HERDER, JOHANN GOTTFRIED

HERDER, JOHANN GOTTFRIED. - Critico, filosofo e teologo, n. il 25 ag. 1744 a Mohrungen (Prussia orientale), m. il 18 dic. 1803 a Weimar. Studiò teologia protestante a Königsberg, fu nel periodo 1764-69 insegnante e predicatore a Riga, tra il 1771-76 coprì la carica di parroco e di membro del Concistoro di Bückeburg. Nel 1775, su proposta di Goethe, fu chiamato a Weimar in qualità di sovrintendente generale.

H. fu una figura di primaria importanza per la vita intellettuale e letteraria del suo tempo. Definendo la poesia vera come «la voce della natura» e l'espressione lirica del sentimento irrazionale e vissuto, egli stabilì il programma ed il canone poetico dello «Sturm und Drang» e della poesia romantica. Con la sua fine comprensione dell'individualità dei popoli e delle culture egli superò la visione storica dell'illuminismo e preparò lo storicismo del sec. XIX. Anche come teologo H. combatté le idee illuministiche; non arrivò tuttavia ad una teologia basata sui dogmi cristiani e divenne, con la sua interpretazione del Vecchio Testamento come creazione poetica del genio popolare d'Israele e con la sua concezione del cristianesimo come religione dell'umanità pura e perfetta, uno degli ispiratori della teologia liberale e adogmatica dell'800.

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del genio popolare d'Israele e con la sua concezione del cristianesimo come religione dell'umanità pura e perfetta, uno degli ispiratori della teologia liberale e adogmatica dell'800.

(da Herdera Werke, Lipsia s. a., contro il frontespizio) Herder, Johann Gottfried - Ritratto con firma autografa.

Il ricco pensiero di H. trae la sua profonda ispirazione da un sentimento di unione con il Divino, presente nella vita del mondo e dell'umanità. Sebbene egli si sia richiamato al nome di Spinoza, le sue idee metafisiche sono in realtà nella linea di un neoplatonismo vitalistico (v. specialmente Gott. Einige Gespräche, 1787). Gli esseri finiti sono concepiti come manifestazioni della vita divina: Dio è immanente nell'universo come forza animatrice della sua teleologia. H. è quindi, per questo lato, vicino ai filosofi del Rinascimento italiano; la innovazione principale nel loro confronto consiste in un allargamento della sfera in cui il divino spirito animatore può essere sentito ed afferrato. H. considera l'umanità e la sua storia, insieme con la natura, come un unico senso di manifestazioni divine; egli cerca di comprendere il sorgere delle diverse culture e la ascesa a più alti concetti di umanità in connessione con la vita dell'universo (Auch eine Philosophie der Geschichte zur Bildung der Menschheit, 1774; Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit, 1784-91). I soggetti propri del processo storico sono i popoli e le loro «anime profonde»; criteriò supremo della valutazione è un ideale di umanità che è una sublimazione dell'immagine dell'uomo antico dell'età classica. La concezione storica di H. si dimostrò feconda specialmente per la comprensione delle culture etniche dell'antichità. Nel suo Die älteste Urkunde des Menschengeschlechts (1774-76) e in Geist der hebräischen Poesie (1782-83) diede una prova convincente della sua facoltà di interpretare documenti storici come espressioni di orientamenti e forze interiori. Con il suo nuovo apprezzamento dell'individualità storica, che non prende più in considerazione la natura umana comune, egli divenne un precursore dello storicismo, il cui relativismo però in lui è controbilanciato dal pensiero di una evoluzione

universale secondo un piano divino o almeno secondo una naturale finalità immanente.

