FIORI. -
I. Archeologia
Nell'Ottavo di Minucio Felice si afferma che i cristiani non si po- nevano in capo corone di f. come i pagani, ma si- golarono rifiorisce l'uso cristiano del suo tempo di spargere di rose, di gigli di altri f. i sepolcri dei propri cari, quasi per lenire il proprio dolore e del dolorem pectoris his officiis consolantur » (ep. 66, 5; PL 22, 642); ma i f. appassiscono subito, egli osserva (ep. 107, 9; ibid. 875). E invece tesse l'elogio di un sacrestano perfetto, un tale Nepoziano, che adornava di f. e di pampini le basiliche e i sepolcri dei martiri (ep. 60, 12; ibid., 21, 596-97). Questa pia consuetudine è attestata per Milano da S. Ambrogio (De Valentiniani, 56; ibid., 16, 1376); per l'Africa da S. Agostino (De civitate Dei, 28, 8; ibid., 41, 767), per la Spagna da Prudenza (Peristephanon, III, 201-207; ibid., 60, 356); per Nola da S. Paolino (De Felice natal., III, 108-13; ibid., 51, 467); per la Gallia da Gregorio di Tours (De gloria martyrum, 71; ibid., 71, 768; id., De gloria confessorum, ibid., 866, 897).Quanto alle rappresentazioni di martiri o di defunti in un giardino fiorito, V. Paradiso.
Brun.: G. Bonaventura, Se gli antichi cristiani abbiano nesso f. nelle eseguite del loro defunti, in Civ. Catt., 1888, 11, pp. 274-84; H. Leclercq, Fleurs, in DACL, V, 11, coll. 1693-99. Enrico Josi
11. LITURGIA
Nel medioevo, là dove era impossibile avere le palme per la benedizione e processione nella domenica VI di Quaresima, si usavano f. Venivano fatti piovere dell'alto durante la Messa di Pentecoste (= Pa- squa delle rose) per significare la pioggia dei carmi dello Spirito Santo (cf. E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, IV, 28, ed. Anversa 1764, III, p. 195). A. Roman in S. Maria Maggiore, il 5 ag., vengono gettati petali di rose bianche a ricordo della neve che, secondo la leggenda, sarebbe caduta in tale giorno.La legislazione liturgica odierna stabilisce: «Quando si fa una festa delle più solenni di una data chiesa, si ornano innanzi tutto le porte esteriormente con f. e rami e fronde verdi» (Cerimoniale dei Vescovi, I, XII, 3) e sull'altare fra i candelieri e con le reliquie è portato usarsi anche vasi convenientemente ornati con fiori e frondi odorifere, o di seta» (ibid., n. 12) e «al luogo detto martirio o confessione, ove sotto l'altar maggiore ripo- sano i corpi dei martiri, è conveniente porre f. a fronde con altri ornati» (n. 16). Così pure (ibid., II, XXXII, 2) in occasione della processione del Corpus Domini è pre- scritto «che le vie per le quali la processione deve passare siano pulite e vengano ornate con tappeti, drappi, mit- ture, f. e piante verdi» secondo della possibilità della natura del luogo». Il Rituale romano per i funerali dei bambini suggerisce che si apponga al feretro «una co- rona di f. o di erbe odorifere in segno dell'integrità e verginità di quel corpo». Sono proibiti nelle funzioni di penitenza ed in Quaresima; riprovati da molti stessi diocesani i f. artificiali.
Brun.: R. Doctrman, Florete, flores, in Les questions littéra- tiques et paroissiales, 12 (1927), pp. 225-30. Enrico Caumone
12. FIORI DI VIRTÙ
Opera classica di civile e morale educazione, fondata sull'autorità dei maggiori teologi e filosofi; dagli antichi molto consigliata alla gioventù come ricca di esempi di pura lingua toscana e ripiena di insegnamenti preziosi per il buon costume e per rettamente governare se stessi e gli altri.Si divide in 40 capi, nei quali si tratta delle virtù più necessarie e dei vizi principali, appropriati ciascuno ad un animale. In qualche edizione l'opera è chiamata Priori di virtù e costumi o F. di T. tra le più antiche edizioni la migliore e del 1515 (Roma, Marcello Silberg Alf Frang); tra le più recenti sono assai apprezzate quella di Roma del 1710 e quella di Padova del 1731. Non si ne conosce con certezza l'autore, ma oggi assai comun- mente si attribuisce a Tommaso Leon e si ritiene composta prima del 1323, prima cioè della canonizzazione di S. Tommaso.
Brun.: Vocabolaro degli «Accademici della Crusca, VI, Na- poli 1748, pp. 2 e 23; F. di V. redotto alla sua vera lezione. Rit- stampa del romanzo originale del 1730, migliorato non può intorno all'ortografia e alla intonazione, Padova 1751; Nuovo fior di virtù riformato, roccocciato, ed avanza con dottrine, similitudini, ed esempi adattati alle critiche visti, de quali tratta, Venezia 1805. Felice da Mareto
13. FIORINO
Gnostico della scuola italiana vis- suto nel sec. II. Da giovane soggiorno quale ufficiale imperiale a Smirne, ove conobbe S. Policarpo e il giovane S. Irenio. Divenuto poi prete della Chiesa romana, verso il 190, abbracciò la gnosia valentiniana, in cui difesa compone scritti giunti sino in Gallia.Di là Irenio scrisse due lettere: a F. per ritrarlo dall'errore; a papa Vittore per prospettargli il pericolo di quegli scritti. Rimasto F. inflessibile, fu privato del sacerdozio. Innocentibile l'identificazione di F. con Q. S. Florens Terrullianus.
Brun.: Eusebio, Hist. ord., V, 15, 20; A. Baumstark, Die Lehre des röm. Presb. Flor., in Zeitschrift. f. neuetsam. Wissenschaft, 13 (1912), pp. 306-10; Bardenhewer, I, pp. 361-413; SEG. Vincenzo Monachino
14. FIORI
Parola araba che letteralmente signi- fica «accorgimento», «ragionevolezza». Nell'uso più antico essa indicava, in contrapposizione a «il» («scienza») nel senso di conoscenza sicura di deter- minate disposizioni ricavabili dal Corano e dalla tradi- zione), la considerazione autonoma, logica, basata sulla opinione personale. In un senso più vasto, f. indicò poi la «giurisprudenza» musulmana in genere.Essa però «estende molto in ampiezza ad abbrae- ciare tutti i rapporti della vita religiosa, statale e civile. Comprende le leggi che regolano il rapporto rituale dell'uomo con Dio (ibid.), l'intero campo del diritto ereditario, famigliare, delle cose e delle obbligazioni (rap- porti giuridici condizionati dalla vita sociale, «m'andati» inoltre il diritto e la procedura penale, le leggi sul governo e l'amministrazione dello Stato e il diritto di guerra, il tutto considerato secondo la regola di una legge riconosciuta come «religiosa»).
Brun.: Th. W. Juyboll, Manuale di diritto musulmano, trad. II. di G. Baviera, Milano 1916. Alessandro Busani
15. FIRENZE, ARCIDIOCESI di
In Toscana. Me- tropolitana (a. 1420). Diocesi suffraganee: Borgo S. Sepolcro, Colle Val d'Elsa, Fiesole, Modigliana, Pi- stoia e Prato, S. Miniato. Sede del tribunale regio- nale etrusco.La diocesi si estende nella valle dell'Arno dalla confluenza della Sieve fin presso la confluenza dell'Elsa; comprende parte delle valli dell'Idice e del Santerno; l'alta valle della Sieve (Mugello) e parte della sua valle inferiore; parte della regione chiantigiana, la Val di Pesa, parte delle Valli dell'Elsa e del Bisenzio, Confina con le diocesi di Fiesole, Colle Val d'Elsa, Volterra, S. Miniato, Pistoia, Prato, Bologna, Imola e Modigliana. Nel 1592 perde il piverie di Poggibonsi passato a Colle Val d'Elsa; nel 1785 acquistò alcune parrocchie sull'Appennino, tre da Bologna ed una da Imola; nel 1795 una ne ebbe per permuta da Fiesole, nel 1916 dodici ne cedé alla diocesi di Prato. La diocesi ha una estensione di kmq. 2075 e una popolazione di 785.000 ab. dei quali 775.000 cattolici. Venerati urbani 5. com-prendenti 83 parrocchie; venerati foranei 39, comprendenti 394 parrocchie. Sa-cerdoti 598. Conven-ti e case religiose maschili 58; con-venti e case religiose femminili 219 (1948). Seminario maggiore (teologia) fondato dall'arcivescovo Del- la Gherardesca nel 1712; Seminario mi-nore (liceo e ginnasio) fondato dal car-dinale arcivescovo Dalla Costa nel 1938; Seminario di Firen-zuola (ginnasio) fon-dato dall'arcivescovo Martini nel 1801. Scuola Eugenia, fondata da Eugenio IV nel 1435. L'arci-vescovo ha il titolo di principe del S. Ro-mano Impero per diploma di Carlo IV e di gran cancelliere dell'Università teo-logica fiorentina. Pa-trono della città e dell'antico dominio fiorentino: S. Gio-vanni Battista. Pa-troni della diocesi: S. Zanobi vescovo e S. Antonino arcivescovo.
