CONTRADDIZIONE. — Relazione di opposizione esistente fra l'affermazione e la negazione di uno stesso predicato per rapporto a uno stesso soggetto, «simultanea eiusdem affirmatio et negatio».
La c. quindi, propriamente, esiste solo fra due giudizi (espliciti o impliciti), e non fra concetti, se non in quanto due nozioni di contenuto opposto, ad es., giusto - ingiusto, vengono pensate insieme come riferibili ad un soggetto, quindi come implicanti un giudizio virtuale. Fra due giudizi poi la c. può essere formale-esplicita (contradictio in terminis), quando l'affermazione e negazione è esplicita per rapporto a un predicato formalmente identico (l'anima è spirituale, - l'anima non è spirituale), o soltanto materiale-implicita, quando il secondo giudizio esprime un nuovo predicato che distrugge il primo (l'anima è spirituale - l'anima è generata dal corpo).
In senso più strettamente tecnico si dicono in logica contraddittorie due proposizioni di cui una afferma o nega solo quel tanto che è richiesto e sufficiente per annullare la prima, di modo che fra le due non è possibile collocare una proposizione media: è il significato preciso di Aristotele che definisce l'àvitépaxos: «opposito cuius inter utramque enunciationem non datur medium» (Anal. Post., I, 2, 72 a 12; cf. De Interpr., 6, 17, a 33 e Met., X, 4, 1055 b 1-2).
In questo senso sono contraddittorie due proposizioni di cui una è universale affermativa o negativa e l'altra particolare rispettivamente negativa o affermativa, ad es., ogni cosa vive – qualcosa non vive. Fra due proposizioni di questo genere nascono speciali rapporti di incompatibilità reciproca per cui non solo non possono essere entrambe vere, ma nemmeno entrambe false. Legge che, mentre ha una particolare importanza nella logica delle proposizioni, non è priva di riflessi pratici anche nelle discipline teologiche, in rapporto, ad es., alle proposizioni prescritte dal magistero della Chiesa, di cui è agevole cogliere il vero significato formale, tenuto presente che di una qualsiasi proposizione condannata, la contraddittoria, e soltanto questa, è necessariamente vera (v. LOGICA).
PRINCIPIO DI C. – Legge fondamentale del pensiero logico-metafisico esprimente l'opposizione fra l'essere e il non essere, il vero e il falso, il sì e il no. La sua formulazione ontologica più comune è: «niente può insieme essere e non essere », o: «l'essere non è il non essere »; la formulazione logica: «uno stesso predicato non può insieme essere affermato e negato di uno stesso soggetto ».
La storia del principio di c., detto anche da taluni di non-c., segue la storia delle varie concezioni metafisiche del pensiero e della realtà, determinandosi il suo significato e il suo valore in funzione di queste. Intanto, che esso valga universalmente come principio logico-formale del pensiero, sembra non sia negato da nessuno, non potendosi evidentemente dal pensiero logico affermare qualsiasi cosa, dando a quest'affermazione un significato, senza riconoscere l'antitesi fra il sì e il no, il «questo» e il «non-questo». È ciò che vigorosamente affermava Aristotele contro la pretesa negazione di Eraclito: Impossibile est quemiam putasse idem esse et non esse (Met., IV, 3, 1005 b 23). Ma per Aristotele il principio di c. non è solo una necessità assoluta del pensiero logico, primo fra tutti i principi, cui deve necessariamente rifarsi ogni dimostrazione (loc. cit., 1005 b 33), ma ha una portata e un significato schiettamente ontologico. Esso è la legge stessa del reale, fondata sull'intrinseca determinazione dell'essere, e in primo luogo della ousia, per cui, se è qualcosa l'essere uomo, questo non potrà essere l'essere uomo; se non tanto varrebbe dire «tirere» o «muro» o «uomo» (loc. cit., 4, 1007 b, 20-24). Identico è il pensiero di s. Tommaso che riafferma il principio di c. come primo, radicato nella nozione dell'essere e del non essere: Primum principium indestructibile est quod non est simul affirmare et negare, quod fundatur super rationem entis et non entis (Sum. Theol., 1a-2a, q. 94, a. 2, c.).
La crisi del principio di c., affacciata già nella storia della filosofia con Eraclito, si ripresenta assai più acutamente nella filosofia moderna. E innanzitutto nei vari indirizzi empiristici. Per i quali, svalutata la conoscenza intellettuale della realtà, ritenuta di valore puramente empirico, il principio di c., al pari di ogni altro principio generale, non vale più se non come norma del pensiero logico, sia esso una legge universale e intrinseca alla struttura della mente umana (Goblot), o (come in alcune forme di psicologismo e sociologismo) una vera attitudine psichica nata da condizioni di fatto del pensiero individuale e sociale (L. Lévy-Bruhl).
Come l'empirismo, sebbene attraverso una concezione metafisica opposta, il dialettismo hegeliano, identificando la realtà col processo logico (divenire) dell'idea, che si attua in una sintesi perenne di momenti opposti, arriva necessariamente alla negazione del principio di c. nel suo significato ontologico-aristotelico. Mutato il concetto di realtà, che non vale più come determinazione intrinseca, anzi reca in se stessa la interna opposizione, anche il principio di c. cade come espressione della determinazione dell'essere e resta, al più, come espressione del movi
mento dialettico perenne della realtà verso il superamento della c. (cf. Hegel, La scienza della logica, I, trad. II. di A. Moni, Bari 1925, pp. 74 sgg., 103 sgg.; II, pp. 59 sgg., 69 sgg.). La concezione hegeliana ritorna sostanzialmente in Gentile, per cui il principio di c. vale bensì per il pensiero pensato (il pensiero-oggetto), ma non per il pensiero pensante (il pensiero-soggetto), «il quale nella sua attitudine è diverso e svolgimento, pone bensì come suo proprio oggetto l'identico, ma appunto merce il processo del suo svolgimento, che non è identità, cioè unità astratta, ma... unità e molteplicità insieme, identità e differenza» (G. Gentile, Teoria generale dello spirito, 5a ed. Firenze 1938, p. 44). Alla negazione del valore ontologico del principio di c. arriva infine l'intuizionismo bergsoniano che rinnova in certo modo la posizione di Eraclito, affermando il reale non come essere immobile, bensì essenzialmente come puro divenire.
Contro queste e analoghe concezioni la filosofia tradizionale difende la posizione aristotelico-tomista: affermata la realtà come positività e determinazione ontica di atto puro (ente infinito), o di sinolo di atto e potenza (ente infinito), ne deriva la assolutezza e la validità in seno all'essere, del principio di c., senza cui quella positività sarebbe inaccettabile e svanirebbe dissolvendo l'essere. Né in questa posizione è preclusa una concezione dialettica del divenire. Infatti il divenire nasce per la tensione che è nell'essere imperfetto ed incompleto, e quindi nel suo non essere, verso l'essere e la perfezione. Ora il fatto che l'essere a sua tensione al non-a non pregiudica affatto il principio di c., la tensione al non-a rientrando nella struttura e determinazione intrinseca dell'essere a.
Sarebbe quindi errato interpretare il principio di c. nel senso di legge della staticità dell'essere. Esperienza e metafisica si incontrano nella concezione dell'essere come natura e quindi principio di attività. Ma questa attività, in cui l'essere per se stesso tende ad espandersi e accrescersi, è metafisicamente definita dall'interiore struttura della sostanza. È per questa radicale determinazione metafisica della sostanza che il principio di c. si estende allo stesso divenire.