FILOLOGIA. - La f. è una disciplina che vuole ridare storicamente l'unità spirituale di un popolo attraverso le manifestazioni dell'essere suo, la poesia, le lettere e l'arte in prima linea, ma poi il pensiero, la religione, l'etica, il mito, la vita pubblica e la privata e così via: vuol essere insomma, quale s'intende da più d'un secolo, ricostruzione critica e storica delle età culturali d'un popolo, più direttamente delle sue espressioni artistiche, delle rivelazioni del genio individuale. In senso più stretto f. fu ed è investigazione del linguaggio soprattutto greco romano, critica dei testi di poesia e di prosa, esegesi, valutazione letterarie ed estetica.
Per secoli il campo filologico rimase più limitato, se pure non mancarono significativi avviamenti a concezioni visioni anche enciclopediche del vivere e del sapere antico; si restringe allo studio formale alla complicazione erudita. Termini tecnici per la scienza in Grecia e in Roma sono raggiunti (sott. tèxyn) e grammatica (sott. arts), accanto scritti e parate, sporadicamente anche critica e critica. In nessun luogo apparisce per sicuro con tale intendimento il termine di φιλολογία o il corrispondente di φιλολογία, giacché il nome di «Filologo» che presero Eratostene e Atoio Prestestato non indica una scienza particolare di professione, si molteplici e varia dottrina: ce lo attesta Svetonio. La duplice terminologia grammatica «critica» dice la sostanza della disciplina: parola «critica» nella sua intima formazione e nelle sue forme, nell'organismo sintattico, nel valore seman
tico; creazione letteraria fissata nella genuina espressione originaria interpretata e valutata criticamente.
Per assurgere a scienza occorsero alla f. i secoli: la glossografia onerica sta agli inizi; poi subentrano i filosofi presocratici ad affrontare il problema del linguaggio; quindi i sofisti scoprono certe categorie linguistiche, e stradano alla fonetica e alla sinonimica, come i commedierghi alla critica letteraria. Un punto fermo in questo divenire è costituito dal genio di Platone e d'Aristotile, con i quali si delineano, sia pure in sede filosofica, alcune parti del discorso, le basilari: si esplora più a fondo la parola anche nello stile poetico e dell'alta prosa, si comincia a discutere di proposito sull'essenza dell'arte e della poesia; con Aristotele altresì si pongono gli elementi d'una storia del teatro con le Didascalie o liste ufficiali delle rappresentazioni drammatiche stenesi, e s'inaugura la storia della poesia.
Più oltre procedono i peripatetici sulle orme del maestro, di Aristotele: si perde in visione generale, ma si acquista nel dominio del particolare; dalla sintesi verso l'analisi, il fondamento d'ogni scienza, pur se difetti spesso il dovuto spirito di disamina. Storia letteraria (ad es., la questione dell'età di Omero e di Esiodo, o indagini sulla poesia antica, o le ipotesi ai drammi, e cioè giudizi che dei drammaturghi si dettera nelle competizioni teatrali); inoltre biografia e leggenda biografica dei poeti e dei filosofi, stilistica, musica costituisca il terreno su cui spaziano gli aristotelici, Eracleide Pontico, Dicearcho, Cameleonide, Aristosseno, Teofrasto. Allievo di quest'ultimo è Prassiane di Rodi, che la tradizione dà come fondatore della «grammatica» scientifica dopo Aristotele, come colui che primo si disse «grammatix», egli con Ermocrate di Jasò, un dottore che sembra egualmente portasse codesto nome, fu maestro «Callimaco, il poeta filologo alessandrino; ed ecco che il movimento culturale peripatetico sbocca diretto nella nuova scienza che in Alessandria trova la sua culla e il suo centro, e precisamente presso i bibliotecari della città dei Tolomei, da Zenodoto ad Aristarco. Per una scuola filologica vaste raccolte di libri erano condizione necessaria, e i Tolomei si provvedono e vi misero alla testa profondi intenditori, quelli che della f. furono i maestri.
