MARTIROLOGIO. - Catalogo dei martiri e dei santi disposto secondo l'ordine delle loro feste.
1. CONCETTO
1. Definizione. - Stando alla etimologia (μάρτυρ = testimone, martire, λόγες = discorso) M. significa narrazione riguardante i martiri (cf. can. 63 del VI Concilio di Costantinopoli, 680-81; Mansi, XI, 972; G. Penco, Note sui M., in Rivista liturgica, 38 [1951], 22-25, pensa che M. in origine indicasse le collezioni dei martiri riferiti da testimoni diretti). I martiri infatti hanno formato il nucleo primitivo del M. Quando in seguito nel M. entrarono anche gli episcopi, i confessores, poi la dedicatio e i conditores Ecclesiae, e quindi ogni celebrazione liturgica a data fissa, il concetto di M. prese un significato sempre più ampio. Allo stato attuale con H. Quentin (Les martyrologes historiques du moyen âge, Parigi 1908, p. 1) il M. può definirsi: «il libro degli anniversari dei martiri e, per estensione, dei santi in generale, dei misteri e degli avvenimenti che sono oggetto d'una commemorazione annuale nella Chiesa». Secondo il significato odierno, al termine M. corrisponde da vicino quello di sinassario dei greci (cf. H. Delehaye, Synaxarium Eccl. Constant., Bruxelles 1902, pp. II-V).2. Divisione. - Considerando puramente la forma esterna si possono distinguere due categorie di M.: quelli che si limitano ad elencare sotto certe date uno o più nomi di santi, con o senza indicazione topografica (M. o, meglio, calendari), e quelli che contengono, in più, narrazioni o particolari agiografici (M. storici). Tenendo conto, invece, del fattore della formazione, i M. si distinguono in locali e generali. I primi danno il catalogo delle feste d'una Chiesa o d'un gruppo di Chiese particolari (p. es., il Calendario Filocaliano e il Calendario di Cartagine); gli altri risultano, come il M. geronimiano, dalla combinazione di vari M. locali. Il territorio a cui si estendono può essere una provincia, una regione, metà dell'Impero o tutto quanto il mondo cristiano. Dai M. generali, con lo sviluppo dei latercoli, derivarono i M. storici, tanto cari al medioevo, che sono il fondamento dell'odierno Martyrologium Romanum.
II. NUCLEO PRIMITIVO DEL M.: I CALENDARI. - 1. Origine e formazione. - Dal culto dei martiri ebbero origine i calendari. A metà del sec. II Smirne celebrava l'anniversario di s. Policarpo (Martyrium Polycarpi, XVIII, 2; F. X. Funk, Opera patrum apostol., I, Tubinga 1881, p. 303); in Africa la pratica è attestata da Tertulliano (m. nel 222: Habes [christianae] tuos; De corona, cap. 13; PL 2, 96) e da s. Cipriano (m. nel 258), che oltre ai martiri raccomanda di tener nota dei confessores, gli eroi della fede, i quali, pur non avendo sparso il sangue, nel
merito e nella venerazione sono equiparati dopo morte ai veri e propri martyres (Capriano, Epist., 37, 2: PL 4, 328; cf. s. Gregorio, Ad episc. Alexandriae [a. 598], in MGH, Epistolae, II, p. 28). Si vide perciò la necessità di tenere ben fisse le date delle varie ricorrenze e ne nacque il calendario, nella sua forma e struttura più semplice: giorno e nome del santo, e per le città, come Roma, dove esistevano più coemeteria, anche l'indicazione del luogo della sinassi. Il calendario è, quindi, un documento a carattere liturgico.
Cinque elementi concorsero alla formazione del calendario: 1) gli anniversaria martyrum, cioè il loro dies natalis o natalicium (giorno della morte o «nascita» al cielo), la depositio (giorno della sepoltura), la memoria (ricordo del martire), da ultimo la translatio delle reliquie. 2) Gli anniversaria episcoporum. Era naturale che le comunità cristiane custodissero con pietà filiale la data di sepoltura dei loro padri nella fede, e li iscrivessero nei fasti della propria Chiesa. A Roma martyres ed episcopi sono elencati in duplice lista. Di due liste distinte parla Sozomeno per le città di Gaza e di Maluma, che, anche dopo la fusione in un'unica sede sotto Giuliano (361-63), continuarono a celebrare separatamente i dies festos dei propri martiri e le commemoraciones dei vescovi (Hist. eccl., I. V., cap. 3: PG 67, 1222). I due cataloghi distinti, però, non durarono a lungo e finirono per fondersi. Se ne può scorgere un indizio nella mutua relazione che c'è tra le due depositiones romane, dove papa Sisto II non è ricordato nella depositio episcoporum perché già elencato tra i martiri. Più chiara traccia si ha nel titolo del Calendario di Cartagine (sec. IV): Hic continentur dies natalicium martyrum, et depositiones episcoporum, quae Ecclesia Cartagenis anniversaria celebrant. 3) La dedicatio Ecclesiae: elemento entrato nel sec. IV. La più antica testimonianza si trova nella Peregrinatio di Eteria (sec. IV) per la dedicazione della basilica sul Golgota: Dies encaeniarum appellantur quando sancta Ecclesia quae in Golgotha est, quam martyrium vocant, conscruta est Deo. L'anniversario della dedicatio entrava nel calendario o con la chiara indicazione della dedicazione o, più spesso, come festa del titolare. 4) Memoria del conditor ecclesiae e dei benefattori. Nei documenti più antichi il nome del fondatore è generalmente seguito dall'espressione tituli conditor, che serve ad individuarlo. Così nel M. geronimiano al 14 ag.: Ensebii tituli conditoris. Ma più spesso questa indicazione manca e ciò accresce la difficoltà di distinguere il conditor da un santo. 5) I confessores. Passate le persecuzioni, quando confessor, da eroe della fede (martire senza effusione di sangue) passò ad indicare l'eroe della virtù (= martirio spirituale = asce) ed i confessores trovarono posto nella liturgia, i calendari locali ne fissarono il nome nei loro fasti, completando così la serie degli elementi fondamentali del calendario liturgico.
