LESSING, GOTTHOLD EPHRAIM. - Pensatore, critico, poeta e drammaturgo tedesco, n. a Kamenz il 22 genn. 1729, m. a Wolfenbüttel il 15 febbr. 1781. Scolaro di Wolff a Lipsia e studioso di Spinoza, ricercatore instancabile nel campo delle scienze filologiche e teologiche, ILLUMINAZIONE (v.) in Germania. Appartiene alla schiera di quei pensatori che erano designati allora come «Popularphilosophen», scrittori liberi dalla tecnica e dal gergo della scuola; fu avverso al si

stema, se pure sensibile a talune le gensze sistematiche della filosofia illustrativa, e rielaboratore sagace delle dottrine che caratterizzano la sua età.
Il suo pensiero, che si muove costantemente tra Leibniz e Spinoza, tenta un accordo tra i due filosofi attraverso l'unità dell'uno nel tutto, ossia attraverso la concezione dell'individuabilità che si dilata fino a racchiudere in sé l'universale. L. vuole inclusione nello spinozismo particolare dall'assorbimento nella divinità pur ricadendo continuamente nel panteismo spinoziano. Nel suo opuscolo Über die Wirklichkeit der Dinger ausser Gott, sostiene infatti, nonostante la sua affermazione di volersi attenere al pensiero di Leibniz, che si è concreto di una cosa è in Dio, anche la cosa deve essere in lui, e che perciò i concetti delle cose in Dio sono le cose stesse. Al dire di Jacobi, L. non poteva tollerare l'idea di un essere personale assolutamente infinito, e si rappresentava pertanto la divinità come l'anima del tutto.
L. si occupò lungamente di problemi religiosi con scritti, in parte propagandistici e in parte polemici, che si ispirano ai motivi dominanti dell'illuminismo, anche se qua e là qualche nota personale tradisca l'insofferenza che egli, pur con tutto il suo razionalismo, nutriva per l'atteggiamento chiuso del secolo. Particolarmente nell'Anti-Goeze (Lipsia 1778) e nei Gespräche für Freimaurer (Göttingen 1778) combatte l'ortodossia tradizionale delle religioni positive, ed elabora una filosofia della religione che dovrebbe fondarsi soprattutto sulla connessione interna della natura e della storia. «La migliore religione rivelata, è quella che contiene il minor numero di aggiunte alla religione naturale» (Über die Entstehung der geoffenbarten Religion, § 11).
Contro il «fanatismo» dell'erudizione biblica e contro il predominio della teologia sostiene che dall'intima verità debbono scaturire le tradizioni scritturali, e non viceversa, che la religione è vera non perché gli evangelisti e gli apologisti l'hanno insegnato, ma che essi l'hanno insegnato perché è vera. Nella sua polemica contro Goeze afferma che il cristianesimo deve riguardare essenzialmente il cuore, e che la critica delle prove storiche e filosofiche deve poggiare su ben altri principi, che non quelli finora seguiti dalle teologie delle religioni positive. Gli accenti anti-dogmatici dell'Anti-Goeze, dei Gespräche f. Freim., e la sua lotta aperta contro l'ortodossia, riaffiorano sotto una veste artistica nel Nathan der Weise (Berlin 1779), dove l'idea della religione naturale vuole essere un simbolo di pace tra le religioni positive dell'umanità.
Nell'Erziehung des Menschengeschlechts (ivi 1780), che rimane il suo capolavoro filosofico, la religiosità assurge a principio di tutta l'evoluzione umana. L'educazione e la religione servono a sviluppare le facoltà naturali e le attitudini dell'uomo. Mediante la Rivelazione il genere umano viene elevato dai gradi inferiori a quelli superiori; le verità rivelate debbono man mano mutarsi in verità di ragione se si vuole che il genere umano le faccia veramente sue. Mentre infatti Dio educava con mezzi elementari il suo popolo, gli altri popoli della terra procedevano nella via della civiltà con la sola luce della ragione. Le due rivelazioni non sono sostanzialmente diverse; e quando verrà l'età della Vollendung, della piena maturità, non vi sarà infatti più dubbio circa l'intima razionalità della rivelazione religiosa. Il L. si è soprattutto preoccupato, in
quest'opera, di organizzare le sue esperienze storico-religiose, la sua concezione della religiosità e del cristianesimo, il cui valore gli si prospetta come eminentemente etico in quanto deve educare a fare il bene per il bene.
Debbono infine essere ricordate, del L., il Laokoon (1776) dove egli segna i limiti tra le arti figurative e la poesia, e la Hamburgische Dramaturgie (1767-69) ove distingue la poesia dalla storia, e, nella poesia, il dramma dalla favola e dal racconto morale.
Va riconosciuta nel L. una personalità ricca e complessa, non priva di genialità e di spunti che, se tradiscono da una parte la sua appartenenza al razionalismo illuminista, denunziano dall'altra la oscura tendenza a superarlo. Egli ha espresso in modo inequivocabile quell'atteggiamento spavaldo e sicuro di sé che è proprio del secolo, ma ha tentato insieme di salvare l'uomo e ogni valore umano dalle costrizioni dell'angusta filosofia dell'Aufklärung. Dal razionalismo più intransigente, cui si era ispirato tutto il suo pensiero, L. aveva finito con il cercare una liberazione nelle tesi paneticistiche e naturalistiche che preludono al risveglio del nuovo secolo, e con il presente, al di sopra dell'astratta ragione, i diritti dell'umanità. Apostolo dell'illuminismo, egli aveva avvertito le falle che vi si andavano allargando, e intuito i grandi interrogativi che, solo pochi anni più tardi, si sarebbero delineati dinnanzi ai rigidi canoni di quella dottrina. Il suo concetto del tendere incessantemente alla verità, se pure a condizione di non raggiungerla mai, è già un'anticipazione del motivo che Rousseau trasmetterà ai corifei dello Sturm und Drang e poi ai romantici, quello di una interiorità che è passione e rivolta, e quindi giova a rivalutare, rispetto alla concezione illuministica, la vita, la storia e la tradizione.