Enciclopedia Cattolica vol. V, 1950 Filosofia Problemi e argomenti particolari

FORMA

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FORMA. - Nel significato ordinario è la disposizione esteriore delle parti di un corpo (μορφή), una qualità delle sostanze sensibili, specialmente viventi, secondo la quale si dicono formose o deformi (Aristotele, Cat., 8, 10a-12). Nella riflessione filosofica con f. si indica il principio che determina l'essenza e la struttura dell'essere come tale: allora è detta causa delle cose e «specie» (εἶδος) per eccellenza (Phys., III, 3, 194 b 26; Met., V, 2, 1013 b 23).

La f. è il principio radicale della positività dell'essere, in quanto è la f. che determina il contenuto dell'essenza; è l'atto e la «perfezione prima» di quanto esiste o come sostanza semplice (cioè pura f.) o come sostanza composta (sinolo di materia e f.). Alla f., atto ontologico, corrisponde nell'ordine logico la «differenza»: la f. determina e attua nella realtà la materia, la differenza specifica determina ed attua nella sintesi della definizione il contenuto ancora vago del «genere» (Met. VII, 4, 1030 e 11 sgg.). Da una parte quindi la f., quale principio distintivo e diviso dei generi, percorre da cima a fondo le classificazioni degli esseri, isolandoli nella irrefutibile originalità delle specie infime; dall'altra, quale primo principio costitutivo degli esseri stessi e ragione (λόγος) propria della loro struttura, la f. mantiene ad un tempo ed assicura l'unità di essere all'interno delle sostanze singole e la unità di natura nella molteplicità degli individui dispersi nel tempo e nello spazio (Ταρ., II, 2, 109 b 14).

In una visione intellettualista del mondo, a cui restano fedeli sia Platone come Aristotele, la f. è perciò il principio primo dell'essere, del divenire e del conoscere. Il contrasto fra i due filosofi riguarda il modo di «presenza» delle f. nella materia: se avvenga per via di «partecipazione», così che la «vera» f. sia una soltanto (trascendente e immateriale) come vuole il platonismo; e se si debba affermare la «sussistenza» delle forme nella materia sensibile e la principalità della sostanza sensibile singolare sopra i generi e le specie, come ritiene l'aristotelismo (Met., XIII, 3, 1070 a 18; XIV, 4, 1078 a 31). Senza entrare nella controversia sull'origine prossima del concetto di f., si deve ritenere che esso esprime il contributo più caratteristico di Aristotele alla cultura occidentale (W. Jaeger). Ed esso esprime veramente il nucleo centrale del suo pensiero, comunque esso si applichi alle analisi della natura, delle attività estetiche, etiche, sociali e politiche, della stessa riflessione filosofica. Per via della f. il divenire aristotelico non è il divenire eracliteo ma il «passaggio» dalla capacità di aver una f. all'atto di averla: passaggio operato da un «agente» che ha una tale f. prima come atto suo e poi come «fine» del suo agire. Per questo la f. è la perfezione prima e finale dell'essere (ἐντελέχεια: De Anima, II, 1, 412 a 10; Met., V, 4, 1015 a 10).

A questo modo il nuovo concetto di f. temperava insieme gli eccessi del platonismo e fermava il passo al meccanicismo fisico di Democrito ed Empedocle affermando il predominio nella fisica, biologia, non meno che nello sviluppo della vita dello spirito, dei criteri morfologici e qualitativi sopra la materia ed i rapporti puramente quantitativi. La f. quindi è atto, sostanza ed essere «più della materia» (Met., VII, 3, 1020 a 29): principio che l'aristotelismo medievale esprimeva con la formula: «f. dat esse», il quale però dalle diverse scuole veniva diversamente inteso. I seguaci di Avicobon (v.) esteso la dottrina della materia e f. universale e della molteplicità delle materie e f. cosmiche ad una «pluralità di f.» nello stesso individuo (scuola francescana antica) od almeno, per l'uomo, alla composizione di una «f. di corporcità e dell'anima spirituale (Scoto). È in seno a questa scuola che prese piede l'opinione che anche la materia avesse un certo « atto » imperfetto e non fosse pura potenza: atteggiamento che, avvalorato dall'autorità di Suárez, non fu senza influenze sul dinamismo di Leibniz. Per s. Tommaso, che resta sul piano rigorosamente metafisico di Aristotele, f. a materia stanno nella tensione metafisica della contraddizione: l'unità dell'essere reale dipende dall'unità delle f. sostanziale e ripugna alla stessa divina potenza di attribuire alla materia un qualsiasi atto (Quodlib., III, q. I, s. 1).

