GIOVANNI BATTISTA

GIOVANNI BATTISTA. - Precursore di Gesù nella predicazione e nel Battesimo, donde trasse il nome (6 βαπτιστής «il battezzatore»): Mt. 3, 1, ecc.). Gesù ne esalta la personalità ed il ministero, ponendolo al di sopra dei profeti e di ogni nato di donna, designandolo uomo forte e austero e paragonandolo ad una «lampada ardente e lucente» e ad Elia per lo spirito. G. segna il termine della legge e dei profeti e dà il via alla nuova èra evangelica (Mt. 11, 7-9; 11; Lc. 7, 24-28; Mt. 9, 13 sg.; 17, 12; Mc. 9, 12 sg.; Io. 5, 35). Precede il Messia per rendergli testimonianza e, predicando e battezzando le follie d'Israele, le dispone alla conversione dell'anima ed a produrre frutti di opere buone, per poter entrare nell'economia messianica. Discenderà nell'ombra per lasciare crescere colui che considera infinitamente più alto di sé (Io. 3, 29 sg.), concludendo la sua missione con il martirio.

Una preparazione conveniente ne precede la missione: le profezie di Is. 40, 3 e di Mal. 3, 1, l'intervento dell'angelo Gabriele, i prodigi della santificazione nel seno materno, della nascita e dell'imposizione del nome, la visita della Madre di Gesù a s. Elisabetta, una vita austera trascorsa nei deserti. Un movimento di popolo si forma subito intorno a lui, l'autorità religiosa se ne interessa e non l'ostacola. Riusca ciò che non gli appartiene, ma afferma altamente quello che è: «la voce del Precurso» (Io. 1, 19-27). Al centro della sua attività è il canonferimento del battesimo a Gesù sulle rive del Giordano. Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., XVIII, 5, 2) ne elogia la predicazione, il battesimo ed il martirio. Notizie più particolareggiate vengono dai Vangeli.

I genitori di G. B. ZACCARIA, SANTO (v.), che apparteneva alla classe sacerdotale d'Abia, ed Elisabetta, discendente anch'essa da stirpe sacerdotale, almeno per parte di madre (Lc. 1, 5) ed imparentata (ἡ συγγενής = zia o cugina?) con la b. Vergine (Lc. 1, 36). Ambedue erano vecchi ma giusti ed irreprensibili (Lc. 1, 5-6); non avevano figliuoli. Come quella di Sansone e di Samuele, la nascita di G. B. avvenne in modo miracoloso. Lc. 1, 5-25 ne descrive i particolari. L'angelo Gabriele appare a Zaccaria nel «Santo», alla destra dell'altare dei profumi, mentre compie l'oblazione dell'incenso, e gli comunica che, essendo la sua preghiera (per accelerare la venuta del Messia?) esaudita, sarebbe stato il padre del Precursore dell'atteso Messia.

Gabriele rivela che G. «sarà grande davanti a Dio, nástir perpetuo e pieno di Spirito Santo», toltogli cioè il peccato originale, sarà ornato di Grazia santificante e di tutti i doni dello Spirito Santo (non del solo dono di profezia: Konrad) mentre ancora è nel seno materno (e non «dal momento della nascita o dell'infanzia»: Konrad, Loisy, Plummer), secondo Buzy nel momento in cui «sobbalzò» per la gioia. La sua missione rassomiglia a quella d'Elia, di cui doveva possedere lo spirito e la potenza (I Reg. 17-20), per rinnovare i vincoli della società domestica e ricondurre gli increduli a sentimenti di giustizia e di pietà, come era predetto in Mal. 3, 23-24 (Lc. 1, 17), onde preparare un «popolo perfetto» alla venuta del Messia.

L'angelo assegna il nome da imporghi: 'Ἰωάννης ἐλθὲν. Ἐθεθάσασα ἡ Ἀθωνὴ ἐπιστολὴ». A Zaccaria, che richiede un «segno» di conferma (probabilmente per difetto di fiducia), predice che sarà muto fino alla nascita del bambino. Elisabetta nasconde per 5 mesi la sua gravidanza, attribuendo a Dio il merito della sua maternità. Allora riceve la visita gradita e augusta della b. Vergine, la quale, appena conosciuto dallo stesso Gabriele (v. ANNUENCIAZIONE) che la sua vecchia e sterile parente era nel sesto mese di gravidanza per intervento della dynamis di Dio («cui nulla è impossibile»), con sollecitudine si era recata da lei per prestarle i servigi. Con ricchezza di particolari, Luca riferisce la scena dell'incontro delle due parenti e il «sobbalzare» per la gioia di G. B. nel seno della madre, che fu «empita di Spirito Santo» nell'acclamare Maria. Maria S. mia rimase presso Elisabetta 3 mesi, quindi fino alla nascita di G. B. Il luogo della visitazione è indicato in modo generico: εἰς 7:12v 'Iòdò, da tradursi «in una città di Giuda», situata in zona montuosa. Sono state proposte varie ubicazioni (Maccheronte, Sebaste, Betlemme, Gerusalemme, Hebrón, Juttah, Giuda di Nephtali, Bethzachara, Beit-Sa'kar), ma la più probabile è quella tradizionale di S. Giovanni in Montana, 'Ajn Kārim (v.), 6 km. ad ovest di Gerusalemme, dove sono venerati due santuari: quello della Nascita di G. B. e quello della Visitazione. Nel 1941-42 vi sono stati fatti gli scavi dai Padri francescani.