Esaurita ormai la grande creazione classica, era venuto il momento di raccoglierla per intero, di catalo- narla, di fissarne il testo genuino, d'interpretarla, di soppesarne il valore, di linearne lo svolgimento almeno nei principali rappresentanti, di studiarne la lingua o i dialetti e la metrica, di tracciar profili degli scrittori: e questa fu l'opera della f. alessandrina. Particolarmente la critica testuale e l'esegesi furono qui una conquista per sempre: sani criteri metodici e fine intelligenza tennero battesimo l'una e l'altra. Se oggi si legge Omero, i tragici, i lirici greci in testi relativamente corretti, lo si deve a questi uomini e ai loro successori. E come interpretazione, gli scoli ad Omero con la loro larga impronta Aristarcha documentano fin dove gli alessandrini arrivarono: bandita l'allegoria, si affonda lo sguardo nella parola e nelle case, si mira diretti a intendere e ad illustrare. Aristofane di Bisanzio eccelle su tutti per ampiezza di visioni: quale editore dell'epica, della lirica, della tragedia, della commedia, anche di Platone, quale lessicografo, quale metrologo, quale critico nelle «ipotesi» anteposte alle edizioni e nei cosiddetti Canoni o classiche di cultori dei generi letterari. Aristarcho divenne nome antonomastico di critico severo.
Accanto alla alessandrina fiorisce nel mondo greco la scuola di Pergamo con caratteri distintivi suoi: di la avviatore il pensiero peripatetico, di qua l'insegnamento storico; antesignano Cratete di Màllo (sec. II a. C.). Dall'urto fra alessandrini e pergameni, rispettivamente, in fatto di linguaggio, analogisti e anomalisti, vien fuori il costitutirsi definitivo della grammatica in senso stretto, con la sua fonetica e la sua terminologia morfologica, quella che in sostanza è rimasta fino a noi: largo contributo vi ha portato il principio sistematico della logica stoica. Il guaio della f. pergamena sta nel moralismo allegorismo di tinta stoica, dominatore dell'interpretazione, particolarmente della omnesia; Cratete non si pe-
rita di forzare il testo dei classici alle sue interpretazioni morali e teologiche, e spregiando le fatiche e gli scrupoli di Aristarco quale curatore di testi disegna di demoni, s'aggiungono alla maniera alessandrina, per darsi l'appellativo di spiritus.
Dopo Aristarco e Cratete le opposte tendenze si conciliano, e sorgono ormai costruzioni e definizioni della "grammatica", come con Dionisio Tracé, o Tirannione il Vecchio, o Asclepiade di Mircea, dove si riflette egualmente l'influsso delle due scuole. Sono le divisioni a noi familiari dai "grammatici" romani; la lingua naturalmente vi ha la sua parte, ma c'è poi variamente l'esser, la critica testuale e la letteraria.
La f. in Roma nasce sotto l'impulso di entrambe le scuole elleniche; Cratete il Malletto insegna ivi le sue dottrine e i suoi metodi direttamente. Ed è anche qui nella f. un procedere simile a quello di Alessandria e di Pergamo, un addentrare lo sguardo sull'idioma nazionale, un fissare criticamente i vecchi testi giuridici e i letterari, e un chiosarli, un guardare alle lettere e alle tradizioni patrie. Elio Stilone apre la serie dei filologi. Di lì a poco troneggia Varone suo allievo con la imponente operosità che lo contraddistingue, con la personalità d'un uomo che rivive gli ammaestramenti che venivano dalle età precedenti per trascenderli e ripiansarli d'impronta tutta personale, di coscienza umanistica e quindi di umana universalità, di dinamicità dal passato al presente. Egli è anche poeta, è prostatore, è scrittore di filosofia, di giustificazione, di agricoltura, di geografia, è uomo poliziotico e temprato di lottatore; ma genio suo è di sprofondarsi nell'antico o piuttosto nella Roma che fu, per riuscitarla, nella cultura e nella civiltà, vita politica, sociale, letteraria, artistica, mitica, con un occhio d'amore volto alla lingua; origine, parentele con l'eolico, col sabino, con l'osso, al-fabeto, fonetica, flessione, espressione, stile, retto uso e quindi analogia ammalata, cioè l'interiore regolarità del fenomeno linguistico e deviatico forza dell'abitudine.
