LOGOS (λόγος, lat. Verbum). - Titolo attribuito
da s. Giovanni Apostolo al Figlio Unigenito di Dio,
fattosi uomo nell'Incarnazione (v.).
Etimologicamente λόγος deriva da λέγειν (in la-
tino legere). Nel greco l'evoluzione semantica passò dal-
l'idea della radice legi e logiche per sé a quelle di "sec-
gliere, comprendere, ragionare, contare, raccontare, par-
lare". Presso gli scrittori profani, il significato originario
di λόγος (raccolta) sopravvive nei composti (σύλλογος
"adunanza", παλιλόγος "adunato di nuovo", ecc.). Il
termine isolato λόγος ricorre con i significati derivati
di "ragione", "conto", nelle frasi "rendere ragione" o
"rendere conto", e presso i filosofi nel significato più
complesso di "ragione", facoltà intellettiva, o di altra
entità intellettuale; presso tutti nel significato più comune
di "parola" con le sfumature di "discorso", "conver-
sazione", "detto", ecc. Nella versione greca dei Set-
tanta (v.) λόγος traduce talora "ebraico dabbah" (parola),
"cosa"). Nel Nuovo Testamento ricorre sia nei significati
del greco profano, sia in quelli cristiani di "parola di
Dio", "comandamento divino", "detto biblico", "Ri-
velazione", "predicazione evangelica" e in s. Giovanni
con il significato di "Verbo divino" 6 volte (Io, I, I
[tre volte]; I, I, 14; I Io, I, I; Apoc. 19, 13; non è da consi-
derarsi I Io. 5, 7; V. COMMA GIOVANNEO).
I. I TESTI
È opportuno esaminare dapprima testi in cui il termine ricorre con qualche specificazione.In Apoc. 19, 13 appare un cavaliere incoronato, con
un "nome scritto, che nessuno conosce, eccetto lui. È
vestito con manto inzuppato di sangue e il suo nome è
chiamato: il L. di Dio (ἀλόγος τοῦ Θεοῦ). Qui il L.,
o Verbo di Dio, è presentato chiaramente come una
Persona, identificata in Gesù Cristo, che ha versato il
suo sangue nella Passione e che ora regna glorioso in
Cielo. A Cristo risorto e glorioso allude anche I Io. 1, 1;
"Ciò che era in principio, ciò che contemplammo; e le
nostre mani palparono intorno al Verbo (ἀλόγος) della
vita" (ibid. 1, 4).
Nel prologo del IV Vangelo (Io. 1, 1-18) il L. è pre-
sentato nei suoi rapporti con Dio, con il mondo e con gli
uomini. Eccone i tratti salienti: nel V. 1 il termine λόγος
ricorre tre volte: "In principio era il L., e il L. era presso
Dio, ed era Dio il L.", cioè: il L. è eterno (esisteva già
prima della creazione, cf. Gen. 1, 1), è una persona di-
tinta da Dio Padre, del quale sarà chiamato l'Unigenito
(Io. 1, 14, 18), è Dio (ἀλόγος ἦν ὁ Λόγος). L'anticipazione
del predicato (ἐνός) accentua questa caratteristica del
L.: la sua consustanzialità con il Padre. Il V. 2 rie-
piloga, in parallelismo, le verità indicate nel V. 1. I vv. 3-5
presentano il L. come creatore dell'universo e come fonte
di vita e di luce per gli uomini. L'azione creatrice del L.
si estende a tutte le cose, nessuna eccettuata. "In Lui
era la vita (cf. I Io. 1, 4) e la vita era la luce degli uomini"
(v. 3). Si tratta specialmente della vita e della luce spiri-
tuali, soprannaturali, che poi (v. 14) saranno dette "Grazia
e verità"; le "tenere non riuscirono a soffocare" la
luce del L. che veniva nel mondo.
