LIBERALISMO

LIBERALISMO. - Movimento ispirato al principio della libertà in ogni campo, spirituale e politico, che prevalse in Europa dopo la Rivoluzione Francese del 1789 e caratterizzò l'epoca contemporanea sino alla prima guerra mondiale.

Non ben definito rimase quel principio di libertà, ma si può dire che più comunemente s'intese per esso un affrancamento dalla tutela altrui, un'affermazione di attività propria e indipendente e l'esclusione di ogni autorità che non derivi da consensi umani. Inoltre la libertà fu generalmente pensata come libertà della natura, Rousseau (v.), senza distinguere nella vera natura umana i valori personali come supremi e tali da imporre ordine e unità a tutte le attività dell'uomo, e da costituire un vestigio nell'uomo della stessa Divinità. I traviamenti teorici e pratici a cui dette occasione il lavoro raccolti nel cosiddetto *Sillabo* (v.) e condannati da Pio IX (8 dic. 1864).

I. L. FILOSOFICO. - Descartes (v.) l'atteggiamento della filosofia che respinge ogni tutela che possa venire da altro fuori di sé. Già prima l'abuso dell'autorità di Aristotele nel campo scientifico aveva suscitato una reazione, per sé giustificata; essa dilagò poi in tutti i campi del pensiero umano. La ragione, non contenta di richiamare in vigore i giusti criteri del metodo scientifico, rivendicò per sé una libertà assoluta, rifiutando di riconoscersi alcun limite nell'esercizio della riflessione scientifica e filosofica, pretendendo di giudicare tutto, anche i dogmi rivelati. Il concetto di filosofia «an-cilla theologia» rimase escluso sotto ogni punto di vista. Non bastò più affermare l'autonomia della ragione nella ricerca dei fondamenti razionali dell'atto di fede, e nel diritto di usare i metodi suoi propri

per investigare, scoprire, discutere e concludere nel campo della verità di ordine naturale; ma si volle, di più, ch'essa a priori negasse l'esistenza di cognizioni non derivanti da lei, come le verità di origine soprannaturale. Si rigettò quindi ogni rapporto con queste.

Tutte le correnti filosofiche dell'epoca moderna, anche le più opposte tra loro per altri aspetti, sensismo, razionalismo, criticismo, scetticismo, idealismo assoluto, positivismo, materialismo, neo-idealismo, problematicismo ecc., convengono nel ritenere come loro necessario presupposto questa specie di libertà. Il loro punto di partenza è il medesimo: l'autosufficienza del pensiero umano in quanto tale. È nello spirito del l. filosofico favore una gelosa coscienza di questa specie di sovranità. Esso si mantiene ostile a qualsiasi investigazione, pur operata dalla ragione stessa e con i suoi metodi propri, diretta a dimostrare la sua dipendenza da una Mente superiore (onde gli viene la potenza di attingere la verità in genere), e a provare l'esistenza a sé di tale Mente, come vero Soggetto Assoluto, da cui è possibile ricevere comunicazioni superiori alle cognizioni materiali e quindi giustamente valutare gli aiuti che la Rivoluzione può prestare alla filosofia. Ciò non è ammesso dal naturalismo a cui è legato il l. filosofico: il pensiero umano per essere libero deve contare esclusivamente su se stesso. Si sanno le conseguenze: esso o si riconobbe essenzialmente limitato o proclamò il relativismo (o scetticismo o problematicismo), ossia il suo stato di necessità di non poter fare alcun atto di vera affermazione; o si credette il Soggetto assoluto che si determina in un divenire continuo, e cadde in un panteismo idealistico, che esclude qualsiasi libertà individuale; o si credette un risultato della materia cosmica, e si trovò incluso nel determinismo (pur esso panteistico) universale di questa. Degno di nota il fatto che i due estremi della filosofia moderna, l'idealismo assoluto e il materialismo, ambedue favoriscono il totalitarismo nella vita sociale, il quale nega in pratica la libertà di pensiero quale diritto essenziale dell'individuo, diritto che il l. filosofico intendeva di salvare come primo e principale per la vita dell'umanità. Malgrado queste contraddittorie conseguenze il l. filosofico ancora sussiste, come stato d'animo piuttosto che come teoria: l'uomo che vuole esser sufficiente a se stesso.

