AERIO e AERIANI. - A., sacerdote del IV sec., nativo del Ponto, fu preposto agli istituti di carità della città di Sebaste, e segnatamente al grande ospizio dei mendicanti (ptochotrophium) dal vescovo Eustazio, che l'aveva avuto compagno nell'ascetismo. Egli non fu però fedele all'amicizia del suo vescovo: dopo aver covato per qualche tempo in fondo all'animo amarezza e rancore contro di lui, perché gli era stato preferito nell'episcopato, prese a rimproverargli pubblicamente di aver abbandonato l'ascetismo, poi, lanciandogli gravi calunnie, soprattutto di avarizia, si ritirò dalla direzione delle opere caritative e, dogmatizzando, attrasse a sé un gruppo di seguaci (chiamati appunto a.) che professarono, su alcuni punti, particolari dottrine. S. Epifanio, in un capitolo interamente dedicato a combattere gli a., attribuisce loro principalmente i seguenti cinque errori (Haer. 75):
1) non credevano nella divinità di Gesù Cristo: erano semi-ariani, anzi, secondo altri autori, erano ariani in senso esagerato; 2) negavano qualsiasi distinzione tra vescovo e sacerdote, confondendo il valore della parola «presbyteri», usata da s. Paolo, quando esorta Timoteo a non trascurare il dono ricevuto mediante l'imposizione delle mani del presbiterio (I Tim. 4, 14); 3) affermavano l'inutilità delle preghiere per i defunti; 4) respingevano i digiuni obbligatori imposti in determinati giorni, potendosi digiunare tutti i giorni, anche la domenica, ma ritenevano che i digiuni dovessero essere spontanei; 5) condannavano la celebrazione della Pasqua come una sopravvivenza giudaica, citando, male a proposito, il testo: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato» (I Cor. 5, 7).
Gli a. incontrarono l'opposizione non soltanto dei cattolici, ma anche degli ariani. Del resto furono poco numerosi: scacciati da tutte le chiese e costretti a riunirsi nelle campagne e nelle foreste, presto scomparvero. I protestanti rinnovarono in parte le loro eresie.