ADOZIANISMO

ADOZIANISMO. -

I. Nozione generale

In senso lato è l'errore di coloro che negano la divinità di Gesù Cristo, sia realmente, sia con le formole che adoperano, affermando che egli è figlio adottivo di Dio per grazia. Vi è dunque un a. reale e un a. verbale. L'a. reale è stato sostenuto da eretici dei primi secoli: Cerinto, gli ebioniti, Teodoto di Bisanzio detto il Conciatore, Teodoto il Banchiere, Artemone e Paolo di Samosata. L'a. verbale appare nella Spagna sul finire del sec. VIII con Elipando, arcivescovo di Toledo, e Felice, vescovo di Urgel.

Il vocabol "a." si adopera tuttavia principalmente per indicare l'a. spagnolo (verbale), e soltanto dalla pubblicazione della Storia dei dogmi di A. Harnack (Lehrbuch der Dogmengeschichte, I, Friburgo in Br. 1886) è invalido l'uso di chiamare adoziani gli eretici primitivi ai quali accennammo, invece di farne una categoria speciale di monarchiani: i monarchiani dinamisti (v. MONARCHIANISMO). Fra l'a. primitivo e a. spagnolo c'è poi l'a. nestoriano di Diodoro di Tarso, di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio. Per questo a., che, pur avendo molti punti in comune con i due a. tipici, rappresenta una forma originale, si vedano le voci DIODORO DI TARSO; NESTORIO e NESTORIANISMO; TEODORO DI MOPSUESTIA.

L'a. preso in sé, è un errore cristologico e si riferisce al problema dell'unione della divinità e dell'umanità di Gesù Cristo. L'a. reale è la soluzione razionalista del problema.

II. L'A. PRIMITIVO E I SUOI PRINCIPALI RAPPRESENTANTI. - Già alla fine del I sec., Cerinto (v.) negò la divinità di Gesù, il suo concepimento verginale, ed in lui non vide che un uomo, superiore agli altri per giustizia e per sapienza. Nel suo sistema, Cristo è distinto da Gesù. Un po' più tardi, i giudeocristiani di Siria, distinti col nome di ebioniti (v.), o ebioniani, parlano di Gesù come Cerinto. Tuttavia, come testimonia Eusebio di Cesarea (Hist. ecc.), III, 27, 2), alcuni di loro ammettevano la sua nascita miracolosa. Alla fine del sec. II appaiono gli adoziani razionalisti propriamente detti con Teodoto di Bisanzio, detto il Conciatore, ed il suo omonimo Teodoto il Banchiere. Tracce di a. si trovano veramente nel Pastore di Erma; ma se Erma male si esprime sulla persona di Gesù e le sue relazioni con Dio, non è affatto per tendenza razionalistica, è per semplice ignoranza.

Teodoto il Conciatore, originario di Bisanzio, uomo ricco ed istruito, in una persecuzione aveva apostato. Per nascondere il suo fallo si rifugiò a Roma, sotto il papa Vittore (193-203). Secondo un poco atten-dibile aneddoto, riferito da s. Ippolito, ad un suo compatriota che gli rimproverava la sua apostasia, egli avrebbe risposto: « Non ho rinnegato Dio, ma un uomo ». Certo è che Teodoto negava la divinità di Gesù Cristo e, benché ammettesse la sua miracolosa nascita da una vergine, non vedeva in lui che un uomo di santità superiore, cui Dio aveva affidato la missione di salvare gli uomini. Al suo battesimo sulle rive del Giordano, Cristo - detto altrimenti lo Spirito Santo - era disceso sopra di lui sotto forma di una colomba e gli aveva comunicato il potere di fare miracoli. Ma non per questo era diventato Dio.

Teodoto e i suoi cercavano di provare la loro dottrina con la Sacra Scrittura: erano letterati ed eruditi, che argomentavano secondo le regole di Aristotele. Scomunicato dal papa Vittore, Teodoto organizzò a Roma una piccola comunità scismatica, più somigliante a una scuola che ad una Chiesa. Fra i discepoli di Teodoto il Bizantino, s. Ippolito, che aveva combattuto la setta in molti dei suoi libri, indicò un altro Teodoto, di condizione banchiere, un certo Asclepiodoto, ed un confessore romano di nome Natalis, il quale accettò, ricevendo uno stipendio, di fungere da vescovo della setta. Ma costui, in seguito a terrifcanti visioni, non perseverò nell'errore e andò a chiedere perdono al papa Zeffirino. Teodoto il Banchiere, alla dottrina del suo maestro, aggiungeva bizzarre speculazioni su Melchisedec, che dichiarava superiore a Gesù e che sembrava confondere con lo Spirito Santo, chiamandolo la grande potenza (Δύναμίν τινα μεγάστην), la virtù celeste della grazia principale, mediante fra Dio e gli angeli ed anche gli uomini, spirituale e figlio di Dio (πνευματικός καί υιός Θεού).

