LOGICA. - È la scienza della struttura e dei processi del pensiero in rapporto alla loro validità funzionale.
Sommaro:
I. Terminologia
II. Natura e problemi della I-II. Cenni storici.I. Terminologia
II termine l. (da λόγος, concetto, ragione, originariamente aggettivo: λόγος ἐπιστήμη, τέχνη, ἀρετή) è dovuto probabilmente ai commentatori di Aristotele: «... a peripateticis haec ratio diligens disserendi logice vocatur» (Boeth., In Top. Ciceronis, I: PL 64, 1045 A). In Aristotele invece i due trattati principali di l. eran detti, dal loro contenuto (l'analisi della struttura e degli elementi del razionismo) 'Avanturà' (cf. A. Trendelenburg, Elementa logicae aristoteleae, p. 47 sgg.). Ma già Aristotele aveva parlato di προτάσεις λόγικα, distinte dalle γνώσεις (συνεχείς (Top., I, 13, 105 b 20). Il termine è in uso presso gli stoici: «Tirpitarum esse dicunt philosophiae rationem: aliam quippe physicem, etlicam aliam, tertiam logicem...» (τὸ δὲ λόγον: Diog. Laert., VIII, 39 sgg.); è, quindi, comune da Cicerone: «Iam in altera philosophiae parte, quae est quaerendi et disserendi, quae logice dicitur...» (De finibus, I, 7).II. NATURA E PROBLEMI DELLA L
Il pensiero umano si esplica per momenti e processi molteplici in funzione della natura del soggetto in cui si pone e dei diversi contenuti del reale. La sua immanente tendenza finalistica, nel doppio significato, biologico e teorico, lo determina fondamentalmente verso un'oggettività e verità immediata. Ma in un ordine più alto di conoscenza (scienza e filosofia) il pensiero non è garantito nella sua validità senza un più rigoroso controllo e una più accurata tecnica di esercizio. La l. si presenta, teoricamente e storicamente, come un'analisi sistematica dei processi del pensiero per cogliere in sede riflessa la struttura, le leggi, la funzionalità, e valere come mezzo di un suo valido impiego nei campi più ardui del sapere. Oggetto della l. è quindi, come esattamente definisce s. Tommaso, l'attività razionale, intendendo ragione nel significato più ampio, come potere di concettualizzazione, asserzione, inferenza: «Haest est ars logica, id est rationalis scientia. Quae non solum rationalis est ex hoc quod est secundum rationem..., sed etiam ex hoc quod est circa ipsum actum rationis sicut circa propriam materiam» (In Anal. post., I, lect. 1, 2, ca. initium). Ma l'attività razionale è oggetto della l. non dal punto di vista di una determinazione delle cause e condizioni ontologiche del pensiero (metafisica), né delle qualificazioni contingenti che esso assume come atto del soggetto empirico (psicologia descrittiva) e nemmeno del suo significato e valore come espressione dell'essere (gnoseologia). La l. si qualifica e si specifica nell'ambito della ricerca filosofica (anche se tale specificazione non fu del tutto esplicita all'inizio e in seguito fu di nuovo oscurata e superata in vari indirizzi della filosofia moderna) come scienza dell'attività razionale nella sua struttura e validità interna. Più che l'attività pensante in quanto tale la l. assume ad oggetto il prodotto di questa attività, il pensiero, i suoi momenti, le sue formulazioni; ne considera i caratteri, le relazioni, le condizioni e le norme di legittimità e validità per una sua adeguazione alle strutture del reale, nei vari piani in cui questo è dato alla conoscenza umana. Di conseguenza la l. presenta anzitutto un significato teoretico e solo secondariamente assume carattere normativo in quanto, per le generali condizioni che definisce alla validità funzionale del pensiero, tende a garantirne un uso accurato, corretto, vigile di se stesso nella valutazione della realtà, dei fatti, deiprincipi. È in questo senso che può trovare una giustificazione la qualifica, un tempo comune, della 1. come arte: «ars quaedam... directiva ipsius actus rationis: per quam scilicet homo in ipso actu rationis ordinata et faciliter et sine errore procedat» (ibid.; cf. Sum. Theol., 1a-2a°, q. 57, a. 3 ad 3).