Otto giorni dopo la nascita, G. B. fu circonciso e gli fu imposto il nome, mentre Zaccaria, riacquistata la favella, intonava tra Benedictus (v.), nel quale esalta la missione del Precursore intesa a preparare le vie di Dio e ad insegnare al popolo la via della salute nella remissione dei peccati (Lc. 1, 8-78). Secondo Io. 1, 7-8 G. B. doveva «rendere testimonianza alla luce», affinché tutti credessero per mezzo di lui. Lc. 1, 8o descrive lo sviluppo fisico, intellettuale e morale del bambino: «cresceva e si fortificava nello spirito». Di poi andò a dimorare «nei deserti». Espressione che indica un tenore di vita nomade, trascorsa ora in uno, ora in un altro deserto, cioè nella zona compresa tra el-Aṣūr ed il sud-est del Mar Mòrto, in cui si trovano i deserti di Ziph, Engaddi, Maon ecc. Però il nome «deserto» può ben indicare una plaga solitaria, anche se non desolata. Una tradizione posteriore al sec. XII lo colloca a 5-6 km. da 'Ajn Kārim, luogo pittoresco vicino al villaggio di Soba. Non si sa a quale età G. B. andasse a vivere nei deserti. Secondo la leggenda, raccolta dagli apocrifi, Elisabetta ve l'avrebbe portato al tempo della strage degli innocenti e Dio ve l'avrebbe protetta nascondendola miracolosamente con il bimbo dentro una roccia. Lc. 1, 6o potrebbe intendere anche che ciò sia avvenuto in tenera età (cf. l'inno liturgico: Antra deserti teneris sub annis - civium turmas fugiens, petisti). I genitori di G. B. del resto, già avanzati in età, non poterono sopravvivergli a lungo.

Nei deserti il giovane nástir menò vita austera. Negli inizi del ministero vestiva o di un perizoma di dura pelle intorno ai fianchi e di un mantello ispido, tessuto di peli di cammello, gettato sulle spalle; oppure di una tunica, tessuta di peli di cammello, stretta ai fianchi con una rozza cintura di pelle. Il suo cibo era costituito da cavallette (cibo legale: Lev. 11, 22) e da miele selvatico (di api, e non vegetale, essudato dal tamarix: μῆλα ἀγρύπων), cioè da cibi di fortuna, di cui si nutrono anche i beduini. Rimase nei deserti fino all'a. 15° di Tiberio Cesare, mentre era procuratore della Giudea Ponzio Pilato. Se l'a. 15° si computa dalla morte di Augusto (19 ag. 767 di Roma), risponde all'a. 28-29 d. C., se invece dall'associazione con Augusto (gen. 765 di Roma) risponde al 26-27 d. C.

G. B. ricevette direttamente da Dio l'ordine di iniziare la missione (Lc. 3, 1-2), e si stabilì nel deserto di Giuda, vicino al Giordano, cioè tra le montagne di Giuda, Gerico ed il Mar Morto. Con lo spirito e la potenza di Elia, con l'ascendente che gli veniva dall'ascetismo e dalla vocazione divina, G. B. «prepara le vie del Signore», appianando i teli, colmando i vadi, allargando e raddrizzando i sentieri, con il predicare la necessità della conversione (μετάνοις) e del battesimo di penitenza a remissione dei peccati», essendo prossimo il «Regno di Dio». Si rivolge a diverse classi sociali ed investe contro gli ipocriti farisei e sadducei, proclamando che non basta alla salute l'appartenenza alla stirpe di Abramo, ma esigendo frutti positivi di opere buone. In un clima di ansiosa attesa messianica, G. B. suscita molto entusiasmo; le follie accorrono da Gerusalemme, dalla Giudea e dalla zona del Giordano e G. B. le battezza immergendole nel Giordano mentre confessano i peccati. Questo movimento di masse fece nascere il sospetto che G. B. fosse il Messia (Lc. 3, 15), non ostante che non appartienesse alla stirpe di David.

Mentre G. B. Bethania (v.), oltre il Giordano, l'autorità giudaica (il Sinedrio?) invia da Gerusalemme un'ambasciata di sacerdoti e leviti, tra i quali alcuni farisei, per chiedergli se fosse il Messia, Elia od il Profeta (Io. 1, 19-28). G. B. nega, proclamando di essere soltanto «la voce che grida nel deserto predetta da Isaia» (40, 3) e dando testimonianza della superiorità della missione di Gesù, come aveva fatto prima (Io. 1, 15-18) e come farà in seguito (Io. 1, 29-37). Anzi la considerata così sublime che non si reputa degno di «sciogliegli calzari». Il di lui Battesimo è di tanto superiore al suo quanto lo spirito e il fuoco son superiori all'acqua. AGNELLO (v.) di Dio (per la mitezza e per la virtù espiatrice), quello che toglie il peccato del mondo. È il Messia e il figlio di Dio. Possiede un fuoco divoratore, ha in mano il ventilatore ed il crivello per vagliare l'operato dell'umanità, che deve giudicare.

Gesù volle presentarsi a G. B. per riceverne il battesimo. La scena meravigliosa con la discesa dello Spirito Santo sotto forma di colomba, è descritta con vivacità dai Sinottici (Mt. 3, 13-17; Mc. 1, 9-11; Lc. 3, 21 sgg.).