II. L. RELIGIOSO. - Il l. religioso ha il suo antecedente nel «libero esame» delle Scritture proclamato dai protestanti del sec. XVI, cioè il rifiuto di qualsiasi autorità visibile vivente nella Chiesa: nella loro mente l'individuo poteva usare di quella libertà perché illuminato direttamente da Cristo. Quando la fede in questo lume di carattere mistico si affievolì, o scem-pare addirittura, come già avvenne con l'illuminismo (v.) del sec. XVIII, l'individuo rimase con la sua libertà di giudicare delle cose di religione senza un controllo superiore al suo uso personale della ragione. Di qui il concetto, condannato nel n. 4 del *Sillabo*, che la ragione sia la norma sovrana con cui l'uomo deve giudicare di ogni specie di verità. Questo concetto, anche se non accettato apertamente, ebbe larga influenza nelle scuole teologiche protestanti del sec. XVIII e rese possibili gli eccessi nella critica biblica che già in quel secolo e poi nel seguente si verificarono, specialmente in Germania, oppure favorì la tendenza a svalutare l'elemento soprannaturale della religione, specialmente in Inghilterra. Qui sorse, come reazione, il «movimento di Oxford» (v.), Newman (v.), che forse per il primo denunciò quella tendenza con il nome di l. religioso, e la combatté, prima da anglicano e poi da cattolico.

La caratteristica di questo l. sta appunto nello svalutare la Grazia di fronte alla natura, onde PAGANESIMO (v.), e nell'abbandonare il criterio della supremazia della verità rivelata sulle verità

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(bel. d'nderzo)
Liberale da Verona - S. Caterina d'Alessandria e s. Anastasia : al centro la Maddalena tra due anacli. Pala d'altare di L. da V. VERONICA, chiesa di S. Anastasia.