Giovanni Battista (v.) non era la vera
luce, ma solo un testimone del L. luce (vv. 6-8). "C'era
la luce, quella vera, quella che illumina ogni uomo che
veniva nel mondo" (v. 9). "Il mondo", ossia gli uomini
mondani, e perfino "i suoi", gli Ebrei, non lo vollero
ricevere, ma a chi lo ricevette il L. "diede il potere di
divenire figli di Dio", infondendo loro la vita della Grazia
per cui sono "nati da Dio" (vv. 10-13).
Il V. 14 rivela il mistero dell'Incarnazione del Verbo:
E il L. si è fatto carne (καὶ ὁ Λόγος σὰς ἐγένετο) e si
attendò fra noi". Il L. che è Dio, Persona distinta dal
Padre, sussistente in lui, senza subire mutazioni divenne
uomo, assunse cioè nell'unità della sua Persona divina
la natura umana completa (anima e corpo).
Qui, come nella sua prima epistola (I Io. 1), l'Evange-
lista proclama la sua testimonianza e quella degli Apo-
stoli: "E noi contemplammo (assistendo ai suoi mira-
coli, specialmente alla sua trasfigurazione, alla sua Ri-
surrezione ed Ascensione) la gloria sua; gloria quale spetta
all'Unigenito (μονογενής) dal Padre, pieno di Grazia (vita
divina) e di verità (luce divina)".
Il precursore attesta la preesistenza divina del L.
(v. 15) e l'Evangelista soggiunge: "E dalla pienezza di
Lui noi tutti ricevemmo, e Grazia per Grazia (χάριν ἀντί
χάριτος, V. 16)". La nostra Grazia deriva da quella del
L., corrisponde alla sua. "Poiché la Legge fu data (come
un dono esteriore) per mezzo di Mosè, la Grazia e la Ve-
rità per mezzo di Gesù Cristo fu prodotta" (v. 17). Qui
il L. è chiaramente identificato in Gesù Cristo, personag-
gio storico: è Dio e uomo insieme.
Il prologo conclude con il presentare il L. incarnato
come sussistente nell'intimità divina del Padre, di cui è
l'unico Figlio Dio, e come rivelatore della Divinità:
"Di Dio nessuno l'ha visto mai: l'Unigenito-Dio (μονο-
γενής θεός, è questa la lezione migliore del greco) che
è nel seno del Padre, lui stesso ce lo rivelò" (v. 18).
II. DOTTRINA TEOLOGICA
La dottrina teologica dei testi giovanelli sul L. e specialmente nel prologo dei IV Vangelo è ricchissima. Il punto centrale di tale dottrina è l'identificazione del L. divino nel Cristo storico, salvatore. Nel resto del IV Vangelo Gesù non è mai chiamato L. (si vede che il Salvatore non si è mai appropriato espressamente questo ti- tolo), ma vi ricorrono nel loro contesto storico le stesse verità espresse nel prologo.La preesistenza eterna del L., affermata nel prologo
(Io. 1, 1), è attestata per Gesù Cristo nel IV Vangelo
sia da Giovanni Battista (ibid. 1, 30), sia da Gesù stesso
{ibid. 8, 58}. La sua distinzione personale dal Padre {ibid. 1, 1} è proclamata nei passi del IV Vangelo che presentano Gesù come Figlio proprio di Dio. È questo, anzi, lo scopo esplicito del Vangelo {ibid. 20, 28; cf. 1, 37; 3, 17; 35, 36; 5, 19-26; 6, 40; 8, 35; 36; 14, 13; 17, 1}. L'identità di natura {ibid. 1, 1} o consustanzialità tra il L. e il Padre, è attestata chiaramente da Gesù stesso {ibid. 10, 30; 17, 22}.
