc. « Anche quando non avessimo alcun indizio per rendere questa ipotesi accettabile », dichiarava Salomone Reinach, l'autore di Orpheus, « bisognerebbe ricorrervi per stabilire, al di fuori di ogni intervento trascendente, la continuità della evoluzione religiosa » (Rev. archéol., 5ª serie, 11-12 [1920], p. 150). Parole chiare! Infatti ogni indizio serio manca. Quei « misteri » commemoravano miti fuori del tempo e incontrollabili, mentre la liturgia della Chiesa commemorava avvenimenti recenti: Christus, Tiberio imperitante, per procuratorem Pontium Pilatum supplicio affectus (Tacito, Annales, XV, 44). I loro riti potevano sembrare « un ritorno allo stato selvaggio » (Fr. Cumont, Religions orient., 4ª ed., Parigi 1929, p. 191); non avevano quindi nulla che potesse attirare e sedurre i discepoli di Gesù (id., Lux perpetua, ivi 1949, p. 428); perciò

li hanno aspramente criticati. E si noti soprattutto questo: nessuno degli dèi orientali era morto per espiare il peccato, nessuno per amore dell'umanità, nessuno con tanto splendore morale, nessuno per provare in seguito con la sua risurrezione la sua uguaglianza con il Dio unico, santità infinita. Si è forse, perciò, condotti a domandarsi se questo ricorso ai misteri orientali non abbia avuto per causa, almeno presso taluni eruditi, la loro impotenza a comprendere oppure la loro ripugnanza ad ammettere il mistero del Calvario, apparentemente follia, juspila, in realtà opera di una sapienza trascendente (I Cor. 1, 18-25; 2, 12-16, ecc.), considerando la capacità di rivelare la malizia di ogni rivolta contro Dio, il rigore dei castighi che richiama, l'amore del Creatore per le sue creature (Rom. 5, 8-11; 8, 32-39), la convenienza di accettare, come giusto ricambio, le vessazioni e le persecuzioni alle quali non possono sfuggire i più fedeli suoi servi (Io. 15, 18-21; Rom. 8, 35-39; I Pt. 4, 12-19, ecc.).

BIBL.: E. Jacquier, Les mystères et si Paul, in DFC, III, coll. 964-1012; bibl., coll. 1012-14; W. Goossens, Les origines de l'Euchar, Parigi 1931, pp. 252-83, bibl. pp. 256-58; J. Coppens, Euchar, in DB, I, coll. 1192-1212, bibl. coll. 1214-15; J. Dey, Paliggennesia, Münster 1937, bibl. pp. XI-XII; K. Prüm, Religionsgesch. Handbuch, Friburgo in Br. 1934, pp. 213-356; V. ARCANO; BATTESIMO; EUCARISTIA; MISTERI.

b) Gli eruditi cattolici, invece, sono d'accordo in questo: la Chiesa ha fissato alcune feste cristiane allo stesso giorno di feste pagane per distornarne i suoi fedeli; così ai Ludi Apollinares, dal 5 al 13 luglio, sostituì la festa delle Collette (cf. s. Leone Magno: PL 54, 158-68), alla Cara cognatio del 22 febbr. sostituì la festa Natale Petri de cathedra; e avrebbe scelto il 25 dic. per opporre il Natale alla festa del Sol invictus. Sono questioni di fatto; in linea di diritto il reagire a questo modo è tutt'altra cosa che capitolare; si dirà forse che i nazisti e i senza Dio russi si sono avvicinati alla fede cristiana, perché han sostituito le loro feste a quelle della Chiesa?

c) Ma almeno il culto dei santi non sarebbe la continuazione del culto delle divinità subalterne? Lo hanno preteso nei primi secoli alcuni polemisti pagani, un gran numero di protestanti nel sec. XVI, e ai nostri giorni molti altri con più erudizione che critica, specialmente E. Lucius, Die Anfänge des Heiligenkults, ed. G. Anrich, Tushinga 1904. In realtà il culto dei MARTIROLOGIO (v.); il culto dei confessori sorse più tardi. La glorificazione degli uni e degli altri aveva lo scopo di attirare i fedeli ad imitare il rifiuto, opposto da essi, alla partecipazione ai riti e ai costumi del paganesimo. Ma questo non è affatto s., né cesaropapismo. Nonostante le proteste della Chiesa, si ebbero eccessi, superstizioni e molte leggende; il Newmann ne ha esposta la ragione.