2. Principali calendari. - a) Cronografo del 354. - FILOLOGIA (v.), lapicida di papa Damaso (m. nel 384), mise insieme, nel 354, una diecina di documenti storico-cronologici che da lui prendono il nome. Tra essi due liste di martiri e papi venerati a Roma e designate col titolo di Depositio martyrum e Depositio episcoporum. I due documenti formano un tutt'uno, il Calendario di ricorrenze festive della Chiesa romana nella prima metà del sec. IV. Attraverso queste liste i fedeli di Roma erano informati del giorno e del luogo in cui la Chiesa prestava ad un martire il culto ufficiale. Lo scopo pratico fece preferire l'ordinamento per mesi e giorni, come nelle analoghe liste compilate per altre comunità. La Depositio martyrum ha 24 latercoli e nomina 52 martiri. Comincia col 25 dic.: Natus Christus in Bethlehem Judaeae, e questa con quella del 22 febbr.: Natale Petri de cathedra sono le due sole feste che costituiscono un «fuori posto» nel Calendario, dove sono elencati solo feste di martiri. Constatazione che indusse il De Rossi, seguito dal Mommsen ed altri, a denominare la Depositio: feriale ecclesiae Romanae. Vi sono ricordati martiri di Roma, Africa, Albano e Porto non anteriori al sec. III. Il più antico nominativo romano di data certa, è papa Callisto (m. nel 223), dei non romani Perpetua e Felicia (m. nel 203). La Depositio episcoporum contiene l'elenco dei vescovi di Roma del
sec. III-IV con l'indicazione del luogo dove si celebrava la sinassi liturgica. La lista di 12 nominativi è completa da Lucio I (m. nel 254) a Giulio I (m. nel 352). Manca Marcello, che al 16 genn. è sostituito da Marcellino. La compilazione può fissarsi al periodo 335-36 perché l'ultimo pontefice regolarmente elencato al proprio posto è Silvestro (m. nel 335), mentre Marco (m. nel 336) e Giulio I (m. nel 352) fanno eccezione, essendo posti per ultimi. Il ritrovamento in loco nel cimitero di Callisto delle iscrizioni di alcuni papi hanno confermato l'esattezza della Depositio.
In ambedue le liste le indicazioni sono ridotte al minimo: giorno del mese, nome del papa o del martire, luogo della sepoltura (in genitivo, dipendente da depositio). Quando due notizie vanno sotto uno stesso titolo, l'ordine è invertito, l'indicazione cimiteriale precede i nomi dei martiri. I nomi non portano distinzione, né indicazione della morte, salvo tre. Tutti elementi che ritorneranno costantemente negli elogia dei M. sia pure sviluppati da successive addizioni (cf. R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della Città di Roma, I, Roma 1942, pp. 1-28; C. Kirch, Enchiridion fontium hist. eccl., Friburgo in Br., nn. 543-44).
b) Calendario di Cartagine. - Nel 1682 J. Mabillon scoprì nella Biblioteca di Cluny il manoscritto di questo Calendario e lo pubblicò l'anno stesso nel vol. III dei Vetera analecta. Il manoscritto, dal Mabillon giudicato «septimo saeculo non inferior», andò perduto. Per buona sorte l'edizione mabilloniana sembra una riproduzione molto servile dell'originale, perché ne riproduce anche i difetti, corretti poi dal Duchesne (Martyr. Hieronymianum, pp. LXX-LXXI). È un vero e proprio calendario locale; perché i santi estranei a Cartagine che vi sono elencati sono stati fatti propri e quindi rientrano nel numero dei santi locali. La redazione del Calendario va posta dopo il 505, come si rivela dalla lista dei vescovi di Cartagine. È un documento di fonte cattolica (non donatista). Il testo incomincia con il 19 apr. e finisce con il 16 febbr. Mancano 9 settimane, volutamente lasciate libere perché occupate dalla Quaresima, durante la quale le feste dei martiri, come le nozze e i dies natalicii degli imperatori, erano proibiti (Sinodo di Laodicea del 360, cann. 51, 52). Le notizie dei martiri corrono insieme con le Depositiones episcoporum. Come nelle rispettive feste romane i latercoli recano prima il giorno del mese, poi il nome del santo in genitivo, però mentre le liste romane aggiungono l'indicazione topografica della sepoltura, la cartaginese no. Ciò significa che a Roma il culto si svolgeva sulle tombe dei martiri, a Cartagine nelle chiese. Inoltre, mentre nella depositio romana i martiri sono registrati senza distinzione di titolo, il Calendario cartaginese distribuisce le prerogative di sanctus, o martyr, o anche sanctus martyr.
Il Calendario cartaginese conta 81 giorni festivi con 45 feste di martiri, 10 feste di santi non martiri, 8 depositiones episcoporum. Ha 18 martiri non africani e un numero imprecisato di martiri non cartaginesi. Notevole la presenza di 9 martiri romani, di cui tre non registrati a Roma. La provenienza dei santi è raramente indicata, ma in parte può individuarsi. Son rappresentate Roma, Napoli, Milano, la Spagna, Noviodunum, Calcedonia, varie provincie africane. C'era dunque tra Cartagine e le provincie un vero scambio di culto di martiri. La mancanza delle celebri martiri Perpetua e Felicia (7 marzo) permette di dedurre che il cartaginese è incompleto. Ma anche così esso rappresenta un documento di primaria importanza. Mostra, tra l'altro, alcune leggi costanti nella storia eortologica, come: l'aumento delle feste secondo determinati principi, l'adozione da parte della metropoli di feste delle province, l'annotazione del dies depositionis dei vescovi, il concetto di martirio diventato sempre più elastico, l'introduzione dei santi biblici come martiri.
c) Calendario di Carmona. - Inciso grossolanamente su una colonna di marmo, che si trova presso la chiesa di S. Maria Maggiore di Carmona (Siviglia). G. Bonsor, che lo scoprì nel 1909, l'assegnò alla fine del sec. V. Natale, VIII hal. ian., a s. Giovanni Battista VIII hal. iul., esattamente sei mesi. Ciò ha fatto supporre che l'altra metà del Calendario doveva continuare in una seconda colonna. L'ordine e il numero delle
feste è quello che potremmo supporre nella prima metà del sec. VII. Il latercolo di Natale ha la stessa formulazione rimasta nel M. romano. Nativitas D. N. J. C. secundum carnem (cf. H. Delehaye, Le Calendrier lapidaire de Carmona, in Anal. boll., 31 [1912], pp. 319-21; J. Vives, Inscripciones cristianas de la España romana y visigoda, Barcellona 1942.
d) Calendario di Napoli. — Composto tra l'847 e l'877, scolpito su due lastre di marmo, ognuna delle quali contiene sei mesi. In origine erano plutei della chiesa di S. Giovanni Maggiore in Napoli, e sono conservati nella cappella dell'arcivescovado. Il Calendario non era documento ufficiale della chiesa napoletana, ma doveva servire per i fedeli. Ha carattere ibrido: il redattore ebbe davanti due liste non anteriori al sec. VIII, una latina e l'altra greca, le uni insieme e integrò, creando un calendario composito, che risponde allo stato etnico, religioso, culturale e alla prassi liturgica bilingue della città di Napoli nel sec. IX. La parte greca è preponderante, perché ha colmato i molti vuoti lasciati dal Calendario latino. Il « marmoreo » resta un documento di un tempo e di una città in cui fiori graeca latinae pars sacerdotalis e in cui i laici simul cum clericis assidue communi prece graece latineque psallunt Deo (cfr. D. Mallardo, Il Calendario marmoreo di Napoli, Roma 1947; A. Ferrua, Note sul testo del « Calendario Marmoreo » di Napoli, in Miscellanea Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 135-67).
