LEONICO TOMEO, Niccolò. - Umanista, figlio di un greco d'Epiro, n. a Venezia il 19 febbr. 1456, m. ivi il 28 marzo 1531. Studiò a Padova e a Firenze alla scuola di D. Calcondila. Dall'apr. 1497 insegnò a Padova e poi per qualche tempo anche a Venezia. Fu celebre per la perizia filologica con cui lesse nel testo i filosofi greci e per la sua cultura fu caro al Bembo, al Sadoleto, al Pole, al Tunstall, al Latymer. Molto lo lodò Erasmo che nei Colloquia ne imitò un dialogo (il Samnutus sive de ludo talarico).
Curò per la ed. Giuntina del 1527 il testo greco d'Aristote e quello di Teofrasto. Oltre che da Tolomeo (Inerrantium stellarum significationes, nell'ed. Aldina di Ovidio del 1516) e da Proclo (negli Opuscula, Venezia 1525), tradusse di Aristotele i Parva naturalia (ivi 1523) e le Questiones mechanicae (negli Opuscula cit.). Una versione dal De partibus animalium usci postuma (Venezia 1540). La sua opera più diffusa fu il De varia historia (Lione 1532; trad. II. Venezia 1544); la più significativa una raccolta di dieci Dialogi dedicati al Pole (ivi 1523). Fra essi è il Bembus, sive de animorum immortales, in cui, prendendo posizione Pomponazzi (v.), sostiene che l'anima, sostanza «semovente» e «separata» come vogliono tanto Platone che Aristotele, non può morire.