JACOBI, FRIEDRICH HEINRICH. - Filosofo, n. a Düsseldorf il 25 genn. 1743, m. a Monaco il 10 marzo 1819. Coltivò studi letterari e filosofici, ma non fu filosofo di professione, né un pensatore sistematico. Ebbe tuttavia una forte coerenza intellettuale che gli permise di legare idealmente tutta la sua ricca e geniale produzione attorno ad un saldo nucleo di convinzioni filosofiche e morali.
Esordì con due romanzi, Allwill e Woldemar (1722), che volevano essere un grido di guerra contro gli assiomi dell'illuminismo (v.). Nelle Briefe an M. Mendelssohn über die Lehre des Spinoza si schiera contro l'ateismo del filosofo di Amsterdam; nel David Hume über den Glauben oder Idealismus und Realismus (1787) pone le premesse fideistiche del suo realismo; prende successivamente posizione contro Fichte (Sendschreiben an Fichte, 1799), contro la Critica della ragione pura (Über das Unternehmen des Kritizismus, 1802), contro Schelling, contro Hegel. A Kant egli rimprovera di aver fondato la concezione morale sul formalismo della legge e del dovere anziché sul sentimento; al Fichte rimprovera l'esposizione di un materialismo senza materia, dove la mera e vuota coscienza rappresenta lo spazio matematico; allo Schelling la reincarnazione dello spinozismo, un panteismo cioè in cui naufragano la personalità e la libertà umana; allo Hegel di voler superare il punto di vista dell'intelletto con uno sforzo dialettico del pensiero.
Come quella di Hamann e Herder, cui era legato da rapporti di amicizia e con i quali s'era unito nella lotta contro le tendenze illuministiche e razionalistiche del secolo, la concezione speculativa di J. è stata definita una filosofia della fede. Dapprima J. non vuol conservare alla ragione che una funzione logica e regolatrice: è il sentimento che deve opporsi alla ragione e rivendicare la propria supremazia; più tardi chiarifica il suo pensiero e chiama ragione il sentimento della fede; ne fa quindi il sentimento del divino, l'aspirazione a quell'assoluto cui si crede pur senza vedere. L'intuizione dell'assoluto, questo «sentimento del vero» (cf. Werke [v. bibl.], III, p. 317) possibile ad ogni uomo, è non soltanto superiore all'intelligenza, ma ne è interamente distinto. La ragione è dunque considerata come una facoltà superiore, «intuito avvolto nella tendenza» (ibid., II, p. 101; III, p. 32). Qui poggia l'edificio della speculazione di J., che, affermando il valore incontrastabile della convinzione immediata, formula una dottrina mistica della fede. I problemi della spiritualità e dell'immortalità dell'anima, come i problemi etici e psicologici (a non tener conto di quello che verte sulla libertà di coscienza e di cui ha lungamente parlato) sono trattati da J. sporadicamente e di sfuggita. La loro soluzione è implicitamente contenuta nella sua metafisica religiosa e nella sua concezione di Dio. La dottrina filosofica è sempre, per lui, strettamente connessa con la sua fede religiosa, e tutta la sua metafisica si basa sul «miracolo continuo, di cui ciascuno può avere esperienza: la rigenerazione dell'uomo mediante una forza superiore» (Auserlesener Briefwechsel [v. bibl.], II, p. 146, lettera 29 genn. 1794). Tale forza deve essere riconosciuta.
Nonostante la mancanza di sistematicità, J. è stato un filosofo nello stretto senso della parola. Il suo pensiero rispondeva non soltanto alle esigenze dei tempi, ma alle aspirazioni di anime stanche del razionalismo illuministico, e si trasformava, secondo il detto di Schelling che aveva definito J. come «la personalità più istruttiva, forse, di tutta la storia e la filosofia moderna» (K. Fischer, Geschichte der neueren Philosophie, VI, Stoccarda 1894, pp. 294-96), in qualcosa di estremamente significativo e di altamente fecondo per la cultura del tempo.
Bibliografia10 opere
Bianca Magnino