3. Sullo sfruttamento dell'arte pagana, che è questione accessoria, V. ARCHITETTURA ECCLESIASTICA; CHIESA, B) La C. come edificio. III. Arte.

BIBL.: G. Semeria, Dogma, gerarchia e culto nella Chiesa primitiva, Roma 1902, 2ª ed. 1907; Dom F. Cabrol, Culte chrétien, in DFC, I, coll. 832-48, bibl. coll. 848-51; id., Fêtre chrét., in DACL, V, coll. 1412-52, bibl. col. 1452; K. A. Kellner, Heurteologie, 3ª ed., Friburgo in Br. 1911; H. Delehaye, Les légendes hagiograph., 3ª ed. Bruxelles 1927, vers. it., 2ª ed. Firenze 1910; G. Vacandard, Etudes de critique et d'hist. relig., 3ª serie, Parigi 1912, pp. 59-212; H. Delehaye, Sanctus, Bruxelles 1927; id., Les oris du culte des martyrs, 2ª ed. ivi 1933; K. Prüm, Der christl. Glaube, II, Lipsa 1935, pp. 193-206, 445-51; P. Séjourné, Saints, in DThC, XIV, coll. 879-978; H. Leclercq, Saints, in DACL, XV, coll. 373-462.

X. L'EPOCA DEI BARBARI

a) Le invasioni successive dei barbari minacciavano di rovinare per sempre la civiltà greco-romana, già migliorata dal cristianesimo. La Chiesa dovette impegnarsi a convertire quelle rudi nature. A questo scopo, fedele alla tattica di s. Paolo di «farsi tutto a tutti» (I Cor. 9, 19-23; cf. s. Tommaso, in h. l., Opere, ed. di Parma, XIII, 222-23), accettò le nuove forme politiche e solo proibì gli usi incompatibili con la sua fede e la sua morale. Caratteristica, fra tutte, è a questo riguardo l'accondiscendenza suggerita da Gregorio Magno all'apostolo degli Inglesi, Agostino: mutare la destinazione dei templi piuttosto che distruggerli;

proscrivere i sacrifici ai falsi dèi, ma tollerare festini e divertimenti in uso in alcune feste, ut dum aliqua exterius gaudia reservantur, ad interiora gaudia consentire facilius valeant (Ep. 76; PL 77, 1215-16; Ep. 64; ibid., 1187; cf. R. Aigrain, in Fliche-Martin-Fruta, V [1938], cap. 10, § 1, pp. 286-89). La Congregazione di Propaganda, richiamando un decreto del 1659, dava recentemente analoghe consegne ai missionari (AAS, 28 [1936], pp. 406-409; cf. 31 [1939], p. 269; J. Schmidlin, Kath. Missionlehre, 2ª ed., Münster 1923, pp. 216-38, 352-59, 378-80; P. Charles, Tactique missionnaire, in Nouv. rev. théol., 67 [1940], pp. 385-96).

