COMMA GIOVANNEO

COMMA GIOVANNEO. - Celebre versetto inserito nella prima epistola di s. Giovanni circa i tre testimoni celesti che attestano la divinità di Gesù

Cristo, uno dei testi classici per stabilire la distinzione delle Persone della S.ma Trinità e l'unità della divina Sostanza: «Tre sono che danno testimonianza in Cielo, il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo e questi tre sono uno. E tre sono che danno testimonianza in terra, lo Spirito, l'acqua e sangue e questi tre sono uno» (I Io. 5, 7).

I. IL PROBLEMA

La sua autenticità, ammessa per lungo tempo in base al «testo greco ricevuto» e alla Volgata, è oggi universalmente rigettata. Nessuna edizione critica moderna del testo greco, sia protestante (Nestle) sia cattolica (Vogels, Merk, Bover), lo contiene.

La controversia s'iniziò con le due prime edizioni del Nuovo Testamento di Erasmo che l'avevano omesso; continuò presso i protestanti fin verso la metà del sec. XIX, e presso i cattolici fino al principio del XX. Siccome la lotta s'inaspirava, il S. Uffizio dichiarò che non si poteva tutto negarne l'autenticità né metterla in dubbio (AAS, 29 [1897], p. 637). Tuttavia, per ovviare ad interpretazioni troppo strette, la Chiesa, sia attraverso dichiarazioni ufficiose date subito dopo la pubblicazione del decreto, sia per la pratica da lei adottata, sia soprattutto per l'interpretazione ufficiale data il 2 giugno 1927 (Enchiridion Biblicum, n. 121), dimostrò che non intendeva affatto chiudere la controversia né impedire agli eseguiti cattolici di continuare le ricerche e di propendere eventualmente verso la soluzione negativa.

II. I FATT

Il c. g., che fu sconosciuto ai manoscritti greci, eccettuati tre (del sec. XVI e influenzati dalla Volgata), sconosciuto ai Padri greci, che avrebbero avuto molte occasioni di utilizzarlo nelle controversie trinitarie, e perfino a quelli che commentano I Io., sconosciuto infine alle versioni orientali, apparve solo nell'Occidente latino, e in un'epoca relativamente tardiva.

Gli antichi Padri latini non lo conoscono: Ilario, Ambrogio, Agostino, Girolamo, Leone il Grande, e ancora nel sec. VIII s. Beda, sebbene questi commenti tutta l'epistola. Le allusioni che si sono rilevate in alcuni scrittori come Tertulliano e soprattutto Cipriano, si spiegano dal fatto che il V. 8 fu interpretato in senso trinitario. Lo stesso può dirsi di Potamio di Lisbona (ca. il 350). Parimenti i manoscritti della antica versione latina (totti i frammenti di Frising, sec. VII, e un codice parigino del sec. XIII che riproduce praticamente il testo della Volgata) lo ignorano. Lo si incontra solamente a partire dal sec. IV localizzato in Spagna, e sotto forme abbastanza divergenti fra loro, talvolta eterodosse.

Nella Volgata, in cui fu accreditato dal prologo apocrifo alle epistole cattoliche composto, pare, a questo scopo, è visibilmente di origine secondaria. Di fatti tutti i più antichi testi lo omettono; fino ai sec. XI-XII lo contengono solamente alcuni manoscritti di origine o d'influenza spagnola. A ragione l'editore anglicano White lo omette (ed. minore, 1911) e il Merk, sebbene conservi il testo della Sisto-Clementina, segnala l'omissione come lezione da preferirsi (4a ed., 1942).

III. ORIGINE DEL C. G. — È assai verosimile che il c. g. debba la sua origine alla interpretazione trinitaria del V. 8 (tre testimoni terrestri) come, p. es., nel Contra Maximinum di s. Agostino (PL 42, 794).

Infatti nei più antichi testimoni fino al sec. XI lo si trova inscritto dopo il V. 8, come una spiegazione di questo versetto. La glossa, probabilmente marginale in origine, dovette passare nel testo in alcuni manoscritti dell'antica latina in Spagna o forse in Africa, ad ogni modo prima di Priscilliano o dell'autore del Liber Apologeticus (ca. l'anno 380, ed. Schepss, CSEL, XVIII, p. 6); questo sembra citare il c. g. come un testo accettato, e, su questo punto, non fu affatto attaccato dai suoi avversari.

IV. VALORE DEL C. G. — Sconosciuto alle Chiese greche ed orientali come pure all'antica Volgata latina, il c. g. non appartiene alla prima epistola giovannea; perciò non fa parte delle Scritture dichiarate «sacre e canoniche» dal Concilio di Trento. Ma siccome la Chiesa vi riconobbe l'espressione esatta della sua fede, costituisce certamente un argomento di tradizione, e come tale da un quarto di secolo i teologi lo usano volentieri.

BIBL.: E. Künstle, Dai C. Ioannem, Friburgo in Br. 1905; A. Lemmonyer, Le c. johannique, in DBs, II, coll. 67-73; E. Tobac, Le c. Ioannis, in Collectanea Mechliniensia, 19 (1930), pp. 401-22. Si troverà più ampia bibliografia nelle due ultime opere citate.