Secondo Mt. 3, 13-14. G. B. conosce Gesù e la sua missione fin dal momento in cui gli si presenta al battesimo. Onde si vuol schermire; secondo Io. 1, 33-34, invece, G. B. non lo conosceva, anzi, lo riconobbe dal segno della discesa dello Spirito Santo. S. Giovanni Crisostomo e S. Agostino, poi altri autori, hanno proposto varie so

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luizioni (cf. Buzy [V. BIBLICA.], pp. 191-95). Si possono, sembra, conciliare i due Evangelisti intendendo che a G. B., al momento di iniziare il ministero di Precursore, è stato rivelato Colui che doveva battezzare nello Spirito ed in conferma gli è stato dato il segno della discesa della simbolica colomba; «non conosceva Gesù perché prima di quella rivelazione ne ignorava la missione: «ἐγένετο γὰρ νόησις καὶ ἰσχύειν καὶ ἰσχύειν καὶ ἰσχύειν καὶ ἰσχύειν καὶ ἰσχίειν καὶ ἰσχίειν καὶ ἰσχίειν καὶ ἰσχίειν καὶ ἰστέναι» (Mt. 3, 13-14). G. B. conosce Gesù e la sua missione, ma al tempo precedente la rivelazione, e riguarda non la persona di Gesù, che doveva conoscere, ma la sua missione.

G. B. si formò dei discepoli: tra questi Gesù reclutò i primi Apostoli (Andrea, Simone, Giovanni, Filippo, Natanaele), tutti galilei, il che dimostra che l'influsso di G. B. si estendeva lontano. Essi furono tenaci nella sequela di G. B. Oltre ad averne ricevuto il battesimo, ne imitavano l'ascetismo (digiuno e preghiere: Mt. 9, 9-14; Mc. 2, 13-18; Lc. 5, 27-33; Mt. 11, 1), lo seguivano a Aenon, Bethania, Macheronte, ecc.; né vedevano di buon occhio che fosse oscurato da Gesù. G. B. però in varie occasioni ribadisce la sua inferiorità di fronte a Gesù e li indirizza da lui.

Gli inizi della predicazione di Gesù e di G. B. sono riferiti con gli stessi termini (Mt. 3, 2; 4, 17). G. B. comincia nel Gòr: poi attraversa Bethania (v.), dove riceve l'ambasceria dei Sinedrioti (Io. 1, 28). Mentre Gesù predica in Giudea (Io. 3, 22) attorniato dai discepoli, G. B. AENNON (v.) presso Salim, ricca di acque (Io. 3, 23), dove avviene una discussione fra i discepoli di G. B. e un giudeo riguardo alla purificazione. Poi essi vanno da G. B. per fargli notare, con malcelata invidia, i grandiosi successi di Gesù. G. B. risponde affermandone di nuovo la superiorità, considerando la propria missione esaurita; conclude con generosa umiltà: «Egli deve crescere: io devo dileguarmi» (Io. 3, 25-36), invitando a seguire Gesù.

L'opinione di Goguel (La vie de Jésus [V. BIBLICA.]), p. 255 sgg.), secondo cui Gesù sarebbe stato un discepolo di G. B., da cui si sarebbe separato in seguito a divergenze intorno alle purificazioni (Battesimo), e che perciò questi l'avrebbe considerato un discepolo infedele e quasi un rinnegato, non ha fondamento. Né vi sono contraddizioni tra Io. 3, 26; 4, 1 e 3, 32; tra 3, 22; 4, 1 e 4, 2; né tracce di rimaneggiamenti nella storia di G. B. in Io. 3, 22-24, 31.

G. B. continuò la missione con coraggio e franchezza, riprendendo i vizi ed invitando alla penitenza. Ma poiché al tetrarca della Galilea, Erode Antipa (v.), rimproverò pubblicamente l'incestuoso e adulterino matrimonio con Erodiae, sua nipote e moglie di suo fratello Filippo ancora vivente, il tetrarca, temendo forse che la possente eloquenza di G. B. provocasse sollevazioni nel popolo (certo scandalizzato per la sua condotta), lo fece arrestare (a Tiberiade o a Livias?) e gettare incatenato nel carcere (secondo Fl. Giuseppe) di Macheronte (el-Mukāwer, sulle montagne di Moab, tra lo Zerqā Mā'in e l'Arnon, a 1100 m. sul livello del Mar Morto). Non si sa quanto tempo vi rimanesse.

Secondo Mt. 11, 2.7 e Lc. 7, 18-23, allora sentì parlare dei progressi della missione di Gesù e si decise ad inviare due dei suoi discepoli per proporgli il quesito: «Sei tu quello che viene, oppure ne dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose agli inviati, incaricandoli di riferire a G. B. (dopo aver operato minacci in loro presenza) che erano risanati «i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, risuscitati i morti, evangelizzati i poveri», come aveva predetto Is. 35, 5; 6; 61, 1, aggiungendo peraltro: «e beato chi non si scandalizzerà a mio riguardo». G. B., che conosceva ed esaltava la missione di Gesù, almeno

dal momento del battesimo, non può cominciare ora a credervi (Loisy). Si interpreta però in modo diverso il suo atteggiamento. Alcuni credono che nello squallore del carcere di Macherente possa aver nutrito qualche dubbio sulla missione di Gesù, oppure qualche impazienza di vedere al più presto realizzato il Regno di Dio (cf. Buzy, pp. 286-306); oppure che abbia voluto stimolare Gesù a manifestarsi con maggior decisione ed evidenza. L'opinione più comune è che G. B. volesse provocare da Gesù una dichiarazione esplicita della sua messianità per persuadere i suoi discepoli. Ciò è conforme all'elogio che Gesù fa di G. B. dopo la partenza degli inviati. Lo proclama infatti l'araldo del Messia, superiore ai santi del Vecchio Testamento, l'anello di congiunzione tra il Vecchio e il Nuovo Testamento; non è una canna agitata dal vento, o un uomo delicato, ma un asceta; è più che un profeta; è Elia!

