MAGIA

MAGIA. -

I. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE

È l’arte di dominare le forze della natura e della vita. Il nome deriva dai Magi (μαγιοι) che erano una delle sei tribù del popolo dei Medi, i cui membri, forse appartenenti alla classe sacerdotale, dovettero osteggiare Zoroastro nella sua opera di riforma dell’antica religione del paese. Quando i Persiani con Ciro si impadronirono della Media (550) e poi della Babilonide (539) anche i Magi entrarono in contatto con la Persia e la Mesopotamia e poi con l’immenso territorio che la conquista (333) di Alessandro Magno aprì alla cultura dei Greci, la

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(da G. Bateham, Die Sitten der Volker, I. Staccarda-BertinaLipria s. a., p. 111. 8o. 128)
Magia - Uccisione di un nemico a distanza, da parte di un mago mascherato da emu (Australia centrale).

quale trovò in Babilonia il crogiolo di fusione delle due civiltà greca e orientale. Nel mondo classico si dissero magi i sacerdoti della religione babilonese (Caldei), abili nelle pratiche astrologiche e divinatorie; per cui il loro nome divenne nell’Occidente romano sinonimo di astrologo (matematico), taumaturgo e fattucchiere.

La m. in quanto arte risulta da un corredo di esperienze riconosciute efficaci e perciò ripetute inviabilmente con gli stessi mezzi, di parola e di azione, evitando ogni innovazione in proposito sotto pena di non raggiungere l’effetto voluto. Essa quindi, anche se nata da spirito di osservazione (Frazer), non può esser considerata madre della scienza il cui progresso è dovuto a spirito di ricerca e arricchimento in seguito a vari tentati esperimenti.

La m. non suppone necessariamente l’opera di un mago perché in molti casi essa è l’ovvia conclusione di un ragionamento elementare basato sul sofisma «post hoc, ergo propter hoc» o sull’innato senso di un’affinità che si ritiene colleghi situazioni di oggetti o simili o in relazione fra loro come parti di un tutto. Il mago interviene quando si richiede un’azione di dominio sulle forze della natura e della vita, a cui egli può comandare in virtù dei mezzi occulti di cui dispone per eredità o per investire iniziazione. Sotto questo aspetto la m. è del tutto diversa dalla religione, perché in questa il sacerdote, conscio della sua incapacità, supplica le Potenze superiori a concedere ciò che esse sole possono dare.

Un’altra differenza tra la m. e la religione è che questa, per mezzo del sacerdote rappresentante del suo gruppo, si preoccupa sempre di un fine sociale diretto al bene della comunità: scampo da pericoli, da malattie, incremento del raccolto e del bestiame, vittoria sul nemico, anche se, per ottenere questo fine, si serve di un armamentario di gesti e di formole di tipo magico, mentre il mago, temuto ma aborrito, agisce per un fine privato, che quasi sempre è diretto in danno altrui.

Una particolare funzione della m. è quella prospettata da E. De Martino, secondo cui l’azione del mago sarebbe diretta a salvare dalla dissoluzione l’anima che il primitivo non sente come «presenza unitaria» del suo essere, e che rischia di perdersi ad opera degli spiriti che ne insidiano la vita; questi però sono padroneggiati dal mago che entra in trance proprio per dominarli e giovarsi dell’opera loro (esorcizzazione degli spiriti). Grazie a questa sua azione il primitivo avrebbe acquistato il senso della propria personalità. Tesi che, come specie azione generale, non pare sostenibile perché l’esperienza dell’io, pure attraverso gli oscuramenti, le assenze della coscienza, le parentesi più o meno lunghe e frequenti dell’autocontrollo, è la più salda nella coscienza dei singoli e del gruppo ed è quella che sostiene e giustifica il rituale del culto e le tradizioni del mito.

MAGIA - Caccia magica del canguro (Australia orientale).