Che Gesù sia vita e fonte di vita spirituale, soprannaturale per gli uomini è chiaramente insegnato nel IV Vangelo {ibid. 3, 15; 5, 24; 26, 40; 6, 27-51; 8, 12; 10, 11; 13, 25; 14, 6; 17, 2-3; 20, 31}. Gesù è luce e fonte di luce {ibid. 3, 19-21; 12, 9; 5, 12, 35-46} e di verità {ibid. 5, 33; 14, 6; cf. I Io. 1, 6-8; III Io. 3}. L'incarnazione è attestata nel discorso di Gesù a Nicodemo (Io. 3, 13-21), ove ritornano i titoli caratteristici di Unigenito (Movo-vevýç: ibid. 3, 16, 18), di luce di verità {ibid. 3, 19-21}, annunciati nel prologo, della discesa del Figlio di Dio dal Cielo {ibid. 3, 31-36}.
Il greco λόγος, reso da Tertulliano e da antiche visioni latine con Sermo o Ratio, e meglio dalla Volgata con Verbum, si presta ottimamente ad esprimere la dottrina teologica riguardante il Figlio di Dio fatti uomo.
I teologi, seguendo S. Tommaso (Sum. Theol., 1, q. 34) sviluppano le analogie fra il L. umano e il L. divino così: come l'uomo, conoscendo se stesso, genera intellettualmente un L. interiore (λόγος ἐνδιάθετος, verbum mentis), un concetto che ne è come l'immagine, così Iddio Padre, conoscendo perfettamente se stesso, e in se stesso tutte le cose, genera intellettualmente, ab aeterno, il suo L. interiore, l'Unigenito-Dio (Io. 1, 18), che ne è l'immagine perfettissima (cf. II Cor. 4, 4; Col. 1, 15). Nell'uomo il pensiero è un'accidentalità transeunte, in Dio invece è una Persona, sussistente eternamente nell'unica natura divina, comune al Padre e al Figlio. Come nell'uomo la parola proferita (λόγος προφορικός, verbum oris) è il mezzo con il quale manifesta il proprio pensiero, così, analogamente, nella Divinità il L. divino Incarnato è il rivelatore dei misteri divini, comunica la luce della verità, la vita della Grazia (Io. 1, 14-18).
III. INFLUSSI E DIPENDENZE
Prima di ricercare eventuali dipendenze da fonti profane, giova indagare negli scritti ispirati, che certamente erano a conoscenza di s. Giovanni, le fonti eventuali del suo insegnamento sul L.Vari testi del Vecchio Testamento dànno un risalto speciale alla parola divina. In Gen. 1, 1-27 si descrive la creazione come opera delle Parole di Dio con la formola ripetuta «E disse Iddio». Questo concetto è ribadito in Ps. 32 (33): «Disse e fu fatto, comandò e fu creato» (v. 9, cf. V. 6; Ecc. 42, 5; λόγος). Altrove si descrive la «parola di Dio» come inviata da lui: «Mando la sua parola e furono guariti» (Ps. 106, 20; cf. 147, 14-18; Is. 9, 8; 55, 10-11). Si tratta di personificazioni retoriche, che però permettevano intuizioni più profonde. La «parola di Dio», con il titolo di λόγος, è personificata più fortemente in Sap. 18, 4; sg.: «Quando... la notte giungeva a mezzo il suo corso il tuo onnipotente Verbo (λόγος) dal Cielo, dal tuo regal trono, balzò, inflessibile guerriero».
Nel Nuovo Testamento il mistero è rivelato chiaramente. Interessanti sono i collegamenti fra gli scritti di s. Paolo e quelli sapienziali del Vecchio Testamento. Il concetto di riflesso (splendore) e immagine applicato alla Sapienza divina in Sap. 7, 25-26 è ripreso da Hebr. 1, 3, applicato al Figlio di Dio fattosi uomo, e più chiaramente in II Cor. 4, 4 e Col. 1, 15. Quest'ultimo testo ha, nell'intero contesto (Col. 1, 13-17), innegabili affinità con il libro della Sapienza e con il prologo di s. Giovanni; ivi «immagine» corrisponde a L. e Gesù Cristo viene presentato chiaramente come Figlio di Dio, preesistente, creatore, fattosi uomo, redentore. A Io. 1, 14 corrispondono Col. 2, 9 e Phil. 2, 6. In questi passi dell'epistolario paolino si trova già chiaramente insegnata la dottrina da s. Giovanni sistemata poi nel suo prologo, in cui domina il L. eterno, distinto dal Padre, Dio, creatore, incarnato Gesù Cristo.