Intorno a Varone, a Roma o nell'orbis romano, è una fortuna di studiosi spazianti su campi filologici diversi. Vogliono essere ricordati Filoseno d'Alessandria, un etimo di malgrado che abbandona i metodi capricciosamente fan-tastici degli Stocci per mirare alla radice della parola e a prototipi monossillabici; Trifone, uno degli avviatori nelle indagini sintattiche, da cui partiranno i trattatisti dell'Impero; Didimo il Calcetero e Teone, variamente erudito il primo conferme ai gusti alessandrini, validi entrambi nell'esser, di che si hanno larghi e preziosi documenti in commentari rimasti. Di Romani non sia taciuto Cesare, uno dei più geniali disciplinatori e sistematori della loro età, ma per via della analogia o delle leggi organiche i razionali del parlare; non la sua autorità soltanto di uomo e di scrittore valse qui, ma del trattatista col volume De analogia.
L'età dell'Impero vanta ancora una fervida attività originale nei primi secoli fino alle metà del sec. III; poi è un linguaduris e un ristagnarsi delle forze produttive, una letteratura d'accanto salvo rare eccezioni. Tengono il campo diverse figure di Romani nel sec. I: Remunio Palemonne con la riforma della scuola, dove sostituisce Virgilio ad Ennio e in genere agli antichi i corifei della poesia e della prosa latina, e con la sua Ars grammatica elaborata in ogni parte, sintassi compresa, dove fra l'altro le singole terminologie sono definitivamente fissate nelle sopravvissute fino ad oggi; Q. Asconio Pediano con la dottrina e chiara esegesi di Cicerone oratore; Plinio il Vecchio con acute indagini linguistiche largamente sfruttate dai contemporanei; dagli avvenire; M. Valerio Probo, un filologo di stampo alessandrino, con le edizioni critiche di Lucrezio, Virgilio, Orazio e certamente ancora almeno di Terenzio. Fra il sec. I e il II sta Svetonio con la sua solida erudizione, al quale si deve il più di quanto si sa di personale sugli scrittori dal periodo augusteo in giù, come a Varone su quelli a lui anteriori; e poi una ricca miniera di cose culturali greche e romane. L'illustrazione dei classici si sviluppò fra i sec. II e III ed è l'ultima efflorescenza del genere. Dizionari atti-ciati antitatistici sono un altro segno dell'epoca nella lotta tra purismo o fare classicheggiate ed arianesimo. Né sia taciuta la codificazione estrema della sintassi nel mondo antico con Apollonio Discolo e della prosodia e dell'or-tografia con Erodiano, suo figlio. Poi di vivente f. non si può parlare: succedono i compendiatori. Solo l'esegesi è la critica dei testi biblici sorge ulteriormente, unica vera e vitale novità filologica fra i cristiani.
Ciò che segue a questi anni appartiene alla storia della cultura, non più della f., anche se fra il sec. IV ed il VI non mancano buoni raffazzonatori che dominano le scuole del medioevo quali Donato o Prisciano. Il medioevo, un'epoca così ricca di fermati interiori, di valori etici, religiosi e culturali, per la f. come scienza, è un libro chiuso; per la storia della sapienza e dell'idea antica ha molteplici interessi che non rientrano qui, escluso però un momento di capitale importanza: la trasmissione scrupolosa delle opere letterarie pagane e cristiane. Condottiero dell'eroica impresa in Occidente è Cassiodoro; il monachismo diviene con lui depositario della cultura classica. Alle biblioteche monacali aperta il merito di avere salvato e tramandato il fior fiore dell'arte e del pensiero antico. Per il resto, grammatica, la regina delle arti liberali, nel medioevo non è f., è semplicemente morfologia e sintassi, né essa conosce punti di vista nuovi fino al Dottorale di Alessandrio di Villari (sec. XII-XIII), con cui entrano in considerazione i volgari parlati, non più i soliti scrittori latini, e domina l'osservazione logica del linguaggio. Il medioevo bizantino compone di e trasmette, come l'Occidente. Le faville di riviviscenza che nei due mondi qua e là erompono riguardano solo l'amore dell'antico, non la critica e il sapere scientifico.