La struttura fondamentale dell'attività teoretica della ragione presenta tre forme essenziali: il concetto come espressione categorica dell'essere o generalizzazione degli aspetti comuni della realtà empirica; il giudizio come percepzione e affermazione di contenuti notici nei loro caratteri essenziali o esistenziali; l'inferenza come processo e dialettica del pensiero da una posizione a un'altra, da principi a conclusioni, da fatti a principi. Del concetto la 1. determina le proprietà e le condizioni concernenti il suo valore notico in generale: chiarezza, distinzione, definizione, positività, negatività, universalità; propone la classificazione dei concetti e stabilisce inoltre le loro possibili relazioni: convenienza, opposizione, contraddizione. Del giudizio definisce le forme e le modalità, i rapporti di equivalenza, inclusione e opposizione dei soggetti predicati, quindi le condizioni formali della mutua implicazione o esclusione dei giudizi. Dell'inferenza la 1. stabilisce le condizioni di validità, determinando le DE DUZIONE (v.), chiarendo il significato logico del processo da particolare a particolare (analogia) o dal particolare all'universale (induzione). Essa definisce inoltre i limiti di probabilità che vanno o possono andare congiunti ai processi razionali, e ricerca le cause e le ragioni, prevalentemente formali, dell'errore nelle sintesi concettuali, nella formulazione dei giudizi, nei processi d'inferenza (sofistica). Con ulteriori elaborazioni la 1. determina le attività più complesse del sapere, in particolare i metodi della ricerca scientifica. Essa definisce l'impianto e lo svolgimento del pensiero teorico nelle scienze filosofiche, chiarisce i vari momenti del processo sperimentale induttivo (osservazione, ipotesi, verifica, legge), la particolare tecnica inventiva nella più alta ricerca matematico-fisica, le condizioni che deve porre in atto il pensiero per costruire nei vari ordini di conoscenza la verità e la certezza.
La 1. non ha quindi, per la sua stessa natura, una funzione specificamente e immediatamente inventiva in senso campo particolare del sapere. L'invenzione e il processo della verità si compiono per le forze intrinseche del pensiero (l. naturalis) che nessuna conoscenza riflessa delle sue leggi (l. docens) e nessuna, sia pur valida, disciplina intellettuale (l. utens) varrebbero a supplire. I rimproveri antichi e recenti messi alla 1. quando si tenda a vedere in essa uno strumento e quasi una macchina produttrice del pensiero sono giustificati. In merito valgono le parole di s. Tommaso: «Logica non continetur sub philosophia speculativa quasi principali pars, sed quasi quidam detrumetum ad eam, prout ministrat speculati non instrumenta...» (In Boeth. De Trinit., lect. 2a, q. 1, a. 2 ad 2).
Una concezione adeguata della 1. non può isolarla a un puro studio formale del pensiero. Innanzitutto perché non è possibile il pensiero come pura forma. Il pensiero infatti non si pone, in qualsiasi suo momento, e quindi nelle stesse essenziali articolazioni della sua dialettica, se non come affermazione di un contenuto, per quanto astratto e universale. Quelle stesse che sono dette pure leggi del pensiero, p. es., la non-contraddizione (che regge tutta la 1. deduttiva-sillogistica), appartengono al contenuto del pensiero ossia all'essere, come le più universali formali, e in maniera più solida e verità (cf. s. Tommaso, In Met., lect. 11a, ed. Cathala, n. 1898). A maggior ragione la 1. non può essere puramente formale quando passa alla determinazione dei procedimenti scientifici: questi infatti non sono analizzabili senza un continuo riferimento all'oggetto, in cui solo assumono consistenza e concretezza.
Di conseguenza, se va, giustamente, rifiutata la concezione idealistica che risolve la 1. nella metafisica, intendendola come scienza dell'attività del pensiero in quanto principio o atto assoluto, è tuttavia da tener ferma la
connessione intrinseca della 1. con la metafisica stessa. Appunto perché ogni legge oggettiva del pensiero (e sia pure del pensiero «pensato») è legge del contenuto, essa si apre per se stessa, ove se ne intenda e se ne ricerchi una convalidazione risolutiva, in una concezione del significato dell'oggetto, e pertanto in una metafisica. La ricerca sull'essenza, finalità, azione, dialettica ontologica dello spirito nella natura e nel mondo, se non rientra quindi, formalmente, nella 1. in quanto la validità interna del pensiero è descrivibile e si regge per se stessa, è tuttavia nelle intrinseche esigenze della 1. stessa, in quanto nessun processo del pensiero è pienamente chiarito se non in una determinazione del concetto di verità e dell'essere. Ciò