AMULETO. - Voce di etimologia incerta (dal lat. amoliri «rimuovere»?; dall'arabo himālah «ciondolo, pendaglio»?) che si riferisce agli oggetti ritenuti, a torto, capaci di stornare i mali influissi di ogni genere da chi li porta indosso. Nell'uso corrente a. è preso come sinonimo di talismano per il fatto che entrambi procurano un vantaggio a chi li adopera; la differenza consiste in ciò: che l'a. serve per proteggere da possibili insidie, mentre il talismano garantisce al suo possessore il raggiungimento di dati beni. A. e talismani costituiscono una assai ricca sezione della magia (v.).
1. L'A. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - L'uso degli a. è documentato fin dalla preistoria. La materia di cui gli a. sono fatti può trarsi da tutti e tre i regni della natura; e la forma è assai varia; forma e materia, generalmente, sono in relazione con ciò che essi debbono procacciare o stornare in virtù della forma impersonale (mana) che si crede sprigionarsi da loro nelle cose. Oro (incorruttibile); mani di corallo e in genere oggetti o rami puntuti capaci di infilzare e così immobilizzare il malo influesso; l'ambra per la sua capacità di elettrizzarsi; riproduzioni di genitali, crescenti lunari («lunulae») ecc.; talune specie di erbe: la ruta, contro l'invidia, il ciclamino propizio alle partorienti, la verbena adoperata in Roma dai feziali recantisi in territorio nemico, oggetti di ferro (chiodi, ferri di cavallo, ecc.) sono gli esempi più comuni di a.
2. L'A. NEL CRISTIANESIMO. - I cristiani antichi ereditarono naturalmente dai pagani la pratica di tale superstizione ed anche l'uso di molti a. in particolare. Ma bisogna guardarsi dal definire senz'altro a. pratiche che non avevano nulla di superstizioso. Ad es. portar su di sé crocette, monogrammi od altre forme del nome di Cristo, reliquie di martiri e anche le specie eucaristiche e medaglie con l'immagine di questo o di quel santo, tratti di Vangeli (tutti usi largamente documentati) non importava alcuna superstizione, perché tali oggetti avevano virtù intrinseca o realmente annessa di preservare dai mali di natura o dalle molestie diaboliche, per mezzo della protezione di Dio e dei Santi che si conciliava con quell'ossequio ed onore. Perciò a torto vengono dagli scrittori protestanti e razionalisti definiti a. cristiani.
Invece purtroppo i cristiani primitivi continuarono ad usare molti vari a. di origine pagana come fascini, gorgoneia, ferri di cavallo, campanelli, pietre preziose, chiodi, che si trovano persino nei sepolcri, e altri spesso deplorati dai santi Padri che si levano contro l'uso delle ligaturae diaboliche, dei phylacteria non angelorum sed daemonum nominibus consecrata (De-
cretum Gelmianum, 10), dei segni dei pianeti e simili superstizioni. Spesso poi contaminarono insieme usi pagani con la religione cristiana, come si vede nei frequenti scongiuri (restatici su fogli di piombo, marmo, ecc.) gremiti di nomi strani di angeli, di complicazioni di lettere alfabetiche e di frasi scritturali, nei numerosi abraxus (v.), nella miscela di figure pagane con segni cristiani (figura di Alessandro Magno con il monogramma). Forse si attribuì carattere di semplice a. talora da ignoranti cristiani al crismon, alla ruota, alla svostica, al pesce e a simili segni che ricorrono così spesso incisi nelle lapidi, sulle case e su ogni specie di oggetti di uso familiare.