Due sono i tipi fondamentali di m.; essi muovono da due principi diversi: 1° il simile agisce sul simile; 2° la parte agisce sul tutto. Nel primo caso si ha la m. imitativa, detta anche simbolica, in quanto l'atto magico è simbolo che riproduce ciò che si desidera; e omeopatica in quanto esso provoca lo stesso effetto sulla persona o cosa a cui è diretto; nel secondo caso si ha la m. simpatica, in quanto l'atto magico, compiuto sopra una parte o elemento appartenente a una data persona o cosa, provoca su questa l'effetto operato su detta parte o elemento; questa seconda specie di m. è detta anche contagiosa perché provocata dal contatto di cosa appartenente alla persona o oggetto da contagiare.

Casi di m. imitativa: Caccia: per catturare la preda i cacciatori ne riproducono in danza magica i vari momenti, mentre uno di loro indossa la pelle dell'anima da catturare. L'anticiuma della tribù australiana degli Arunta, che ha per animale antenato o capostipite del clan il canguro, consiste nel catturare l'anima e cibare, se ne sacrificio di comunione. La figura del canguro viene perciò disegnata sul terreno e i cacciatori la colpiscono con rito magico che assicurerà la cattura dell'anima.

Pioggia: per ottenerla se ne imita il fenomeno, sia versando acqua da un recipiente, sia imitando i tuoi che accompagnano il temporale. Per stornarla il mago dirige contro le nuvole il rumore che fa battendo sul suo scudo.

Eclissi: le eclissi, sia di sole sia di luna, che si credono provocate da indebolimento, vengono stornate con l'accensione di fuochi. Lo stesso scopo hanno nel folklore cristiano i fuochi di s. Giovanni che si accendono al solstizio di estate, quando il sole comincia a diminuire la sua permanenza diurna.

Luna: il suo crescere e scemare durante una lunazione è ritenuto propizio (o dannoso) allo sviluppo della vegetazione e anche della vita animale e umana, in nome del principio della omeopatia; così secondo le prescrizioni dei rustici latini la semina va fatta a luna crescente, «crescente enim luna frumenta grandescunt» (Plinio, Nat. Hist., XVIII, 30); il taglio o la potatura a luna calante; ma non di quelle cose che si vuole che si riproducono e crescano, come la lana delle pecore, i capelli del capo, l'uva della vendemmia (Varron, De agr., I, 37).

Casi di m. simpatica: parte per il tutto. Il danno che si arreca mediante bruciamento, seppellimento, sommersione, ecc., a un oggetto che ha fatto parte o fa parte di una persona (unghie, capelli, vesti, armi, orma sul terreno, figurine riproducenti la persona, sputi, sangue) si riproduce sulla medesima. Noto è l'incantesimo amatorio

descritto da Teocrito (Idyll., 11) e imitato da Virgilio (Ecl., VIII) nel quale una figura impastata con cera e creta, che raffigura Dafni, messa nel fuoco deve fare indurre come la creta il cuore del giovane rispetto ad altre donne, e mollificarlo come cera a favore della magia che compie il rito.

Cannibalismo: mangiare carne umana e specialmente certi organi: occhi, cuore, genitali, procura a chi se ne ciba le qualità della persona a cui sono stati tolti; è più efficace cibarsi di queste carni quando il divorando è ancora in vita.

Nome: il nome fa parte integrante dell'individuo, di cui socialmente riconosce e legittima l'esistenza da parte della famiglia e del gruppo, al momento della nascita; quindi conoscerlo ed evocarlo significa aver in proprio possesso la persona che lo porta. Perciò in molte fiabe la conoscenza del nome (talora tenuto segreto) di una persona mette questa alla mercé di chi ne è venuto in possesso. Perciò il nome vero di Roma era tenuto celato dal collegio dei pontefici; perciò, nell'assedio di Vico, Camillo poté evocare, invitandola a trasferirsi in Roma, la Giunone Regina patrona della città. Anche le cose che incontro terrore non vanno nominate per non renderle presenti e vi si allude con vocaboli eufemistici.

La parola o sola o facente parte di una formola non è un «flatus vocis», ma è l'espressione immediata della realtà resa in qualche modo presente. A questa categoria appartengono gli scongiuri o detti o scritti su amuleti di divinità o di spiriti «possenti», le lamine magiche (v. DEFISSIONE).