Una relazione presentata nel 1908 alla Conferenza di Lambeth riconosceva che la cristianizzazione aveva portato con sé, in passato, una certa proporzione di snazionalizzazione e che i missionari anglicani erano stati troppo proclivi a scoraggiare o a sopprimere usanze indigene che in sé non avevano alcuna connessione necessaria con l'idolatria e la superstizione. Perciò il Comitato delle missioni ricordava la risoluzione 19ª della Conferenza del 1897: adattarsi alle circostanze locali, incoraggiare le persone a far le cose a loro modo, in their own ways, anche se questo non fosse il migliore, even though it may not be ideally the best way (Conference of Bishops of the Anglican Communion, Londra 1908, pp. 114-115; cf. tutto il testo in H. Pinard de la Boullaye, op. cit., II, pp. 131-32 e bibl.; cf. inoltre Report of the Commiss. on Christian higher education in India, Londra 1931, p. 240; vers. fr. in Etudes, 215 [1933], p. 476). Confessioni di questo genere non sono forse, almeno in larga parte, la condanna implicita delle accuse rivolte contro il pagano-papismo? Per dimostrarne tutta l'ingiustizia, basterebbe richiamare i decreti dei concili generali e regionali contro tutte le sopravvivenze del paganesimo. Il semplice elenco è troppo lungo per potersi citare qui (v. AMULETO; DIVINAZIONE; MAGIA; SUPERSTIZIONI).

b) Riguardo alle credenze e alle speculazioni teologiche ci si limiterà a qualche cenno. Nel sec. VIII le controversie trinitarie, cristologiche e pelagiane erano sensibilmente sopite. Le scuole cristiane, ben lontane dal restare inattive, si applicarono a giustificare e approfondire i dati della fede. Per farlo con pieno successo, avrebbero avuto bisogno di una filosofia strettamente razionale e completa; ora esse non avevano quasi altro che quella di s. Agostino, penetrata di neoplatonismo. I copisti dei monasteri riuscirono a salvare dall'oblio testi preziosi, ma non le opere capitali di Platone e di Aristotele. Anzi Aristotele, assai male conosciuto, è ordinariamente giudicato con estrema severità (A.-J. Festugière, L'idéal religieux des Grecs et l'Évangile, Parigi 1932, Excursus C, pp. 221-263). Questi filosofi per l'ampiezza della loro inchiesta e le loro profonde concezioni avrebbero stimolato il pensiero; alcune loro tesi, evidentemente inammissibili, avrebbero obbligato a scrutare di nuovo molti problemi. Ma la situazione stava per cambiare.

XI. IL MEDIOEVO

Gli Arabi, in Oriente, specialmente al-Fārābī (v.) Avicenna (v.), e in Occidente Avenpace (v.) Averroè (v.) e d'altra parte i Giudei della Spagna, Avicébron (v.) Maimonide (v.), si diedero tardi alla filosofia. Il s., a cui gli uni e gli altri approdarono, provocò, soprattutto nell'Islām e nell'Occidente cristiano, una crisi delle più gravi: AVERROISMO (v.).

Dai principi di Aristotele Averroè dedusse chiare le seguenti conseguenze: nessuna Provvidenza (dunque neanche Rivelazione), eternità del mondo, carattere necessario della sua evoluzione, unicità dell'intelletto agente e nella intera umanità; nessuna immortalità personale, né ricompensa, né castigo nell'oltretomba. Queste tesi furono volgarizzate negli Sigieri di Brabante (v.) Boezio di Dacia (v.). Fu necessaria, perciò, una confutazione; intraprenderla e condurla a buon termine fu l'opera di Alberto TOMMASO D'AQUINO, SANTO (v.). La filosofia di quest'ultimo è un aristotelismo corretto e approfondito, per conseguenza un s., ma in pieno accordo con la Scrittura e la Tradizione. Il suo intellettualismo, il suo metodo sillogistico, la sua secchezza, porta alcuni spiriti moderni, per i quali

la fede è sentimento, slancio del cuore, esperienza intima, a ritenerlo un'alterazione del cristianesimo primitivo. Ma altro è il tono della predicazione, altro il tono della scienza pura. I sistemi filosofici e le ragioni del medesimo ordine, su cui si appoggiano le definizioni conciliari, non fanno una cosa sola con la fede: non aggiungono nulla ai « dogmi »; ma dispongono ad accettarli e a difenderli meglio. D'altra parte, convinzioni solidamente appoggiate e non effusioni sentimentali sono le sole a preparare le energie a tutta prova.

Che infine la teologia più ragionatrice non intralci affatto lo slancio mistico, ne sono prova Tommaso d'Aquino e numerosi dottori formati alla sua scuola.

