FORMA. - Nel significato ordinario è la disposizione esteriore delle parti di un corpo (μορφή), una qualità delle sostanze sensibili, specialmente viventi, secondo la quale si dicono formose o deformi (Aristotele, Cat., 8, 10a-12). Nella riflessione filosofica con f. si indica il principio che determina l'essenza e la struttura dell'essere come tale: allora è detta causa delle cose e «specie» (εἶδος) per eccellenza (Phys., III, 3, 194 b 26; Met., V, 2, 1013 b 23).
La f. è il principio radicale della positività dell'essere, in quanto è la f. che determina il contenuto dell'essenza; è l'atto e la «perfezione prima» di quanto esiste o come sostanza semplice (cioè pura f.) o come sostanza composta (sinolo di materia e f.). Alla f., atto ontologico, corrisponde nell'ordine logico la «differenza»: la f. determina e attua nella realtà la materia, la differenza specifica determina ed attua nella sintesi della definizione il contenuto ancora vago del «genere» (Met. VII, 4, 1030 e 11 sgg.). Da una parte quindi la f., quale prin-
cipio distintivo e diviso dei generi, percorre da cima a fondo le classificazioni degli esseri, isolandoli nella irrefutibile originalità delle specie infime; dall'altra, quale primo principio costitutivo degli esseri stessi e ragione (λόγος) propria della loro struttura, la f. mantiene ad un tempo ed assicura l'unità di essere all'interno delle sostanze singole e la unità di natura nella molteplicità degli individui dispersi nel tempo e nello spazio (Ταρ., II, 2, 109 b 14).
In una visione intellettualista del mondo, a cui re-

A questo modo il nuovo concetto di f. temperava insieme gli eccessi del platonismo e fermava il passo al meccanicismo fisico di Democrito ed Empedocle affermando il predominio nella fisica, biologia, non meno che nello sviluppo della vita dello spirito, dei criteri morfologici e qualitativi sopra la materia ed i rapporti puramente quantitativi. La f. quindi è atto, sostanza ed essere «più della materia» (Met., VII, 3, 1020 a 29): principio che l'aristotelismo medievale esprimeva con la formula: «f. dat esse», il quale però dalle diverse scuole veniva diversamente inteso. I seguaci di Avicobon (v.) esteso la dottrina della materia e f. universale e della molteplicità delle materie e f. cosmiche ad una «pluralità di f.» nello stesso individuo (scuola francescana antica) od almeno, per l'uomo, alla composizione di una «f. di cor-
porcità e dell'anima spirituale (Scoto). È in seno a questa scuola che prese piede l'opinione che anche la materia avesse un certo « atto » imperfetto e non fosse pura potenza: atteggiamento che, avvalorato dall'autorità di Suárez, non fu senza influenze sul dinamismo di Leibniz. Per s. Tommaso, che resta sul piano rigorosamente metafisico di Aristotele, f. a materia stanno nella tensione metafisica della contraddizione: l'unità dell'essere reale dipende dall'unità delle f. sostanziale e ripugna alla stessa divina potenza di attribuire alla materia un qualsiasi atto (Quodlib., III, q. I, s. 1).
Il punto di vista aristotelico, che pareva sommerso dalla fisica galileiana, è rimesso in onore in vari settori della cultura contemporanea. Nella ontogenesi dei viventi, i processi di organizzazione obbediscono ad una legge che è interiore ai medesimi o che ha il significato e l'efficacia di una f. o entelechia (H. Driesch). Nello sviluppo e nell'articolarsi delle funzioni conoscitive, il contenuto degli oggetti non è dato dalla somma di contenuti elementari semplici (associazionismo), ma si presenta immediatamente come un « tutto » organizzato che ha corattace di f. (Gastaltpsychologie). E vi sono f. visivo, acustiche, tattili..., f. statiche e f. di movimento: per tutte vale la legge generale che la f. è altra cosa, o meglio, è qualcosa di più della somma delle parti (Ehrenfels). Solo che alla posizione apriorista che attribuisce le f. (Gestalten) alla « produzione » intellettuale (scuola del Meinong), ed all'ipotesi dell'« isomorfismo » secondo la quale le f. percettive sarebbero l'effetto univoco di processi psico-fisici svolgentisi nella zona corticale (scuola del Wertheimer), i neo-aristotelici distinguono, in accordo con la stessa esperienza, fra f. e significato. F. può essere un contenuto sensoriale immediato (« sensibili comuni » di Aristotele), ma il significato che è ben più importante della f. appartiene alle funzioni superiori dell'intelligenza.
Nell'ambito della filosofia le « f. pure a priori » (Denkformen) di Kant segnano la deviazione dal primitivo concetto aristotelico che si è mostrata più gravida di conseguenze, fino ad abolire con l'hegelismo attualista il concetto stesso di f. a favore di un « atto » che fa se stesso e che non conosce legge alcuna fuori di sé. Nella moderna storiografia la f. ha significato di « tipo » di una cultura o civiltà (le Grundformen di Dilthey, le Lebensformen di Spranger, ecc.).
FORMA. - Termine con cui gli antichi designavano lo speco degli acquedotti; venne usato poi per indicare ogni fossa per sepoltura a fior di terra, anche se suddivisa in più spazi, che però può anche essere indicata con il semplice termine locus.
Il Boldetti rinvenne nel sopratra del cimitero di Domitilla una grossa lastra di marmo con l'epitafo di un tale Annibonus, il quale « fecit sibi et suis locum hominibus n. VIII intro formas ». Un frammento della lastra è ora in S. Maria in Trastevere. Il sepolcro a due posti si diceva bicandens, da scandere « dividere », tercandens « per tre ».