Antipa ascoltava volentieri G. B. in carcere, rimanendone sempre più turbato. Ma Erodiale l'odiava a morte ed aveva deciso di farlo tacere per sempre. Antipa non voleva permetterlo perché lo venerava e temeva per il popolo che lo riteneva un profeta. Celebrandosi il genetliaco di Antipa, durante il banchetto dato agli alti ufficiali ed all'aristocrazia della Galilea, a Macherente, la figlia di Erodiale (Salome) eseguì danze che piacquero tanto ad Antipa che le promise con giuramento di concedere quanto avesse chiesto, «anche la metà del regno». La ragazza consultò la madre, che le suggerì di farsi portare subito in un vassoio la testa di G. B. Antipa si rattristò, ma per il giuramento fatto di fronte agli invitati, stimò di non doverla contrariare. Il carnefice decapitò G. B. nel carcere e portò la testa a Salome, che la consegnò alla madre. S. Ambrogio con accenti poetici mette in risalto il valore del martirio di G. B. e la crudeltà dei mandanti (De Virg., III: PL 16, 233 sgg.).

I discepoli provvidero a ritirare ed a seppellire il corpo. Antipa ed il popolo, in seguito, credettero che G. B. fosse risuscitato e operasse prodigi nella persona di Gesù (Lc. 9, 7-9; Mc. 6, 14-16). Il delitto di Antipa, secondo Fl. Giuseppe (Antiq. Jud., XVIII, 7, 2) impressionò fortemente il popolo, che lo stimava «uomo dabbene», e molti, nella sanguinosa sconfitta dell'esercito di Antipa da parte di Areta, re dei Nabatei e padre della moglie di Antipa posposta ad Erodiale, videro un castigo di Dio per l'uccisione di G. B.

Varie furono le vicende delle sue reliquie (Sebaste di Palestina, Alessandria d'Egitto, Samaria, Costantinopoli). I luoghi dove aveva predicato ben presto furono venerati dai fedeli (Aenon, Sapas, Giordano, Sebaste, 'Ajn Kárim, Zifata).

I discepoli di G. B., che non erano organizzati come gli Apostoli, dopo la morte del maestro forse passarono al cristianesimo. Secondo Act. 19, 1-7, un gruppo di 12 fedeli di Efeso aveva ricevuto solo il battesimo di G. B.; famoso è il caso di Apollo (Act. 18, 24-26). Più tardi si parla delle sette dei gianniti, degli emerobattisti, ecc. (cf. Buzy, pp. 370-72). G. B. occupa un posto eminente nelle concezioni teologiche dei mandei (v.). Roma gli ha dedicato la sua Cattedrale (S. Giovanni in Laterano «omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput»).

La critica razionalista ha tentato di mettere in dubbio la storicità della nascita miracolosa di G. B., trattandola quale «preistoria», e di minimizzare il ministero e di considerarne il martirio come leggenda popolare (Goguel). Ma la storicità dei dati evangelici non si può mettere in dubbio, presentandosi con abbondanza di particolari, e con tutti i requisiti di credibilità; è confermata del resto da Fl. Giuseppe.

Secondo i cattolici, il battesimo di G. B. si distingueva da quello di Gesù perché doveva servire a stimolare alla penitenza ed a simboleggiare la purità interiore e rimetteva i peccati non ex opere operato ma ex opere operantis, cioè in virtù delle disposizioni individuali, intuitu meritorum Christi.

G. B. non era uno ioghi indiano (Renan), né un esseno (Graetz, Rubinstein). Rappresenta il Vecchio

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Testamento che si purifica nel deserto di Giuda come al tempo di Mosé nel Sinai, e vi dimora nello stato di vigoria e di semplicità come Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, e ne esce con la potenza del leone, predicando la necessità della purificazione e delle opere buone per andare incontro al Messia che fonda il Regno di Dio. G. B. non è la luce, ma il prisma che la riflette (Io. 1, 8); non è il Messia, ma colui che ne ripercuote la voce (Io. 1, 20-23); non è lo sposo, ma il parainfio che gli presenta la sposa (Io. 3, 29); non ha il Battesimo nello Spirito (Mt. 3, 11), ma battezza colui che vivifica nello Spirito (Mt. 3, 13-17); è « il più grande tra i nati di donna » (Mt. 11, 11).

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BONAVENTURA MARIANI

LITURGIA. - L'elogio di s. G. B. fatto da Nostro Signore (Mt. 11, 11) e le singolari circostanze della sua prigionia e morte (ibid. 14, 1-12) conferirono, sin dal sec. IV, al culto del Precursore un carattere eccezionalmente universale, dovuto anche all'invenzione e alla rapida diffusione delle sue reliquie, vere o presunte, e all'interesse che ebbero i monaci per il loro prototipo. In rapporto alla sua missione di Battista gli vennero dedicati di preferenza oratori nei battisteri. In Palestina sin dallo scorcio del sec. IV è attestata l'esistenza di santuari sui luoghi sacri al Precursore, come, ad es., nella località dove battezzò Cristo a Qasr el-Jehūd e sul sepolcro che si credeva esistesse a Sebastie (cf. s. Girolamo, Comm. in Osee e Comm. in Michaelam, I, 1: PL 25, 825, 1156). A decorrere dalla stessa epoca in Oriente e in Occidente incomincia ad aumentare il numero degli edifici sacri a lui dedicati che nel medioevo si moltiplicarono in un modo straordinario. A Costanti-nopoli ci'erano, ad es., una quindicina di edifici sacri fra oratori, battisteri e chiese, tra cui quella di Heldomo dove l'imperatore Teodosio avrebbe fatto de-porre il capo; a Roma se ne contavano almeno una diecina: da ricordare l'oratorio del Battistero Late-ranese e, in seguito, la Basilica omonima, dedicata al Salvatore, di cui il Precursore divenne compartono; nel tardo medioevo si credeva possederne il capo in S. Silvestro « in capite ». A Ravenna, sotto Galla Placidia, gli fu eretta una basilica; s. Benedetto e Teodolinda gliene dedicarono a Montecassino e a Monza.