L'ultimo teodoziano insigne, in Occidente, è Artemone o Artemus, contemporaneo di s. Ippolito (m. nel 235) al quale probabilmente è sopravvissuto. Le sue relazioni con la setta sono oscure, se si giudicano dal trattato anonimo diretto contro di lui, che diffusamente cita Eusebio (Hist. ecc., V, 28, 3), che Teodoreto (Haer. fab., III, 4, 5) chiama il Piccolo labirinto, e che vari autori attribuiscono a s. Ippolito (cf. Adhémar d'Alès, La théologie de saint Hippolyte, Parigi 1906, pp. XXXIII-IV). Secondo questo trattato, Artemone pretendeva che la sua dottrina fosse stata quella della Chiesa romana prima di Zeffirino (202-18). Ignorava la condanna di Teodoto da parte di papa Vittore, ovvero dogmatizzava per conto proprio, senza speciale relazione con i teodoziani? Quello che si sa, è che il Concilio d'Antiochia del 268, che condannò Paolo di Samosata, considera Artemone come precursore di Paolo e padre della sua eresia, la quale consiste essenzialmente nella negazione della divinità di Gesù Cristo. Paolo di Samosata, difatti, era il tipo dell'adozianista razionalista, il quale abbassa il dogma cristiano al livello della pura ragione ed interpreta in tal modo i dati della Rivelazione.

BIBL.: La fonte principale per la storia dell'a. primitivo è s. Ippolito, che l'a. combattuto in parecchie sue opere: 1) nel Syntagma contra omnes haereses, opera perdata, ma utilizzata dallo pseudo-Tertuliano, Liber adveritus omnes haereses, 33: da Filastrio, Liber de haeresibus, 50: e da s. Epifanio, Haeres. IV-V: 2) nei Philosophumena, specialmente VII, 35: IX, 3, 12: X, 33, 27: 3) nell'Adversus haeresim Noeti, III: 4) nel Contra Artemonem (εì Il Piccolo labirinto di Teodoreto, già citato), in Eusebio, Hist. ecc., V, 28. Si vedano anche le storie dei dogmi e le storie ecclesiastiche più recenti, specialmente J. Tixeront, Histoire des dogmes, I: La période antinicièenne, 2a ed., Parigi 1930; A. Harnack, op. cit., I: L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, I, 2a ed., Parigi 1906, pp. 209-303; G. Lebreton, Dalla fine del II secolo all'editto di Milano, in A. Fliche-V. MARTINO G, Storia della Chiesa, trad. ital., II, Torino (1938), pp. 88-91.

III. L'A. SPAGNOLO. - Errore di coloro che hanno attribuito al Verbo Incarnato due filiazioni, una naturale, in quanto figlio di Dio, ed una adottiva, in quanto uomo. Esso fu sostenuto alla fine del sec. VIII da due spagnoli: Elipando (v.), arcivescovo di Toledo, FELICE M (v.), vescovo di Urgel, i quali fecero non pochi discepoli tra i loro familiari.

Agitata anzitutto da Elipando circa il 782, quest'eresia fu abbracciata e sviluppata da Felice, il quale divenne il vero teologo della setta. Tanto l'uno che l'altro intendevano rimanere nell'ortodossia e non soltanto ammette-

vano integralmente il dogma della Trinità – ciò che li distingueva dall’a. primitivo – ma respingevano l’eresia nestoriana e proclamavano che il Verbo si era unito ipostaticamente alla natura umana, rimanendo una sola persona.

In realtà, e quasi loro malgrado, insegnavano il dualismo ipostatico nestoriano per il modo con cui si esprimevano. Ammettendo in Gesù due filiazioni, erano indotti a distinguere in lui il figlio di Dio per natura, che era il Verbo, ed il figlio di adozione per grazia, che era l’uomo Gesù. Al pari dei nestoriani, affermavano bensì che non vi era che un Figlio di Dio, ma, con la loro terminologia, dichiaravano equivalentemente che ve ne erano due. Del resto, par quasi di sentire Teodoro di Mopsuestia, il padre del nestorianismo, quando si legge la professione di fede di Elipando: «Quia non per illum qui natus est de Virgine visibilia [Deus] condidit, sed per illum qui non est adoptione sed genere, neque gratia sed natura» (in PL 16, 917). Parimente Felice scrive: «Qui susceptus est cum eo qui suscepit connuncupatur Deus – impassibilis in suo, passibilis in alieno» (passo riferito da Alcuino, in Adversus Felicem, VII; VIII, 3; V, 2).