L'Umanesimo si annuncia variamente in Europa tra i sec. XIII e XIV: nasce poi col Petrarca in Italia, ed è un espandersi dell'anima verso la bellezza antica, un correr dietro sistematicamente alla riscoperta dei testi classici per farseli vicini i rivivelli, per riascoltare gli intimi sensi e le armonie. Con la venuta di Manuele Crislora a Firenze nel 1397 ritorna in Occidente e dilaga la conoscenza del greco, una lingua che per secoli da noi era rimasta sostanzialmente morta tranne fammelle persistenzi e esplodenti; questo o in quel luogo, momento di particolare rilievo, da cui il rifiuto della creazione greca e classica in Italia e il tradurre. Così il commercio liberario ha vita, e si fondano le biblioteche; l'invenzione della stampa segna qui un'epoca. L'umanesimo per un rinnovevileto sapere a carattere scientifico è la: ed ecco celebrati maestri, i procedimenti critici con Lorenzo Valla alla testa, le edizioni amorosamente curate, i lessici, le grammatiche, i commenti rifatti sugli antichi; la critica letteraria si avvia a creare valori nuovi specialmente col riapparire della Poetica d'Aristotile. Far nomi di creatori è superfluo: in Angelo Poliziano culmina la filologia del Quattrocento; ed egli con la visione enciclopedica, che è sua, del sapere, precorre in qualche modo il periodo filologico tedesco; di fatto, è essenzialmente un critico del testi ed un interprete.
Su queste vie allarga e approfondisce il Cinquecento italiano con sagacia, con metodo, con gusto sano, con vivacità di dottrina, con senso di arte, con assoluta padronanza e penetrazione dello strumento linguistico. Per Vettori vola sovrano fra noi. Ma dall'Italia ora, dietro all'Umanesimo, lo spirito scientifico passa all'Europa; Erasmo da Rotterdam è il primo umanista e filologo di grido non italiano. Precede gli altri paesi nell'evolvere le direttive nostre la Francia, che ben presto acquista una fisionomia sua, segnatamente col maestro dei maestri, Giuseppe Giusto Scaligero, figlio dell'italiano Giulio Cesare, del codificatore del classico francese. Egli oltrepassa il latino classico per risalire con Varrone e Festo al più antico, fonda la cronologia storico, indaga con Manilio alla mano l'astrologia greco-romana; è un autentico scienziato, più volte un divinatore. Altro uomo di statura è Giacomo Cuiacio, il padre dell'esegesi del diritto romano. I due Stefani, Roberto ed Enrico, legano il loro nome ai Thesauri della latina e greca, di cui solo il latino è stato superato dal Forcellini e oggi dal Thesaurus Latinae linguae. Adriano Turnebo, Dionisio Lambino, Isacco Casubono stampano segni vivi, talora indelebili, nella interpretazione di Latini e di Greci.
