ANATEMA - Iscrizione sepolcrale cristiana con anatema contro i violatori di sepolcri - Roma, Museo cristiano Lateranense.
et monumenta, II, Roma 1868, pp. 251-57. Altri frammenti di opere in PG 89, 1404-1408. Festa il 21 apr.
ANATEMA (gr. ἀνάθη(ε)μα [τὸ ἀνατεθειμένον], « ciò che è collocato in alto, sospeso »). - Presso i classici profani, in II Mach. 9, 16, in Iud. 13, 23 (19) ed in Lc. 21, 5, indica un oggetto consacrato alla divinità, appeso alle pareti o alle colonne del tempio, una specie di « ex voto ». Nei Settanta, peraltro, traduce l'ebraico hērem.
Designando ἀνατίθμαι, nell'uso religioso, la consacrazione alle divinità infernali, si dubita se al tempo dei Settanta (sec. III-II a. C.) ἀνάθη(ε)μα significasse nell'uso comune « oggetto di maledizione » e ἀναθηματίζειν « maledire », come nelle tavolette di Cnido e nelle iscrizioni di Megara (sec. II-I a. C.), oppure se abbiano assunto tal senso dopo, sotto l'influsso giudeo-ellenistico.
Nel Nuovo Testamento (a parte Lc. 21, 5) indica: a) un giuramento da adempirsi sotto pena di gravi privazioni (Act. 23, 14); b) « un oggetto di maledizione e di esecrazione » (Gal. 1, 8 sg.). Profferirlo di Gesù era formola blasfema, incompatibile con i carismi soprannaturali (I Cor. 12, 3). Paolo si rassegna ipoteticamente a diventare a., cioè privato della salvezza in Cristo, pur di vedere convertirsi gli ebrei (Rom. 9, 3). Da a. è sorto l'ellenistico anatematizzare (Mc. 14, 71; Act. 23, 12. 14. 21).
Avendo gli ebrei sostituito alla pena di morte richiesta dal hērem, quella della perdita dei beni e l'esclusione dalla società dei fedeli (Esd. 10, 8), si veniva formando dal tempo di Esdra il concetto di scomunica sinagogale; per cui nel Nuovo Testamento appaiono già coniati ἀποσυνάγωγος e ἀφορίζειν « essere espulso o separato dalla sinagoga » (Io. 9, 22; 12, 42; 16, 42; Lc. 6, 22). Nel Talmud si distinguono due forme di tale scomunica: il niddūj implicante l'esclusione temporanea (30, 60, 90 giorni) dalle sacre adunanze e forse anche dalla società, ed il hērem, l'esclusione cioè solenne e perpetua da ogni consorzio con i fedeli, con la comminazione delle maledizioni del Deut. 28.
NEL LINGUAGGIO DELLA CHIESA CRISTIANA. - La parola a. ebbe un senso analogo a quello che aveva nella S. Scrittura, cioè: separazione dal Cristo e conseguentemente scomunica o separazione dalla sua Chiesa. Sin dai primi secoli i concili presero l'abitudine di colpire con l'a. i cristiani colpevoli di gravi delitti e soprattutto gli eretici contro i quali era ordinariamente riservata. Quando i canoni dei concili colpiscono di a. una dottrina, anatematizzando coloro che la sostengono, significa che essa è eretica. Di qui il termine anatematismo, o decisione conciliare riguardante la fede (sono celebri i 12 anatematismi di s. Cirillo d'Alessandria, accettati dal Concilio di Efeso del 431).
Nelle fonti del CIC e presso gli antichi autori, il termine a. si trova spesso usato per indicare la scomunica maggiore (cioè la totale separazione dalla società dei fedeli), in contrapposto alla scomunica minore (consistente nella semplice esclusione dai Sacramenti). Oggi, abolita la scomunica minore, la parola a. - secondo quanto avverte il can. 2257, § 2 del CIC - scomunica (v.), ma viene specialmente riferita a quei casi in cui la scomunica è inflitta con le solennità descritte dal Pontificale Romano sotto il titolo Ordo excommunicandi et absolventi.
NELL'ARCHEOLOGIA CRISTIANA. - Come nelle iscrizioni sepolcrali pagane anche in quelle cristiane vennero usate fornole deprecative per impedire la violazione dei sepolcri, accompagnate da minacce del castigo divino; si scongiura in nome di Dio, o delle tre Persone della S.ma Trinità, in nome del giorno del tremendo giudizio; chi si renderà colpevole Anathema sit, habeat; ne dovrà rispondere davanti a Cristo nel giorno del giudizio, subire pena eterna con Giuda, venir colpito dalla lebbra del siro Naaman, di Giezi, discepolo d'Eliseo, morir male, restare insepolto, non risorgere; si giunge a minacciare il violatore perché a lui accada quanto è detto nel Ps. 109, o che riceva l'a. dai 318 Padri (del Concilio di Nicea).
L'uso di tali fornole appare alla fine del sec. IV e si sviluppa nel V e nei successivi, perdura anche nel medioevo, dove tali imprecazioni si ripetono per accrescere fermezza ai documenti.
In Oriente s. Gregorio Nazianzeno dettò 81 epigrammi contro i violatori di tombe, minacciandoli perfino delle torture di Tantalo, di Tizio, del Tartaro (PG 38, 99).