Simpatia a distanza: l'azione della parte sul tutto si esercita anche a distanza. Quando il capo o un membro della famiglia va a caccia, quelli che restano in casa non debbono compiere azioni né toccare oggetti il cui contatto nuocerebbe al cacciatore, ad es., olio o altre materie liquide, acqua, ecc., che farebbero a questo sfuggir di mano la preda.

M. e religione. - Pure essendo diverse possono, come si è detto, trovarsi associate nella medesima azione. Ad es., nella cerimonia australiana dell'anticiuma l'uccisione simbolica del canguro è un atto magico, ma la seconda parte della cerimonia, in cui avviene il pasto sociale dell'animale catturato e in cui il gruppo, radunato nel luogo dove primieramente vissero gli antenati fondatori del clan, ascolta la narrazione delle imprese compiute dall'animale totemico, riveste un carattere religioso.

Ne segue che la vera m. è solo quella privata, quella cioè le cui operazioni, dirette a fini privati di carattere in genere antisociale, il mago compie in virtù dei suoi speciali poteri. Le sue conoscenze vengono a lui, individuate di sensibilità anormale e più nervosamente recettivo, non da sue esperienze, ma dalle direttive di uno spirito che egli crede risiedere in lui. Le facoltà magiche gli derivano o da eredità paterna, o in seguito a una rivelazione avuta durante un sonno estatico preparato da estenuanti vigili, come in Australia; o da iniziazione da parte di altri maghi, previo un noviziato di digiuni, pratiche dolorose, solitudine che lo riducono in uno stato di incoscienza morbosa.

I maghi nei gruppi primitivi sono riuniti in società segrete, venerano uno spirito patrono speciale del sodalizio, al quale si iniziano con riti speciali che significano la morte del vecchio uomo e la sua risurrezione con un'anima nuova che lo assimila agli altri nei poteri e nelle prerogative.

II. LA M. NEL MEDIOEVO. - Il cristianesimo fin dall'epoca antica trasferì a carico del demonio e delle sue

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Magia - Caccia magica del canguro (Australia orientale).

coorti tutti i fenomeni che la superstizione popolare attribuiva agli spiriti (σύμμονες) e in genere all'azione di forze occulte e soprannaturali, e considerò come demoni le divinità del paganesimo i cui santuari e le cui statue furono oggetto di proscrizioni anche da parte dell'autorità civile dopo la vittoria del cristianesimo. Il quale tuttavia pose sempre in guardia negli scritti dei suoi prelati e dei suoi teologi contro l'opinione, che si andava sempre più diffondendo, del malefico potere che gli uomini e specialmente le donne potevano esercitare dopo aver partecipato (compactum) con il demonio la cessione della propria anima dopo morte, in cambio di poteri soprannormali da esercitare in vita.

Che si trattasse di un malsano fermento derivante da concezioni animistiche associate a tradizioni del paganesimo ufficiale è dimostrato dal fatto che i convegni notturni delle streghe trasportate in volo a cavallo a una scopa o a un bastone, previa unzione di olio per facilitare il volo, avvenivano sotto la guida di Diana (o di Minerva, o in Germania, di Holda) che con il suo corteggio di diavoli e di streghe dava convegno (sabba) nei boschi o sotto qualche albero (in Italia il noce di Benevento, in Germania sul Brocken nell'Harz): e poi sotto la presidenza del demonio stesso che in forma di caprone dirigeva le danze licenziose, i banchetti e gli accoppiamenti osceni tra i diavoli e le streghe. Il primo sabba fu descritto da Stefano di Borbone (1230); il primo processo di stregoneria risale al 1258 e la prima condanna al rogo è del 1275 da parte di Ugo de Banyol.

Il Concilio di Braga (563) nel suo can. 8 anatemizza chi crede al potere del demonio sui fenomeni atmosferici; s. Agobardo, arcivescovo di Lione (ca. il 840), confuta lo stesso pregiudizio nel Contra iuslams opinionem de grandine et de tomitris; il medesimo fa s. Gregorio VII in una lettera a Eroldo re di Danimarca (19 apr. 1080). Il Canon episcopi, capitolare franco alla fine del sec. IX, falsamente attribuito a un Concilio di Ancira e riportato nel Decreto di Graziano (Corpus Iuris Canonici, ed. E. A. Friedberg, I, Lipsia 1879, col. 1030) nega la realtà dei sabba delle streghe, che attribuisce a fantasia di donne scellerate.