Alla Francia fa seguito l'Olanda e poi l'Inghilterra, nei secc. XVII e XVIII. Dotti raccoglitori di documenti e campiatori sono in genere gli Olandesi (finché non venga a ravvivarsi lo spirito di un Riccardo Bentley), ma anche eleganti, verificatori in latino. Con l'inglese Ben-tley, ancora un corifeo, occhio d'indagatore, la critica si acuisce e si affila, il respiro si dilata, la mano si pia sicura; dialetti greci con la scoperta del d'inganno omico, metrica terenziana, edizione di Orazio e del Nuovo Testamento, ricerche linguistiche e storico-letterarie, che valsero di esempio: tale l'opera su di più alto significato e di maggior portata, dove anche il men buono, come l'accentuato razionalismo, può riuscire, data la viva penetrazione delle cose, fruttuoso. Nelle eccelse stanno ormai davanti alla scienza dell'antichità, duci gli Inglesi e gli Olandesi; la lingua e grecità pari oggetto di investigazione. Gli Inglesi han poi questo di particolare: che i loro studi, pure scavanti nel fondo e appassionati, non sogliono segregarli dalla vita attiva per la patria; sono scienziati e cittadini militanti.
L'Ottocento segna una rivoluzione spirituale, che fa della f. quello che si diceva in principio: visione interiore dell'antichità nel suo svolgimento storico, in tutte le fasi dell'essere suo, non più soltanto nelle più alte espressioni della classicità. È il momento della Germania, che pure fin dal Quattrocento non era rimasta estranea alla indagine, ma aveva anche dato profili di cultori o amatori ben noti. Omero e la grecità ideale, Ossian, poesia primitiva, canto popolare, voce e ispirazione di natura di fronte al freddo razionalismo, nuovo concetto di storia intesa come narrazione interiore, non più di semplici fatti, critica storica poggiante salda sulle fonti, ma non in esse conclusa, si spiritualmente costruiva e fissa nel divenire dei tempi e degli uomini: tali i concepimenti e gli impulsi che trasformano l'anima europea, letteratura, arte, pensiero, scienza. Il Vico nel Settecento è un precursore; poi vengono il Winckelmann e il Lessing; poi Herder, Niebuhr, e i Legionari della palangenessi non si contano. Neumannismo e romanticismo danno il colpo di grazia al vecchio classicismo. In f. l'altro rinnovatore viene da Cristiano Heyne dalla sua scuola di Gottinga; Giorgio Zoega, Enrico Voss, Federico Augusto Wolf, i fratelli Schlegel ed Humboldt, Bertoldo Niebuhr, Carlo Lachmann. Al di là di questa scuola i maestri sono: Giacomo Grimm, Francesco Bopp, Federico Diez, Federico Savigny. Dovunque fatti che assurgono a idee, a considerazione storica della totalità dello spirito, della civiltà in genere, compreso il diritto romano. Due scuole principiano nell'ambito dell'antichità classica: d. Augusto Boeck e d. Gotofredo Hermann. L'una mira più ampiamente alla vita e alla cultura dei popoli antichi, l'altra ad approfondire scientificamente la seconda tradizione filologica, e perciò alla fissazione dei testi, i classici o quelli dell'età migliore innanzi tutti, e alla loro esegesi, alla lingua, allo stile, alla versificazione. Cultori illustri si affermano quindi in Germania e nella vecchia Europa: Italia, Francia, Inghilterra, Olanda, Belgio, Paesi Scandinavi e altrove, che portano gli studi alle altezze attuali. Teodoro Mommsen è uno dei massimi costruttori.
Ors non più una f., la classica, ha vita, ma la germana, la romana, la slava. Precede la germana: idea di svolgimento storico, romanticismo, grammatica comparata conducono la Germania a contemplare con metodo scientifico il proprio passato nella lingua con i suoi dialetti, nella letteratura, nell'arte, con una forte attrattiva verso il popolare e il primitivo. Avviamenti di carattere linguistico, lessicale, dialettale, grammaticale e, col sec. XVIII, anche estetico precorrono in Germania, in Olanda, in Inghilterra, in Danimarca, questa profonda rivoluzione; ma essa è decisiva, Augusto Guglielmo Schlegel vuol dire storia della poesia germanica medievale; Giacomo Grimm col fratello Guglielmo saga, novella, leggenda, eroica; Giacomo da solo grammatica comparata delle lingue, e mitologia, antichità, co-
stume, l'interezza della vita dei Germani nella successione storica, particolarmente nella preistoria. Al Grimm si affianca Carlo Lachmann, un antiespagnano come germanista con le sue originali analisi sui Nibelunghi e le osservazioni sul Hildebrandslied e sul Parzifal, ed egual posto tiene come classistica.