Altri elementi ricorrono nella I Pt. 1, 23: «Foste rigenerati, non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, mediante la parola di Dio viva e permanente». La parola (L.) di Dio che rigenera, di cui parla s. Pietro, riguarda la predicazione, e forse la formola del Battesimo; è tuttavia sintomatico l'incontro con Io. 1, 13 quanto alla nascita soprannaturale. «La terra emersa dalle acque sussiste per mezzo dell'acqua in forza della Parola di Dio» (II Pt. 3, 5); corre parallela con Io. 1, 2 che parla del L. creatore.
In questi testi ispirati e nella parola viva del Maestro divino che, anche nei Sinottici, attestava la perfetta conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio (Mt. 11, 27) e la sua vita trinitaria, s. Giovanni deve avere attinto gli elementi essenziali della sua dottrina. Alcuni ritengono che Giovanni abbia attinto dai filosofi greci elementi per il suo L.
Eraclito (v.), il L. sarebbe una specie di divinità immanente nel cosmo, una legge cosmica universale, eterna, identificabile nel fuoco (ritenuto elemento razionale): questo L. fisserebbe il destino di tutte le cose mutevoli (cf. M.-J. Lagrange, Le L. d'Héraclite, in Revue biblique, 32 [1923], pp. 96-107).
Platone (v.) Aristotele (v.) non hanno accolto nei loro sistemi queste dottrine del L. Tuttavia alcuni elementi platonici sul cosmo intelligibile, considerato come causa esemplare ed efficiente del cosmo sensibile, sull'anima del cosmo e sugli dèi di secondo ordine, ebbero qualche influsso sulla storia successiva della dottrina del L. Così pure il concetto aristotelico riguardante la natura in quanto principio immanente del moto, concepita come una forza divina razionale che fa consistere in sé l'universo, offrì agli stoici alcuni elementi per la loro dottrina sul L.
Gli stoici più recenti applicarono il titolo di L. alla cosiddetta «anima del cosmo». Per Seneca (Ad Helviam, 8, 3) il L. è «uno spirito divino egualmente diffuso in tutte le cose grandi e piccole, forma la materia, la volge», la governa, è la legge universale che tutto conduce al termine stabilito: l'intelligenza umana è partecipazione del L. universale. Quando l'uomo parla, manifesta con il L. proferito (λόγος προφορικός) quanto gli è comunicato nel L. interiore (λόγος ενδιάθετος; cf. Zenone, presso Galeno, De Hipp. et Plat. plac., 2, 5).
L'influsso della filosofia greca sulla dottrina giovanna del L., sostenuto specialmente dai razionalisti M. Lidzbarski, R. Reitzenstein, B. Bauer, W. Bousset, non regge all'analisi oggettiva. L'unico punto di contatto fra Giovanni e questa filosofia consiste nell'uso del termine L. e nell'attribuirgli qualche rapporto speciale con la divinità e con il mondo. Ma nessuno di quei filosofi, neppure gli stoici più vicini a Giovanni (Epitteto, Seneca), considera il L. come una sapienza speciale di Dio, tanto meno come una persona o come un intermediario di cui si serve Iddio nella creazione.
Altri, con A. Loisy, cercarono le fonti della dottrina giovanna sul L. Filone (v.).
Nonostante alcune somiglianze, le divergenze sostanziali sono tali da escludere una vera dipendenza.