H. ha interpretato anche la religione ed il cristianesimo in base alla sua concezione dell'immutanza divina e del suo ideale di umanità (specialmente *Briefe, das Studium der Theologie betreffend*, 1780; *Christliche Schriften*, 1794-98). La religione è la più alta realizzazione dell'immagine divina in noi. Il suo concetto però non può venir trovato dal pensiero astratto. Le vette dell'umano sono rivelazioni di Dio, attuate in persone e fatti storici e trasmesse per mezzo delle tradizioni religiose. Soltanto ponendosi nella storia e nelle sue tradizioni viventi, l'uomo può riconoscere e sentire la voce della Rivelazione (cf. *Briefe d. St. d. Theol. b., ed. B. Suphan, X, pp. 257-269, 299 sgg.*). H. oltrepassa con queste idee in una certa misura la teologia dell'illuminismo, senza però raggiungere il vero concetto cristiano della Rivelazione e della fede. Riconoscendo la Rivelazione soltanto in quanto essa conferma e mette in evidenza il numinoso percepito nella natura e nella storia, H. rigetta il concetto del soprannaturale. Il più Divino, secondo lui, si deve dimostrare il più naturale; Cristo è il più alto modello ed il più grande maestro di un'umanità pura. Ogni tentativo di esprimere il mistero della sua persona con formole dogmatiche allontana dal vivo sentire della presenza divina in Jui (Ideen z. Ph. d. G., ed. cit., XIV, pp. 290 sgg., 500 sgg.).

Il crescente avvicinamento alle idee illuministiche nelle opere posteriori di H. dimostra che le sue concezioni avevano piuttosto il significato di una modificazione della teologia illuministica che non di un superamento di essa.

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Bibl.:** Edizione critica: *Sämtliche Werke*, di B. Suphan, 33 voll., Berlino 1877-1913. Traduzioni italiane: *Intorno alla Grecia: pensieri di G. G. H.*, trad. di E. di Tipaldo, Venezia 1846; *Scritti pedagogici*, trad. e riassunti da G. Harasim, Palermo 1910. Studi: C. Joret, *H. et la renaissance littéraire en Allemagne au XVIIIe siècle*, Parigi 1875; R. Haym, *H. nach seinem Leben und seinen Werken*, 2 voll., Berlino 1877-95; C. Siegler, *H. als Philosoph*, Stoccarda 1907; R. Stadelmann, *Der historische Sinn bei H., Halle 1928*; Th. Litt, *Kant und H. Geschichte des Philosophie*, Lipsia 1930; Fr. Meinecke, *Die Entstehung des Historismus*, II, Monaco-Berlino 1936, pp. 383-479; C. Antoni, *La lotta contro la ragione*, Firenze 1942, pp. 151-179; K. Barth, *Die protestantische Theologie im 19. Jahrhundert*, Zurigo 1947, pp. 279-302; R. T. Clark, *H. Cesarotti and Vico*, in *Studien in Philology*, 44 (1947), pp. 645-71; H. A. Salmony, *Die Philosophie des jungen H.*, Zurigo 1949.

**HEREM** (Settanta *δνάθη* (ε)μα). - Presso gli Ebrei designava: 1) una pena per la quale individui o popoli dichiarati oggetto di esecuzione si terminavano ad onore di Dio (Lev. 27, 29); oppure indicava gli stessi puniti. Tali i Cananei (Deut. 7, 1-6 ecc.), le città che passavano all'idolatria (Ex. 22, 19 ecc.); i violatori del *b.,* ecc. I loro beni a volte furono distrutti, altre in parte riservati. La trasgressione del *b.* costituiva un peccato gravissimo. 2) Un voto con il quale si consacravano a Dio uomini, campi, animali, ecc., rinunziando al diritto di riscatto (Lev. 27, 28). Poiché diventavano «cose santissime», i campi e le cose appartenevano ai sacerdoti (Num. 18, 14; Lev. 27, 21; ecc.). Non consta che si praticasse con gli uomini (v. *ANATEMA*).

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Bibl.:** A. Fernández, *El herem bíblico*, in *Biblia*, 5 (1924), pp. 3-25; J. Döller, *Der Bann im Alten Test. und im späteren Judentum*, in *Zeitschrift für katholische Theologie*, 37 (1913), pp. 1-24; L. Delporte, *L'Anathème de Yahweh*, in *Recherches de science religieuse*, 5 (1914), pp. 297-338. Bonaventura Mariani.