Gli adozianisti, al pari dei nestoriani, dimenticavano che l’idea di filiazione e di figlio è inseparabilmente legata all’idea di persona e non all’idea di natura e, non distinguendo nettamente le nozioni di natura e di persona, si formavano un concetto eretico dell’unione ipostatica, che traspariva, loro malgrado, dal modo con cui parlavano delle due nature. È quindi a ragione che la Chiesa li ha condannati come eretici, cheché ne abbiano detto certi storici protestanti del dogma, come Walch e Baur, ed il teologo gesuita Gabriele Vázquez.

La storia della controversia adozianista è assai complicata. Molto si discusse sulle sue origini. Si può supporre che libri nestoriani siano penetrati in Spagna tradotti in arabo; comunque si scorgono i primi germi dell’errore in una lettera anteriore al 782, scritta da Elipando al vescovo Migezio, uno sconosciuto che sembrava imbevuto di sbellianismo. Negli anni seguenti la teoria delle due filiazioni si propagò tanto nella parte della Spagna sottomessa ai Mori, quanto in quella sottomessa a Carlomagno, ove Felice di Urgel, interrogato da Elipando verso il 790-91, se ne fece il difensore. Fin dal 785 papa Adriano I aveva inviato ai vescovi spagnoli una lettera dogmatica per ribatterla (PL 158, 373-486). Venuto a conoscenza della nuova eresia, Carlomagno si mise in animo di estirparla dai suoi Stati e fin dal 792 fece riunire a Ratisbona un concilio, ove Felice dovette presentarsi in veste di accusato. Avendo fatto la sua ritrattazione, andò a Roma, e qui la rinnovò. Non era però sincero, poiché, ritornato in Spagna, lasciò la propria diocesi per recarsi in terra saracena, probabilmente a Toledo, ove, d’accordo con Elipando ed altri vescovi, suoi partigiani, organizzò la lotta contro l’ortodossia. Una lettera fu indirizzata ai vescovi delle Gallie ed una a Carlomagno. Questi ne mise al corrente il Papa e riunì un gran concilio a Francoforte, dove Adriano I si fece rappresentare da alcuni legati. I vescovi italiani confutarono l’a. appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, mentre i vescovi delle Gallie, dell’Aquitania e della Germania presentarono in scritti separati la prova di tradizione. Si aggiunse poi la lettera di Adriano I a Carlomagno, nella quale, sotto forma di esortazione, si riassumevano magistralmente i due scritti dei membri del concilio (794).

Tutti questi documenti furono inviati agli Spagnoli, i quali però ancora non si arresero. Felice di Urgel continuò a polemizzare con Alcuino, finché un Concilio romano del 799 lo scomunicò. Paolino patriarca di Aquileia nel Sinodo che tenne in Friuli (796) fece altrettanto e scrisse tre libri contro di lui. L’eresiarca finì per cedere alle istanze degli inviati di Carlomagno e, comparendo davanti al Sinodo riunito ad Aquisgrana, nell’autunno del 799, fece la sua terza abiura, dopo la quale non gli fu più concesso di rientrare nella sua diocesi. Ritiratosi a Lione sotto la sorveglianza di Lciddado, vescovo della città, vi morì nell’818, dopo aver indirizzato ai preti di Urgel ed ai suoi antichi partigiani una professione di fede, in cui sconfessava la sua antica condotta. Uno scritto, trovato tra le sue carte dopo la morte, farebbe però dubitare della sincerità della sua ritrattazione. In quanto ad Elipando, pare che abbia perseverato nelle sue idee fino alla morte, avvenuta nell’809.

L’eresia non sopravvisse molto al Concilio di Aquisgrana, per lo meno nella Marca spagnola, che faceva parte dell’impero franco. Nell’800 Alcuino scriveva ad Arno di Salisburgo che 20.000 chierici e laici erano stati ricondotti all’ortodossia dalla delegazione che Carlomagno aveva inviato in tale contrada (in PL 100, 329). Si trovano tuttavia alcuni adozianisti nella Spagna saracena anche verso la metà del sec. IX.
L’a. è un errore destinato a comparire periodicamente. Abelardo e la sua scuola lo risuscitarono nel sec. XIII sotto nuova forma; nel XIV alcuni sottili teologi vollero fare di Gesù Cristo, considerato come uomo, il figlio adottivo della S.ma Trinità, e certi teologi moderni parlano talora di Gesù Cristo come se avesse una personalità umana.

Bibl.: Hefele-Leclerça, III, II, pp. 1001-60; W. Walch, Historia Adoptionum, Gottinga 1753; J. B. Enhueber, Dissertation dogmatico-historia.; PL 101, 337-438; J. Bach, Die Dogmengeschichte des Mittelalter, I. Vienna 1875, pp. 102-46; H. Quilliet, s. V. in DTHC, I, coll. 403-13; E. Portalé, Adoptionis, Controverses aux XIIe et XIVe siècles, ibid., coll. 413-21; J. Tixcron, Histoire des dogmes, III, 2a ed., Parigi 1930, pp. 526-40; M. Jugie, s. V. in DHG, I, coll. 586-90.

Martino Jugie