puramente razionali, attribuendo alla ragione umana nel suo infinito progresso il diritto di giudicare la Rivelazione divina per sé imperfetta (Sillabo, n. 5). Gravissimi furono gli effetti di questo l. nei paesi protestanti, dove ha scelzato l'antica venerazione verso la INDIFFERENTISMO (v.), che lascia libero a ciascun uomo di abbracciare e professare qualunque religione, che al suo ragionamento soggettivo apparisca vera (op. cit., n. 15). Questo soggettivismo o individualismo pretende di trovare appunto nella libertà la sua giustificazione, senza riguardo ai diritti della verità oggettiva, che si comunica, sia nel lume naturale sia nel lume soprannaturale. Esso considera la religione come un fatto puramente individuale, in cui si ammette che Dio possa intervenire, ma solo adattandosi alle disposizioni dei singoli soggetti umani, ciascuno dei quali si fa così una religione sua; e tutte sono buone e vere, anche se tra loro contraddittorie. Si radica così, come abito mentale, la ripugnanza ad ammettere un'Autorità superiore ai singoli, e che li obblighi ad un'uniformità di adesione, a una verità unica e assoluta. Di qui l'accentuata contrarietà al cattolicesimo, più che alle altre religioni positive, trovandosi in esso affermato nel modo più definito e concreto il principio di autorità nella Chiesa docente e nel suo capo visibile, il Vicario di Cristo. Il l. religioso diffonde uno stato d'animo ché è l'antipatia alle definizioni dogmatiche, quale si manifestò nel mondo della cultura, quando si definì l'Immacolata Concezione o l'infallibilità pontificia. Esso penetrò pure nelle scuole cattoliche. Pio IX ebbe Hermes (v.), FROHSCHAMMER, JACOB (v.), rispettivamente nel 1846, 1877, e 1862, l'errore pregiudizio di una libertà della ragione della filosofia, tale da concedere a queste una prevalenza di fronte alle stesse verità rivelate e ai metodi con cui lo studio della teologia dev'essere condotto, senza riguardo alla tradizione divina e all'autorità che conserva e garantisce essa tradizione. Ogni specie di tradizione dispiace al l. religioso; di qui la sua avversione alla scolastica, anche nelle sue parti più vitali, e nella sua funzione di continuatrice e sistematrice della philosophia perennis, a cui il pensiero cristiano si riannoda pur nel suo naturale progresso. La svalutazione in generale della tradizione propria del l. religioso, modernismo (v.) condannato da Pio X (1907). La Chiesa cattolica, ogni volta che condannò queste varie manifestazioni del l. religioso, aggiunse chiarimenti circa il vero concetto della libertà che compete alla ragione umana e alla filosofia, nel loro campo proprio, e circa i loro rapporti con la Rivelazione, la tradizione e la teologia. Specialmente insistette sulla funzione spettante alla ragione naturale di dimostrare i motivi di credibilità del fatto della Rivelazione, sul valore intrinseco di tale dimostrazione, logicamente anteriore alle certezze della fede, e quindi sulla ragionevolezza di accettare l'autorità di Dio rivelante e della Chiesa depositaria della Rivelazione: tale ragionevolezza che pone un limite alla libertà esaltata dal l. filosofico e religioso. Quest'ultimo ebbe anche altre applicazioni, sempre suggerite dall'avversione all'autorità. E ciò fu nel campo dell'ordinamento della Chiesa, che si pretese dovesse essere democratico. Questo era facile ottenerlo nelle varie confessioni protestanti, di cui pochissime mantennero il concetto della gerarchia episcopale dopo aver tutte negato il papa. Indi la simpatia del l. per il protestantesimo come religione più adatta ai tempi. La Chiesa cattolica invece mantenne il principio dell'autorità che viene dall'alto, cioè da Cristo, che la trasmise agli Apostoli con Pietro per capo, e quindi ai vescovi con il successore di Pietro per capo. Il l. religioso, nell'avversare il principio dell'autorità che viene dall'alto, prese di mira specialmente il capo visibile della Chiesa, in cui ogni potere di giurisdizione è accentrato e indi viene partecipato sia ai vescovi, per istituzione divina e immutabile, sia ad altri per legge ecclesiastica e variabile. Il l. religioso continuò in ciò il lavoro già cominciato nei secoli precedenti dalla corrente favorita dai re assoluti, dei paesi cattolici, detta «giurisdizione-lismo» e cercò di rendere al massimo impopolare la definizione del dogma del primato, non solo d'onore ma di

giurisdizione universale, appartenente al papa per divina istituzione. La preoccupazione di questa impopolarità, e dei danni che ne potevano venire alla religione in tempi difficili, fu quella che spinse un certo numero di vescovi, Dupanloup (v.) STROSSMAYER, JOSIP JURAJ (v.), a sconsigliare nel Concilio Vaticano come inopportuna una definizione dogmatica di quella ch'essi pur ritenevano verità cattolica, e che di fatto accettarono quando fu definita. Inoltre il l. religioso avversò in generale il concetto della Chiesa come vera e perfetta società, in possesso di diritti inalienabili in virtù sia dello stesso diritto naturale sia del potere conferito da Cristo suo Divin Fondatore, negandolo ogni libertà d'azione o altri diritti che non le venissero per concessione dello Stato (v. il 5 del Sillabo, nn. 19-38). Era questa un'applicazione al campo religioso (ma incoerente e arbitraria) del l. politico. Fu del pari incoerente l'applicazione del principio di «libera Chiesa in libero Stato», espresso Montalembert (v.) ma con altro intendimento da quello in cui fu raccolto dal Cavour (v.) e dagli altri liberali del tempo. Questi intersero per libertà una separazione della Chiesa dallo Stato, che lasciava allo Stato l'arbitrio di legiferare e di agire, ignorando la Chiesa, come se non esistesse, e quindi senza badare se le disposizioni ch'esso prendeva potessero venire in collisione con le giuste esigenze di lei. Il che non è mera separazione, ma in sostanza ostilità pratica, perché l'esperienza dimostra che tra due poteri diversi che si occupano delle stesse persone sempre nasce qualche motivo di collisione. Ché se ciascuno dei due prende per norma di agire lo stare avvertito che le sue disposizioni non vengano in collisione con quelle dell'altro, allora non è più da parlare di separazione, ma di intesa che può anche esser solo tacita. Se si guarda alla storia il l. vide nella formula adottata dal Cavour una giustificazione per cercare di mettere la Chiesa, quanto a posizione giuridica, alla pari di qualsiasi società privata esistente nei confini dello Stato, e per legiferare ignorando le esigenze della coscienza religiosa dei cittadini cattolici. Il che appare esplicitamente nella legge del matrimonio civile.