I. NOTIZIE STORICHE.
SOMMARIO:
I. Storia civile
II. Storia religiosa
III. Per-sonaggi illustri
IV. Istituti di cultura, biblioteche, archivi
V. Archeologia
VI. Arce
VII. Badia di S. Maria.I. STORIA CIVILE
F. Fiorenza, Florentina: forse così denominata dalla prosperità della regione o dei suoi abitanti. È assai incerto che alla F. ro-mana preesistesse una città etrusca creata al piano dai Fiesolani per necessità dei loro traffici. La F. romana sorse sotto Cesare a guardia dell'Arno, dove il Mugnone allora confluiva in esso, presso l'attuale Ponte Vecchio; sorse a cavaliere della Via Cassia, più tardi restaurata, che traversando la città da sud a nord ne formava il cardo, le cui tracce sono ancora ricono-sciibili nelle vie di Por Santa Maria, Calimala e Roma, mentre il decumanus è da identificare nelle vie del Corso, degli Speziali, Piazza Vittorio Emanuele e Via Strozzi. Era un modesto castello di 2000 m. di peri-metro, destinato a crescere d'importanza, perché di-veniva stazione quasi necessaria ad ufficiali, legati e mercanti che da Roma si dirigevano oltre l'Appen-nino; e perché ivi facevano capo le strade per Faenza, per Lucca, per Pisa.Il primo con-tatto dei Fioren-tini con il Senato romano ci è attestato da Ta-cito: gli oratori fioren-tini chiesero che il Clanis non venisse immesso nell'Arno, per timore che si ri-solesse per loro un disastro. Poi non si hanno notizie si-cure per alcuni se-colì. F. era ancora un piccolo centro, quando nel sec. V è sede di un corrector, cioè governatore ge-nerale della Tuscia; in quel secolo gli Ostrogoti di Rada-gasio urtarono con-tro le sue mura, ne furono allontanati e sgominati dalle forze di Siciliane accorse in aiuto. Altro peri-colo corse F. ad ope-ra dei Goti di To-tila, che dove rit-rassi al sopravvenire delle forze bizantine, le quali dominarono F., fino a che nel sec. VI, con il resto d'Ita-lia, soggiacque al-l'invasione longo-barda. Allora, spar-tita in ducati la Tu-scia, anche F. ebbe il suo duca e la sua curtis regia; di qui anche il primo inizio del regime feudale, che la susseguente occupazione franca-mente e conso-lido. Nelle sue di-scesse in Italia Carlo-magno celebrò in F. il Natale del 1786.
Sotto i Franchi il margravo di Toscana cumulò in sé l'ufficio di conte di F. I capitula ecclesiastica dell'8g2, dovuta al re Lo-tario e conosciuti come il capitolare di Olona, crearono F. centro di studi per la circoscrizione toscana, perché atta per la sua ubicazione a favorire la frequenza alle scuole anche dei poveri. Suoi maestri celebri furono più tardi un Guidone poi vescovo, un maestro Pietro, un legispiritus Nordilone. Nel passaggio dal dominio dei Franchi a quello dei tre Ottoni, fra i margravi più potenti vi fu Alberto di Toscana; tanto che per abbassare la potenza dei margravi si scisse da essi l'ufficio di conte di F. Ma il margravo che fra i Fioren-tini rimane più popolare fu Ugo (a il gran barone 'dell'Alighieri), che arricchì il territorio fiorentino di pic fondazioni ed il cui nome andò circonfuso di leggenda. Seguono i margravi Bonifazio e Beatrice, la cui signoria si afferma di nuovo in F., dopo che questa per qualche tempo era stata città dell'Impero. Intanto si delinea la
grande lotta per l'investiture fra il Papa e l'Imperatore. Matilde, la grande marchesa di Tuscia, fu valida sostanziale della riforma e fedele alleati a Gregorio VII nella lotta non facile per la libertà della Chiesa. A Matilde F. rimase fedele sempre; anche quando Enrico IV entrava da vittorioso in Toscana, toccava le mura di F. senza espugnarla e la potenza di Matilde sembrava sommersa. Nel 1676, quando Gregorio VII muoveva contro l'Imperatore, che doveva poi incontrarlo a Canossa, il Pontefice era stato ospite di F.
Intanto le prime forme dell'autonomia comunale sono riconosciute a F. da Matilde stessa. In società feudale incastellata nelle terre vicine alla città allentata i suoi vincoli dall'autorità imperiale, di cui era espressione. Il popolo si è modificato nei suoi strati più profondi ed aspira ad una libertà prima non sentita. F. lotta contro i feudatari, che ostacolano la sua autonomia: contro gli Alberti della Val Bisenzio, contro gli Adimari di M. Gualandi, contro gli Ubaldini del Muggello, contro i Cadoligni di Mangona di Settimo, contro i conti Guidi, gli Ormanni, i Buondelmonti. Sorge il Comune. I primi suoi consoli risalgono al 1738. F., che si è esteso, dopo la prima metà del sec. XII, s'era cinta di un primo cerchio di mura (a la cerchia antica di Dante); al chiudersi del secolo successivo erige la seconda cerchia; nel 1333 anche l'ultima cerchia sarà ultimata. Frattanto, nella lotta dei Comuni contro l'Impero, aderisce alla lega guelfa fra i municipi toscani promossa da Celestino III contro Arrigo VI. Ma la divisione della cittadinanza in Guelfi e Ghibellini ha nel 1215 per una lite insorta, in occasione di una pentenda, fra i Buondelmonti e gli Amidei. Questi si glieli uberti seguirono la parte ghibellina, i Buondelmonti la parte guelfa. Quando con Federico II le sorti ghibelline sormontarono, i Guelfi esilarono in massa da F.; ciò fu nel febbr. del 1248. Tornata a fiorire la potenza guelfa con la morte di Federico II e rientrati i Guelfi, esilarono i Ghibellini, che in unione con i Senesi combatterono contro le milizie fiorentine a Monte Aperti (1260). Tenutivi di pacificazione fra le due parti fece Gregorio X e poi Niccolò III, inviando pacire il card. Latino (1278). Contro gli Aretini ghibellini si combatteva dai Fiorentini guelfi a Campaldino. Ma F. non aveva pace. L'esperimento democratico tentato da Giano della Bella con i suoi ordinamenti di giustizia non ebbe esito fortunato. La città guelfa si scinde ancora nelle fazioni dei Bianchi e dei Neri, quelli capitanati dai Cerchi, questi dai Donati. Matteo d'Acquasparta venuto capire fra loro fallisce alla sua missione. Fallisce ugualmente il tentativo di Carlo Valois apertamente favorevole ai Neri. Ed ecco che le forze di Arrigo VII si accampano presso la città (1312); ma l'imperatore deve ritirarsi da essa senza avere ottenuto l'obbedienza dei Fiorentini.
Nel sec. XIV continuano e s'inaspriiscono le contese interne fra grandi e popolo; fra popolo grasso e popolo minuto. Di tali dissidi approfitta il duca di Atene per istauravvi la dittatura, ma è cacciato a furia di popolo.
Dopo la guerra degli « Otto Santi » combattuta contro il legato di Gregorio XI, che minacciava F., più fiera divanpa la lotta fra i partiti cittadini: si giunge così al tumulto dei Comuni e all'esperimento democratico di Michele di Lando, che poi finisce in esilio. Ma in questo travolgio di alterne vicende, nelle quali sembra per sempre negata la pace alla Repubblica fiorentina, comunica fra le altre a primeggiare e distinguersi una famiglia di origine popolana, che si è fatta grande e ricca nei traffici. Invia ed osteggiata da molti è colpita anche di esilio; ma presto è richiamata in patria e il suo capo, Cosimo dei Medici, è, dopo morte, proclamato pater patria. Lorenzo il Magnifico è di fatto signore di F. senza le forme istituzionali del principato. Né vale ad abbattere la supremazia medicea la congiura dei Pazzi. Il movimento religioso e sociale del Savonarola, conclusosi con la condanna del domenicano, percuote la potenza medicea, ma essa più tardi rinasce con Leone X. Sotto Clemente VII la città è assediata dall'esercito imperiale di Carlo V e costretta ad arrendersi (1530). La Repubblica fiorentina cessa per sempre e sorge il principio, Primo duca di F. è Alessandro del Medici, trucidato da Lorenzo zino dei Medici. Segue Cosimo dei Medici, che con rigore estremo anima i suoi nemici e con politici accorata consolida la potenza della sua casa; per lui Pio V eleva a granducato la Toscana, non senza le proteste di potentati emuli i Cosimo. La dinastia medicea, così costituita, signoreggia in Toscana per più di due secoli, fino a che con la morte di Giovani Gastone, nel 1737, la sovranità del granducato passava nella famiglia di Lorena con Francesco II. A questo, dopo un breve periodo di governo tenuto da una reggenza, succedeva Pietro Leopoldo I, principe assoluto, autore di beneficere riforme nel campo civile, mentre altre ne tentò assai meno felici nel campo religioso. La città subì l'occupazione francese nel 1801 e nel 1807-14. Nel 1801, per volontà di Napoleone, il granducato veniva trasformato in Regno di Etruria e beneficio di Lodovico di Borbone, a cui succedeva l'inflante Carlo Lodovico. Quindi passava di nuovo con il titolo di granducato ad Elisa Bacicochi. La restaurazione dei Lorenesi con Ferdinando III fu bene accolta dai Fiorentini e dai Toscani. Ma quando la coscienza popolare parve matura per l'unità nazionale, la dinastia lorenese dové cedere, e Leopoldo II fu espulso di Toscana, con rivoluzione pacifica, il 27 apr. 1859. F., insieme con la Toscana, divenne allora parte del Regno d'Italia, del quale dal 1805 al 1871 fu capitale.
II. STORIA RELIGIOSA
Nel rintracciare notizie sicure circa la diffusione del cristianesimo in F. non è dato risalire oltre il sec. III. Il primo nome che s'incontra è quello di un martire; durante la persecuzione di Decio, a quanto si ripete, il 25 ott. 250, S. Ministro fu decapitato sulla collina a specchio dell'Arno, dove poi sorse la basilica omonima. Al principio del sec. IV la comunità cristiana di F. si trova raccolta attorno ad un suo proprio vescovo; infatti nel 313 il vescovo Felice partecipa in Roma sotto papa Millaide al Sinodo contro i donatisti. Ma la popolazione era ancora in gran parte pagana, quando dalla Pasqua393 all’ag. 394 Ambrogio di Milano soggiornava in F., e vi consacrava la basilica di S. Lorenzo, allora extra moenia, fatta costruire da una pia donna Giuliana. Fu quella la prima cattedrale di F., sostituita più tardi da S. Reparata.