In quanto al suo ciclo festivo, si deve tener presente che esso fu stabilito in rapporto al Natale di Cristo al 25 dic. La Concepito (23 sett. in Oriente, 24 sett. in Occidente), ricordata nel Martirologio Geronimiano e nei Sinassari, è oggi una festa prettamente orientale. I calendari mozzarrabici ricordano al 24 sett. la Decollatio (cf. J. Vives-A. Fabura, Calendarios hispánicos anteriores al siglo XII, in Hispania sacra, 2 [1949], p. 27; id., ...anteriores al siglo XII, ibid., pp. 22, 28, 34, 40, gli articoli hanno numerazione propria). Il Natale genuinum, la nascita (24 giugno, 31) in partellismo delle Kalende: VIII. Kal. Iul. = 24 giugno, VIII. Kal. Oct. = 24 sett., VIII. Kal. Ian. = 25 dic.), e la Passio, la decollazione (29 ag., data che ricorda non la decollazione, ma una traslazione di reliquie), sono feste ancora comuni alle due Chiese e sono già attestate da s. Agostino (Serm. 196, 287, 288-93; PL 38, 1021, 1301-35), dal Martirologio Geronimiano, dai Sacramentari romani (il Leonianum ha solo il 24 non il 29; il Geslianum tutte e due), dai Sinassari e Menologi. I Sinassari ricordano pure una sinassi in suo onore il giorno dopo l'Epifania. Il Concilio di Agde (can. 21) del 506 annovera la festa del 24 giugno fra le feste maggiori e rimase di precoce sino all'inizio del sec. XX. La festa, già preceduta da vigilia con digiuno e seguita da ottava, era, specie in Roma, polilitturgica sino a ca. il sec. XI (doppio Ufficio notturno, cf. Amalario, Liber de ordine Antiphonarii, 59, tre o due Messe di cui una ad fontem, cf. i vari Sacramentari). Gli inni dell'ufficiatura sono del monaco cassinese Paolo Diacono (m. nel 799); dal primo Guido d'Arezzo trascorse i nomi delle note musicali.

BIBL.: Martyr. Hieronymianum, pp. 333, 474, 525; Martyr. Romanum, pp. 252, 367; P. M. Paciaudi, De cultu S. Iohannis Be-aph. antiquitates Christianae. Accedit in veterem eiusdem Ordinis Hierosolimitanis (liturgiam commentarius, Roma 1755; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, 3a ed., Parigi 1909, pp. 276-77; K. A. Kellner, L'anno ecclesia-stico e le feste dei santi, 2a ed., Roma 1914, pp. 194-99; H. Leclercq, Jean-Baptiste, in DACL, VII, 11, coll. 2167-84; H. Delehaeye, Les origines du culte des Mar-tys, 2a ed., Bruxelles 1932, pp. 82-83 e passim; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 225-28. A. Pietro Frutaz

ARCHEOLOGIA. - L'arte cristiana primitiva ha rappresentato il Precursore nelle scene del Battesimo di Cristo nel Giordano. Nel cimitero di Callisto, nella regione detta di Lucina, G. B. è imberbe e porta l'esomide (Wilpert, Pitture, tav. 29, p. 237); nello stesso cimitero, nel cubicolo A3, veste solo la tunica esomide (id., op. cit., tav. 23, 3, p. 238) come nel cimitero «ad duas lauros» (id., Ein Cyclus Christo-logischer Gemälde aus der Katakombe der heiligen Petrus und Marcellinus, Friburgo in Br. 1891, tavv. 1-4; id., Pitture, p. 238). Nel cimitero di Ponziano il B. è nimbato, con lunghi capelli e barba; veste l'esomide ed ha un lungo pedo nella sinistra (id., op. cit., tav. 259). Nei sarcofagi è barbato e veste il solo pallio come in un coperchio di sarcofago del Museo Lateranense, nel sarcofago di S. Maria An-tiqua (Wilpert, Sarcofagi, pp. 18, 21 e tav. 8, 2) mentre nel fronte del sarcofago 119 dello stesso Museo è vestito con una pelle di leone (id., op. cit., p. 24 e tav. 8, 4), come in un frammento del Museo di Arles (id., op. cit., p. 21 e tav. 11, 2); in un sarcofago all'Accademia reale di Madrid porta la tunica

GIOVANNI BATTISTA - Predica di G. B. Dipinto di B. Strozzi (sec. XVII) - Vienna, Galleria del Museo d'arte.

esomide (id., op. cit., p. 22 e tav. 11, 1) che si ritrova nel coperchio del sarcofago di Gorgonio nella cattedrale di Ancona (id., op. cit., p. 23, tav. 14, 3). In un interstizio delle colonne del piano inferiore del sarcofago di Giunio Basso, sia il Signore che G. B. sono effigiati come agnelli (F. Gerke, Der Sarkophag des Innius Bassus, Berlino 1936, tav. 45). G. B. additante in Cristo l'atteso Messia era rappresentato nella basilica dei SS. Giovanni e Paolo al Celio (498-514); la silloge di Cambridge ne ha conservato il testo (A. Silvagni, La silloge epigrafica di Cambridge, in Riv. di arch. crist., 20 [1943], p. 91). Barbato con lunghi capelli, e con pelle animale e un pedo nella sinistra, è nel museico del battistero degli Arliani in Ravenna, mentre nel battistero degli ortodossi ha anche il nimbo e tiene nella sinistra una lunga Croce gemmata.