e) Altri calendari occidentali di particolare interesse sono: Il Calendario di Echternach (Bibl. m.z. di Parigi, ms. 10837, ff. 34-41), scritto tra il 702 e il 706 per il monastero di Echternach, opera di un monaco anglosassone (Ed. H. A. Wilson, The Calendar of st. Willibrord, Londra 1918). Il Calendario Irlandese, della prima metà del sec. IX (cod. Augiensis CLXVII già dell'abbazia di Reichenau, ora alla Biblioteca di Karlsruhe). Il Calendario di « Frontone » (British Museum, fondo Herleien, ms. 2797). È un Calendario annesso ad un evangelario della seconda metà del sec. IX, appartenuto all'abbazia di S. Genoveffa di Parigi. Giovanni Fronteau (m. 1662) lo pubblicò a Parigi nel 1652. I Calendari di Montecassino: tre, pubblicati nel 1908 da M. E. A. Loew (Die ältesten Kalendariens aus Monte Cassino, Monaco 1908); e poi analizzati minutamente da G. Morin: Les quatre plus anciens calendriers du Mont Cassin (VIIe et IXe siècle), in Rev. bénéd., 25 (1908), pp. 486-97; sono inoltre da ricordarsi i calendari pubblicati da D. Férotin in Le liber Ordinum en usage dans l'Église visigothique et mozarabe d'Espagne du Ve siècle, Parigi 1904, pp. 448-97 e da G. Morin, Liber comicus sive lectionarius Missae quo Toletana ecclesia ante annos mille et ducentos utebatur, Maredsous 1893, pp. 11-XI, 393-405, e in Une liste des fêtes chômées à l'époque carolingienne (Rev. bénéd., 19 [1903], pp. 352-56).
f) Calendario d'Ossirino. — Conservato in un papiro del British Museum. Dagli editori Grenfell e Hunt fu assegnato al 535, data confermata dall'esame interno. Si tratta di un elenco delle feste della Chiesa di Ossirino dal 23 paopi (23 ott.), secondo mese dell'anno egiziano. Il grande numero di chiese e monasteri nominati fa pensare che Ossirino al principio del sec. VI fosse una specie
di città santa. Nei cinque mesi, di cui consta il Calendario, sono ricordate 25 chiese dedicate alla S.ma Vergine agli arcangeli Michele e Gabriele, a s. Giovanni Battista, s. Zaccaria, s. Giovanni evangelista, s. Pietro, s. Febaramone, celebre e veneratissimo in Egitto. Fuori Quaresima le sinassi si celebrano solo la domenica, il « giorno di penitenza » e nelle feste dei santi. La solennità di quest'ultimi non si prolunga mai più di due, tre o quattro giorni (cf. Grenfell e Hunt, The Oxyrhynchus Papyri, XI, Londra 1925, p. 32 sgg.; H. Delehaye, Le Calendrier d'Oxyrhynchus pour l'année 535-36, in Anal. boll., 42 [1924], pp. 83-99).
g) Calendari di Alessandria e d'Antiochia. Sono ricostruzioni, il primo di N. Nilles (Calendrier de l'Église copte d'Alexandrie, in Revue de l'Orient chrét., 2 [1897], pp. 307-39; DACL, VIII, coll. 654-57) e dà un'idea approssimativa di quel che poteva essere il Calendario della Chiesa di Alessandria al principio del sec. VI. Il secondo fu tentato, con minor successo, da A. Baumstark per la Chiesa di Antiochia (Das Kirchenjahr in Antiochia zwischen 512 und 558, in Römische Quartalschrift, 12 [1898], pp. 31-65; 13 [1899], pp. 305-23).
h) Calendario gotico. — Semplice frammento contenente una lista di feste dal 23 ott. al 30 nov., conservato in un manoscritto dell'Ambrosiana (Ambrosiana AS. 36 sup.). Calendario locale, portato dalla Tracia dagli Ostrogni, simile al cronografo del 354. Su 38 giorni, 31 sono vuoti e gli altri sette occupati da anniversari interessanti i Goti. È chiara, nella scelta, la professione di fede ariana; il Calendario è però traduzione d'un esemplare greco (DACL, VIII, col. 658-61).
III. M. GENERALI. — Dai Calendari ai M. generali, come s'è visto, il passo è breve. Il più antico rappresentante è il:
1. M. siriaco. — Il manoscritto (British Museum ms. add. 12150, fol. 251v-254v) è datato da Edessa (Mesopotamia), mese di Tifrì secondo a. 723, corrispondente al nov. 411. Ma questa non è che la data della traduzione in siriaco; l'originale greco, secondo il Nau, non sarebbe stato altro che il M. di Nicomedia tra il 360 ca. e il 411.
Il lavoro ha carattere privato e la traduzione siriaca si presenta molto infelice. Il copista ora ha abbreviato l'originale, ora l'ha aumentato o mescolato con altri calendari; per l'intero mese di luglio, rimangono solo tre feste, aggiunte in seguito.
Il titolo reca: Nomi dei nostri signori (cf. il medievale domus) martiri (sir. mandajá, cioè « confessori », nel senso originale) e vittoriosi, coi giorni nei quali conseguirono la corona. Seguono i nomi dei santi divisi in due classi: la prima con i martiri dell'Impero romano e l'indicazione del mese e del giorno dal 26 dic. al 23 nov.; la seconda i santi di Babilonia e della Persia raggruppati in triplice serie, secondo l'ordine gerarchico: vescovi, preti, diaconi, senza riguardo al Calendario e senza indicazione di anniversario. La prima lista è separata dalla seconda dalla rubrica: Qui finiscono i confessori dell'Occi-

(da A. Silvagni, Nonumenta epigraphica christiana, IV Napoli, Città del Vaticano 1911, inv. 1)
eccetto Nisibi ed Edessa).
L'importanza del M. siriaco sta nella sua antichità,
nella universalità e nelle strette relazioni con il M. geroni-
miano. Non è certo che Eusebio abbia composto un cata-
logo di martiri, ma il Siriaco potrebbe costituire proprio
l'indice onomastico, in ordine cronologico, di opere consa-
crate da Eusebio ai martiri, ora perdute. Fra esse era una
«raccolta di antichi martiri», espressione che nel Siriaco ri-
torna 11 volte. È anche sintomatico che nel codice esso
venga subito dopo il De martyribus Palaestinae dello
stesso Eusebio. Senza dubbio l'autore si è servito delle
opere eusebiane, ma facendovi, lui o altri, aggiunte e in-
terpolazioni, prima che il manoscritto fosse tradotto in
siriaco (H. Achelis, Die Martyrologien, Berlino 1900, p. 61).
Eusebio stesso vi si trova elencato al 30 maggio. Il com-
pilatore ha messo a profitto anche i calendari delle diverse
Chiese: questo spiega perché molte regioni e città del-
l'Impero romano vi siano rappresentate: Roma, l'Africa,
l'Illirico, la Trscia, la Grecia, la Scizia, quasi tutte le
provincie dell'Asia Minore, spesso Antiochia e Cesarea
di Palestina, la Cilicia, l'Egitto. V. Buck, per primo,
segnalò la stretta parentela tra il Siriaco e il Geronimiano
(Acta SS. Octobris, XII, 185). Secondo lui, ciò si spieghe-
rebbe col fatto che il redattore franco del Geronimiano
avrebbe avuto sott'occhio una traduzione latina del Me-
nologio siriaco; il Duchesne, invece, crede che il Siriaco
sia un compendio del Geronimiano per la parte relativa
all'Impero romano. È certo che il Siriaco entra tutto nel
Geronimiano. Basti dare uno sguardo alle tavole compara-
tive del De Rossi-Duchesne (Martyrologium Hieronymia-
num, pp. LII-LXV). Il latercolo del 6 giugno: Alexandriae,
presbyter Arius ha fatto congetturare al Duchesne che
il M. sia di fonte ariana. L'idea fu ripresa da K.A.H.