L’orazione tenuta da S. Ambrogio in quella circostanza si legge ancora nelle sue opere. Né è improbabile che fosse proprio per consiglio di Ambrogio che i Fiorentini, orbati del loro pastore, elegessero a questo ufficio s. Zanobi, che fu presente alla vittoria contro le orde di Radagaiso, ed è il più insigne vescovo della comunità fiorentina nel periodo romano. A detta vittoria, secondo l’analistica fiorentina, dovrebbe riconduire l’introduzione del culto di S. Reparata in F., mentre storici recenti lo considerano importato dal numeroso elemento greco presente nella città in epoca di poco successiva. Fra gli altri pastori più antichi c’è noto il nome di Reparato, che nel 680 intervenne al Concilio di papa Agatone contro i monoteli; di Specioso, vescovo nel 716; di Tommaso che partecipa ad un altro secondo convocato dal papa Zaccaria, nel 743; del vescovo Andrea fra l’686 e 897; del vescovo Paolo nel 987.

un aspetto nuovo e si accende di un fervore di lotta fino allora ignoto, quando le pendici appenniniche più prossime a Firenze conobbero i cenobi creati o riformati da s. Romualdo e da s. Giovanni Gualberto. E questo il santo che più int
parato, che nel 680 intervenne al Concilio di papa Agatone contro i monoteli; di Specioso, vescovo nel 716; di Tommaso che partecipa ad un altro secondo convocato dal papa Zaccaria, nel 743; del vescovo Andrea fra l’686 e 897; del vescovo Paolo nel 987.
Ma la vita religiosa nel suo pieno fervore ci si rivela più tardi; quando le ultime reliquie del paganesimo sono ormai spente, e nell’avvicendarsi dei secoli in prossimità del millennio, la vita monastica anche qui comincia ad affermarsi e fiorire. Allora, mentre la dominazione carolingia lascia traccia di sé nelle molte chiese, dedicate a S. Martino di Tours, ai Franchi particolarmente caro, i monasteri sorgono un po’ dovunque: in città e fuori, al monte e al piano. D’altronde fino dal sec. VI monastieri anche femminili dovevano esistere, se è vero che Pelagio I impone al vescovo di F. di rinchiudere in monastero una peccatrice. Il monastero di S. Milano esisteva almeno fino dal 774, quando Carlo-magno ne faceva donazione al monastero di Nonantola. Nel sec. IX esistono già i monasteri di S. Donino, presso Settimo, di S. Pietro a Lecore, di S. Crisco a Campi. Esiste già in F. il monastero di S. Andrea, che nel suo governo ha un’impronta aristocratica. La Badia è il più antico monastero benedettino sorto dentro la cerchia della città, che di larghi favori il marchese Ugo arricchì; mentre per lui sorgevano le altre badie famose di Buonsolazzo, di Marturi presso Poggibonsi, della Verruca presso Pisa. Né la vita dei monasteri rimane circoscritta nel chiostro; ma l’azione che parte da essi interferisce di continuo nella stessa vita civile e politica della regione, che talora proprio essi determinano.
Però non v’è dubbio che il monachesimo assume un aspetto nuovo e si accende di un fervore di lotta fino allora ignoto, quando le pendici appenniniche più prossime a Firenze conobbero i cenobi creati o riformati da s. Romualdo e da s. Giovanni Gualberto. È questo il santo che più interessa la storia di F., perché di origine fiorentina e perché F. fu centro della milizia da lui creata, che prese nome da Vallombrosa. La riforma patrocinata nella Chiesa dalle figure più pure e più grandi, che con essa si affacciano al secondo millennio, pure non senza contrasti, trova in F. largo consenso. Le voci di Piero Damiani e di Ildebrando hanno in notevole parte del clero benefica ri-suonanza. Con questo, l’uno e l’altro sono in relazione costante: e l’oggetto è la purificazione del clero dal concubinato e dalla simonia. I Vallombrosani dai monasteri di S. Salvi e di Settimo muovono in guerra contro il clero corrotto con veemenza ignara di ostacoli; di qui prima l’opposizione popolare contro i monaci, l’assalto notturno dato al monastero di S. Salvi, e poi l’insurrezione contro il vescovo Pietro Mezzabarba, conclamato simonico, e il giudizio di Dio per ignem di Pietro Ingno presso la badia di Settimo; esperimento da cui il monaco riuscì vittorioso. Ma già sotto Benedetto IX il Capitolo fiorentino aveva proceduto ad una sua riforma, imponendo ai suoi membri la vita in comune. Il papa Vittore II aveva nel 1055 adunato in F. un concilio, a cui erano intervenuti, oltre l’Imperatore, molti fra i più insigni prelati di Italia e di Germania, nel quale severe sanzioni erano state pubblicate contro la simonia e contro il concubinato. Suo successore era stato Gerardo, vescovo di F., che aveva preso il nome di Niccolò II, senza dimettere il governo spirituale della città, ed anche Niccolò II aveva rinnovato la condanna contro il clero infetto di concubinato e di simonia. Egli nelle sue visite a F., consacrava la nuova chiesa di S. Lorenzo ricostruita sull’antica.
Ma il momento cruciale del movimento riformista contro il clero decaduto dalla sua dignità e dimentico dei suoi fini è ormai superato. A nuovi orientamenti della vita cittadina, nuovi istituti. In F., divisa fra Guelfi e Ghibellini, l’Ordine dei Servi di Maria esplica la sua attività caldeggiando la pace fra gli spiriti turbati della città natale. Essi, fino quasi dalle origini, sono i fiduciari del guelfismo fiorentino; quando il card. Latino compone la pace fra le avverse parti, degli atti di pace sono costituiti custodi i Servi di Maria. Essi hanno il loro convento presso S. Maria di Cafaggio; in seguito quella chiesa si trasformerà nel santuario della S.ma Annunziata, centro ben noto di pietà mariana. Intanto anche i nuovi Ordini dei Domenicani e dei Francescani aprivano i loro conventi in F.; e presto vi avevano
i loro Studi fiorenti. All'attività dei Domenicani di S. Maria (non ancora S. Maria Novella) si deve attribuire la vittoria sui patarini, che ebbero nella città preoccupante diffusione. Di tutte le eresie medievali quella dei patarini riuscì in modo particolare ad organizzarsi nella città e nel contado e a costituirsi una gerarchia presieduta da un loro vescovo; e ad un dato momento essi rappresentarono un serio pericolo non solo per l'ortodossia della città, ma, dati i principi da loro professati, anche per la stabilità stessa degli istituti comunali, finché non li superò e vinse, costringendoli alla fuga, il domenicano s. Pietro martire. Contro gli eretici gli stessi statuti comunali del 1325 contenevano condanne: come, dopo, nominatamente le conteneure contro i Fraticelli, D'altronde anche il Sinodo tenuto dal vescovo Francesco da Cingoli nel 1327 minacciava ben forti sanzioni contro i patarini, imponendo che si demolissero le case, dove essi avevano conferito il loro consolamentum. Fu questo il primo Sinodo di Jocano, dal quale uscì un complesso di costituzioni da osservarsi da clero e popolo; però non v'è dubbio che altri sinodi prima del 1327 erano stati celebrati; fra i quali uno dal vescovo Ranieri nel 1073 in S. Reparata, che allora condivideva con S. Giovanni gli onori e le prerogative di cattedrale.
Fra il sec. XII e il sec. XIV f. viveva l'età più gloria della sue fortune comunali. È allora che la fede ispira e sostanzia le più grandi creazioni del genio fiorentino: la Commedia, particolare espressione e visione di un cittadino credente; S. Maria del Fiore, opera collettiva del popolo credente. Ed intanto la pietà popolare si sublima in umili santi del contado: Verdiana da Castelfiorentino, Giulia da Certaldo, Giovanna da Signa, Giovanni da Vespignano. Poi, nella rinascezza del pensiero del popolo, si è spinto nazionale, i conventi della città divengono fara di luce all'Umanesimo cristiano; danno al Comune teologi e diplomatici. Grande è l'influsso che dal convento di S. Spirito esercita sulla cultura e sulla vita politica della città Luigi Marsigli; frequentano S. Spirito gli umanisti Coluccio Salutati, il Niccoli, Tommaso da Sarzana. Nel monastero di S. Maria degli Angeli si raduna attorno ad Ambrogio Traversari la gioventù fiorentina: fra essa anche Giannozzo Manetti e Matteo Palmieri. Il b. Dominici alterna la sua cella di S. Maria Novella con la cattedra dello Studio, dove legge i canoni. Ma già l'Acciaioli alle porte di F. ha fondato la Certosa, c'è la dotata, perché in essa siano maestri ed alunni. Più tardi sorgerà il convento di S. Marco, caro alla santità di Antonino e all'arte purissima dell'Angelico. Il sec. XV è veramente ricchissimo di avvenimenti cospicui per la storia religiosa della città. Martino V riceve a F. l'obbedienza di Giovanni XXII ed eleva a sede metropolitana la città (1420). Eugenio IV vi trova rifugio nel 1434 contro l'insurrezione dei Romani, che l'ha costretto alla fuga. Ed egli opera una grande riforma nei conventi fiorentini, alcuni dei quali soppresse ed altri assegno ad altre famiglie religioshe. Consacra S. Maria del Fiore (1436), allora terminata con la cupola del Brunelleschi, erige per il servizio di essa e per la coltura cristiana-umanistica del clero la Scuola Eugenia, riforma gli statuti dell'Università teologica, tiene egli stesso per qualche tempo l'ufficio di arcivescovo fiorentino. Ma il nome di Eugenio IV il collega a quello di F. anche perché fu in S. Maria del Fiore che il 5 luglio 1439 si concluse il grande Concilio ecumenico di Ferrara-F. Il Capitolo fiorentino chiese al Pontefice che l'indulgenza plenaria assegnata da Eugenio IV al 25 marzo, anniversario della consacrazione della Cattedrale, fosse in memoria della conseguita unione tra-sferita al 5 luglio d'ogni anno. Ad Eugenio IV f. va pure debitrice della nomina di s. Antonino a suo arcivescovo (1446-139; [v.]) Il sec. XV si chiude con il novi-mento religioso-sociale del Savonarola, che muove dal convento di S. Marco, fondato da s. Antonino.
