JAMES, WILLIAM

JAMES, WILLIAM. - Filosofo, psicologo e pedagogista, n. a Nuova York l'11 genn. 1842, m. a Chocorna (New Hampshire) il 26 ag. 1910. Figlio di un teologo protestante e nipote dello scrittore H. James, studiò prima a Newport, Nuova York, Parigi, Londra, quindi scienze e medicina a Cambridge (Mass.) e alla Harvard University (1861-66); poi a Dresda e Berlino (1867-68) sotto l'influsso del romanticismo hegeliano. Dal 1872 insegnò fisiologia all'Università di Harvard, successivamente psicologia e filosofia. Esercitò largo influsso anche nella cultura europea (fu membro della Accademia di Berlino, Parigi e Roma) in senso pragmatico e spiritualistico, specie nei congressi internazionali (Congresso di psicologia a Roma, 1905); e nell'ultima fase del suo pensiero (1904-10) con atteggiamento metafisico, noto come empirismo radicale e pluralismo, a cui accompagnò anche ricerche di metapsichica (parapsicologia).

Capolavoro del J. è l'opera: The principles of psychology (2 voll., Nuova York 1890, trad. it., 3ª ed., Milano 1909; compendio, a cura di G. Tarozzi, ivi 1911). Altre sue opere: Psychology, briefer course (Nuova York 1892); The will to believe (ivi 1897; trad. it., Milano 1912); Human immortality (Boston 1898; trad. II. nel vol. W. J. Saggi pragmatisti, a cura di G. Papini, Lanciano 1919); Talks to teachers and to students (Nuova York 1890; trad. II. Gli ideali della vita, Torino 1904; 2ª ed., ivi 1916); The varieties of religious experience (Nuova York 1902; trad. II. Torino 1904); Pragmatism (Nuova York 1907); The meaning of truth (ivi 1909); A pluralistic universe (ivi 1909); Some problems of philosophy (ivi 1911); Memories and studies (ivi 1911); Essays in radical empiricism (ivi 1912).

Il pragmatismo del J., sebbene ispirato dal Pierce, mette in evidenza la « volontà di credere » (will to believe) piuttosto che la critica della scienza. Costante avversario delle concezioni intellettualistiche e razionalistiche, considera il mondo come costituito di istinti e di volontà viventi, che piegano a sé le cose come energie inferiori e foggiano le teorie degli oggetti per dominarli e si associano per cooperare nella loro teleologia. Il valore utilitario e vitalistico della scienza accentua il significato della volontà che crede in essa, e senza la quale nessuna verità è ammessa o ammissibile. Le esigenze biologiche dell'individuo, l'espansione e lo sviluppo della sua personalità pratica, la sua coesistenza e collegamento con gli altri esseri viventi e soprattutto con i suoi simili (« group mind » o coscienza collettiva, spirituale) sono quindi i valori fondamentali. La stessa coscienza dei soggetti, per rispettare la loro natura, deve essere fondata non sulle loro apparenze oggettive scientifiche, ma sulla loro condotta o comportamento pratico (behaviours).

La psicologia del J., nella quale egli raggiunse storici risultati come sperimentatore (studio degli atti riflessi, delle strutture cerebrali fisico-psichiche, dei fenomeni subconsci, delle emozioni), è decisamente antimaterialistica.

L'organismo fisiologico e il sistema nervoso vi sono considerati come strumenti di esistenza e di azione, prodotti e coordinati, per pragmatismo naturale, dalla stessa attività cosciente. Questa non è però da ridurre a un « io » iniziale, come vogliono gli idealisti, ma da risolvere in una « corrente del pensiero », o flusso di tendenze sensitivo-istintive come onde elementari (pulviscolo psichico). L'incontrarsi di queste onde determina la coscienza e la ricerca degli oggetti come sue cause occasionali e probabili; il sistema nervoso s'inscrive nell'incontro per trasformare le sensazioni in reazioni: esso divide così, ma solo in senso pragmatico, la coscienza in momento teorico e momento pratico. La connessione della personalità è in questo modo affidata alla memoria.

Nei suoi studi religiosi il J. apparve animato da vivaci credenze cristiane, ma avverso al cattolicesimo e alla dogmatica, e perfino al monoteismo. La fede è per lui un atto soggettivo della volontà di credere in ciò che sostiene e protegge la nostra vita: della fede soggettiva si può quindi dubitare, ma essa costituisce una esperienza religiosa il cui contenuto obiettivo si appella a un potere più grande del nostro e che richiede la nostra ammirazione e devozione. Essa lascia coesistere vari tipi di credenze, purché utili al loro scopo: tuttavia lascia anche provare la superiorità di un Dio personale, simile ai soggetti conoscenti e provvidente per loro. Questo Dio personale è però definito da un incontro fra la nostra credenza in lui e ciò che egli fa per noi: la sua personalità è quindi finita, e così pure la sua attività creatrice e ispiratrice, in modo che ammette l'evoluzione autonoma di parti della creazione, la libertà delle creature e la coesistenza del male, e, per la molteplicità degli spiriti, non esclude il politeismo.

La metafisica del J. conclude per la superiorità dell'ipotesi pluralistica e monadologica, la quale riconosce l'esistenza relativamente indipendente dei singoli esseri, in confronto del monismo che li fonde in uno. Egli è contrario all'idea di un « universo » accentrato in Dio e sfavorevole a quella di un « multiverso »: ma insiste nella tesi del « pluriverso », o pluralità degli esseri e delle loro tendenze, rispetto alla quale l'assoluto è tale solo in sé e riguardo a ciò che da lui dipende. La realtà della vita è nella stessa verità dell'esperienza: il tempo in cui si svolge la sua continuità corrisponde a un perpetuo variare, in cui ha radice la libertà del volere. Il tempo non permette di legare la coscienza in un'anima chiusa, « dura » o resistente verso gli oggetti, la scioglie anzi nell'amore stesso degli esseri e delle cose: ma raccomanda di credere nell'immortalità del proprio essere, poiché le sue sensazioni e volizioni oltrepassano la soglia intellettuale della coscienza (v. Myers) e i limiti del tempo di cui possono disporre per essere riconosciute in questa vita.

L'opera del J. si estese anche nell'educazione, specialmente professionale, e al progresso etico. Nel primo campo dettò eloquenti « discorsi ai maestri e agli studenti », per illustrare i metodi psicologici e gli ideali della vita. Egli propone, per la persuasione dei discepoli e per l'attuazione della missione educativa, il « vangelo dell'abbandonarsi », del sacrificio di sé alla comprensione ed elevazione delle altrui anime. Nel campo sociale sostenne le teorie del « meliorism », o ricerca democratica di una riforma salutare e religiosa della vita, e la prevalenza del problema morale come forma pratica di lotta per il bene e il miglioramento della società.

BIBL.: E. Boutroux, W. J., Parigi 1912; G. Papini, Pragmatismo, 2ª ed., Firenze 1920; M. Calderoni-G. Vailati, Il pragmatismo, Lanciano 1920; U. Spirito, Il pragmatismo nella filosofia contemporanea, Firenze 1931; S. Tissi, J., Milano 1924; J. Wahl, Les philosophies pluralistes d'Angleterre et d'Amérique, Parigi 1929, I. III; A. Lapan, The significance of J., Nuova York 1936; E. Baumgarten, Der Pragmatismo, Francoforte 1938; K. Nassauer, Die Rechtsphilos. W. J., Berna 1943. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexikon, I, Berlino 1949, p. 387. Santino Caramella
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“JAMES, WILLIAM.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 361. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/james-william.