Kellner (L'anno ecclesiastico e le feste dei santi, Roma 1906)
che vi imbasti tutto il capitolo dedicato al Siriaco, pp. 302-
311 (Il Calendario santorale ariano del IV sec.). Non pare
che la cosa poggi su serio fondamento (Cf. F. Nau,
op. cit.: PO 10, 9 nota 3). Il nome di Ario era comune
in Oriente e può trattarsi non dell'eretico ma d'un omo-
nimo, forse un martire (F. Nau, ibid., 10, 17, nota al 6
luglio).
2. M. geronimiano. - a) Origine. - L'archetipo
del M. siriaco (s. IV) è stata la fonte principale del
cosiddetto M. geronimiano. Nella prima metà del
sec. V, infatti, quel testo greco fu tradotto in latino
da un clericus dell'Alta Italia e combinato con docu-
menti occidentali della stessa natura.
La denominazione di geronimiano è nata dalle due
lettere, che stanno in testa alla sua opera. Nella prima
i due vescovi veneti, Cromazio ed Eliodoro, chiedono a
s. Girolamo che voglia far lo spoglio del famosissimum
feriale di Eusebio e mandar loro la lista delle feste dei
martiri. Nella seconda risponde s. Girolamo che i nomi
sono tanti (da 500 a 800 al giorno) da costringerlo ad in-
viare solo la piccola raccolta che seguiva. Ma i critici
sono unanimi nel negarne l'autenticità. L'ignoto clericus
si è valso del nome di Girolamo per accreditare la sua
opera (cf. Duchesne, Martyrologium Hieronymianum, in
Acta SS. Novembris, II, Prolegomena, p. 1).
Il Geronimiano resta un prezioso anonimo. Che il
compilatore vivesse nella regione tra Milano ed Aquileia
non pare dubbio, tra l'altro, per la perfetta conoscenza
dei vescovi del IV e V sec., tanto da indurre l'Achelis ad
assegnargli senz'altro per origine Aquileia. Quanto alle
fonti, il Duchesne ne indica tre principali: a) il Crono-
grafo romano del 354 che ha fornito tutto quel che passa
sotto la rubrica Romae (cf. A. Urbain, Ein Martyrologium
der christlichen Gemeinde zu Rom am Anfang des V. Jahrlun-
ders, Lipsia 1901); b) il M. orientale, che dà informazioni
fin oltre la metà del sec. V (è ricordato l'anniversario della
morte di Simone Stilita, m. nel 459); c) un M. generale
africano del sec. IV, che ha fornito i nominativi indicati
sotto la rubrica in Africa, nomi e gruppi appartenenti a
quella regione.
2) La «recensio» Italica era stata preparata per uso li-
turgico e più esattamente per esser letta ogni giorno alla
Messa, come un supplemento ai dittici. Non si sa
se in liturgia sia stato usato mai; nel corso del sec. VI
si trova il M. geronimiano come libro d'edificazione nei
monasteri. Nel 541 Cassiodoro (m. nel 562) lo consiglia ai
suoi monaci (De inst. divin. lect., cap. 32: PL 70, 1147).
Nel 598 s. Gregorio Magno ne parla chiaramente scri-
vendo ad Eulogio, patriarca d'Alessandria (Ep., I. VIII,
cap. 29: PL 77, 931). 3) La «recensio» Gallicana. Nel
secc. VII-VIII il M. geronimiano sparì completamente dalle
Chiese d'Italia. Fortunatamente verso la fine del sec. VI
(prima del 603) era entrato nelle Galilee e prima ad Au-
xerre. Dal manoscritto di Auxerre provengono tutti gli
altri. La necessità di adattamenti per le chiese locali portò
ad aggiunte che hanno permesso agli eruditi di seguire le
varie tappe percorse dai manoscritti al di là delle Alpi.
I documenti sono stati raggruppati per famiglie secondo le
varie caratteristiche addizionali. Il Duchesne (Les sources
du Martyrologe hiéronymien, in Mélanges d'archéol. et
d'hist., 5 [1885], pp. 149-50), ne distingue tre: 1. famiglia:
Echternach (Bibl. naz. di Parigi, ms. lat. 10837). Il mano-
scritto pare sia stato scritto da un compagno di s. Willi-
brordo, fondatore di Epternach. Rappresenta lo stato del
Geronimiano al principio del sec. VII. Contiene già parec-
chie liste di santi francesi specialmente di Lione, Autun
e Auxerre. 2. famiglia: Berna (Bibl. di Berna, ms. 289).
Il manoscritto è della fine del sec. VIII e fu scritto per un
monastero di Metz. L'esemplare da cui deriva era stato
fatto per Bourges, come dimostrano le feste proprie
di quella Chiesa. Al manoscritto di Berna si avvicina il
frammento di Lorsch (Vat. Palat. 238), dell'VIII o IX sec.,
il quale aggiunge qualche nota storica presa dagli atti
dei martiri. 3. famiglia, caratterizzata da dedicazioni di
chiese e da numerosi santi francesi del sec. VII, comprende
i M. dell'ovest della Francia (Neustria), il Corbejense
negus (Bibl. naz. di Parigi, ms. lat. 12410) dell'inizio
del sec. XII, con particolari feste di Corbie, d'Amiens e
regioni finitime, ed anche tre vescovi d'Evreux; il Se-
nonense (il ms. metà alla Bibl. naz. di Parigi, ms. nouv.
acq. lat. 1604, metà alla Vaticana, Reg. 567), frammento del
sec. X con santi propri di Bayeux ed Avranches; la sotto-
famiglia di Fontenelle (archetipo scritto ivi prima del
756) rappresentata dal manoscritto di Welfenhüttel (fondo
di Weissenburg) scritto nel 772, e dai due manoscritti di
Lucca (Bibl. capitolare n. 618 e Bibl. comunale n. 428).
Di quest'ultimo si servì il Fiorentini per la sua edizione.
b) Contenuto. - Dopo le due lettere apocrife, il Geroni-
miano reca un indice delle feste degli Apostoli sparse nel
m.: ss. Pietro e Paolo (29 giugno), s. Andrea (30 nov.)
s. Filippo (solo, 1° maggio), s. Tommaso (21 dic.), s. Gia-
como (25 luglio), s. Bartolomeo (24 ag.), s. Matteo (21
sett.), ss. Simone e Giuda (28 ott.); s. Paolo è ricordato
tre volte: al 25 genn. la translatio invece della conversio,
all'8 febbr. la depositio, all'8 dic. l'inventio; s. Giacomo
è celebrato assieme a s. Giovanni al 27 dic. Il 24 giugno
dopo la nativitas di s. Giovanni Battista è indicata la
dormitio di s. Giovanni evangelista.