Si avanza il sec. XVI. Il fiorentino Leone X, già canonico di S. Reparata, chiude il Concilio Lateranense (1517) ed il suo cugino Giulio del Medici, che egli ha creato arcivescovo della sua patria, celebra il Sinodo provinciale (1518) che intende riorganizzare ex toto la disciplina e la vita religiosa dell'intera provincia ecclesiastica; Sinodo che ha particolarmente importanza non solo perché segna il tentativo dell'attuazione immediata delle costituzioni conciliari, ma anche perché rappresenta un'argine contro i prodromi già visibili della riforma: contro la falsa predicazione, contro i pericoli della scuola umanistica, contro urate proposizioni filosofiche, contro gli eccessi della stampa, contro l'accresciuta superstizione. Notevoli infiltrazioni protestanti che non si ebbero: Pietro Martire Vernigli fiorentino propagò altrove il suo verbo, Pietro Carnesecchi, amico del duca Cosimo, suggerito poco in F., e da Cosimo fu consegnato all'Inquisizione romana. L'episodio più noto è quello del senatore Bartolomeo Panciatichi, e di altri pochi con lui, che indossando il sambenito aburò l'eresia. Al contrario, quasi ancora all'alba del secolo, si rende molto popolare in F. l'umile pietà di Domenico del Paradiso, fondatrice del monastero della Crocetta, non ostile non invisa ai Medici. Poi una fioritura di santi: la b. Bartolomeo Bagnesi; s. Caterina dei Ricci fiorentina, che illustra un monastero della vicina Prato; s. Maria Maddalena dei Pazzi, l'estatica del Carmelo fiorentino, che si consuma nella penitenza per la santificazione del clero; il b. Ippolito Calantini, che fonda una Congregazione di laici per l'insegnamento catechistico, la quale si propaga anche fuori di F.; s. Filippo Neri, che abbandona la città nativa per divenire l'apostolo di Roma. Intanto le nuove Congregazioni religiose penetrano nelle città. Prima i Gesuiti chiamati da Eleonora di Toledo, che aprono la loro casa presso l'attuale chiesa di S. Giovanni, con scuole per la gioventù. Nel 1626 vengono in Firenze i Barnabiti, che si distinguono nell'assistenza agli appetiti durante il contagio del 1630; nel 1630 vengono gli Scolopi per curare l'istruzione dei figli del popolo.
Motivi di turbamento si ebbero nel campo religioso, più tardi: sotto il principe riformatore Pietro Leopoldo I. Le tendenze giansenistiche erano promosse dal vescovo di Pistoia Scipione dei Ricci, già vicario dell'arcivescovo fiorentino Incontri. Si ebbero dissensi e polemiche anche assai vivaci fra il clero, ma non un'adesione sentita e profonda al giansenismo. A tale movimento il popolo rimase ostile ed estraneo. Si affermarono allora anche tendenze regalistiche, le quali ebbero vita in mezzo al clero finché Pietro Leopoldo non ebbe un successore in Ferdinando III, sotto il quale diverso fu l'indirizzo di governo. Sotto Pietro Leopoldo era stata da lui convocata a Palazzo Pitti l'assemblea dei vescovi toscani, che doveva preparare il Concilio nazionale; ma essa non ebbe esito grazie anche all'arcivescovo Martini. E quindi il progetto del Concilio naufragò. Sotto l'occupazione napoleonica si ebbe l'episodio dell'arcivescovo Eustachio d'Osmond (1810), vescovo di Nancy, intruso in questa sede da Napoleone. Egli abbandonò F. solo con il ritirarsi delle truppe francesi. Fra il clero che si lui faceva opposizione, alcuni furono deportati: fra questi Ferdinando Mincucci, poi arcivescovo della città. Fra gli avvenimenti degli ultimi decenni è da ricordare il Sinodo diocesano celebrato nel 1905 dall'arcivescovo Mistran-
gello, dopo più di un secolo è mezzo. Nel 1934 si teneva in F. il I Concilio etrusco sotto la presidenza del card. arcivescovo Elia dalla Costa quale legato pontificio e nel 1935 si celebrava il Sinodo diocesano, convocato dal medesimo arcivescovo. Altro sinodo veniva indetto dal card. arcivescovo E. dalla Costa per il maggio 1946 ed era, come il precedente, celebrato in S. Maria del Fiore nei giorni 8 e 9 di detto mese.
III. PERISONAGGI ILLUSTRI
Sono degni di menzione: il vescovo Gerardo, che divenne Niccolò II (1059-61); il card. Giovanni de' Medici, Leone X (1513-1521); il card. arcivescovo Giulio de' Medici, Clemente VII (1523-34); il card. arcivescovo Alessandro de' Medici, Leone XI (1605); il card. Maffeo Barbarini, Urbano VIII (1623-41); il card. Lorenzo Corsini, Clemente XII (1730-40). Ugualmente da ricordare: l'arcivescovo François Gaston Incontri, autore di opere di teologia morale; Antonio Martini, traduttore della Bibbia; Eugenio Cecconi, storico dei Concili di Ferrara-F. e del Vaticano. Fra il '400 e il '500 molti umanisti furono canonici di S. Reparata: Angelo Poliziano, il poeta; Marcellino Ficino, fondatore dell'Accademia Platonica; Leonardo Bruni, segretario della Repubblica; Gentile da Urbino, lettore nello Studio; Scipione Ammirato, lo storico; Francesco Berni, il poeta. Altri ecclesiastici che si distinsero nella repubblica letteraria: Benedetto Varchi, filologo e storico; Benedetto Buonmatteti, grammatico e dantista; mons. Giovanni Della Casa, poeta e trattatista, Pier Francesco Giambullari, che scrisse di storia e di lingua; Vincenzo Borghini, studioso di antichità toscane e fiorentine; Antonio Francesco Gori, archeologo ed epigrafista; Anton Maria Salvino Salvini, dei quali l'uno fu dottissimo nelle lingue classiche, l'altro scrisse d'argomenti accademici di cose fiorentine; Giovanni Lami eruditissimo, ma attorno al cui nome si suscitarono nel '700 tante controversie. Ne è da dimenticare il card. Agostino Bausa domenicano, già maestro dei SS. Palazzi e poi arcivescovo di F. nell'ultimo scorcio del sec. XIX.IV. ISTITUTI DI CULTURA, BIBLIOTECHE, ARCHIVI
Fino da quando in F. si eresse lo Studio generale perbolla di Clemente VI, data da Avignone il 31 maggio 1348, e questa ebbe confermati i suoi privilegi da un diploma imperiale di Carlo IV, l'Università dei teologi formò dello Studio stesso la parte più cospicua. La prima laurea in teologia fu conferita nel 1349 a frate Francesco di Biancozzo dei Nerli fra l'entusiasmo unanime dei Fiorentini. Mentre gli altri rami dello Studio per ragioni diverse, prima quella che a una data epoca alcune cattedre furono trasferite a Pisa, cessarono dalla loro attività ed esistenza, l'Università teologica è il collegio universitario unico che rappresenta la continuità ininterrotta dello Studio fiorentino dalle sue origini fino ad oggi. Ebbe di pontefici insigni privilegi. Fu riformata da Eugenio IV; da Leone XIII ebbe nuove costituzioni. Attualmente il Collegio teologico fiorentino dopo la pubblicazione della cost. apost. Deus scientiarum Dominus, 24 maggio 1931, ha sospeso il conferimento delle lauree. Importanti: l'Archivio capitolare di S. Maria del Fiore per le antiche carte ivi conservate; l'Archivio dell'Opera di S. Maria del Fiore per ciò che concerne la fabbrica del Duomo; l'Archivio della Curia arcivescovile; l'Archivio del Capitolo laurezziano. Notavole per numero di pubblicazioni, specialmente del sec. XVII-XVIII, la Biblioteca del Seminario maggiore, presso la quale è una sezione di manoscritti a soggetto fiorentino.
Altre opere: V. Borghini, Trattato della Chiesa e dei vescovi fiorentini, in Discorsi storici, II, Firenze 1585, pp. 337-508; L. Cerraccchini, Cronologia sacra dei vescovi i arcivescovi di F., Firenze 1761; Idaphonus a S. A., Etruria Sacra, ivi 1782; P. N. Cianfogni - D. Moretti, Memorie storiche della basilica di S. Lorenzo, ivi 1804-17; C. Guasti, S. Maria del Fiore, ivi 1887; R. Davidsohn, Storia di F. L. origini, 10 voll., ivi 1907-1909; V. CRISPOLTI, FILIPPO, S. Maria del Fiore, ivi 1936; E. Sansoni, Il Seminario fiorentino, ivi 1913; id. Canzoni e vici, for. e il caso Scavonarola, ivi 1932; id. L'Università dei teologi dello Studio di F. in Arch. stor. ital., 1937, ivi 1940, pp. 190-204; A. Aliani, S. Zenobi vesc. di F., in Atti Soc. Colombaria, 1938-39; B. Quilici, La chiesa di Firenze nell'alto medioevo, Firenze 1938; id., La chiesa di F. nei primi decenni del sec. XI, ivi 1940; E. Sanesi, La vita di s. Antonino, Firenze 1941; B. Quilici, Il vesc. Ranieri e la chiesa di F. durante la lotta per le investiture, in Istituto ecc. comm. Filiberto di Saravia, ivi 1943; A. Panella, Storia di Firenze, Firenze 1949; Cattaneo, I, coll. 1955-61.