BIBL.: Überweg, parte 2a, specialmente §§ 28-44, pp. 295-351, bibl. pp. 720-78; M. de Wolf, Hist. de la philos. médiév., 6a ed., 3 voll., Lovanio-Parigi 1934-47, specialmente I, cap. 4, pp. 297-312; II, cap. 2, pp. 129-266 (con scelta bibl.); R. Garrigou-Lagrange, St Thomas commentateur d'Aristote, in DTSC, XV (1946), coll. 641-50, bibl. col. 651; E. B. Gillon, Signification histor. du thomisme, ibid., coll. 651-93, bibl. col. 693; Et. Gillon, Le Thomisme, 5a ed., Parigi 1948; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XIII, ivi 1951, specialmente I, II, cap. 4, pp. 217-328.

XII. RINASCIMENTO E « RIFORMA »

a) I capolavori dell'antichità greca rivelati all'Italia dal sec. XIII e più abbondantemente ancora, dopo la presa di Costantinopoli per opera dei Turchi (1453), la loro diffusione favorita dalla recente invenzione della stampa, portarono alla concezione di un ideale nuovo di eleganza e di bellezza: l'umanesimo. L'entusiasmo fu generale; lo condiviserò papi e principi della Chiesa. Ma abbastanza rapidamente, parecchi letterati passarono dall'ammirazione delle forme artistiche a quella delle idee. L'escgesi allegorizzante, rinnovata dagli stoici, permetteva loro di attribuire alla mitologia pagana speculazioni profonde, anzi sublimi. E quindi, in maniera più o meno velata, alcuni si pronunciarono in favore dell'equivalenza, in ultima analisi, delle religioni. È forse questa una cosa diversa dal tornare alle soluzioni del s. ellenistico?

Erasmo, p. es., che più tardi doveva riprendersi, scriveva: « Se si vuol aspettare questa pace e questa concordia che sono l'ideale della nostra religione, bisogna, in quanto si può, parlare poco delle definizioni dogmatiche e permettere a ciascuno, su molti punti, un giudizio libero e personale ». Faceva anzi capire che la folla ignorante non può essere mantenuta nel dovere, se non la si inganna con pie menzogne. Corrado Mudt, canonico di Gotha, dichiarava che « la sapienza del Padre (1 Cor. 1, 24) non era stata devoluta esclusivamente agli Ebrei, ma aveva brillato presso i Greci, gli Italiani, i Germani, quantunque avessero usanze religiose assai differenti » (testi citati con molti altri da J. Janssen, Gesch. des deut. Volkes, 13a ed., II, Friburgo in Br. 1886, pp. 1-36; più in breve in H. Pinard de la Boullaye, Etude comparée des religions, 3a ed., I, Parigi 1929, pp. 143-55; cf. Überweg, parte 3a, 12a ed., §§ 1-22, pp. 1-215, bibl. pp. 621-53; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XV, Parigi 1951, pp. 211-74.

b) La Riforma non deriva dall'umanesimo, ma approfittò del culto di esso per i testi originali, del suo disdegno per il medioevo, per l'aridità e le sottigliezze di una teologia scolastica di fatto in decadenza, come pure degli abusi introdottisi nella Chiesa e degli scandali dati da una parte del clero. Lutero e Calvino hanno la pretesa di ritornare al « puro Vangelo ». Per giustificare l'abbandono dei dogmi cristiani - dei quali conservano ancora un buon numero (Trinità, Divinità di Gesù Cristo, ecc.) - si appellano al libero esame, alla « testimonianza dello Spirito Santo », dice Calvino, e presentano la Chiesa di Roma come la grande prevaricatrice. J. GERHARD, JOHANN (v.) ne denuncia i delitti: « agiolatria, iconolatria, artolatria, angelolatria, staurolatria, scheletrolatria, papolatria » (Loci theolog., ed. Preuss, Berlino 1867, De Ecclesia, n. 251, p. 153 sgg.). « Tra l'idolatria pagana e l'invocazione dei santi », afferma M. CHEMNITZ, MARTIN (v.), « c'è soltanto differenza di vocaboli » (Examen Conc. Trid., Berlino 1861, p. 711). Questo genere di accuse era alla portata dei talenti più modesti e serviva a discreditare perfino i