III. L. POLITICO. — Allo scoppiare della Rivoluzione Francese era predominante in Europa la forma del governo assoluto, ossia di un potere esecutivo (impersonato nel re) che assorbiva in sé anche gli altri poteri (legislativo e giudiziario) con facoltà senza limiti. L'ideale di questo sistema era il governo paterno, rispetto a cui tutti i cittadini si trovavano nella condizione dei figli minorenni in una famiglia. La libertà fu invocata come un'uscita di minorità, una conquista del diritto di entrare, mediante rappresentanti, a far parte del governo e così ottenere una pratica «autonomia» di tutto il popolo. Questo genere di libertà, in quanto mette dei limiti all'esercizio di una autorità puramente umana, com'è quella dei governanti, è per sé lecita e giusta, e diviene anzi un vero e proprio diritto in un popolo che sia maturo al governo di sé, e di questa maturità abbia coscienza. È la democrazia, nel suo vero senso. Si chiamò l. politico il movimento che durante il sec. XIX portò alla trasformazione degli Stati europei in Stati democratici; la garanzia della libertà nuova riconosciuta a tutti i cittadini si ebbe nella pratica di ordinamenti rappresentativi (Camere di deputati). In Inghilterra già nei secoli precedenti se n'era avuto l'esempio. Ma le libertà politiche inglesi si erano svolte non tanto come un'affermazione sistematica, quanto come una laboriosa ricerca di equilibrio tra i poteri del principe e alcune funzioni autonome dei nobili e delle città (comuni), come un parziale controllo di questi sull'esercizio dell'autorità regia, un continuamente rinnovato tentativo di accordo pratico tra gli interessi del potere centrale e quelli degli altri organismi, sottoposti allo Stato ma ad esso necessari,

costituenti il grosso della nazione. Il 1. del continente fu invece assai più teorico, e guasto ciò che vi era di buono nel suo programma, trasportando nel campo politico le confusioni del 1. filosofico. Si propose l'esaltazione dell'individuo, ma dovette presto accorgersi che l'individualismo naturalistico porta all'anarchia. D'altra parte l'individuo assorbito nel "popolo", a cui si attribuisce una sovranità senza limiti, si trova di fronte a una nuova specie di dispotismo, il dispotismo delle maggioranze, peggiore di quello delle monarchie storiche, che almeno avevano un freno nei principi della religione cristiana da loro professata. Invece la nuova "sovranità popolare" (concepita sul postulato dell'autosufficienza dell'uomo) nulla riconosce sopra o al di fuori di se stessa. Lo Stato, come emanazione e realizzazione di una siffatta sovranità, si dichiara origine e fonte di tutti i diritti (Sillabo, n. 39). I governi liberali dell'Ottocento si destreggiarono di fronte all'insolubile problema, di cui forse non avvertirono la gravità, di metter d'accordo un simile concetto dello Stato con il principio delle libertà individuali. Ma tale incoerenza interna indebolì quei governi e nella crisi della prima guerra mondiale aprì la via ai governi cosiddetti totalitari, che sfruttarono appunto quel concetto dello Stato, già ammesso dai partiti liberali.