Emilio Sanesi
V. ARCHEOLOGIA
Nessuna notizia precisa si ha intorno agli inizi del cristianesimo in F.; è tuttavia molto probabile, e taluni elementi sembrano confermarlo, che esso trovasse il suo primo centro nella comunità ebraica di origine greco-orientale che, come di solito, si era stabilita ai margini della città, presso la via che usciva dalla porta meridionale di essa: subito a mezzogiorno dell'Arno questa via si divideva in due rami, uno diretto ad oriente verso Chiusi (la cosiddetta Cassia Nova), l'altro discendente direttamente verso sud, verso Volterra e Siena. Resti di una basilica cimiteriale sono venuti in luce in F. nel 1948 in seguito a scavi condotti dalla Soprintendenza alle antichità nell'area dell'antica chiesa di S. Felicita. Tale basilica era a tre navate: misurava m. 26 ca. di fronte e ca. 40 di profondità; la navata centrale era larga m. 10, le laterali 6,50. Le numerose fominae di tipo comune hanno restituito vari titoli funerari — cui devono essere aggiunti quelli scoperti in passato in tale zona — per il più antico dei
Fibener, aichusocen di - Intemo di S. Marla del Fiore, di Arnolfo di Cambia e Francesco Talenti (1296-1351),
un uomo l'attinge in una ciotola. L'altra è la celebre lampada dei Valerii, rinvenuta presso la casa di questa nobile famiglia sul Celio. Ha forma di nave: una figura, cui si volle riconoscere s. Pietro o il Redentore stesso, regge il timone, un'altra nell'atteggiamento dell'orante sta a prua ed è forse s. Paolo: l'interpretazione è tuttavia assai discussa. All'albero, che regge la vela, sta attaccata una tabella con l'iscrizione: «Dominus legem dat Valerio Severo. Eutropi vivas». La sua data più probabile è il sec. IV.
V. ARTE
F. della fine del Duecento fino agli inizi del Cinquecento fu il più vivo centro di cultura artistica di tutta Italia.Nell'architettura lo stile romanico non recò in Toscana le caratteristiche forme lombarde, ma solo taluni elementi di esse vi si acclimatarono: le chiese romaniche fiorentine infatti continuarono le forme basilicali, come nella chiesa dei SS. Apostoli e S. Jacopo Soprarno, mentre i Battistero ripete talmente le forme antiche della essere creduto opera del periodo classico dagli uomini del Trecento. Caratteri analoghi hanno S. Miniato al Monte e la badia fiesolana, nelle quali chiese peculiare la dicromia.

Firenze, arcidiocesi di - Pianta dei resti della basilica paleocristiana in relazione all'archiologia della S. Felicita.
quali, datato al 405, la costruzione dell'edificio può essere fissata alla fine del IV sec. - inizi del V. Esso è quindi il più antico edificio di culto cristiano di cui si siano ritrovati i resti in F.; fra le iscrizioni ritrovate nella zona sono ricordati un diacono, alcuni lettori e personaggi investiti di cariche civili e militari. Il titolo della chiesa, quello di un'altra chiesa situata dalla stessa parte dedicata a S. Felice, il culto di S. Lorenzo, al quale viene consacrata alla fine del sec. IV la prima basilica nell'interno della città, provano che la nuova fede venne a F., secondo ogni probabilità, da Roma, o quanto meno che con la Chiesa romana quella fiorentina dovette essere in stretti rapporti.
Una tradizione posteriore attribuisce al tempo della persecuzione di Decio il martirio di s. Miniato, che sarebbe poi stato deposto sul colle che sovrasta la città: ma è tradizione tarda e, sembra, di nessuna attendibilità.
La prima menzione sicura di un vescovo fiorentino è quella che in la lasciato Ottato di Milevi; egli, tra i partecipanti al Sinodo romano del 313 contro i donatisti, nomina un Felix a Florentia Tuscorum; se sia stato questo il primo vescovo della città, non si può affermare con certezza. Nel 393 fu a F. Ambrogio, che vi consacrò la chiesa dedicata a S. Lorenzo, fondata da una pia tronca Giuliana: un frammento di iscrizione trovato nei sotterranei spetta forse alla generosa donatrice. In questo stesso tempo visse e resse la chiesa fiorentina s. Zenobio, morto, pare, nel 417.
Oltre ai materiali rinvenuti presso la chiesa di S. Felicita, sono da ricordare alcuni sigilli trovati nel Borgo SS. Apostoli, e un sarcofago, venuto in luce nel greto dell'Arno, presso il ponte della Vittoria nel 1933: databile al sec. IV, rappresenta scene non tra le più comuni: l'addio degli Apostoli a Gesù, la resurrezione della figlia di Gioia, il rifiuto da parte dei tre giovani ebrei di adorare la statua di Nabucodonosor.
A F. sono inoltre pervenuti in tempi diversi monumenti cristiani trovati a Roma: tra essi particolarmente importanti due lucerne in bronzo, ora nel museo archeologico: una ha come ansa una corona di lauro, entro cui è la rappresentazione di Mosè che fa scaturire l'acqua:
Il gotico che crea due capolavori in S. Maria Novella in S. Croce, sembra tuttavia arrestarsi alla superfice degli elementi senza entrare nell'organismo della costruzione: la loggia dei Lanzi, con i suoi tre archi a pieno centro, già prelude al Rinascimento; mentre il Duomo, nel cui interno il ballatoio, nella navata centrale, sembra frenare lo slancio ascensionale delle linee gotiche, ha un coronamento a cupola; il campanile di Giotto è gotico solo nei particolari.
All'inizio del Quattrocento sorge a F. la nuova BRUNELLESCHI, FILIPPO (v.). Per spiegare il riapparire in essa dello spirito classico non occorre accettare il racconto vasariano del viaggio del Brunelleschi a Roma insieme a Donatello, perché a Firenze il Brunelleschi poteva trovare l'ispirazione classica nei monumenti romanici, tutti pieni dello spirito antico. Il Brunelleschi, che definisce le leggi della prospettiva, rappresenta per questo lato la concezione matematica della Rinascenza e fornisce ai pittori il più caratteristico mezzo del rinnovamento della loro arte, che è caratterizzata nel Quattrocento dalla conquista della terza dimensione.
L'arte del Brunelleschi si diffonde per tutta la Toscana; tutti gli architetti fiorentini, ALBERTI (v.), educato alla scuola umanistica, muovono dalle sue premesse sino a Michelangelo; Michelozzo (v.) nel Convento di S. Marco, Giuliano da S. GALLIONE (v.) nella Madonna delle Carceri a Prato e in S. Maddalena dei Pazzi a Firenze, e seguono Benedetto da Maiano (v.), Giuliano da Maiano (v.), ROSSELLI, COSIMO (v.) e il Cronaca.
MERISI, MICHELANGELO (v.), nella Sacrestia Nuova di S. Lorenzo, mantiene lo schema della Sacrestia Vecchia, pur interpretandolo con la sua particolare concezione dell'architettura come di masse in movimento.
Michelangelo, benché lavorasse quasi sempre a Roma, dominò l'architettura fiorentina del Cinquecento. In patria il più caratteristico architetto del tempo fu il Vasari, manierista, elaboratore delle forme ormai acquisite.
Il primo scultore in cui è possibile riconoscere il caratteristico acuto Cambio (v.), anche architetto di S. Reparata, poi di S. Maria del Fiore. Le sue opere di scultura si trovano in massima parte però fuori Firenze, soprattutto a Roma, dove diffuso fra i marmorati l'alleganza e la spiritualità fiorentina.
Nel Trecento il senese Tino da Cammino (v.) educò numerosi allievi a Firenze. Andrea da Pontedera (v.), detto Pisano, che subì l'influsso giottesco, nel 1330 ebbe l'incarico della prima porta del Battistero e lavorò poi ai rilievi del campanile di Giotto. Da lui deriva Andrea di Cione detto l'Orcagna (v.), che nel 1359 termina il tabernacolo di Or S. Michele, opera insieme di architettura di scultura.
Alla fine del Trecento, nella porta della Mandorla di S. Maria del Fiore, cominciano ad apparire i segni precursori del Rinascimento nella scultura; il realismo e l'imitazione dell'antica (immagini di divinità pagane, sirene, centauri ecc.).
Il concorso bandito nel 1401 per un'altra porta bronzea del Battistero vide vincitore Lorenzo Ghiberti, che, pur attenendosi allo schema ancora gotico di Andrea Pisano, fece opera personale per l'equilibrio di sintetismo della rappresentazione. Il confronto tra questa porta e la terza che tenne occupato il Ghiberti sino al 1452 mostra l'evoluzione compiuta dalla scultura fiorentina: le formelle gotiche a cornici mistilmente scompaiono, cedendo il posto a scomparsi larghissimi; nicchie classiche accolgono statue; i bassorilievi, gareggianti con la pittura, si animano di numerose figure e presentano paesaggi nel- lo sfondo; con gran- de realismo vengono rappresentati nei tondi i ritratti di vari artisti del tempo insieme con l'auto- ritratto dello scultore, e si riproducono frutti e fiori nel festoso decorativo. Così pure pittorici ad ampiezza prospettica dominano nell'urna di S. Zanobi influenzano persino Donatello.
Donato di Betto Bardi, Donatello (v.), ha nella scultura fiorentina una posizione analoga a quella occupata dal Brunelleschi nell'architettura e da Masaccio nella pittura. Egli toglie alle sculture ogni residuo gotico, e, senza mai imitarlo, appare continuatore dell'antico; il bassorilievo pittorico raggiunge in lui mediante lo staccato e il sapiente di- gradire dei piani la risoluzione del problema della forma in movimento, che insieme a quello del volume gli artisti fiorentini continuamente si propongono; i volumi si attenuano nello staccato per raggiungere il moto.
Michelozzo (v.) BERTOLDO, SANTO (v.). Intorno fioriscono, variamente influenzati da lui stesso e dal Ghiberti, ROSSELLI, COSIMO (v.), Agostino di Duccio (v.), Desiderio da Settignano (v.), Milano da Fiesole (v.), Benedetto da Maiano (v.); la tendenza al reale POLLAIOLO, PIERO (v.) e Andrea Verrocchio (v.), maestro nella pittura a Leonardo da Vinci.
ROBOAM (v.) recano nella scultura il singolare contributo delle loro terracotte invertite, ornamento prezioso degli edifici fiorentini.
Nel Cinquecento la scultura fiorentina mostra tre tendenze. Una, impersonata da Michelangelo, è seguita Raffaello di Montelupo (v.) Montorsoli (v.); un'altra, che fa capo ad Andrea Sansovino e viene sviluppata da Jacopo Sansovino (v.), si propone come ideale la grazia del Quattrocento unita alla forma classica; BANDINELLI, BACCIO (v.) e dall'Ammannari (v.), che finiscono con l'accostarsi al Buonarroti.