Nell'abside dell'oratorio di S. Venanzio al Laterano (G. B. De Rossi, Musaei cristiani delle chiese di Roma anteriori al sec. XV, Roma 1899, tav. 19) e nel museico della cattedrale di Parenzo G. B. ha il nimbo, veste tunica e pallio, fa con la destra il gesto oratorio e con la sinistra stringe una lunga Croce (Wilpert, Mosaiken, p. 928, fig. 442).

In una miniatura del codice Cosma Indiopleuque della Biblioteca Vaticana (VIII-IX sec.) G. B. è rappresentato nimbato, barbato, con lunghi capelli in tunica e pallio; egli stringe nella sinistra una lunga Croce (C. Stornajolo, Le miniature della topografia di Cosmas Indiopleuque, Milano 1908, f. 76).

Nella cattedra eburnea di Massimiano in Ravenna circondato dai quattro Evangelisti sta il Precursore; egli è barbato, in tunica e pallio e sopra questo ha una pelle di cammello; nella sinistra tiene un disco in cui è inciso l'agnello divino. Pure in abito sacro è in un aorico del Museo di Lione (G. De Jerphanion, La voix des monuments, Parigi 1930, tav. 33); ha in più il nimbo negli affreschi di Deledjlar Kilissé (id., op. cit., tav. 34), di Elmale Kilissé e di Toqale Kilissé e di Djémil in Cappadocia (id., op. cit., tav. 35, 1 e 2); nelle miniature del Vangelo di Iviron, nell'Evangelario Urbinate Vaticano; nel ms. siriaco 535 della Biblioteca nazionale di Parigi, nel fonte battesimale di Liegi. Nimbato con barba e lunghi capelli e in tunica e pallio è nel museico abisidale del Laterano dell'a. 1290 (G. B. De Rossi, Musaei cristiani, tav. 37).

Il martirio di G. B. è rappresentato nell'Evangelario di Sinope (VI sec.), oggi nella Biblioteca nazionale di Parigi, illustrante il Vangelo di s. Matteo che dà la narrazione del delitto di Erode (14, 6-12); più tardi in una miniatura di un Messale di Chartres del sec. IX (J. Psichari, Salomé et la décollation de St Jean-Baptiste, in Revue de l'histoire des religions, 72 [1915], pp. 131-58). Lo Strzygowski propose di riconoscere il capo del Precursore in un frammento di papiro su cui è dipinta una testa staccata dal corpo posata sopra un piatto (Eine alexandrinische Weltchronik, in Denkschriften der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften, Philosoph. Histor. Klasse, Vienna, 51 [1906], p. 153, fig. 12 e tav. 8). Anche nei museici di S. Marco a Venezia è rappresentata Salome in atto di reggere sul suo capo il piatto con la testa di G. B.

La scena del suo martirio era pure rappresentata nel museico dell'atrio della Basilica Lateranense, del tempo di Alessandro III (1159-81; Wilpert, Mosaiken, p. 212).

Bibl.: H. Leclercq, Jean-Baptiste, in DACL, VII, II, coll. 2167-84; O. Grosso, Le arche di s. G. B. ed il piatto di Salome, in Dedalo, 5 (1924), pp. 414-45. Enrico Josi

Iconografia. - Mentre nell'antichità si trova alternato il tipo del B. in esomide o vestito di pelli con il tipo in abito sacro in tunica e pallio, durante il medico e i due tipi risultano ormai fusi, e il B. viene rappresentato vestito di pelli, mentre indica l'agnello croceimbotato o la figura di Cristo che gli è generalmente vicina (v. VERONICA).

Particolare fortuna ha la figura del Precursore durante il Rinascimento e se ne potrebbe anche indicare la causa nella preferenza che l'artista di questo periodo ha per le forme naturalistiche, tanto che, è stato notato, il B. è il più rappresentato dopo s. Sebastiano e s. Girolamo. In questa preferenza è da ricercare anche la ragione che porta appunto la figura del B., nell'arte italiana, ad umanizzarsi, a perdere definitivamente la ieraticità con cui era stata trattata dai bizantini - umanizzazione che si trova già esemplificata nel sec. XIV in quelle rappresentazioni del s. Giovanni non condotto nel deserto dall'agnolo, come quella della tavoletta riminese della Pinacoteca Vaticana.

Numerosissime le rappresentazioni del B. isolato, da quella scultorea del Ghiberti in Orsanmichele, a quella di Benedetto da Majano nel Museo nazionale di Firenze, alle varie di Donatello; in pittura si citano quelle di A. Vivarini all'Accademia di Venezia, quella solenne di Cima da Conegliano, il nudo eroico di Tiziano all'Accademia di Venezia. Quale predicatore del deserto, famosa è la rappresentazione del Veronese nella Galleria Borghese o quella di D. Dossi a Brera. Molto rappresentato è anche durante il Rinascimento il s. Giovanni che entra a far parte delle numerose S. Famiglie, e nelle quali il piccolo Santo, spesso con i segni caratteristici della futura attività, gioca e scherza con Gesù Bambino, come nelle opere più famose di Raffaello e di Leonardo da Vinci.

Le rappresentazioni cicliche, frequenti specialmente nei battisteri (v. Venezia), offrono lo svolgersi della vita del B. dalla sua nascita (confusa spesso, perché iconograficamente molto simile, con quella della Vergine) alla sua decapitazione; certamente fra i più noti e fra quelli artisticamente più elevati sono gli affreschi di Masolino alla Collegiata di Castiglion d'Olena. Tra gli altri cicli più importanti si

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(da R. Plet, S.G.B. nell'arte, Parigi 1521, tav. 63) Giovanni Battista - Predica di G. B. Dipinto di S. Strona (sec. xvir) - Vienna, Galleria del Museo d'arte.

esomide (id., op. cit., p. 22 e tav. 11, 1) che si ritrova nel coperchio del sarcofago di Gorgonio nella cattedrale di Ancona (id., op. cit

citano quelli di Filippo Lippi nel duomo di Prato, di D. Ghirlandaio in S. Maria Novella, di A. Del Sarto nel chiostro dello Scalzo a Firenze.