Il punto di vista aristotelico, che pareva sommerso dalla fisica galileiana, è rimesso in onore in vari settori della cultura contemporanea. Nella ontogenesi dei viventi, i processi di organizzazione obbediscono ad una legge che è interiore ai medesimi o che ha il significato e l'efficacia di una f. o entelechia (H. Driesch). Nello sviluppo e nell'articolarsi delle funzioni conoscitive, il contenuto degli oggetti non è dato dalla somma di contenuti elementari semplici (associazionismo), ma si presenta immediatamente come un « tutto » organizzato che ha corattace di f. (Gestaltpsychologie). E vi sono f. visivo, acustiche, tattili..., f. statiche e f. di movimento: per tutte vale la legge generale che la f. è altra cosa, o meglio, è qualcosa di più della somma delle parti (Ehrenfels). Solo che alla posizione apriorista che attribuisce le f. (Gestalten) alla « produzione » intellettuale (scuola del Meinong), ed all'ipotesi dell'« isomorfismo » secondo la quale le f. percettive sarebbero l'effetto univoco di processi psico-fisici svolgentisi nella zona corticale (scuola del Wertheimer), i neo-aristotelici distinguono, in accordo con la stessa esperienza, fra f. e significato. F. può essere un contenuto sensoriale immediato (« sensibili comuni » di Aristotele), ma il significato che è ben più importante della f. appartiene alle funzioni superiori dell'intelligenza.

Nell'ambito della filosofia le « f. pure a priori » (Denkformen) di Kant segnano la deviazione dal primitivo concetto aristotelico che si è mostrata più gravida di conseguenze, fino ad abolire con l'hegelismo attualista il concetto stesso di f. a favore di un « atto » che fa se stesso e che non conosce legge alcuna fuori di sé. Nella moderna storiografia la f. ha significato di « tipo » di una cultura o civiltà (le Grundformen di Dilthey, le Lebensformen di Spranger, ecc.).

Bibliografia7 opere
BIBL.: H. Bonitz, Index Arist., Berlino 1870, 217 b 38 agg. (εἰδος), 474 a 11 agg. (μυρές); G. V. Hertling, Materie und Form und die Definition der Seele bei Arist., Bonn 1871; A. Trendelenburg, De Anima, ed. Belger, Berlino 1877; L. Schutz, s. v. in Thomas Lexikon, 2e ed., Paderborn 1892; H. Burchard, Der Entelechiebegriff bei Arist. und Driesch, Quatenbrück 1928; O. Lottin, La pluralité des formes substantielles avant s. Thomas d'Aguin, in Rev. néosc. de phil., 34 (1932), p. 449 agg., ora nel vol. Psychologie et morale au XIIe et XIIIe siècles, Lovanio 1942 p. 463 agg.; C. Fabro, La fenomenologia della percezione, Milano 1939, spec. p. 337 agg.

Cornelio Fabro

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), coll. 1517–1519.

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Fabro, Cornelio. “Forma.” In Enciclopedia Cattolica, vol. V, coll. 1517–1519. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1950. https://azioneromana.com/it/article/forma.

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Fabro, Cornelio. “Forma.” Enciclopedia Cattolica, vol. V, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1950, coll. 1517–1519. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/forma.

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