vale innanzitutto per i primi principi, condizione di ogni logicità: il loro significato originario è infatti metalogico, non determinabile se non dal punto di vista metafisico. Per la stessa ragione, e cioè per il significato oggettivo inerente alle qualificazioni e condizioni di validità dei processi razionali, è altrettanto manifesta l'impossibilità di risolvere la 1. nella psicologia (W. Wundt, Th. Lipps, Chr. Sigwart, B. Erdmann, E. Goblot, ecc.). La validità dei rapporti logici concernenti l'oggetto del pensiero (in quanto tale, ossia il «pensato», detto dagli scolastici «ens rationis» e «secunda intentio»: cf. s. Tommaso, In Met., IV, lect. 4a, ed. cit., n. 574) è oltre le leggi che reggono l'attività psicologica del pensiero. La psicologia è fatto, storia, la 1. è valore, universalità. Il pensiero presenta, in quanto tale, un'emergenza di significato che è la validità universale della sua forma in funzione del valore assoluto dell'essere. Se non può, nel suo divenire storico, sottrarsi all'incidenza di tutte le determinazioni psicologiche del soggetto empirico (volontà, sentimento, interesse, ecc.: e di questo deve tener conto una 1. che intenda adeguarsi alla concretezza del pensiero), lo trascende tuttavia come universali e necessità. Le leggi propriamente logiche si pongono su questo piano: immanenti al pensiero qualificano la sua natura come rapporto trascendentale all'essere. La risoluzione della 1. nella psicologia (già negata da Kant: Kritik d. r. Vermunft, Transcend. Logik., § 1, e cui hanno reagito, dopo O. Külpe e E. Husserl, validi pensatori moderni insieme con tutto l'indirizzo logico-matematico) positivismo (v.), più ingiustificata dei postulati generali del sistema, per la immediata autoconsistenza, nel loro ordine, dei valori logici in confronto delle formulazioni metafisiche.
III. Cenni storici
Il problema logico, non considerando qui le prime espressioni nel pensiero indiano (Nyáya), è già presente, nel suo momento di inserzione e continuazione con la metafisica, agli inizi della filosofia greca. Come s'è rilevato altrove (v. Conoscenza) sembra che a fondamento della concezione parmenidea dell'unità e immobilità dell'essere ci sia l'istanza logica del rapporto identità-contraddizione che il concetto dell'essere non esere fa valere nel pensiero umano. Nel suo valore normativo-strumentale la 1. ebbe alcune formulazioni parziali (teoria della prova e della confutazione) in Protagora (cf. Diog. Laert., IX, 51 sgg.: fra le opere di Protagora sono ricordati 'Αντιλογιόν δύο, ibid., 55). L'arte della disputa e della prova fu inoltre accolta dai sofisti anche in senso deteriore come argomentazione verbale-formalistica tendente alla dimostrazione dell'assurdo (cf. Aristotele, De soph. elench., IX e passim). Tale tendenza ebbe ulteriori sviluppi nell'istituto (v.). In Socrate va rilevato il significato logico del metodo induttivo come via alla definizione (concetto) e alla scienza. In Platone il valore ontologico dell'idea (v.) conferisce anche al problema logico significato metafisico. La dialettica indica il rapporto reciproco di identità e alterità delle idee (Soph., 253 d sgg.). Tale rapporto non è d'ordine puramente astratto-formale ma esprime il nesso reale-finalistico delle idee e insieme i momenti della determinazione del reale, ossia i gradi subordinati della loro partecipazione (μετέξεις) all'immutabile consistenza dell'essere ideale. bene (v.) come vertice e centro della realtà (Resp., 508 b sgg.) esprime forse il senso più profondo e assoluto della dialettica ontologica di Platone. Con Aristotele la 1. riceve la sua sistemazione scientifica essenziale. Gli ele-menti preesistenti sono elaborati, eccezionalmente arricchiti e portati a una sintesi ancor oggi valida, sebbene incompleta. Intento della l. aristotelica era di analizzare i procedimenti del pensiero scientifico. Poiché scienza è visione del particolare nell'universale, la l. sillogismo (v.) come processo dimostrativo (ἀπόδειξις) per cui si chiarisce la derivazione del particolare dall'universale. I sei trattati aristotelici di l. (riuniti poi sotto il titolo di Organon) svolgono la classificazione dei concetti generali e delle relazioni di predicabilità (Κατα-γορία); le proposizioni e i loro rapporti secondo la qualità, quantità, modalità, opposizione (Περί ἐμφυλείας); la natura, la forma, le leggi e le figure del sillogismo (Ἀνάλυ-τικὰ πρότερα); la dimostrazione (Ἀνάλυτικὰ ὀστέρα); le fonti dell'argomentazione probabile o dialettica (Τοπικὰ); l'argomentazione sofistica (Περί σοφιστικῶν ἐλέγχων). Vanno aggiunti riferimenti parziali sparsi e in particolare la contraddizione (v.) in Met., IV, 3 sgg. Il