TEMPIO

TEMPIO. - Da una radice tem (cf. il greco τέμνω) che significa « tagliare, delimitare », era presso i Ro-

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TEMPESTA, ANTONIO - Il passaggio del Mar Rosso. - Roma, Galleria Doria.
(fot. Alinari)
mani lo spazio delimitato dall'augure o sulla terra per sottrarlo all'uso profano in vista dell'edificazione di un edificio sacro o di una destinazione che avesse rapporto con la religione; o nel cielo per osservarvi il volo o il canto degli uccelli; in questo caso i punti di riferimento venivano da lui fissati da alberi o edifici che si presentavano al suo sguardo.

Il t. si prendeva (templum capere) dall'augure rivolgendosi sul oriente o a mezzogiorno (entrambe le orientazioni sono documentate dagli scrittori), tracciando una linea ideale da est a ovest detta decumano e una da nord a sud detta cardine, ad angolo retto con la prima e tirando infine le perpendicolari ai capi delle due linee incrociate; otteneva così una figura quadrilatera entro il cui campo fare le osservazioni. Il vocabolo dal luogo religiosamente delimitato dall'augure passò a significare l'edificio sacro costruito sopra.

L'uso di consacrare un luogo speciale per comunicare con la divinità non è solo romano ma universale perché l'individuo o il gruppo non può avvicinarsi al « sacro » (v.) senza la dovuta disposizione. La scelta del luogo è suggerita presso i primitivi dall'aspetto naturale: la radura di un bosco, la presenza di una fonte, di un albero, di un rialzo di terreno, di una roccia o di una grotta: aspetto che suggerisce oltre che la presenza anche la qualità del dio. Il primo tipo di t. sarà dunque un recinto sacro, fatto di pietre o di alberi che delimita lo spazio riservato alla divinità separandolo dall'uso profano e interdicendo in esso la caccia, il far legna, la cattura di chi vi si è rifugiato. Recinti sacri sono: il cramtech dei preistorici, le palizzate dei primitivi, il baram e il bimā degli Arabi, il temenose e il peribolos dei Greci e il t. e il sacellum dei Romani.

Dal semplice recinto si passa al t. vero e proprio, cioè a un edificio coperto e chiuso nel quale la divinità in figura di un oggetto sacro o di un simulacro che la rappresenta abita come nella sua casa. Solo gli addetti al culto possono entrarvi: il popolo assiste dall'esterno allo svolgimento del rito. Nelle grandi monarchie dell'Oriente, dove all'accentramento politico corrisponde un analogo accentramento religioso, i t. assumono una grande importanza economica: hanno annessi molti edifici per l'amministrazione dei beni e per l'alloggio del personale. Invece presso i Greci e i Romani il t. è isolato in quanto solo dimora del dio senza edifici amministrativi, dato il minor numero d'inservienti e la diversa organizzazione del sacerdozio. Fanno eccezione a mistero (v.) e quelle supernazionali dovute a un fondatore o riformatore, perché in esse il luogo sacro è non solo dimora del dio ma anche luogo di riunione dei fedeli: i t. o pagode del buddhismo mahayanico, la moschea musulmana, la sinagoga d'Israele, la chiesa cristiana sono luoghi di riunione di fedeli.

BIBL.: H. Nissen, Orientation, Berlino 1907; G. Van den Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tübinga 1933, p. 369; M. Eliade, Traité d'hist. des religions, Parigi 1949.

I T. PAGANI DOPO LA VITTORIA DEL CRISTIANESIMO. - L'Editto di tolleranza emanato da Costantino e Licinio nel 313 segnò il principio della decadenza del culto pagano e dei luoghi in cui esso si svolgeva. Già Costantino II e Costanzo nel 341 avevano prescritto in forma generica: cesset superstitio, sacrificorum aboleatur infamia (Cod. Theod., XVI, 10, 2) e abolito le cerimonie pagane coerentemente all'esclusivismo teologico del cristianesimo, intendendo con queste misure proibitive di render palese la rottura ufficiale tra l'Impero ormai divenuto cristiano e il paganesimo. La legislazione dei Teodosi precisa con maggiori particolari l'interdizione contro le persone e le cose del culto pagano. È fatto divieto di avvicinarsi ai t. (Nemo se hostis pollutat, nemo inontem victimam caedat, nemo delubra adat, templa perlustret: Cod. Theod., XVI, 10, 10, 13), sono condannati i pubblici ufficiali che trascurino l'esecuzione dei decreti (Capitali supplicio iudicamus officia coerceda quae statuta neglexerint: Cod. Theod., XVI, 10, 13). Contro le cose: si ordina di distruggere i t. senza provocare tumulti (Si qua in agris templa sunt sine turba ac tumultu diruantur: Cod. Theod., XVI, 10, 16, 399); si sopprimono i fondi per il culto che sono devoluti all'esercito (Tem-

