SILVANO. - Dio della religione romana. Il suo nome, benché si sia tentato di spiegarlo anche diversamente (etr. selvans), sembra essere un aggettivo tratto dalla parola silva, e, infatti, S. resta per tutta la romanità un dio dei boschi: tutt'al più si distinguono un S. silvester e un S. domesticus, secondo le funzioni del dio nei boschi e, rispettivamente, nelle case e nei poderi.
È importantissimo che S. a Roma non ha alcuna festa pubblica né un tempio, mentre la sua venerazione privata è abbondantemente documentata, soprattutto dalle iscrizioni. Nella letteratura gli si attribuiscono gli stessi tratti del dio Fauno che, viceversa, ha un culto pubblico, ma quasi nessuna iscrizione: sembra chiaro che si tratti della stessa divinità che appare sotto un nome (più antico?) nel culto pubblico e sotto un altro nel culto privato. S., concepito non diversamente da Fauno come «incubo», era considerato pericoloso per le donne: per difendere da lui le puerpere, si invocavano le divinità Intercidona, Pilumnus e Deverra, corrispondenti a tre strumenti di una magia apotropaica domestica. S. domina nei bagni riservati agli uomini. Le donne sono escluse dal suo culto. Come Fauno, S. viene identificato con il greco Pan. La sua sfera è quella della natura selvaggia. Nelle province illiriche dell'Impero la sua venerazione, collegata con quella di Diana, risulta particolarmente intensa e fa pensare a un'interpretatio Romana di una divinità indigena affine. Nelle raffigurazioni S. ha l'aspetto di un boscaiolo, con una falce, un ramo d'albero nelle mani e un cane ai piedi.
Angelo Brelich
SILVANO. - Vescovo omeusiano di Tarso, di cui si conosce relativamente poco. Partecipò al Concilio di Sirmio del 351, e nel 357 ospitò s. Cirillo di Gerusalemme, allorché questi venne deposto da Acacio di Cesarea (Teodoreto, Hist. eccl., II, 26).
I contemporanei non gli risparmiarono lodi, e la sua ortodossia fu esaltata anche da s. Ilario di Poitiers. Nel
Concilio di Seleucia (359) sostenne che si approvasse e si accettasse la formola del cosiddetto Sinodo in encaenii (Antiochia 341) e fece parte della commissione di vescovi orientali che doveva disputare contro Budossio d'Antiocchia e Acacio di Cesarea alla presenza dell'imperatore Costanzo. In tale occasione si distinse particolarmente nella difesa della dottrina della «consustanzialità» del Verbo con il Padre, sottoscrivendo anche la lettera diretta ai delegati di Rimini per metterli in guardia contro le mene degli acaciani. La legazione non ottenne però quanto desiderava, anzi nel Concilio di Costantinopoli (360) parecchi vescovi furono depositi tra i quali anche S. (Teodoreto, Hist. eccl., II, 23).
S. era uno di quei numerosi semi-ariani del sec. IV che sostenevano la fede di Nicea, ma si scandalizzavano del termine ἀμοιόαιος perché convinti che con esso si offriva ai sabelliani il mezzo per mascherarsi, e perciò sosteneva che il termine più appropriato fosse quello di ἀμοιόαιος.
Ritornò alla sua sede sotto Giuliano e fece parte della legazione diretta a papa Liberio e all'imperatore Valentiniano nel 366. Questi non poté essere raggiunto, poiché si trovava nelle Gallie; i legati si rivolsero allora al Papa davanti al quale professarono la fede nicena e ricevettero lettere di comunione per gli Orientali. Nell'inverno del 367 era stato convocato un altro sinodo a Tiana, in cui si indisse, a breve scadenza, un sinodo da convocarsi a Tarso, nella sede di S. Scopo del Sinodo di Tarso avrebbe dovuto essere il ristabilimento della pace e della concordia ecclesiastica. Ma l'intervento dei macedoniani e degli acaciani, presso l'imperatore Valente, impedì che tale Sinodo potesse radunarsi. S. morì verso il 373.