Tanto da Filone quanto da Giovanni, il L. è detto Dio e Figlio di Dio; per entrambi il L. influisce nella formazione del mondo; è mediatore fra Dio e gli uomini, è rivelatore. Però il L. di Filone è un'idea astratta, sprovvista di personalità; è detto Dio (ἐσχός) nel senso largo di essere divino, non in senso proprio; è detto anche figlio di Dio per partecipazione come il mondo che è il «figlio minore» di Dio, mentre il L. ne è il «figlio maggiore». Per s. Giovanni invece il L. è l'Unigenito Figlio di Dio in senso proprio, è una Persona divina che assume in sé la natura umana, è lo stesso Gesù Cristo. Il L. di Filone è semplicemente un ordinatore della materia, supposta preesistente, mentre il L. di s. Giovanni è Lui stesso preesistente alla materia, vero creatore di tutte le cose. Il L. di Filone, a differenza di quello di s. Giovanni, non è affatto fonte di vita e di luce soprannaturale, non è credente del mondo.
Altri cercarono le rotti della dottrina giovannea sul L. negli scritti giudaici che personificano la Legge (Tōrāh), la Nuvola (Σκήθινα) e specialmente la Parola (Mēmūrā) del Signore.
La formula «Mēmūrā di Ἀδήνα» che potrebbe corrispondere a L. del Signore, ricorre soltanto nelle parafrasi armaiche della Bibbia, dette Targūmim, scritte dopo Cristo, ma già trasmesse oralmente prima di Cristo H. L. Strack e P. Billerbeck: (Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, II, Monaco 1924, pp. 302-33), ne contano 179 nel Targum di 'Onqelōs, 321 nel I Targum di Gerusalemme e 99 nel II (p. 305 sg.).
Ma l'analisi dei passi in cui ricorre questa formula (sostituita talora dalla sinonimia «dibhūrā di Ἀδήνα») mostra che si tratta di uno dei tanti espedienti rabbinici per evitare di pronunciare il nome di Jahweh. Per evitare gli antropomorfismi i targumisti invece di «Dio» o Jahweh scrivono «Parola del Signore» (Mēmūrā di Ἀδήνα). Tale sostituzione avviene normalmente anche là dove la Bibbia dice che Jahweh cammina, parla, agisce esteriormente, governa il mondo, si rivela, crea. Può darsi che l'uso di Mēmūrā presso gli Ebrei palestinesi sia una versione del termine L. usato dagli Ebrei alessandrini e specialmente da Filone; qualche volta il Mēmūrā viene pure personificato come un'ipostasi divina, oppure, più frequentemente, come un'emanazione divina trasmessa ai profeti; ma anche in questi casi si tratta di personificazioni retoriche. Anche quando dicevano «parola di Dio» i rabbini intendevano «Dio». I rabbini inoltre non qualificano mai il Messia come Mēmūrā del Signore. Altri tirano in campo come le fonti supposte di tale dottrina il sincretismo confluito nelle religioni misteriosofiche, negli scritti ermetici o mandai; ma si tratta di somiglianze puramente verbali, con idee assai diverse. Il mandesimo (v. MANI E MANICHEISMO) poi ha subito influssi dal cristianesimo, non viceversa.
Gli elementi dottrinali essenziali contenuti nel prologo del IV Vangelo derivano dalla Rivelazione consegnata, in forma alquanto oscura, nel Vecchio Testamento, e più chiaramente nella parola viva di Gesù e negli scritti degli apostoli Paolo e Pietro. Da questi dati rivelati, l'Evangelista ha condensato nel meraviglioso inno che apre il suo Vangelo il frutto delle sue contemplazioni.
Si può pensare che la scelta della parola L. piuttosto che un'altra (immagine, sapienza, splendore di Dio, oppure pūmā, vōs, lēsēs), sia dovuta ad una rivelazione speciale, oppure, meglio, ad una sua scelta intenzionale allo scopo di conferire un'importanza cristiana inconfondibile al termine λόγος, del quale tanto si abusava nel mondo filosofico e religioso ellenistico; offriva ai colti ellenisti un mezzo per incanalare le loro speculazioni fino al vertice del mistero divino.