Ancor più vigorosamente che nell'architettura e nella scultura la scuola fiorentina si affermò nella pittura. Cimabue (v.), che riprese i liberarla dalle convenzioni forme bizantine e le diede quei caratteri che sempre la distingueranno da tutte le altre. Secondo la concezione intellettualistica che i fiorentini hanno della realtà, in essa domina il disegno, che mediante una linea funzionale suggerisce il volume dell'oggetto rappresentato. Mediante il chiaro- scuro poi questo viene rappresentato staccato dal fondo con effetto di rilievo.
Tali caratteri distinguono decisamente la pittura fiorentina della senese e dalla gotica, che invece consi-
derano la linea non come elemento funzionale ma come un elemento ornamentale. Il calligrafico, cioè come semplice contorno svuotato del suo contenuto, è dispongono la composizione tutta in un piano, senza risalto. Alla concezione plastica fiorentina si subordina il colore, che per lo più campisce soltanto il disegno ed è sempre subordinato all'opposizione di chiaro di scuro necessario al rilievo: nella scuola senese invece il colorito, perché il mitato ed effetti di superfice, è chiaro. Il brillante.
Tutti i caratteri GIOTTINO (v.), che la svincola completamente dalle formole bizantine.
Giotto vede gli oggetti come masse larghe. Compatte, organizzata la composizione dei suoi quadri con senso architettonico e spaziale secondo lo stesso spirito dell'architettura, nella quale l'effetto estetico nasce dal contrasto del peso con il sostegno, e dal senso del volume.
Secondo la natura italiana, Giotto nella narrazione delle sacre storie è logico, chiaro, misurato e convincente.
Nella seconda metà del Trecento appare uno scambio di influssi, si direbbe quasi un compromesso, tra la scuola fiorentina e la senese.
Dopo una breve parentesi di tardo gotico, Lorenzo Monaco (v.), in cui l'esasperata calligrafia lineare si unisce alla grazia senese. Il valore fiorentino, s'inizia il Rinascimento.
Masolino (v.), benché ancora legato alla corrente del gotico fiorentino, applica la prospettiva nei suoi quadri, aprendo fughe di colonne nel Banchetto di Brode, ma le sue figure, pur campeggiando sullo sfondo aperto dalla terza dimensione, non partecipano dell'organismo prospettico, come più tardi, simili a vere quinte, sarà nei quadri di Piero della Francesca.
Masaccio (v.), che si vuole allievo di Masolino, rinnovò la pittura. Dal Brunelleschi apprese la prospettiva, da Donatello derivò la plasticità sculturale delle sue figure. Peraltro Masaccio continuava identicamente l'oggetto, del quale rinnovava la saldezza plastica e l'aspetto monumentale.
L'arte del Masaccio, come quella di Giotto, non ebbe veri continuatori; la sua sintesi grandiosa cedette un indirizzo realistico. ANGELICI (v.), singolare artista ancora dipendente dalla tradizione del gotico fiorentino, sommo ed insuperabile interpreta dell'idealità religiosa.
Allievo dell'Angelico, ma privo del suo magico potere di spiritualizzazione, GOZZOLI, BENOZZO (v.), rappresentò con abilità grandissima di narratore scene sacre con brio gustoso e semplicità popolaresca.
La realtà è fortemente sentita da Andrea del Casta-gno (v.), in cui la tendenza plastica della pittura fiorentina si accentua sempre più, fino a dare alle figure caratteri di sculture lignee dai contorni violentemente marcati e agitati per rendere il moto, altra metà dell'arte fiorentina.
Le norme della ritrovata prospettiva sono appassionatamente seguite da Paolo di Dono, Paolo Uccello (v.), il quale conduce a vedere le cose lontane, attenua il rilievo dei corpi a finisce con l'ottenere effetti di tarsia mediante l'accostamento di zone di colore. Per non turbare la visione prospettica, il movimento si arresta e le sue battaglie statiche ci appaiono in una sti
L'azzione irreale. Ma sono in lui anche sentimento tragico e grandezza eroica, come si vede nel Dittico Univerale del chiostro di S. Maria Novella.
Piero della Francesca (v.) porta la prospettiva all'altezza di una vera disciplina scientifica, ponendo e risolvendo felicemente i problemi di prospettiva lineare e aerea, riuscendo a dare il senso dell'aria e della luce che vibrano intorno agli oggetti. Le sue composizioni sono vere architetture; le figure hanno vivo il senso del volume ottenuto a mezzo di una sapiente grandezza dei toni di colori. Piero comprese che la prospettiva era l'unico mezzo per unire il disegno al colore, senza incorrere negli inconvenienti in cui cadevano i fiorentini e i sensi.
Accanto alla ricerca della forma si sviluppa nella pittura fiorentina (come nella scultura) la ricerca del movimento, che, accanto ad Andrea del Castagno, ha i suoi POLLAIOLO, PIERO (v.) BOTTICHER, PAUL (v.), i quali l'ottennero con la linea che anima continuamente la forma.
Il problema del movimento verrà ripreso e risolto in altra e più profonda.
Nel Cinquecento la pittura fiorentina si personifica in Michelangelo, che, architetto, scultore, pittore, porta alle estreme possibilità tutti gli elementi caratteristici della scuola e specialmente la forma e il movimento. In lui la forma più che volume diviene massa, e blocchi giganteschi opposti tra loro in perpetua lotta, in perpetuo moto sono tutte le sue opere.
Con lui, l'arte fiorentina passa a Roma, così che F. perde il suo primato e la sua scuola non è più che una scuola provinciale.
Vini. - Badia di S. Maria. - Celebre monastero, volgarmente detta Badia, fondato da Willa, figlia del marchese Bonifacio. Morta Willa, suo figlio Ugo confermò ed accrebbe le donazioni materne in tal misura da esser considerato quale fondatore della Badia. Dopo la sua morte, 21 dic. 1001, ogni anno i monaci ne facevano l'anniversario, come ricorda Dante nel Paradiso (XVI, 128-29), parlando «del gran barone, il cui nome è il cui pregio - la festa di Tommaso riconforta»; Dante aveva la propria casa vicino a questo monastero, al quale accenna ancora con i versi: «Piorenza, dentro dalla cerchia antica - ond'ella toglie ancora e terza e nona» (Par., XV, 97-98). Nel 1436 fu unita alla Congregazione di S. Giuseppe. Soppressa nel 1810, venne ripristinata nel 1819 con una minima parte degli antichi beni. Dopo
la nuova soppressione del 1866 i monaci rimasero in poche stanze tenendo cura, fino al 1919, della parrocchia. I locali erano stati adibiti a scuole e ad uffici giudiziari.
Fu ricca di uomini insigni per santità e dottrina: si ricordano fra questi d. Borghini (v.), d. Agostino Rabatta, il vescovo d. Pier Luigi Galletti (v.), il card. d. Angelo M. Querini; sotto la guida dei monaci di Badia studiò G. B. Niccolini.
L'attuale chiesa fu eretta nel 1625 dal Segalobi sulle fondamenta di Arnolfo di Lapo (sec. XIII), a cui è attribuito il bel campanile. Il portale, scolpito da Benedetto da Rovezzano, è stato restaurato di recente. Fra le opere d'arte che contiene specialmente notevoli due sepolcri scolpiti da Mino da Fiesole - uno del 1481 racchiude le ossa del conte Ugo - è la celebre pittura di Filippo Lippi, rappresentante l'apparizione della Vergine a S. Bernardo. La Biblioteca e gli splendidi corali, in parte sono andati dispersi, in parte si trovano nella Laurenziana e nella Ragliabecchiana di Firenze; le carte sono nell'Archivio di Stato della stessa città. Vedi tav. XC-XCIII.
II. CONCILIO DI F.
Durato dal 1438 al 1445, il Concilio ecumenico di F. si divide in tre fasi: i) le sessioni conciliari di Ferrara (dal 1° genn. 1438 al 1° genn. 1439); ii) Le sessioni conciliari di F., che ebbero come risultato i decreti di unione dei Greci, degli Armeni e dei Copti (1439-42). iii) Le sessioni conciliari di Roma (1443-45). La storia del Concilio di F. non può essere compresa pienamente, ove non si tenga conto delle lunghe trattative intercorse fra la S. Sede e i Greci sotto Martino V ed Eugenio IV (v. i documenti indicati nella bibliografia).
SOMMARIO:
I. Ferrara
II. F
III. Roma
IV. Effetti del Concilio di F.I. FERRARA (1438-39)
L'8° genn. 1438 il b. Niccolò Albergati aprì solennemente il Concilio nella cattedrale di S. Giorgio a Ferrara. Erano presenti soltanto 4 arcivescovi e 2 vescovi, tutti provenienti dall'Italia, dalla Spagna e dalla Francia. Il presidente del Concilio fece una dichiarazione in favore del papa Eugenio IV della legittimità del trasferimento del Concilio da Basilea a Ferrara. Seguirono altre 7 sedute conciliari, delle quali la terza, il 10 genn., prolugò un decreto contro i sinodali di Basilea, e l'ottava, l'8 febbr., dopo l'arrivo del Papa (27 genn.), un altro dello stesso tenore. Il numero dei partecipanti al Sinodo di Ferrara crebbe; già nella stessa sessione, l'11 febbr., erano presenti 5 cardinali, 4 arcivescovi e 36 vescovi. Inoltre, l'8 febbr. erano arrivati a Venezia l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, il patriarca Giuseppe II e ca. 20 vescovi bizantini, i quali subito inviarono una delegazione a Ferrara. L'ambasciata latina, cioè i vescovi Antonio di Porto, Pietro di Digne, Cristoforo di Coron e il preposto Nicola da Cusa, poté da parte sua riferire il 20 marzo al Concilio delle trattative felicemente concluse dalla medesima delegazione a Costantinopoli, nonostante le fortissime difficoltà opposte agli inviati del Papa dai rappresentanti dei sinodali renitenti di Basilea. Un momento importante, l'8 febbr. 1439, era arrivato dal 8 marzo del card. Césarini, il quale non voleva più servire la causa del Concilio di Basilea che stava in conflitto con il capo supremo della Chiesa. L'Imperatore greco fece il suo ingresso solenne a Ferrara il 4 marzo; il patriarca di Costantinopoli l'8 del 15 dello stesso mese.Una bella rappresentanza delle Chiese bizantine il seguì: i vescovi di Eraclea, Efeso, Sardes, Monembasia, Trebisonda, Cizico, Nicea, Nicomedia, Lacedemonia, Lesbo (Mittlere), Stauropoli, Tirnov (Bulgaria), Rodi, Amasia, Silistra (Romania), Melenice (Bulgaria), Maine (Peloponneso); inoltre un vescovo ed un protopapà della Moldo-Valacchia (Romania), 2 vescovi della Georgia, e più tardi, alla metà dell'ag. 1438, il metropolità di Kiev, Isidoro, e il vescovo di Susdal. I patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme; i vescovi di Cesarea, di Sede e di Sebastia erano rappresentati da alcuni dei vescovi summenziati e da Gregorio Marmara, il confessore dell'Imperatore e futuro patriarca. Sei egiziani, i procuratori dei monasteri greci (Athos, ecc.), 4 diaconi di S. Sofia (stauroforoi) ed insigni laici, fra i quali Demetrio, fratello dell'Imperatore, e Giorgio Scolarico, che sarà più tardi nominato patriarca, si trovavano nella comitiva della corte imperiale e della curia patriarcale.