dogmi stimati da prima « essenziali » o « fondamentali ». Ogni tentativo di concordia era d'altra parte preventivamente votato ad uno scacco certo, poiché ciascun dissidente per interpretare la Scrittura poteva appellarsi con ugual diritto a lumi soprannaturali. Donde una progressiva riduzione delle credenze cristiane e il ritorno, più o meno rapido secondo le regioni, alla opinione che tutte le confessioni e tutte le religioni si equivalgono. Si sa come la Chiesa romana ha reagito nel Concilio di Trento, il card. R. Bellarmino nelle sue Controversiae, il P. Canisio nella sua De corruptelis verbi divini, ecc.

BIBL.: per i primi tempi della Riforma, presione indicazioni presso il bibliografo protestante G. Walch, Bibliotheca theol. relecta, 4 voll., Jena 1757-65; controversie sull'insieme dei dogmi, I, pp. 648-75; contro gli indifferenti, pp. 976-92; cf. C. Schöll, Latitudinarier, in Realenc. für protest. Theol. und Kirche, 3a ed., XI (1902), pp. 298-300; G. H. Joyce, Fundamental. articles, in Cath. Enc., VI (1909), pp. 319-21; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XV, Parigi 1951; XVI, ivi 1950; XVII, ivi 1948; V. ANGLICANESIMO; CALVINO; LATITUDINARI; LUTERO.

XIII. DAL SEC. XVII AI NOSTRI GIORNI. - La rapida moltiplicazione delle confessioni cristiane e il loro comune appello al libero esame aprirono la via al sorgere del deismo inglese, dell'Aufridierung tedesca, del filosofismo francese (v. DEISMO; ILLUMINISMO; RAZIONALISMO). Poiché l'arbitrarietà e il disaccordo delle loro conclusioni portava al discredito della stessa ragione, AGNOSTICISMO (v.). Per salvare almeno qualche idea religiosa, altri gruppi fecero appello sia alla coscienza morale Kant (v.), sia al sentimento con J. Fr. Fries, G. de Wette, A. Sabatier, sia all'esperienza intima di consolazione con W. James (v.) ecc. Eliminata naturalmente dai razionalisti, l'ispirazione delle Scritture, dogma sacro agli occhi di Lutero e di Calvino, fu ugualmente eliminata dai protestanti liberali in nome della critica biblica e della storia delle religioni, l'una e l'altra sempre più in favore. E. Troeltsch si prese l'incarico di spiegarlo con perfetta lucidità: per ritrovare il « cristianesimo autentico », vale a dire ciò che si desidera ritenere per tale, bisognava spogliarlo di tutti gli accrescimenti ulteriori; Paolo esercitò sulla Chiesa primitiva un influsso manifesto; bisognava perciò separarlo da Gesù; restava ancora a provare che il Cristo stesso, rifletteva per una parte tradizioni contestabili, idee del suo tempo (Protestant. Christentum und Kirche in der Neuzeit, in Hinneberg, Kultur der Gegenwart, parte 1a, sez. IV, Berlino-Lipsia 1906, p. 385 sgg.). A questo compito si dedicarono specialmente i rappresentanti della Religionsgeschichtliche Schule (W. Bousset, H. Gunkel, ecc.), quelli della Formgeschichtliche Methode (M. Dibelius, P. Wetter, G. Bertram, ecc.; V. FORMA); il loro scopo è liberare il cristianesimo dai suoi « miti » (Entmythologisierung). Molto rappresentative a questo riguardo le opere di R. Bultmann, Theologie des Neuen Testament, Tubinga 1948-51; Das Urchristentum in Rahmen der antiken Religionen, Zurigo 1949. Compita l'epurazione, non resterebbe della religione di Gesù, oltre ad un'ammirazione più o meno viva per diversi tratti del suo carattere e qualche termine derivato dal vocabolario dei suoi primi compagni - magni nominis umbra! - se non press'a poco quello che, come idee religiose e morali, ammettevano i filosofi dell'età ellenistica. Alcuni critici protestanti lo vedono essi stessi chiaramente e ne restano allarmati: la smitologizzazione progettata farebbe capo ad una cristianizzazione.

