MAGIARI. - Popolo orientale che alla fine del sec. IX si stabilì nel paese che da essi prese nome di Magyarország o Ungheria. Gli storici ed etnografi sono divisi circa la loro origine: Hunfalvy li crede una tribù finnica, Vambery li fa di razza turca, una tribù ural-altaica. Nella loro lingua si trovano svariati elementi. Ora si tende a giudicarli di origine ugro-finnica: l'influsso culturale turco avrebbe agito vigorosamente sulla loro civiltà.
Al principio del sec. IX dalle steppe tra l'Ural ed il Caspio sarebbero emigrati verso il Mar Nero, gli uni spostandosi a sud nelle regioni persiche, gli altri a nord, stabilendosi tra Don e Dniepr. Dopo l'880 l'avanzarsi dei Petzeneghi e dei Cumani, premuti a loro volta dai Ghuzi, costrinse i M. ad attraversare il Don, stabilendosi nelle regioni dell'attuale Bessarabia e Moldavia: chiamarono il paese Atescuzu od Atelkör (=paese tra i fiumi); poi la pressione dei Petzeneghi li spinse ad attraversare i Carpazi ed occuparono il paese sino alla Theiss. Il passaggio dei monti avvenne verso l'895-96; negli anni seguenti fu attraversato il Danubio e la popolazione magiara occupò il paese sino alla Raab. La loro civiltà era primitiva; erano animisti, seppellivano i defunti con i loro cavalli e schiavi, erano pastori e cacciatori, vivevano nomadi prima su carri, poi in villaggi di capanne. La suppellettile e le armi mostrano la loro origine orientale, ed orientale è lo stile delle loro argenterie. Erano divisi in tribù, governate da capi detti gyula.
Verso l'860 incominciarono i loro primi contatti con la zona civile occidentale, con fulminee scorrerie nelle terre danubiane. Le scorrerie si intensificarono dopo il loro stanzarsi nella pianura ungherese: si gettarono sulla Moravia, nell'890 entrarono in Italia e giunsero al Brenta; l'anno seguente invasero gran parte della Lombardia, sconfiggendo re Berengario. In Italia ritornarono nel 920-22 e si spinsero sino in Puglia; del 924 è l'incendio di Pavia. Più terribili furono le incursioni in Germania, dove l'anarchia feudale lasciava loro libertà di azione. Si può dire che non vi fu anno in cui i M. non si lanciasero attraverso le regioni germaniche; Baviera, Turingia, Sassonia furono ripetutamente saccheggiate. Nel 915 giunsero sino a Brema. Il segreto del loro successo era il metodo di combattere: rapidità di attacco, capacità di spostarsi fulmineamente da luogo a luogo, armamento leggero che facilitava l'attacco delle forze occidentali, formate da cavalleria lenta e pesante. Anche il loro grido di guerra agiva sugli animi in modo deprimente e determinava le fughe generali.
L'Europa occidentale fu disarmata di fronte ai selvaggi M. sino alla battaglia campale sul Lech, dove Ottone I li sconfisse nel 955. Però da qualche decennio così in Italia come in Germania si era incominciato a costruire castelli e ad attrezzarsi per respingere gli invasori; dopo il 934 i M. avevano incominciato a prendere la via delle regioni balcaniche, minacciando l'Impero bizantino, ora d'accordo, ora in contrasto con i Petzeneghi.
Si può dire che dopo la metà del sec. X l'aggressività
dei M. è in declino. La loro tattica è ben conosciuta e non serve più: le popolazioni slave, in mezzo a cui abitano, influiscono avviandoli verso condizioni di civiltà più alte. Lasciano le capanne e passano alle case stabili; iniziano l'agricoltura ed anche il cristianesimo penetra tra di essi. Il loro principe Geza verso il 973 inizia accordi con Ottone I; nel 985, sotto l'influsso della consorte, la polacca Adelaide, passa al cristianesimo; il figlio Stefano nel 1000 è incoronato nella cattedrale di Gran con la corona famosa inviatagli da papa Stefano II. Così incomincia la storia del Regno d'Ungheria, destinato a diventare a sua volta barriera della civiltà cristiana contro la barbarie orientale.