La prima sessione solenne comune dei Latini e dei Greci ebbe luogo nella cattedrale di S. Giorgio il 9 apr. 1438 alla presenza del Papa. Fu promulgato, redatto in latino in greco, un decreto importante che sanciva l'ecumenicità del Concilio di Ferrara. La seconda sessione comune dei Latini e dei Greci si tenne soltanto il 9 ott. 1438; la causa di questo ritardo è da ricercarsi nella volontà dei convenuti di appagare il desiderio dell'Imperatore bizantino che insisteva a che nuovi inviti venissero diramati ai principi occidentali e ai sinodali di Basilea di partecipare al Concilio di Ferrara. Tuttavia il lasso di tempo fra la prima e la seconda sessione del Concilio fu, in parte, occupato dalle conferenze di Ferrara e che discutessero del Purgatorio e di altre questioni connesse.
Queste assemblee non ebbero però carattere pubblico conciliare, ma si svolsero come incontri privati fra le due delegazioni. Di quella latina facevano parte i card. Césarini e Capranica, l'arcivescovo latino di Rodi Andrea Chrysoberges O.P. e Giovanni di Torquemada, il futuro cardinale. Di quella greca, molto influenzata dall'Imperatore, facevano parte i metropoliti Marco di Efeso, Bessarione di Nicea, Sofronio di Anchialos, e Metodio di Laedemonia. Dopo alcune sessioni preliminari (fra il 24 apr. e il 12 maggio 1438), il 4 giugno cominciarono le più importanti discussioni. L'arcivescovo L. Petit ha il grande merito d'aver scoperto e pubblicato nel 1920 il testo greco dei discorsi pronunziati in questa occasione di Latini e dei Greci, e G. Hofmann poté pubblicare il testo latino delle orazioni pronunciate dai Latini. Il card. Césarini espose il 4 giugno la dottrina cattolica sul Purgatorio allegando a sostegno della sua tesi argomenti tratti dalla S. Scrittura e dalla tradizione. Il domenicano Torquemada rispose al discorso di Bessarione del 14 giugno dando spiegazioni teologiche fedeli al pensiero di S. Tommaso d'Aquino sulla questione dibattuta. Anche Marco Eugenico e Andrea Chrysoberges pronunziarono discorsi. Un risultato definitivo non era da aspettarsi subito, non essendo queste conferenze pubbliche; però si preparava in questo modo un terreno favorevole all'accordo, che in effetti si ottenne un anno più tardi, a F., anche sul punto dogmatico del Purgatorio. Le sessioni pubbliche conciliari di Ferrara (fra il 9 ott. e il 13 dic. 1438) si occuparono della questione se fosse lecito aggiungere una formula dogmatica al Simbolo detto Niceno-Costantinopolitano (Denz-U, 86) e se il Concilio di Efeso avesse espresso una proibizione in questo senso (cf. Denz-U, 125). Gli oratori greci, cui fu concesso dai Latini il vantaggio di iniziare le pubbliche discussioni, affermavano che non era consentito di aumentare (o diminuire) il Simbolo, e che il Concilio di Efeso aveva proibito ogni aumento del Simbolo, anche se, eventualmente, fosse conforme alla fede. In tal senso si espressero soprattutto Marco di Efeso e Bessarione. Il card. Césarini,
l'arcivescovo Andrea Chrysoberges ed il francescano Luigi, vescovo di Forlì, propugnavano da parte loro un parere contrario a quello dei Greci. Ambrogio Traversari, generale dei Camaldolesi e molto versato nella protagonia latina e greca, si acquistò meriti per aver messo a disposizione dei sinodali i testi patristici. Benché la sessioni dalla IX alla XV (con eccezione della XII destinata al ricevimento dell'ambasciata del duca di Borgogna, inviata a rendere omaggio al Concilio) si occupassero ampiamente della suddetta questione del Sinodo, i Greci non cedettero ai Latini. Fu grande fortuna che il trasferimento del Concilio da Ferrara a Firenze e i giorni occupati dalla preparazione d'esso distendessero un po' gli animi. La bolla che sanciva il cambiamento di sede fu promulgata nell'ultima seduta ferrarese il 10 genn. 1439. Il motivo del trasferimento è da ricercarsi soprattutto nelle ristrettezze finanziarie della Curia pontificia, che aveva anche il peso del mantenimento dei Greci, ristrettezze cui avviò la generosa offerta di Firenze, la quale già prima del Concilio aveva aspirato alla gloria di diventare sede di esso, come risulta dagli atti della signoria fiorentina.
II. FIRENZE (1439-43)
Papa Eugenio IV partì solennemente da Ferrara per F. (via Modena) il 16 genn. 1439. Il patriarca Giuseppe seguì il 26 genn. ed arrivò a Firenze il 13 febbr. festeggiato dal clero e dal popolo fiorentino, che gli preparò alloggio nel Palazzo dei Fiorentini in Pitti. L'Imperatore greco fece il suo ingresso solenne a F. il 14 febbr. 1439 e venne ospitato nel Palazzo de' Peruzzi. Dopo una sessione (26 febbr.) sui temi da trattarsi e sulla data delle sedute pubbliche conciliari, le stesse furono inaugurate presso S. Maria Novella il 3 marzo, e furono seguite, nello stesso mese, da 7 altre. Le sessioni pubbliche del marzo 1439 trattavano della Processione dallo Spirito Santo.I due oratori principali furono Giovanni di Montenero (di Genova) provinciale dei Domenicani, da parte dei Latini, e Marco Eugenio da parte dei Greci. Di particolare rilievo furono le esposizioni del domenicano nelle adunanze del 21 e del 24 marzo; in queste due sedute Giovanni di Montenero diede sul tema ampie argomentazioni tratte dalla S. Scrittura, dai Padri latini e greci, dai concili universali ed anche dai Sinodi di Toledo. In altre sessioni si discusse a lungo sull'autenticità di un testo nel terzo libro contra Eumonium di S. Bartolomeo (PG 29, 655, nota 79). Anche i concetti della natura, persona, sostanza, principio, causa dovevano essere spiegati per dare maggior chiarezza al pensiero greco. A questo riguardo Giovanni di Montenero poté mettere a disposizione della buona causa il suo pensiero formato dalla teologia di S. Tommaso d'Aquino. Un risultato immediato sotto forma di concordia fra i sinodali latini e greci sulla questione del Filogen (v. 1) non fu però ottenuto nelle prime 8 sessioni pubbliche di Firenze, ma certamente esse prepararono la via dell'unione. È merito di papa Eugenio IV, che non disperava neppure in situazioni critiche, l'aver consentito una certa elasticità che permetteva più concreti risultati. Così si hanno fra il 30 marzo e il 27 giugno 1439 forme varie di trattative fra Latini e Greci in separati gruppi; interventi personali del Papa; sedute particolari dei Greci sotto l'influsso dell'Imperatore e di alcuni zelanti fautori dell'unione, come Bessarione, Isidoro di Kiev, Giorgio Scholarios ecc., e riunioni separate dei Latini sotto l'influente guida del card. Cesarini. Fu data occasione ai Greci di conoscere meglio la posizione cattolica sul primato del Papa in due discorsi di Giovanni di Montenero il 16 e 20 giugno e la dottrina sull'Eucaristia in altri due discorsi di Giovanni di Torquemada (16 e 18 giugno 1439). Per queste vie si era ormai ottenuto un primo accordo sulla processione dello Spirito, accordo accettato anche dal patriarca prima della sua morte (10 giugno). Il card. Cesarini poté informare i sinodali latini il 27 giugno che la concordia fra Latini e Greci sulla Processione dello Spirito Santo, sull'Eucaristia, sui novissimi (Purgatorio, ecc.), sul primato del papa era ormai
un fatto compiuto; inoltre egli poté annunziare che i Greci erano pronti a fare una pubblica dichiarazione sulle parole della Consacrazione eucaristica. Rimaneva soltanto la redazione della bolla d'unione dei Greci e la promulgazione dell'unione da farsi in una seduta solennissima. Una deputazione mista latina e greca redigeva fra il 28 giugno e il 4 luglio la bolla d'unione nella chiesa di S. Croce; il 4 luglio il suo testo latino e greco fu dai deputati, 12 di ciascuna parte, accettato. Un sinodo latino in presenza del Papa il 4 luglio pubblicò per mezzo di Tommaso Parentucelli (il futuro papa Niccolò V) la bolla d'unione, ed il giorno seguente tutti i sinodali latini diedero la loro sottoscrizione a questo documento in presenza di dieci testimoni greci; ed i Greci, che già avevano sottoscritto la stessa bolla in presenza di 4 testimoni latini, sancirono il 5 luglio per mezzo di Bessarione la dichiarazione in favore delle parole di consolazione contro l'epiclesi dei dissidenti. Su questo esiste ancora un protocollo originale redatto il 17 ag. 1439. Nella cattedrale di F. il 6 luglio il papa Eugenio IV celebrò la Messa solenne in presenza dei sinodali latini e greci; il gonfalontiere Filippo di Giovanni Carducci serviva all'altare. Tutta la città celebrò questo giorno, che era lunedì, e il seguente come festivo. Dopo la Messa sotto la cupola del Brunelleschi, in mezzo al coro, il card. Cesarini accese una tribuna in forma di pulpito e lesse il resto latino della bolla d'unione e i sinodali latini pronunciarono il loro consenso. Con il medesimo cerimoni alle Bessarione lesse il testo greco, al quale consentirono pubblicamente i Greci. La bolla d'unione, di cui esistono tuttora molti documenti autentici, fu sottoscritta dal Papa, da 8 cardinali, 2 patriarchi e 8 arcivescovi latini, 52 vescovi, 1 arcidiacono, 4 generali di ordini e 41 abati; la colonna greca della bolla fu sottoscritta dall'imperatore Giovanni VIII, da 20 prelati (metropoliti, vescovi, vicari dei patriarchi e vescovi), da 5 chierici presenti, da un sesto legittimamente rappresentato da 6 rappresentanti di monasteri greci. La bolla contiene la definizione dogmatica sopra i 3 articoli della Processione dello Spirito Santo, del Simbolo, del Purgatorio e della visione beatifica, dell'Eucaristia (cioè che la materia dell'Eucaristia è pane azzino [v.] o fermentato), del primato del papa.