I secc. XII e XIII con il dilagare delle sette gnosticomaniche (Albigesi, Catari, Albanesi), che davano un particolare risalto al principio del male, aumentò il terrore per le potenze demoniache alle quali, data l'ignoranza della scienza medica, si attribuivano fenomeni dovuti alla patologia del sistema nervoso, mentre le epidemie, dilaganti in mezzo a una popolazione poverissima e mal nutrita, disponevano a loro volta gli spiriti a cercare la causa di tanti mali nei malefizi provocati dalla perfidia dei demoni. Sicché sembra ragionevole concludere che la diffusione della malefica del sangue, XIII in poi sia soprattutto da attribuirsi alla miseria dello stato sociale.

Specialmente nell'Europa germanica, che sempre, per eccellenza, fu il paese degli elfi, delle maghe, dei folletti, il fenomeno della stregoneria assunse aspetti allarmanti, tanto che Innocenzo VIII, in seguito ad informazioni provenienti dalla Germania del nord circa i misfatti della stregoneria, istituisce con la bolla Summis desiderantes (1484) l'Inquisizione in quei paesi affidandola ai domenicani Enrico Kramers, e mercante; la linitizzato in Iustior, più spesso citato Iustitoris, e Giacomo Sprenger. A quest'ultimo specialmente si deve la compilazione del Malleus maleficarum (1481) la cui sezione più deplorevole è quella che riguarda la procedura contro le streghe. Quest'opera era stata preceduta da quella del domenicano tedesco G. Nider: Myrmeca bonorum seu formicarius ad exemplum sapientiae de formicis (1442) contro le visioni e rivelazioni delle streghe. Al Malleus fece seguito il volume del gesuita spagnolo Martino Del Rio: Disquisitionum magicarum libri sex (1599) e in Italia l'opera del minorita F. M. Menghi, Compendio dell'arte esorcistica (da G. Burcham, Die Sitten der Völker. I, Stoccarda-Berlino-Lipsia s. a., p. 236, fig. 102) (Bologna 1582) che suggerisce i rimedi opportuni alle infortuni maleficali dei demoni e dei malefici.

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(Bologna 1582) che suggerisce i rimedi opportuni e alle infirmità maleficiali dei demoni e dei malefici s.

(da G. Burcham, Die Sitten der Völker. I, Stoccarda-Berlino-Lipsia s. a., p. 236, fig. 102) (Bologna 1582) che suggerisce i rimedi opportuni alle infortuni maleficali dei demoni e dei malefici.

Il luteranesimo, con la sua fede nella potenza del diavolo e delle sue arti, calcolò la mano infierendo anch'esso contro le streghe. La confessione di stregoneria era esorta con torture inenarrabili che inducevano le innocenti vittime a confessare il loro inesistente crimine: verò poi la prova del marchio (sigillum diaboli), cioè l'inroduzione di un lungo spillo in qualche parte del corpo, più spesso nella spalla sinistra. La mancata reazione dolorifica della vittima (in realtà effetto dell'insensibilità provocata dall'isterismo da cui queste disgraziate donne erano in genere affette) dava il responso sicuro di stregoneria al quale seguiva la condanna al rogo.

Non mancarono voci solitarie a levarsi contro questa antigiuardia e disumana procedura: J. Wier, De prae- stigiis daemonum et incantationibus ac veneficiis (1564), seguendo il pensiero del suo maestro, l'astrologo Cornelio Agrippa di Nettesheim; R. Scott, Discovery of Witchcraft (1584); Eh. Thomasius, Theses de crimine magiae, ma con scarso risultato, sebbene in alcuni paesi la persecuzione contro le streghe fosse stata abolita: in Olanda nel 1610, a Ginevra nel 1632, in Svezia nel 1649 e in Inghilterra nel 1682 (Rudwin).