Queste particolarità, secondo il Duchesne, avvi-
cirano più al rito gallicano che al romano. Lo stesso vale
per le feste del Signore e della Madonna. Natale al 25 dic.,
al 1° genn. la Circoncisione invece dell'octabas Domini,
come nel feriale romano, al 6 genn. l'Epifania, al 18 genn.
la depositio beatae Mariae e la Cathedra S. Petri in Roma,
ambedue d'origine gallicana, al 2 febbr. la Purificazione,
al 25 e 27 marzo Passione e Risurrezione del Signore,
al 1° maggio inizio della predicazione di Gesù, al 3 in-
ventio S. Crucis, 15 ag. Assumptio B.M.V., 8 sett. Nati-
vità, 14 sett. Exaltatio S. Crucis. Quanto ai santi, ogni
giorno ne sono elencati un numero considerevole. La
serie è spesso chiusa da una cifra globale indicante i
nomi tralasciati, per es., al 27 genn. in Africa XLIV

Nel manoscritto di Berna si trovano qua e là accenni a passiones o annotazioni a carattere storico. Per es., al 27 dic. s. Giacomo è dato come vescovo di Gerusalemme e martirizzato durante le feste di Pasqua. A parte le liste gallicane, facilmente riconoscibili, il « centone geronimiano » come lo chiama il De Rossi (Roma sotterranea, II, p. XII) aggrava le oscurità dei M. locali o generali, per l'ignoranza dei copisti che spesso hanno male interpretato il modello, confuso i limiti che separano un giorno dall'altro, introdotte letture bizzarre, per l'inserzione nel testo di note marginali e, infine, per la mancanza di discernimento da parte dello stesso redattore nell'utilizzare le fonti.
Ma il problema più grave è quello delle ripetizioni causate da distrazione del copista o dalla giustapposizione di documenti vari. Santi o gruppi di santi vi figurano a due, tre, quattro, fino a sette o dieci volte, sia allo stesso giorno (come al 23 dic. che riporta una doppia lista di papi) sia in giorni diversi. Pur con tutte le sue deficienze il Geronimiano rimane un documento di primissima importanza, « principium et fons » di tutta la letteratura martirologica (Duchesne).
24 (1898), pp. 289-337, al quale rispose ampiamente il Duchesne A propos du Martyrologe hieronymien, in Anal. boll., 17 (1898), pp. 421-44; H. Delchaye-H. Quentin, Commentarius perpetuus in Martyr. Hieronymianum, in Acta SS. Novembris, II, Bruxelles 1931. Studi particolari: J. P. Kirsch, Die Berner Handschrift des Martyrol. Hieronymianum, in Römische Quartalschrift, 31 (1924), p. 113 agg.; L. Duchesne, Sur le martyrologe dit de st Jérôme, in Miscell. geronimiana, Roma 1920, pp. 219-26.
IV. M. STORICI. - Quando il Geronimiano entrò nell'uso liturgico, il suo scheletrico elenco di nomi non appagò più, ed i latercoli furono rivestiti di dettagli agiografici presi dalle diverse fonti letterarie ecclesiastiche, ma soprattutto dalle passiones, che fecero da legame tra il Geronimiano e i cosiddetti M. storici. Questi possono dividersi in: 1. Gruppo inglese; 2. Gruppo lionese; 3. M. di Usuardo.
1. Gruppo inglese. - Il più antico rappresentante è il M. di Beda (m. nel 735). I manoscritti si suddividono in due famiglie. La prima, che ha come erponente il manoscritto di S. Gallo 451, non presenta aggiunte all'archetipo; la seconda ha già parecchie interpolazioni introdotte per colmare i giorni vuoti. Le notizie di carattere storico sono 114, oltre ad un discreto numero di notizie brevi (specie nella seconda famiglia), che riducono i giorni vuoti a 187. Le fonti di Beda sono di tre specie: agiografiche, come vite, passioni, miracoli; letterarie, specie Eusebio, s. Girolamo, s. Gregorio di Tours, Liber Pontificalis; M. geronimiano, nella recensione dell'Epternacensis. In tutto una cinquantina di passioni e una dozzina di scrittori ecclesiastici. Le date assegnate ai santi sono fissate con prudente discernimento; generalmente combinano con il Geronimiano, con il Sinassario greco e con i libri liturgici. Un sommario del M. di Beda è il cosiddetto M. d'Achéry. Si tratta d'una composizione poetica su un certo numero di santi, pubblicata da Luca d'Achéry (m. nel 1685 [PL 94, 603-606]). L'opera è certamente di origine inglese; anzi per un certo tempo fu ritenuta dello stesso Beda. È della prima metà del sec. VIII (744) e sembra un semplice calendario obituario della Chiesa di York o del monastero di Ripon. Altri due M. di minore interesse, derivano del M. di Beda: il M. di Rabano Mauro (m. nel 856: PL 110, 1122-88) e lo psendo-Floro (PL 94, 799-1148).
2. Gruppo lionese. - Assai maggiore è l'importanza del M. lionese (Bibl. naz. di Parigi, 3879), segnalato per primo da H. Quentin. È del sec. IX e fu usato nel Velay. Sostanzialmente è il M. di Beda, con aggiunte e sviluppi, che han ridotto i giorni vuoti a 129. Un numero rilevante di santi spagnoli aveva fatto pensare in un primo tempo che si trattasse di un manoscritto di Beda passato per la Spagna. Un esame più accurato dei documenti ha portato all'ipotesi più verosimile che il redattore abbia avuto sott'occhio un « passionario » spagnolo.
Le fonti sono le stesse di Beda e del Geronimiano. L'assegnazione delle date è meno precisa che in Beda, ma non arbitraria. In genere l'autore segue il Geronimiano e le Passioni. Che la patria del M. sia Lione, ne fan fede le notizie di santi francesi, di cui due terzi appartenenti a questa città. La composizione va posta prima dell'866.
Autore d'un M. importante è Floro (m. ca. 860), diacono di Lione. La sua informazione è più abbondante dei precedenti, alle fonti dei quali bisogna aggiungere la Hist. eccles. di Eusebio continuata da Rufino, il De civis illustribus di s. Girolamo, la Chronica di Beda, s. Cipriano, Cassiodoro. Il ricorso alle fonti è fregiante. Si sente una mano esperta di letteratura ecclesiastica. Le date dipendono naturalmente dalle fonti e quando queste tacciono il redattore cerca di stabilire come può. Dei nove mss. che lo contengono, sei sono lionese e vanno posti tra l'866 e l'857. Del M. di Floro si servì Adone (m. 875) per redigere un suo M. è conservato in molti mss. ed ha avuto parecchie edizioni (PL 123, 143-438). Le notizie sono spesso lunghissime e presentano larghi passi, presi dalle fonti letterarie.
I mss. si dividono in due grandi famiglie (cf. Quentin, op. cit., pp. 466-68). La prima, seguita da L. Lippomano
(1554), Mosander (1581 e 1586) e E. Rosweyde (1613), presenta quest'ordine: prefazione di Adone, Parum Romanum (raramente), una seconda prefazione di s. Agostino (Contra Paustum, 20, 21: PL, 42, 384), l'inno Aeterna Christi munera (non sempre), prima parte del M. (che comincia con la vigilia di Natale), estratto di una prefazione in versi di Floro, note sui papi, riguardanti le Costituzioni loro attribuite dal Liber Pontificalis; infine, in alcuni mss., una serie di aggiunte consacrate a vescovi e santi di Vienne. La seconda famiglia è più semplice, cioè prefazione di s. Agostino e testo del M. con aggiunte di santi d'Auxerre e del M. di Usuardo.
