LIMITE. – Il l. (greco πέζα, lat. terminus, ted. Grenze) è definito da Aristotele «il punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c'è tutto di essa» (Met., V, 17, 1022 a 4-5; trad. di A. Carlini, Bari 1928, p. 174).
Tale nozione quindi è derivata originariamente dall'estensione, in cui la superficie, la linea e il punto sono 1. rispettivamente del volume, superficie e linea. In seguito, come notano lo stesso Aristotele e s. Tommaso nel suo commento al luogo citato, il concetto di l. viene trasferito al movimento, all'azione, al tempo, come il punto di partenza e il punto di arrivo di essi o di una determinata loro parte, e ancor più genericamente viene applicato a qualunque entità non infinita. In questo senso il l. non è che la negazione di ulteriore perfezione e, secondo la tesi tomistica, ha il suo principio nella potenza limitativa dell'atto (s. Tommaso, *In V Met.*, lect. 19).
Aristotele nota anche un altro senso di l., cioè «l'essenza, la quiddità di ciascuna cosa: giacché questo è il termine della cognizione; e se della cognizione, anche della cosa» (Met., loc. cit., 9-10); infatti, spiega s. Tommaso nel commento citato, «incipit cognitio rei ab aliquibus signis exterioribus quibus pervenitur ad cognoscendam rei definitionem; quo cum perveni fuerit, habetur perfecta cognitio de re». Al contrario Kant chiama concetto-l. (Grenzbegriff) il concetto di noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva dell'intuizione sensibile, indicando così che tale conoscenza non può estendere il suo dominio a ciò che pensa l'intelletto. Nondimeno della possibilità di tale noumeno non è possibile rendersi conto positivamente, ma solo problematicamente, perché ci manca ogni possibilità di intuizione diversa dalla sensibile; e quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni per noi è vuoto. «Il concetto di noumeno è dunque solo un concetto-l. per circoscrivere le pretese della sensibilità e di uso perciò puramente negativo» (Critica della ragion pura, *Analitica dei principi*, III; trad. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, I, Bari 1924, p. 251). Una nozione simile si ritrova anche in Lange, Riehl, Ardigò, Hoffding, ed altri della corrente positivista; mentre altri, come Paulsen, Max Wundt, Heidegger, Carabellese, attribuiscono al concetto di noumeno anche un senso più positivo.