significato della l. aristotelica è nella chiara definizione delle forme del pensiero deduttivo: essa è pertanto costruita sostanzialmente sui rapporti di identità-coerenza-inclusione fra le idee e le determinazioni categoriali del reale. Per il senso ch'ebbe vivo della effettiva condizione del conoscere umano, Aristotele non mancò di sottolineare la funzione indispensabile dell'induzione e della conoscenza sensibile, come via all'universale e alla scienza: «scienza non è possibile per via dell'universale senza induzione, né per via dell'induzione senza il senso» (Anal. post., I, 18, 81 b 2; cf. ibid., II, 19, 100 a 3 sgg.; Eth. nic., VI, 12, 1143 b 5 sgg.). In ciò Aristotele condanna in anticipo il puro formalismo poi invalso nella l. Tuttavia nella stessa concezione della scienza come riduzione del particolare all'universale era anche immanente il limite della l. aristotelica. L'essere infatti, nella sua effettuata realtà fenomenica, non si esplica sulla sola base del rapporto identità-coerenza concettuale ma coinvolge altre molteplici relazioni essenziali alla sua struttura: finalità, causalità, efficienza, mensurabilità, numero, probabilità. La l. aristotelica non si svolse, né poteva, allora, svolgersi in questa direzione, unica valida per una feconda scienza della natura. La cristallizzazione, per secoli, nella sua prima, pur mirabile formulazione (Aristotele ebbe chiara coscienza della originalità della sua costruzione: De soph. elench., 34, 183 b 16 sgg.) precluse più tardi alla l. aristotelica ogni utile impiego nelle scienze sperimentali.
e il puro nulla: il terzo momento, il divenire, esprime la loro unità dinamica, per cui si attua, nel ritmo della contraddizione e del superamento di ogni aspetto del fatto, il processo del reale.
La concezione hegeliana è continuata dall'ideismo italiano. In Gentile, identificata la realtà assoluta con l'atto spirituale, la l. concreta e reale è appunto la scienza del pensiero in atto che nella sua libertà e creatività è costruito l'oggetto come la concretezza del suo proprio essere» (Sistema di l., 1, 3a ed., Firenze 1940, p. 46). La l. antica prendeva ad oggetto il «logo astratto», il pensiero pensato», ossia i contenuti del pensiero astratto dalla realtà dell'atto spirituale che li pone (come tale essa era e permane valida, sebbene nel puro ordine dell'estate e termine questa oggettiva); la l. dell'attuazione invece è scienza dell'atto inteso come puro conoscere» (ibid., p. 47), non legato nella sua assoluta autonomia creativa agli schemi dei momenti che viene ponendo e risolvendo nel suo divenire. Per Croce la l. è «la scienza del concetto puro e concreto» ossia della forma teoretica universale in cui lo spirito conoscitivo «elabora a ogni momento il corso del reale» (L., ed. cit., p. 4). Poiché lo spirito è sviluppato dialettico (storia) immanente al reale, la l. come scienza dell'attività teoretica universale abbraccia tutti i problemi e le soluzioni storiche: essa si identifica quindi con la filosofia come storia (ibid., p. 329; cf. A. Rügge, Windelband, Enc. delle scienze filosofi, I, Palermo 1914, p. 195).
La seconda metà del sec. XIX e quello presente hanno visto un rigoglioso rifiorire degli studi logici sia in senso tradizionale o vicino a quello tradizionale (W. Hamilton, F. Überweg, A. Trendelenburg, W. Windelband, ecc.), sia in altre direzioni (B. Bolzano, E. Boutroux, H.-L. Bergson, E. Husserl, neopositivismo cui si deve un approfondimento del rapporto l.-linguaggio, ecc.) che confermano l'infondatezza del giudizio kantiano sull'impossibilità di un progresso nella l. Va ricordata la l. ASIMBOLIA (v.) che perfeziona, con l'esattezza del simbolo, i metodi logici di verifica di prova e tende a una più accurata espressione del pensiero scientifico. In Italia la l. del potenziamento di A. Pastore si propone la determinazione delle variazioni relative degli enti e del loro reciproco potenziamento, nell'intento di una maggiore adeguazione del pensiero alle complesse strutture relative del reale. È in questo senso che vanno prevalentemente sviluppati i grandi logici attuali. Essi sono stati proprio i principi della ricerca scientifica impostata su procedimenti logici rispondenti alla ricerca dialettica di scoperta nel divenire fenomenico della natura. Se la nuova concezione (e realizzazione) della scienza ha imposto di andare oltre, in questo campo, la l. tradizionale, è chiaro tuttavia che essa non l'ha negata né svalutata. Le leggi del pensiero logico-deduttivo rimangono, per l'ultima ricerca e determinazione del reale (metafisica), che è anche la più essenziale al problema umano, l'itinerario e la norma insostituibile della ragione.