Dal lato critico il M. di Adone è il più vulnerabile di tutti i M. storici. Per una stessa notizia Adone si serve talora di parecchie fonti, spesso aggiunge dettagli arbitrari. Le notizie prese dal Nuovo Testamento, specie dagli Atti, sono manipolate con molta libertà. La concordanza con il Sinassario e con il Geronimiano non c'è più, si trovano nomi nuovi, date spostate, grande abbondanza di indicazioni topografiche. Nella prefazione Adone afferma d'aver utilizzato anche un venerabile perantiquum martyrologium, mandato ad Aquileia dal Papa ad un vescovo. Questo documento pubblicato nel 1613 da Eriberto Rosweyde (m. 1629) e da lui chiamato Parum (in luogo di vetus Romanum (PL 123, 143-178) è stato oggetto di discussioni e diverso apprezzamento da parte dei critici. Du Sollier (Acta SS. Iunii, VI, ed. Parigi 1867, pp. xviii-xxxv e de Buck, Recherches sur les calendriers ecclésiast., Bruxelles 1877, p. 12) lo assegnano al 740. De Rossi (Roma sotterranea, II, XXVII) e Achelis (Die Martyrologien, p. 112) lo dicono contemporaneo di Beda, Dufourcq (Etude sur les gesta martyrum, rom., p. 372) lo mette alla prima metà del sec. VII (608-58), Duchesne tra la fine dell'VIII e il principio del sec. IX (Lib. Pont., I, p. CXXVI). Il Quentin lo ritiene una composizione posteriore all'848 (Les martyr. historiques, p. 410). Il Parum Romanum contiene 525 latercoli di cui 120 propri e il resto derivanti da Floro. Di questi il redattore del Parum ne ha spostati 51, per la necessità, il più delle volte, di colmare dei vuoti.
L'autore si ispira alle fonti letterarie dei suoi predecessori, ma è chiara la preoccupazione di retrocedere le date quando si tratta di santi romani e di evitare i santi troppo recenti o di carattere locale per non nuocere all'aspetto antico e romano del M. Infine il Quentin (op. cit., pp. 654-63) ha dimostrato che il Parum è una composizione adoniana, spacciata dall'autore come d'antica data, probabilmente per dare più credito alle affermazioni della sua opera maggiore e ecclissare tutti i concorrenti. Dasti confrontare nei due documenti le narrazioni delle passiones, il modo di utilizzare gli scrittori ecclesiastici e i cambiamenti di data. Il Parum è perciò « falso », e l'opera di Adone perde di valore; il suo M. non è che una rimanipolazione ampliata del M. di Floro fatta a Lione (lo provano i numerosi riferimenti a quella città) nel decennio 850-859. Da Adone derivano i M. di Usuardo e di Notkero Balbulo, monaco di S. Gallo (m. 912), il M. Farfense (sec. XI, edito da A. I. Schuster, in Revue bénéd., 36 [1909], p. 433, sgg.), Ermanno Contratto (m. 1054), e la recensione adoniana usata dal Mabillon e dal Giorgi (1745).
3. M. di Usuardo. - In una lettera all'imperatore Carlo il Calvo (875-77), Usuardo, benedettino di St-Germaindes-Près (m. 877), dice d'essere stato indotto a compilare il suo M. per correggere quel che aveva trovato d'imperdetto negli altri; la redazione risale perciò verso l'875, cioè poco dopo l'opera di Adone. Con lui il M. storico raggiunge la sua perfezione: non ha più giorni vuoti, come in Beda e Floro, né lungaggini, come in Adone; il numero dei santi sale da 800 (Adone) a 1170, di cui 300 sono semplicemente menzionati, il resto con notizie ridotte. Usuardo afferma d'aver preso tutte le indicazioni nel M. geronimiano, di Beda e di Floro. Quest'ultimo ha suscitato delle difficoltà perché, di fatto, Usuardo richiama il M. di Adone, non quello di Floro. Il Quentin pensa che l'espressione debba intendersi nel senso che Usuardo compendia e completa il testo dell'edizione di Adone, ritornando in qualche modo all'edizione di Floro, dal quale Adone dipende.
Il M. di Usuardo ebbe larga e rapida diffusione che aumentò con l'invenzione della stampa. Nel 1475 uscì la grande edizione di Lubecca, seguita cinque anni dopo (1480) da quella di Utrecht. Il Martyrologium secundum morem Romanae curiae, stampato a Parigi (1521) dall'agostiniano Belino di Padova, non è che un M. usuardino corretto. Alla fine del sec. XVI era adottato in quasi tutte le chiese, comprese le basiliche romane. Nel 1568 apparve a Lovanio la splendida edizione di Giovanni Molano con il titolo: Usuardi martyrologium quo Romana ecclesia ac permultae aliae utuntur. Del M. di Usuardo rifatto da Francesco di Messina (M. 1575), assai diffuso nel sec. XVI, fu invece proibita la lettura, pubblica e privata, per le arbitrarie alterazioni del testo (G. Mercati, Lettera del card. Santoro). Il Martyrologium sanctae Romanae ecclesiae usui in singulos anni dies accomodatum auctore Galesino (Milano 1578) era zeppo di errori.
BIBLI: H. Quentin, Les martyrologes historiques du moyen âge, Parigi 1908; G. Mercati, Lettera del card. Santoro contro l'uso in chiesa del M. del Marcolico, in Opere minori di Giovanni Mercati, III, Città del Vaticano 1946, pp. 363-67.
V. « MARTYROLOGIUM ROMANUM ». - Nel 1580 Gregorio XIII affidò al card. Guglielmo Sirleto (1514-85) l'incarico di preparare un'edizione del M. romano. Della commissione appositamente nominata facevano parte Silvio Antoniano (m. nel 1603), Cesare Baronio (m. nel 1607), che ebbe la parte principale, Lodovico de Torres, Luigi Giglio (Lilius) che compose la tabella temporaria, l'explicatio... ad pronuntiationem lunae e la tabella delle lettere in capo a ciascun giorno, Pietro Chacon (m. nel 1581), toletano, già membro della commissione per la riforma del calendario, Gerardo Vossio (Vossius), belga, noto editore delle Opera s. Gregorii Thaumaturgi (Magonza 1604), l'umanista Latino Latini (m. nel 1593), Curzio Franco (o de' Franchi), canonico vaticano, segretario della commissione, Antonio Geronio di Tarragona e il teatino Antonio Agellio (m. nel 1608, vescovo di Acerno). Pare che a questi si aggiungesse pure il francescano Giovanni Salon (cf. Pastor, IX, p. 202) e, con più probabilità, Giambattista Bandini (cf. G. Mercati, Giambattista Bandini e le correzioni del M., art. cit. in bibl.). Su tutta la questione dei componenti la commissione, cf. Lämmer (op. cit. in bibl., p. 15 sgg.) e Paschini (art. cit. in bibl., p. 199).