Chi si renda conto delle varietà di opinioni nelle Chiese separate può giudicare da sé a quale genere di s. condurrebbero ugualmente, qualora trovassero credito, suggestioni come queste: « Colui che lealmente, fosse pure con un malinteso, adopera (i termini della Bibbia) come la terminologia sacra della cristianità, che non potrebbe escludere, anche se avesse per lui un significato diverso da quello inteso da molti fedeli del tempo passato e dell'attuale, o addirittura esprimesse per lui qualcosa di inaudito, qualcosa che nessuno ha ancora trovato, ... meriterebbe riconoscenza per la sua pietà... C'è da rallegrarsi nel vedere tutti i teologi raccogliersi intorno alle medesime parole » (F. Kattenbusch, Von Schleier-

macher zu Ritschl, 3ª ed. modificata, Giessen 1903, p. 27). Da parte sua il pastore M. Beegner, affermava: « La prima condizione di ogni ecumenismo fecondo sta nel rifiuto di ogni equivoco, in una fedeltà alla verità rivelata tale, che ciascun cristiano, incontrandosi con cristiani di altre confessioni, creda che la sua Chiesa ne ha ricevuto il deposito » (cf. Foi et vie, 49 [1951], p. 12).

A quale s. non perverrebbe anche l'Occidente se si lasciasse sedurre dalla propaganda del neo-induismo! (B. Allo, Plaies d'Europe et baumes du Gange, Juvisy 1931; P. Fallon, Spiritualité neo-hindouiste, in Vie spirit., suppl. di nov. 1947, pp. 362-67).

Quanto alla Chiesa romana, si sa con quale fermezza non ha mai cessato di condannare, fin dai primi anni del sec. XIX ai nostri giorni, gli eccessi del razionalismo (Denz-U, nn. 1655-56, 1701-14, 1798-1800; A. Günther, G. Hermes); l'indifferentismo religioso (ibid., nn. 1613-1614, 1617, 1646-48, 1715-18; V. SILLABO; VATICANO, CONCILIO); le intemperanze della critica biblica (ibid., nn. 1788, 1942-45; V. DIVINO AFFLANTE SPIRITU; PROVIDENTISSIMUS); la trasposizione dei dogmi cristiani (ibid., nn. 201-65, 2071-2109; V. LAMENTARILI; MODERNISMO; PASCENDI) e tutte le tesi in disaccordo con la Tradizione (v. HUMANI GENERIS).

XIV. CONCLUSIONI

Non si è potuto, posto i limiti fissati alla voce, discutere in particolare, come fa la maggior parte delle opere citate, le analogie di espressione o di pensiero, di cui si servono tanti eruditi per spiegare, mediante il s., l'evoluzione delle religioni, specialmente l'origine tutta umana di quella che gode le loro preferenze e l'illusione del giudaismo e del cristianesimo, che pretendono un'origine soprannaturale. Si sono semplicemente richiamati principi di critica e fatti storici troppo spesso dimenticati.

In fondo, il s. è un fenomeno universale; ma, mentre la fusione delle razze e dei popoli ha determinato nell'ordine materiale un evidente progresso, ha condotto, invece, il più sovente, le religioni pagane ad una morale sempre meno severa, ad un politeismo più o meno gerarchizzato o ad un panteismo tollerante i culti di dèi subalterni; non mai, invece, ad un monoteismo stretto ed esclusivo. Soltanto un buon numero di popolazioni dette « arretrate » o « primitive », ha mantenuto finora la sua fede in un Essere supremo, distinto per natura sua da tutti i geni, spiriti o demoni, creatore e legislatore dell'ordine morale. Anche gli ebrei e i musulmani professano questo dogma capitale. Fra le Chiese cristiane, quella di Roma è la sola a ritenere, da venti secoli, come regola assoluta e irrefondabile in tutto quanto riguarda il dogma e la morale, nel senso originale di questi testi, il Vecchio e il Nuovo Testamento e i decreti di tutti i concili ecumenici.