L'uso degli a. crebbe straordinariamente durante il medioevo, favorito dalla crescente ignoranza. Si cercò anche di dargli una base razionale che eliminasse il carattere magico e superstizioso, e non contrastasse ai postulati della religione cristiana, ricorrendo alle virtù misteriose proprie dei pianeti e da questi trasfuse in certi corpi, come le pietre preziose, certi minerali rari, piante e animali singolari. Così si creò tutta una teoria sui pianeti, i bestiari, i lapidari. Nello stesso tempo vegetava fra il volgo la credenza del malocchio
e dei molti mezzi per guardarsene, e la pratica dei numerosi a. contro le malattie, gli incantesimi e le stregonerie, e persino contro gli accidenti naturali. Del resto ancora al presente molte persone anche colte praticano seriamente l'uso della mascotte, credono ai ferri di cavallo e loro virtù, al tocco del ferro, ecc., e generalmente quanto più cresce l'ignoranza religiosa, tanto più aumenta la superstizione come suo succedaneo. Antonio Ferrea
3. DOTTRINA DELLA CHIESA
Quantunque, come fu già accennato (n. 2), occorra guardarsi dal confondere insieme l'uso degli a. presso i pagani e l'uso degli oggetti di devozione presso i cattolici, resta pure vero che da parte di questi si notarono e si notano deviazioni dalla dottrina della Chiesa. A formulare un giudizio morale su questa condotta, occorre distinguere: chi porta l'a. e intende con questo far ricorso al demonio per assistenza o difesa, pecca di « magia », che è sempre peccato mortale, in quanto invocazione esplicita al demonio; chi invece non intende vincolarsi al demonio, anzi non ci pensa neppure, ma usa l'a. per ottenere effetti evidentemente sproporzionati al mezzo adoperato, pecca di « vana osservanza », che è di natura sua peccato mortale, in quanto il ricorso al demonio vi è implicito; perché non essendo l'oggetto capace di produrre quell'effetto da sé, occorre un interventopreternaturale. Tuttavia in pratica bisognerà tener conto della coscienza soggettiva dei singoli; perché molto spesso i fedeli non si rendono ragione di questa invocazione implicita del demonio, ma agiscono per ignoranza e non pensano di compiere un atto irreligioso, come avviene facilmente quando si tratta di mascotte, di oggetti portafortuna, e allora ci può essere solo peccato veniale, e qualche volta anche nessuna colpa (cf. s. Alfonso, Theol. moralis, I. III, n. 15). Resta però sempre di prima evidenza la necessità di istruire bene e chiaramente i fedeli perché escano del tutto da questo stato di ignoranza tanto deplorevole.
L'autorità ecclesiastica non ha mancato di emanare numerose condanne contro l'uso degli a. (cf. J.-B. Thiers, Traité des superstitions, Parigi 1741, p. 329 sgg.); basti citare il Concilio di Costantinopoli, detto « Quinisesto » o in Trullo, del 692, al can. 61: « Siano scomunicati per sei anni coloro che interrogano le nubi, fanno sortilegi, vendono a. E se persistono nella loro colpa, siano cacciati per sempre dalla Chiesa, come ordinano i sacri canoni » (Hardouin, Acta conciliorum, III, Parigi 1714, col. 1689; Hefele-Leclercq, III, 1, p. 570).
Celestino Testore

(Ist. Soprint. Antichità, Napoli)
5. L'A. NELL'ARTE. - Lo sviluppato senso ornamentale degli antichi, soprattutto dei Greci, diede agli a. aspetto artistico, che mutò attraverso i tempi, ma si mantenne sempre elevato. Poiché gli a., dalle origini sino ad oggi, han servito come ornamento della persona, e poiché come tali han seguito il loro proprietario nella tomba, ci sono pervenuti in gran numero quelli degli antichi, sia degli Egizi, come dei Greci e dei Romani. Già nel II millennio a. C. troviamo nelle tombe minuscole asce di pietra verde levigata, che si portavano al collo: l'arma litica, caratteristica dell'epoca precedente, ma non più in uso, era già circondata da un fascino irrazionale che ne consigliava l'uso come a. La « bulla », che i ragazzi delle famiglie patrizie di Roma portavano appesa al collo sino al diciottesimo anno, conteneva evidentemente un a. ed era forse un a. essa stessa. Dai vasi greci apprendiamo che le donne usavano legarsi alla coscia un sottilissimo filo, che giammai scioglievano, la cui funzione di a. è evidente.