A base dei lavori si prese: a) il M. di Usuardo, ormai adottato quasi dovunque, il M. di s. Ciriaco alle Terme (ms. F. 85 della Bibl. Vallicelliana) e i M. di Beda, Floro e Adone; b) i menologi greci tradotti in latino dal Sirleto; c) i Dialogi di s. Gregorio, dai quali furono presi tutti i personaggi che vi sono nominati; d) diversi calendari di chiese particolari, specialmente italiane. Il lavoro fu condotto con molta energia e fu pubblicato a Roma nel 1583: Martyrologium Romanum ad novam Kalendarii rationem et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum, Gregorii XIII Pont. Max iussu editum, 1583. Dopo una seconda edizione venne finalmente nel 1584 l'edizione ufficiale per la lettura in choro munita della cost. apost. Emendato del 14 genn. 1584 (cf. il testo all'inizio dell'ediz. corrente tipica del M.), con la quale Gregorio XIII omni alio Martyrologio amato la prescrisse per la Chiesa universale. Quanto ai risultati, dal punto di vista critico va rilevato che gli editori non potevano disporre dell'apparato critico degli studiosi moderni.
L'interesse suscitato dal nuovo M. fu grande ed un mondo di questioni appassionarono gli ecclesiastici e gli eruditi. Il card. Sirleto lo aveva previsto e già l'anno prima aveva incaricato il Baronio della pubblicazione delle « fontes » e della documentazione. Il lavoro, incoraggiato da s. Filippo Neri, dal card. F. Peretti (poi Sisto V) e dal card. A. Caraffa, fu condotto a termine a metà del 1585. Su domanda dello stesso Baronio, Guglielmo Lindano (m. 1588), vescovo di Ruremonda, di passaggio a Roma, fu incaricato dal Papa della revi-

L'opera, la prima che dava alle stampe, attirò verso il dotto Oratoriano l'attenzione e la stima di tutti gli studiosi del tempo. Le notationes furono definite aureae (Lindano), doctissimae (Plantino), utilissimae (Colvenerio). Per consiglio del Lindano, il Baronio, corretto il suo lavoro, lo fece pubblicare in Anversa con questo solenne frontespizio: Martyrologium Romanum, ad novam Kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum, Gregorii XIII Pont. Max. iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano: Auctore Caesare Baronio Sorano, Congregationis Oratorii presbytero. Secunda editio ab ipso auctore emendata et compluribus aucta. Antverpia, Ex officina Christophori Plantini, Architypographi Regii, MDLXXXIX. L'edizione incontrò molto favore e fu più volte ristampata. Una terza edizione, interamente corretta, uscì a Roma nel 1598. Altri lavori successivi (1598-1606) sullo stesso argomento, servirono per l'edizione del 1630 (Calenzio, op. cit., p. 223). Urbano VIII (1623-44) nel 1628 estese al M. l'iniziata revisione del Breviario. Tra i dieci membri della speciale Commissione (cf. Lämmer, op. cit., p. 87) spiccano per scienza e attività il barnabita Bartolomeo Gavanti e il francescano Luca Wedding. Nel M. furono aggiunti i santi canonizzati di recente, posti in primo luogo quelli che avevano l'ufficio « de praecepto », fu emandato il testo in più punti « ad fidem certissimae historiae », mentre le cose dubbie furono rimandate « tem-
pore decernendo maturius » (B. Gavanti, Thesaurus sacrorum rituum, ed. C. M. Merati, Venezia 1749, p. 160). Segui la revisione ordinata da Clemente X (1670-76) compiuta sotto Innocenzo XI (1676-89) nel 1681. Non si trattò, in sostanza, che di un aggiornamento. Da notare che proprio l'anno prima con decreto del 31 ag. 1680 (cf. Decreta authentica, SRC, n. 1651) la S. Congr. dei Riti aveva posto fine alla controversia sui criteri e il significato dell'inserzione di cui santo nel M. Sessant'anni dopo (1749), labore et studio di Benedetto XIV (1740-58), coi tipi della Vaticana, uscì un'accuratissima edizione del M. « in qua nonnulla Sanctorum nomina in praeteritis editionibus omissa suppletur: alia item Sanctorum et beatorum nomina ex integro adduntur ». Fu chiesta l'inserzione nel M. dei nomi dei beati venerati con culto immemorabile, ma il Papa respinse la domanda. Tra i nomi dei santi restituiti ci fu quello dei 200 monaci benedettini del monastero di Cardegna, in Spagna, martiri nell'834 sotto il tiranno moro Raffa. Nel 1598 l'abate del monastero chiese alla S. Congr. dei Riti che il loro nome fosse inserito nel M. Esaminata la questione dal Baronio, la domanda fu accolta e il loro elogio apparve, al 6 ag., nel M. stampato a Roma typis Stephani Paulini, nel 1602. Ma quell'edizione fu venduta tutta in Spagna, sicché nelle ristampe successive l'elogio fu dimenticato. Dopo un secolo e mezzo la richiesta fu rappresentata. Il sottopromotore, Prospero Lambertini, fece venire dalla Spagna un esemplare del M. del 1602 e l'elogio dei martiri benedettini al 6 ag. fu restituito.
Benedetto XIV non si limitò ad una revisione o ad un aggiornamento. Egli stesso studiò minutamente parecchie questioni agiografiche, come i casi di Clemente d'Alessandria, Sulpicio Severo, Teodoro, Siricio, esponendone i risultati nella lettera apostolica ad Joannem V Portugalliae et Algarbiorum Regem, del 1° luglio 1748, che premise al testo del M., dove si trova tuttora. Altra edizione ceteris emendator et locupletior è quella di Gregorio XVI (1845) nella quale furono inseriti in appendice i M. dei quattro grandi Ordini religiosi tolti però nella successiva edizione di Pio IX (1873). Anche Pio X nel 1913 pubblicò una nuova edizione del M. La più recente, che con il nome di Benedetto XV, fu pubblicata nel 1922, preparata dal P. Brugnani, ma dagli agiografi criticata e ripudiata (H. Quentin, La correction du Martyrologe romain, in Anal. boll., 42 [1924], pp. 387-406). Essa è quella attualmente rimasta nell'uso liturgico. Le edizioni del M. dalla prima tipica del 1584 furono numerosissime. I Bollandisti ne hanno elencate 129 solo fino al 1912 (Propylaeum, p. xiv-xv). Esso è stato tradotto anche nelle principali lingue parlate.