plorum detrahantur annonae et rem annonariam iubent expensis devotissimorum militum profuturae: Cod. Theod., XVI, 10, 19, a. 408); sono devolute al fisco anche le proprietà private se vi si fosse compiuto qualche atto di culto (Cod. Theod., XVI, 10, 12, a. 392); si proibisce anche il culto domestico (ibid.); e finalmente, come sintesi di tutte le misure anteriori Teodosio II ordina che tutti i magistrati distruggano, se ancor ne restano, t. e santuari, e purifichino i luoghi collocandovi il simbolo cristiano della croce; chi non ubbidisce sia punito di morte (Cuncta eorum fana, templa, delubra, si qua etiam nunc restant integra praecepto magistratum destrui, conlocutione venerandae christianae religionis signi expiari praecipimus: Cod. Theod., XVI, 10, 15, a. 435).

La distruzione di fatto dei luoghi di culto pagani fu, salvo i non molti casi di cui si ha notizia, dovuta a incuria. In Roma poi la legislazione antipagana non ebbe la severa applicazione che si verificò in Oriente, dove il furore popolare distrusse il celebre serapeo in Alessandria (391). Quanto al santuario dei Misteri Eleusini esso fu distrutto nel 394 dai Goti di Alarico. S. Girolamo ricorda la distruzione della grotta mitriaca della settima regione eseguita da Graio prefetto della città; ma Claudiano (De sexto consulatu Honorii) ricorda il Foro mirabile per fulgore di t. e di statue dorate. I tauroboli continuarono nel Phrigianum presso il circo di Caligola fino al 390, come è attestato dalle iscrizioni superstiti. Il t. di Vesta fu in uso fino alla definitiva proibizione del 394, ma il complesso degli edifici annessi fu trovato in buone condizioni negli scavi del 1883. Qualche edificio fu mutato di destinazione come Theron di Romolo, figlio di Massenzio, che divenne l'atrio della basilica dei SS. Cosma e Damiano la quale occupò il luogo del t. sacrae Urbis; il Pantheon fu dedicato alla Vergine regina dei martiri; altri divennero sede di quei centri di distribuzione dell'assistenza ai poveri sotto il ministero dei diaconi (v. DIACONIA).

La Chiesa ufficialmente non si accanì contro i monumenti del culto pagano ma o li trasformò in chiese (t. di Antonino e Faustina, Madre Matura, Pantheon) o vi insediò le diaconie che furono in Roma dal sec. VII a oltre il sec. IX centro di pubblica assistenza religiosa e sociale. È luminosa, a questo proposito, l'istruzione che s. Gregorio Magno, dopo matura riflessione, invia nel 601 a s. Agostino capo della missione in Inghilterra di non distruggere i t. pagani, ma tolte gli idoli, convertirli, previa abduzione con l'acqua santa e con la deposizione di reliquie, in chiese cristiane perché il popolo si recitò più volentieri ai luoghi che gli furono già cari, per adorare ora il Signore: « Deum verum cognoscens ac adorans ad loca, quae consuevit, familiarius concurrat » (Registrum, XI, 56).

BIBL.: H. Grisar, Analecta Romana, I, 1, Roma 1900; id., Roma alla fine del mondo antico, 2ª ed., I, ivi 1930, pp. 19-27; Fliche - Martin - Frutaz, IV, nn. 1-30 (elenco di t. distrutti), Nicola Turchi
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“TEMPIO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XI (1953), p. 1138. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/tempio.