Nella pittura dell'età barocca hanno lasciato interessanti raffigurazioni di fatti della vita del B., tra gli altri, il Bazzani, i due Tiepolo, e, fuori d'Italia, P. Troghier.

BIBL.: K. Künstle, *Iconographie der Heiligen*, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 332-40; S. De Vito Battaglia, *Iconografia del B.: Tipi del B. nell'arte orientale*, in *Illustrazione Vaticana*, 3 (1932), pp. 24-28; id., *Iconografia del B.: L'intervento angelico*, ibid., 5 (1934), pp. 1066-1088; id., *Riflessi drammatici dell'iconografia del B.*, in *Criscoli*, 1934, pp. 461-68. Gilberto Ronci

FOLKI.ORE. — La festa di s. G. B. è quella che dà luogo alle più importanti e caratteristiche manifestazioni del culto popolare in tutti i paesi dell'Europa, dalla Scandinavia a Malta, dalla Russia alla Spagna e alla Grecia. È un intero ciclo di forme rituali e di usanze che ha inizio la vigilia, 23 giugno, e si chiude con la festa di s. Pietro (29 giugno). Il ciclo comprende anche feste intermedie (s. Eligio, 25 giugno, s. Giovanni e Paolo, 26 giugno). La sera e la notte della vigilia vengono accesi i fuochi di s. G., falò formati con mucchi di paglia o di stipe o con cataste di legna, accumulato talora, come in molti paesi della Francia, intorno a un palo centrale adorno di ghirlande di fiori. Essi vengono accesi preferibilmente sulle alture, ma anche nelle piazze, nei crocchi, presso le chiese ecc. Intorno, cantano e ballano schiere di giovani e ragazze e popolani, che saltano sopra le fiamme, con l'idea di guarire da varie malattie (mal di schiena, febbre, ecc.). Sui fuochi o sulle loro ceneri si fa passare anche il bestiame, sempre a scopo profilattico. Tizzoni spenti vengono conservati nelle case ed esposti contro i temporali. Si crede anche a virtù terapeutiche del fumo che si sprigiona dai fuochi o dalle ghirlande che in essi vengono gettate. Fiaccole, fasci di paglia accesa, ceri, lumi, razzi e girandole sono gli aspetti mobili che assumono l'elemento fuoco, caratteristico della festa.

In una vasta zona dell'Europa centrale, che giunge fino alle Alpi, vengono lanciati giù per il pendio della montagna dei dischi di legno acceso (in Carnia detti *cidulis*) fra grida di gioia e di augurio: in taluni paesi dell'Europa centro-occidentale vengono fatte ruzzolare grandi ruote di legno accese e inghirlandate. È credenza ovunque diffusa che nella notte di s. G. le acque e le erbe acquistino virtù soprannaturali: è perciò ritenuta particolarmente benfica la guazza di quella notte per la guarigione di varie malattie; e quindi i popolani si rotolano sui prati bagnati di quella rugiada e vi fanno passare il bestiame e le greggi; le donne espongono all'aperto le vesti e le stoffe in genere, credendo che la guazza le preserverà per tutto l'anno dalle talle. Le acque dei fiumi e di particolari fontane acquistano poteri salutiferi straordinari e la gente vi si tuffa replicatamente, o vi tuffa gli armenti: l'acqua del mare diventa dolce e dà gli stessi benefici effetti. Anche varie specie di erbe possono quella notte eccezionali virtù curative: il popolino le raccoglie e le conserva per servirsene alle occorrenze. Si usa porre tali erbe a bagno in un catino esposto al cielo notturno e si crede con ciò di aumentare l'efficacia: la mattina ci si lava con quell'acqua. Varie secondo i diversi luoghi sono le erbe di s. G.: tra le più comuni si ricordano: l'iperico (*hypericum perforatum*), la menta, la verbena, la camomilla, il timo, il tiglio, il mellotto, il sambuco, l'artemisia.

In tale notte si traggono anche le sorti, specialmente da parte delle ragazze da marito. I modi sono eguali a quelli in uso per Capodanno o la Befana, come il gettare dei pezzetti di piombo fuso nell'acqua e dedurre dalla forma che essi acquistano, la professione o la condizione del futuro sposo. Si ascoltano anche, nei crocevia, le parole della gente che passa, e se ne traggono oroscopi fausti o infausti.

Tra amici o amiche o anche tra persone di sesso diverso e tra fanciulli, si usa stringere il comparatico. Esso si compie con speciali riti e forme: in Sardegna fin dal 10 di apr. un giovane chiede per comare una ragazza e il giorno di s. G. insieme si recano in processione alla chiesa fuori del villaggio e con una serie di usanze festose.

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(da R. Plus, S.G.B. nell'arte, Parigi 1855, tav. 66) Giovanni Battista - S. G. B. alato in relazione al testo Evec... mitte angelum meum... praegaralei cium di Mal. 3, 1 applicato a S. G. B. $M l_{1}(1,10) \quad M l_{1} 1,2: L c, 7,27$. Dipinto russo. Priorato di Amay-sur-Messe.