L'unione degli Armi non fu promulgata con la bolla Exultate Deo (v. DECRETUM AD ARMENOS) nella stessa cattedrale il 22 nov. 1439 in presenza del Papa, 8 cardinali, 43 vescovi arcivescovi e patriarchi latini, 25 abati latini, dei dottori (vardapet) armeni Serkis e Tommaso, e del monaco armeno Nerses. Il vescovo di Padova Pietro Donato lesse il testo latino della bolla, il monaco armeno Nerses un compendio della stessa bolla in armeno, ed il francescano Basilio diede la versione latina di questo compendio.
La preparazione di questa unione si era iniziata dall'anno 1433, seguita poi da trattative fatte dalla colonia genovese di Caffa (Feodosi) nella Crimea con il patriarca armeno Costantino V, il quale, nelle sue lettere al consule Imperiali ed agli Armeni di Caffa, diede, il 5 luglio 1438, piena facoltà ai suoi delegati Serkis, Marches, Tommaso e Gioacchino vescovo di Pera (Costantinopoli) di concludere l'unione nel Concilio del Papa. Il francescano Giacomo de' Primadizi accompagnò la delegazione armena e Genova ed a F. Seguirono discussioni fra una deputazione del Concilio e la delegazione armena sopra i punti controversi, discussioni felicemente coronate dall'unione. Anche da parte dell'arcivescovo armeno di Leopoldo (Polonia), Gregorio, venne al Concilio una deputazione, la quale, dopo alcune discussioni, accettò la bolla d'unione degli Armeni il 15 dic. 1439.
La S. Sede di Concilio avevano mandato immediatamente dopo l'unione dei Greci il francescano Alberto da Sartzano (Toscana) come legato ai Copti ed agli Etiopi. Egli ebbe colloqui con Nicodemo, abate del monastero abissino di Gerusalemme, il quale scrisse una lettera al Papa il 9 nov. 1440, e con il patriarca copto Giovanni XI che aveva resi-
denza al Cairo, e che inviò pure un messaggio al Pontefice il 12 sett. 1440. Il legato pontificio ritornò a Firenze nell'estate del 1441 con una delegazione del patriarca copto ed un'altra dell'abate etiopico di Gerusalemme. Le due delegazioni orientali si presentarono al Concilio il 31 ag. e il 8 sett. 1441. Seguirono deliberazioni fra una deputazione conciliare ed 8 monaci copi ed etiopici sopra l'oggetto della fede e dei Sacramenti. Il 4 febbr. 1442 la bolla d'unione dei Copi fu promulgata nella chiesa di S. Maria Novella in presenza del Papa, 20 cardinali, fra i quali il Besserione, 32 vescovi, arcivescovi, patriarchi latini ed 11 abati latini, fra i quali (come già nella bolla d'unione dei Greci) era l'abate del monastero greco di Grottaferrata, e in presenza degli Orientali. Il testo arabico della bolla ed una breve dichiarazione arabica di fecletà al Papa fu letta nel Concilio dall'abate copto Andrea, delegato del patriarca copto. Egli sottoscrisse pure il testo arabico della bolla. È da notarsi che la bolla d'unione dei Copi contiene una esposizione ampia della dottrina sopra la S.ma Trinità e sopra il canone della S. Scrittura ed ha incorporato la bolla d'unione dei Greci e quella degli Armeni, con aggiunte circa le parole della Consacrazione e la liceità della tetragamìa.
Oltre all'unione dei Greci, degli Armeni e dei Copi, concluse a P., e i loro decreti correlativi, furono emessi in questa città conciliare altri decreti importantissimi. Meritano qui una menzione speciale la bolla Moises vir Dei del 4 sett. 1430 contro il Concilio illegittimo di Basilea, ed il monitorio contro l'antipapa Felice V del 23 (?) marzo 1430 e la bolla del trasferimento del Concilio da Firenze a Roma (approvata anche da parte del Concilio antecedente) il 24 febbr. 1443.
III. ROMA (1443-45)
Papa Eugenio IV partì da F. il 7 marzo 1443 con 15 cardinali. La Curia pontificia si fermò a Siena fino al 14 sett.; colà morì il beato card. Niccolò Albergati; colà Isidoro di Kiev, ordinante, ricevette un'ambasciata per l'Oriente. La prima sessione solenne conciliare di Roma avvenne il 14 ott. 1443 nel Laterano. Il 10 gen. fu deciso, in una seduta conciliare, una processione religiosa in ringraziamento per una vittoria dei cristiani sopra i Turchi, annunziata dal legato apostolico in Oriente, Cesarini; questa fu tenuta il 12 gen. 1444. Il 30 sett. 1444 fu conclusa nel Concilio l'unione dei Siri della Mesopotamia, alla quale precedettero deliberazioni fra l'arcivescovo sìro di Edessa, Abdala, delegato del patriarca Ignazio, ed una deputazione conciliare sopra la Processione dallo Spirito Santo, lo due nature e lo due volontà di Cristo. L'unione dei Caldei e Maroniti di Cipro fu promulgata il 7 ag. 1445. Essa era stata preparata dalla legazione di Andrea Chrysoberges, arcivescovo di Rodi, che aveva ottenuto già prima l'adesione dei Caldei e dei Maroniti nella chiesa di S. Sofia a Nicosia. Timoteo, metropolita dei Caldei, ed Isaac, procuratore del vescovo maronita, furono mandati a Roma ed ambedue pronunziarono nel Concilio una professione di fede cattolica anche in nome dei loro connazionali. Il Papa, in occasione dell'accettazione della loro unione, promulgò anche un decreto che proibiva di nominare i Caldei e i Maroniti come eretici, stabiliva i diritti del metropolita caldeo, del vescovo maronita e dei loro successori cattolici.Nell'ultima parte del Concilio fu ottenuta la conversione degli eretici patriarizi di Bosnia, i quali avevano mandato un'ambasciata al papa Eugenio IV.
IV. EFFETTI DEL CONCILIO DI F
Non è da negarsi che dal Concilio di F. provenvano effetti dogmatici, teologici, storici, giuridici e culturali. Basta vedere i regesti delle bolle pontifice che si riferiscono alla preparazione, alla celebrazione e alle ripercussioni susseguenti il Concilio nella nuova edizione pubblicata da G. Hofmann per esserne convinti.L'umanesimo trasse nutrimento dall'incontro degli Orientali con gli Occidentali, incontro che durò, in consuetudine continua di vita, parecchi anni. E già la causa dell'unità della Chiesa, considerata soltanto dal punto di vista storico, non era da sottovalutarsi benché gran parte dei vescovi bizantini non abbia mantenuto poi il solenne impegno di fedeltà dato al Papa, con la sottoscrizione della bolla d'unione. Il Concilio diede a fuori cardinali (Bessarione e Isidoro di Kiev) e 3 patriarchi di Costantinopoli di fede cattolica: Giuseppe II (morto durante il Concilio) e i suoi successori Metrofane e Gregorio Mammas; nelle Isole di Rodi, Creta, Cipro, nella città di Modon e altrove rimasero buoni gruppi di Greci fedeli all'unione sancita dal Concilio. L'unione degli Armeni in Caffa si sostenne fino alla strage fatta dai Turchi in questa città nel 1475. Sopra la fedeltà del patriarca copto si ha una testimonianza fino ai tempi di papa Niccolò V (1450). Ancora Callisto III (1455-58) e Pio II (1458-64) si mostravano fautori energici dell'unione conclusa in F., e trovavano almeno in una parte degli Orientali accoglienza favorevole. Il decreto dell'unione dei Greci rimase la norma dommatica delle unioni future dei Ruteni (1595-96), dei Romeni (1697), dei Melkiti (inizio del sec. XVII), ecc. Il Concilio Vaticano utilizzò questo decreto, ed il Concilio di Trento quello dell'Unione dei Copi nella questione del canone della S. Scrittura. Il decreto degli Armeni esercitò l'acume dei teologi cattolici che però non arrivarono nella interpretazione d'esso, e soprattutto della parte concernente i Sacramenti, ad un'unica opinione. E neppure, secondo Eithrith, il papa Pio XII voleva, nella sua cost. apostolica Sacramento Ordinis del 30 nov. 1947, mettere fine alla controversia teologica intorno al valore teologico di questo decreto. D'altra parte la costituzione mette in rilievo che nel Concilio di F. i Greci furono ammessi all'unità della Chiesa senza la condizione del cambiamento del loro rito dell'Ordinazione, che conosce soltanto l'imposizione delle mani senza la tradizione degli strumenti.
RAGIONAMENTI
DIM. AGNOLO FI
RENZVOLA