Senza dubbio il cattolicesimo deve molto, quanto alle scienze storiche ed esegetiche, a molti eruditi di altre confessioni; ogni lavoro, veramente critico, finisce con tornare a suo vantaggio. Deve molto anche, si può dire, alla maggior parte dei movimenti di idee che si sono prodotti al di fuori di esso e spesso contro di esso. « La necessità di difendere dottrine ardentemente attaccate », spiegava s. Agostino, « porta a studiare con più cura, a farsi idee più chiare, a predicarle con maggiore insistenza: il dibattito sollevato diventa occasione di progresso » (De civitate Dei, XVI, 2: PL 41, 477; cf. s. Tommaso, in I Cor. 11, 19 [opere, ed. di Parma, XIII, 240 a]). Verosimilmente per questo motivo, e per prevenire un ristagno dei più pericolosi, la Provvidenza ha lasciato sussistere nella sua Rivelazione qualche oscurità e ha permesso le eresie, ut vel sic excutiamus pigritiam et divinas Scripturas nosce cupinmus (s. Agostino, De Gen. contra Manichaeos, I, 1, 2: PL 34, 373); la lotta per la vita non resta mai senza profitto.

Per gli esseri viventi non vi è progresso che alla condizione di mantenere il loro tipo specifico, di astenersi in particolare da alimenti deleteri. Conforme all'avvertimento dell'Apostolo: « Passate tutto al vaglio! Omnia probate; quod bonum est tenete! » (I Thess. 5, 22), la Chiesa cattolica ha dunque fatto una

scelta. Essa fu diretta da norme esteriori: la Scrittura e la Tradizione, e il suo principio vitale, che è lo Spirito Santo. Le Chiese, che rivendicano questa assistenza dello Spirito per ciascun individuo (sotto una forma attenuata: per ciascun gruppo) possono poi negarla precisamente alla Chiesa gerarchica « fondata su Pietro », che è la Chiesa a cui fu promessa (Mt. 16, 18-19; Lc. 22, 32; Io. 21, 15-17).

Gli alimenti sani presi ogni giorno non sono, propriamente parlando, aggiunti all'organismo, ma trasformati da esso. Dai primi tempi alle ore dolorose delle grandi secessioni e anche dopo, la Chiesa ha trasformato ciò che aveva accettato dalle speculazioni profane. Il suo potere di assimilazione è ben lontano dall'essere esaurito, l'espansione delle sue virtualità non è pienamente avverata, perciò, pur richiamando, Vincenzo di Lérins (v.) al sec. v (Commonitorium, n. 22: PL 50, 668) il principio essenziale del vero progresso, in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia (Conc. Vatic., Denz-U, n. 1800), ha cura, quando deve condannare errori o reprimere imprudenze, di incoraggiare le ricerche ulteriori dei suoi figli. La sua docilità ai suggerimenti dello Spirito Santo, così giudiziosamente esposta in particolare da J. A. Moehler ([v]. (Die Einheit der Kirche, Tubinga 1825) e da J. H. Newman (An Essay on the development of christian doctrine, Londra 1845) le ha permesso di salvare, dalle filosofie più disparate, ciò che meritava di essere salvato. A queste stesse condizioni, per quanto ardenti e dolorosi possano essere gli attacchi e le crisi previdibili, essa ha l'assicurazione di lavorare usque ad consummationem saeculi (Mt. 28, 20; 16, 18) al progresso e alla salvezza dell'umanità (v. II).

Enrico Pinard de la Boullaye

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“SINCRETISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 405. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/sincretismo.