I secc. XVI e XVII furono i più terribili per la persecuzione delle streghe specialmente in Germania (nei paesi slavi inferiori piuttosto l'accusa di vampirismo). Ma anche nei paesi cattolici: Spagna, Francia, Fiandra la caccia alle streghe inferi; solo l'Italia ebbe un minor numero di processi.

Nell'attuale folklore di vari paesi, negli usi di alcune festività religiose: 30 apr. in Germania (notte di Valparuga); il 24 giugno (s. Giovanni Battista); il 31 ott. (vigilia di tutti i santi), sono ancor vivi i ricordi del mondo spiritico del medioevo.

Bibl.: Sulla m. in generale: J. M. Frazer, The golden Bough, The magic art, Londra 1913; W. J. Perry, The origin of magic and religion, 1913; K. Beth, Religion und Magie bei den Nazifalkern, 2a ed., Lipsia 1928; G. Messina, Der Ursprung der Magier und die Zoroastrische Religion, Roma 1930; R. Pettazzoni, Les mages et les origines du Zoroastrisme, in Revue de l'hist. des religions, 1931 (1931), p. 144 sqq.; R. Allier, Magie et religion, Paris 1935; E. De Martino, Il mondo magico, Torino 1948; Sulla m. nel medioevo: J. Hansen, Zaubercahn, Inquisition und Hexenprozesse im Mittelalter, Monaco 1900; J. Francois, L'Eglise et la sorcellerie, Paris 1910; W. G. Soldan e U. Heppe, Geschichte der Hexenprozesse, 3a ed., Monaco 1912; J. W. Wickwar, Witchcraft and the black Art, Londra 1925; A. M. Summers, The history of witchcraft and demonology, 1926; id., The geography of witchcraft, 1927; L. Thorndike, A history of magic and experimental science, 6 voll., Nuova York 1929-41; M. Rudwin, The Devil in legend and literature, Chicago 1931; S. A. Nulii, I processi delle streghe, Torino 1939; G. Cocchiara, Il diavolo nella tradizione popolare italiana, Palermo 1946; Satan, Bruges 1948, p. 352 sqq., opera collettiva diretta dai pp. Carmelitani; G. Bonomo, Il malefìs maleficarum, in Annali del Museo Pittre, 1 (1950), pp. 120-47.

III. LA M. NEL-LA S. SCRITTURA. — Nella Bibbia la m. è severamente condannata. È posta in risalto la m. degli Egiziani (Ex. 7, 11 sgg.; Sap. 17, 7) e dei Babilonesi (Is. 47, 12 sgg.; Dan. 1, 20; 2, 10-12), tra i quali essa aveva grande importanza. Riguardo agli Ebrei, sia i testi legislativi che quelli profetici sono quanto mai recisi nel riprovare questa degradazione del sentimento religioso. In Ex. 22, 18 si condannano a morte le streghe (ebr. mēkhāṣēphāḥ, Lev. 20, 27; cf. ibid. 19, 26. 31; 20, 6).

mezzi da lui usati siano capaci naturalmente a produrre gli effetti desiderati.

Per cooperazione con il mago, pecca di superstizione pure chi ne richiede l'opera; ma soltanto se e nella misura che conosce il peccato di quello. Esponendosi inoltre al pericolo di danni, specialmente spirituali, può offendere anche la carità, che ognuno deve verso se stesso. - Vedi tav. CXXII.

BINT.: F. Victoria, De arte magica, Lione 1557. Per altra bibliografia antica cfr. B. Oietti, Synopsis rerum moralium et iuris pont., 3° c.d., Roma 1912, coll. 2534-44; e inoltre: L. Gardette, Magie, in DTHC, IX, coll. 1510-27; I. De Tonquedec, Les maladies nerveuses ou mentales et les manifestations diaboliques, Parigi 1938; O. Schilling, Theologia moralis, II, Rottenburg 1940, pp. 238-41; E. Bozzano, Popoli primitivi e manifestazioni supernaturali, Verona 1941; Frate Fuoco, Occultismo, Alba 1941, pp. 329-46; Ph. Encaud, Sciences occultes et déséquilibre mental, Parigi 1943; G. B. Alfano, Piccola enciclopedia di scienze occulthe, Napoli 1949.