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**GIOVANNI BATTISTA - S. G. B. alato in relazione al testo *Ecce... mito angelum meum... praeparabit vitam* di *Mal. 3*, 1 applicato a S. G. B. *Mt. 11, 10; Mc. 1, 2; Lc. 7, 27*. Dipinto russo. Priorato di *Amay-sur-Meuse*.**

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(Idiagoni, canti, danze) celebrano il comparatico. In Sicilia i fanciulli si prendono per il mignolo della mano destra, si strappano ciascuno un capello, l'annodano e lo gettano, cantando una canzoncina che ricorda i doveri dei compari. In molte regioni, specialmente dell'Italia meridionale, il comparatico stretto per s. G. è legame morale fortissimo e il venirvi meno è considerato sacrilego.

Si crede che fenomeni straordinari si compiano la notte di s. G. Gli animali si saziano con niente: i cavalli parlano. La felce in poche ore fiorisce e sfiorisce. L'acqua si trasforma in vino. I tesori nascosti rivelano la loro presenza. Dalle viscere delle montagne giungono voci lamentevoli. Città e castelli sommersi divengono visibili; torce accese si vedono girare attorno ai campanili e poi svanire.

Nella notte stessa le streghe sono in giro, dotate di poteri straordinari: a questa credenza alludono alcune tante, canzoni popolari romane che si cantavano la notte di s. G. Credenza analoga è diffusa in Norvegia circa i treli, spiriti maligni che essono dalle cavernose profondità delle montagne apertesi magicamente in quella notte. Nelle regioni che si affacciano al mare si attende con ansia il momento in cui il sole sorgerà dalle onde: si dice che il sole, nell'uscire, danza sul mare, e non solo quando spunta, ma fino a una certa altezza; o anche che esso si tuffa tre volte nel mare e ogni volta una nuvolletta bianca ne asciuga la faccia. Nella sfera del sole si vede il volto di s. G. che si lava nel mare in una conca d'oro, o anche il suo capo grondante sangue.

Per quel principio che gli etnologi chiamano «ambivalenza del sacro» il s. G. può anche arrecare tutti i incidenti imprevisti, quasi che le forze straordinarie che agiscono in questo giorno possano anche esercitarsi in senso malefico. Si temono perciò disgrazie, annegamenti ecc. Si crede pure che per s. G. farà burrasca e si recitano apposite formole per scongiurarla.

Per molto tempo ha tenuto il campo la teoria secondo cui la festa di s. G. avrebbe soppiantato un precedente culto solare e antichissimi riti per il solstizio d'estate; le più recenti ricerche tendono a toglier valore a tali opinioni e spiegano il complesso delle usanze popolari come residuo di riti agresti di purificazione, profilassi e propiziamento. Tuttavia in alcuni paesi ove il cristia-

nesimo attecchì tardi, specie nel Nord Europa, sono ancora visibili tracce di riti pre-cristiani e vi si trovano riferimenti a divinità o figure mitiche pagane: Kupalo in Russia, Ligo in Lettonia, Balder in Norvegia.

In Italia anticamente la festa di s. G. dava luogo in alcune città a manifestazioni grandiose. A Firenze i preparativi cominciavano fin dal maggio e la festa durava diversi giorni, con palii, mostre, doni e pubblici tributi al capitolo di s. G., processioni, luminarie, accensione dei fuochi in Piazza della Signoria, e sacre rappresentazioni. A Roma, il Papa pontificava in S. G. in Laterano e benediceva il popolo dalla loggia. A Ravenna aveva luogo una fiera annuale frequentatissima. Ora tutte le usanze vanno rapidamente sparendo o attenuandosi; ma si notano anche riprese e aggiornamenti come, p. es., in Roma per iniziativa di istituzioni per gli svaghi popolari: nel quartiere di s. G. la festa si celebra tuttora con canti, carri, girandole, libagioni: cibo caratteristico le lumache.

La Chiesa ha cercato di inquadrare, fin dove ha potuto, le principali manifestazioni entro le forme liturgiche, con processioni, benedizione dei fuochi e delle fonti, ecc.

- Vedi tavv. XLII-XLIII.

BML.: P. M. Paciaudus, De cultu s. Johannis Baptistae, Roma 1755; A. Breuil, Du culte de St Jean-Baptiste et des usages qui s'y rattachent, in Mém. Soc. antiquaires de Picardie, 8 (1834), pp. 155-244; A. De Nino, Usi abruzzesi, I, Firenze 1879, pp. 1, 42, 48-52, 55, 86, 104, 107, 114; G. Pitrè, Spettacoli feste popolari siciliane, Palermo 1881, pp. 288-320 (con nota bibl.); J.-B. Pardiac, Histoire de St Jean-B., et de son culte, Parigi 1886; G. Finamore, Credenze, usi e costumi abruzzesi, Palermo 1891, pp. 152-67; G. Zanazzo, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, Torino 1908, pp. 196-99; P. Gori, Le feste fioroutine attraverso i secoli: le feste per s. G., Firenze 1926; G. Bottici, Vita sarda, Milano 3, a. pp. 64-66; D. Olivieri, Vita e anima del popolo veneto, 3, a. pp. 52-54; A. Pescio, Terre e vita di Liguria, 3, a. pp. 42-44; G. Vitaletti, Dolce terra di Marca, 3, a. pp. 301-304; P. Sartori, Johannis der Türkler, in Handschriftenbuch des deutschen Berglaubens, IV, Berlin 1931, pp. 1032, 1047-49; G. C. Pola Falleti di Villafalletto, Associazione giovanili e feste antiche, IV, Torino 1942, pp. 180-303; A. Van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, IV, Paris 1949, pp. 1727-2130; J. G. Frazer, Il ramo d'oro, trad. it., I, Torino 1950, p. 561 sgg.; II, 1930, pp. 401, 464, 467 e passim.