Cercarono di non cadere in queste contraddizioni e di evitare gli errori del 1. inquinato di ateismo o comunque contrario alla Chiesa (Sillabo, nn. 39-74) i cosiddetti cattolici liberali, il cui capo fu il Montalembert. Essi si opposerono apertamente alla dottrina del "legittimismo" di diritto divino dei principi, molto diffusa tra i cattolici di Francia e altrove, basata sul detto di s. Paolo "Omnis potestas a Deo", nel senso di un'investitura diretta e perenne da parte di Dio del potere sovrano alle famiglie regnanti. La dottrina l'aveva formulata e difesa per primo il protestante re d'Inghilterra Giacomo I, primo degli Stuart; poi si era diffusa nei paesi cattolici Bossuet (v.). Ebbe fortuna negli ambienti contrari alla Rivoluzione Francese e molti cattolici a torto vi si ritennero legati in coscienza. Il Montalembert vide giustamente quanto dannosa sarebbe riuscita alla Chiesa una simile confusione e si adorò a persuadere i cattolici della necessità di una migliore comprensione dei nuovi tempi, che volevano liberi ordinamenti. Si ispirò principalmente al 1. inglese, per la stima e ammirazione che aveva dei costumi politici di quel Regno. Volle uno Stato non padrone dei diritti, ma difensore e garante delle giuste libertà dei cittadini, tra cui principale quella della religione. Rispetto a questa respinse la protezione che le monarchie assolute le avevano lagriò, facendosela pagare con l'asservimento della Chiesa e delle coscienze. Perciò volle libero lo Stato come libera la Chiesa (equivoca però e pericolosa la formula: "Libera Chiesa in libero Stato", perché mette la Chiesa nello Stato, mentre essa è al di fuori e sopra tutti gli Stati per la sua natura eminentemente spirituale). I cattolici liberali in genere propone di accettare dai tempi moderni la valorizzazione della libertà come metodo di vita pubblica, con lo scopo insieme di opporsi alle erronee e perverse applicazioni che i nemici della religione ne facevano. Questo parve ad altri cattolici, VEUILLOT, LOUIS (v.), una concessione agli errori e ai misfatti dei governi liberali dell'epoca; e fieramente vi si opposero. Forse i cattolici liberali non usarono sempre un linguaggio abbastanza curato, specialmente riguardo la dottrina della "sovranità popolare"; ma è certa la buona fede del Montalembert e di molti suoi seguaci. Le loro eventuali inesattezze furono evitate da "neogueli" in Italia, anch'essi favorevoli alle libertà politiche, viste però nella luce della tradizione medievale e del pensiero tomistico che fa venire l'autorità dei governi da Dio ma attraverso il popolo, imponendo all'uso dell'autorità e della libertà quei limiti che sono segnati dalla legge divina, o naturale o positiva, secondo le circostanze.

Più tardi Leone XIII con l'encicl. Libertas (20 giugno 1888) diede la risposta definitiva al problema dell'atteggiamento dei cattolici nella vita politica. I "messaggi" di Pio XII ne sono un'illustrazione e uno sviluppo. Il 1. politico attraversò la crisi delle due guerre mondiali ha subito una trasformazione. Anche se questa non viene accettata da coloro che si chiamano "liberali storici", il concetto di libertà ha ricevuto un'applicazione nuova alla politica, con l'esaltazione dei valori personali dell'uomo come superiore allo Stato e con il controllo dell'azione dello Stato stesso per mezzo di una corte suprema, che richiama insieme il potere esecutivo e legislativo al rispetto di quei valori. Quel tanto di vero e di buono, che si trovava implicito nel 1. politico del secolo scorso, può così essere salvato, e divenire una forza particolarmente necessaria ai nostri giorni per difendere la civiltà dalla minaccia incombente del dispotismo materialistico.

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