Anche per la f. romana naturalmente il punto di partenza è qui, tra il '700 e l'800. Le più lontane mosse datano da un pezzo nei vari paesi neolatini; in Italia da Dante e dall'Umanesimo in giù; subentrano Spagna, Portogallo e Francia, specie la Francia del '600. Il Settecento è un risveglio in Italia e Francia, soprattutto per una approfondita conoscenza nelle lettere e per l'alta critica. Da noi dormiva solitario il precorritore pensiero filosofico e storico di G. B. Vico. In Francia, primo rivelatore delle vecchie civiltà, sulla scia delle nuove idee tedesche è, fra il '700 e l'800, Claudio Fauriel. Padre della f. romana in genere, Federico Diez; quindi il fiorire delle indagini storiche, nel campo linguistico e letterario con maggiore o minore intensità fra i popoli neolatini, del pari che in terre germaniche anglosassoni, a datare appunto dalla fondamentale Grammatica e dal Vocabolario delle lingue romane del Diez, e ancor prima dagli studi suoi variatori: edizioni critiche alla base di tutto, e accanto storia del progressivo incivilimento, analisi e sintesi, poesia epica in prima linea, poi lirica, drammatica, novellistica, folkloristica, e la comparativistica, la linguistica. Anche qui nomi di risonanza, non altrimenti che nella f. classica, e di educazione classica è più di uno di questi uomini più rappresentativi.
Di data seriore è la f. slava: cooperatori cechi, polacchi e russi dietro gli insegnamenti di J. Dobrowsky, l'archegota. Problema culturale il paleolavao e la sua storia, e dietro ad esso l'essenza della civiltà integrale. Né solo Slavi investono questo mondo, ma Tedeschi, Francesi, Inglesi, energicamente. Fiorente si è svolta anche la f. semitica con larga partecipazione di Italiani.
Brus.: Per la f. classica: A. Gudermann. Grundrisse d. Geschichte der klass. Philologie. Lipsia 1900; J. E. Sandys, History of classical scholarship, 2 voll., Cambridge 1906-1908; H. Usener, Ein altes Lehrgebäude der Philologie, in Kleine Schriften, 11. Lipsia 1913; p. 265 sqq.; W. Kroll, Geschichte der klass. Philologie, in Lipsia 1919; R. Sabbadini, Il metodo degli Umanisti, Firenze 1920; J. V. Wilamowitz-Möllendorf, Geschichte der Philologie, Lipsia 1921; G. Gervasoni, Linee di storia della f. classica in Italia, Firenze 1929; E. Dercup, Perioden der Klass. Philologie, München 1931; G. B. D'Alton, Romani litterary theories and criticism, Londra 1931; G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze 1934, passim; W. Atkins, Literary criticism in antiquities, Cambridge 1934; G. Funaioli, Lineamenti d'una storia della f. attraverso i secoli, in Studi di letteratura antica, I. Bologna 1935, pp. 185-356. - Per la f. germanica: R. V. Ranner, Geschichte der german. Philologie, Monaco 1870; L. Paul, Grundrisse d. german. Philologie, I. Strasbourg 1891, pp. 9-151; G. Rothe, Wege d. deutschen Philologie, Berlin 1923. - Per la f. romana: G. Gröber, Grundrisse d. romanischen Philologie, 2 voll., Strasbourg 1889-98; 2a ed., 1913; P. Savi-Lopez, Le origini neolatine, Milano 1920; G. Bertoni, Programma di f. romana, Ginevra 1923; A. Monteverdi, Neolatine, in La Cultura, 10 (1931), pp. 761-744. - Per la f. slava: V. Jagić, Istorija slavjanskog filologij, Pietroburgo 1918, Gino Funaioli.