VI. INSERZIONE DI NUOVI ELOGI NEL M
Gregorio XIII nella cost. apost. Emendato proibisce di fare qualunque aggiunta o mutamento al testo del M. salvo l'iscrizione, a parte, dei santi delle chiese particolari. Il M., come tutti gli altri libri liturgici, destinati al culto, è un libro vivo. Difatti da Gregorio XIII in poi il M. è stato sempre aggiornato con l'aggiunta dei santi via via canonizzati.L'inserzione di un santo nel M. è regolata da precise norme, consacrate da documenti e dall'uso. Un decreto della S. Congregazione dei Riti del 30 luglio 1616, confermato da un altro del 31 ag. 1680 (Decr. auth., n. 1651) limita l'iscrizione nel M. ai soli santi canonizzati, escludendo i beati. Questa norma, tenuta e difesa irremovibilmente da Benedetto XIV (op. cit., p. 575), resta anche oggi a base della prassi della S. Congregazione dei Riti. Le eccezioni, in casi particolari e per speciali concessioni dei Sommi Pontefici, non sono molte, come nel 1731
per il b. Vincenzo de' Paoli, canonizzato sei anni dopo (1737) e di recente per il b. Giovanni Leonardi (ora santo), particolarmente benemerito nella fondazione di Propaganda Fide, e a questo titolo inserito nel 1893, ancora beato, nel M. (e nel Messale). L'elogio con il quale un santo entra nel M., una volta veniva composto da un cardinale apparente alla S. Congregazione dei Riti; ora è generalmente compilato dalla Postulazione della causa, o dagli ufficiali della stessa S. Congregazione, approvato in « congresso », e poi dal Sommo Pontefice. Segue, come per i documenti ufficiali della S. Sede, la pubblicazione negli Acta Apostolicae Sedis. Secondo Benedetto XIV (op. cit., p. 575) l'elogio deve obbedire a due regole: che sia preso da probati auctores, dalla tradizione o dai processi canonici; e che sia conciso. In genere, nell'elogio, viene rilevata la santità, una virtù particolare, un miracolo, la dottrina, l'attività apostolica; o uno solo o più di questi elementi. Si hanno anche annunzi di feste di conversioni (come per s. Paolo e s. Agostino), di ordinazioni episcopali, invenzioni e traslazioni di reliquie insigni.
In breve, secondo la migliore tradizione, gli elementi che potrebbero entrare in un « elogio » dovrebbero ridursi ai seguenti: nome del luogo dove il santo è morto, nome del santo e suo titolo liturgico, indicazione del carattere della festa (translatio, passio, depositio...). Se il santo è fondatore, l'accento alla famiglia da lui istituita è immancabile. Negli elogi recenti quasi sempre si trova il nome del papa che ha canonizzato il santo. Si può aggiungere qualche elemento « storico », ma con estrema sobrietà. Il M. non è di per sé un libro di lettura edificante, ma il semplice catalogus sanctorum, venerati giorno per giorno nella Chiesa.
Le Rubricae Martyrologii (ed. tipica 1922, n. 18) si sono preoccupate di fissare anche i criteri che regolano l'inserzione gerarchica degli elogi. Secondo tali norme: a) a parità di grado le feste dei santi della Chiesa universale precedono quelle delle Chiese particolari con quest'ordine: martiri, confessori, vergini, non vergini; b) in mancanza di tale parità le feste più nobili precedono quelle di minor dignità; c) gli uomini precedono le donne; d) gli ecclesiastici i laici; e) tra gli ecclesiastici si segue l'ordine della dignità; f) tra le donne, le vergini precedono; g) tra gli uomini e le donne precedono i santi che morirono a Roma o dei quali in Roma si conservano insigni reliquie. Nel Sei e Settecento si discusse se l'inserzione di un santo nel M. significasse un ufficiale riconoscimento di culto o fosse solo una gestorum memoria. Prevale la seconda opinione, validamente sostenuta da Benedetto XIV (op. cit., pp. 579-80; cf. pure card. G. Tomasi, Opuscoli inediti, ed. G. Mercati [*Studi e testi], Roma 1905, pp. 46-53). I santi, prima et per se sono inseriti nel M. per ricordare la loro festa ed il loro culto e tale inserzione, per essere « semplice prodotto di storici, non ha nulla a che fare con l'infallibilità della Chiesa o del Papa » (H. Grisar, art. cit., p. 293; cf. anche Quentin, op. cit., pp. 678-88). Infatti le diverse fasi di composizione del M. attraverso i secoli prima che la S. Sede imponesse una edizione ufficiale, hanno esposto il M., più di ogni altro libro liturgico, a inesattezze, errori, incongruenze dal punto di vista storico-critico dovuti allo stato della scienza storico-agiografica dei tempi che vi si affaticarono e perciò ancor oggi, in conseguenza dei recenti studi agiografici, il M. ha bisogno di una revisione accurata e giudiziosa (cf. A. Bugnini, Verso una riforma del « Martyrologium Romanum », in Ephem. lit.*, 61 [1947], pp. 91-99).
VII. USO LITURGICO
Negli uffici liturgici (in choro) il M. si legge all'ora di Prima dopo i salmi, avanti il versetto Pretiosa. L'uso pare antico, almeno nei monasteri (E. Martène, De ant. monachorum rit., l. I, c. 5, Lione 1690, pp. 54-68). Lo attesta la Regula di s. Crodegango (m. 766): « Post lectionem recitantur aetas mensis et lunae, et nomina sanctorum, quorum festa crastinum excipiat dies » (PL 89, 1067). È ricordato dal Concilio di Aix-la-Chapelle dell'817 (can. 69): « Ad capitulum primum martyrologium legatur » (Mansi, XIV, 398). Parecchie chiese adottarono l'uso. Gregorio XIII lo sanzionò e desiderò che il M. fosse letto anche nella recita privata dell'Ufficio.Presso i religiosi non obbligati al coro e nei collegi, seminari ecc. il M. si usa leggere al termine della refezione del mezzogiorno. Ogni giorno si annunciano i santi del giorno seguente. Fanno eccezione il giorno di Pasqua e il 2 nov., commemorazione dei fedeli defunti, nei quali si annunciano i santi del giorno stesso; nel Giovedì, Venerdì e Sabato santo la lettura del M. si omette del tutto. Il giorno si annuncia secondo il computo romano per calende, none e idi, aggiungendo la lunazione. Nel medioevo il lettore chiedeva prima la benedizione del superiore che la dava con la formula: In vitam mandatorum... Usuardo, nel compilare il suo M., avendo trovato per ogni giorno una media di trecento feste di santi e non potendole inserire tutte, suppli aggiungendo infine alla lettura giornaliera la formula: Et alibi aliorum plurimorum sanctorum martyrum et confessorum atque sanctarum virginum, formula tuttora in uso. Risposto dai presenti: Deo gratias, chi presiede l'Ufficio aggiunge una breve preghiera a tutti i santi. Una volta diceva: Ipsi et omnes sancti intercedant. Oggi invece si invoca: Sancta Maria (le Vergine) et sancti: la lettura del M. in alcune feste era fatta con particolare solennità. Così a Natale, quando il lettore annunciava la nascita del Redentore con le parole: Nativitas Domini nostri Jesu Christi secundum carnem tutti si prostravano umilmente con la fronte a terra. Anche oggi quelle parole sono cantate con un tono di voce più alto per accentuarne il significato. Un uso simile c'era all'annuncio della morte e della Resurrezione del Signore, il Giovedì e il Sabato Santo.
Le regole da osservarsi per la lettura o il canto del M. nell'Ufficio canonico sono minuziosamente esposte nelle Rubricae premesse da Gregorio XIII alla prima edizione tipica del 1548, notevolmente sviluppate, poi, nelle edizioni successive. Il M. è uno dei libri liturgici di cui la S. Sede si è riservato il diritto di stampa (AAS, 38 [1946], p. 371; documentazione in Ephem. lit. [para altera, Ius et Praxis], 61 [1947], pp. 19-21). - Vedi tav. XX.