VINCENZO DI LÉRINS, santo. - Scrittore ecclesiastico gallico del monastero di Lérins, m. verso il 450. Le notizie sulla sua vita si riducono ad alcuni brevi cenni trasmessi da Gennadio e a quel poco che si può ricavare dall'esame dei suoi scritti.
Dopo una vita mondana, « variis ac tristibus saecularis militiae turbinibus », si rifugia nel segreto riposo del monastero. Tre anni dopo il Concilio di Efeso (434), compose la vigorosa dissertazione: Tractatus Peregrini pro catholicae fidei antiquitate et universitate adversus profanas omnium haereticorum novitates, o Commonitorium, in 2 ll., più un riepilogo finale, con l'intento manifesto, nelle sue prime pagine e perseguito in tutte le altre, di « scoprire le frodi ed evitare i lacci degli eretici ». Scomparso il II l., questo viene sostituito dalla ricapitolazione (capp. 29-33).
Dall'esame interno (uso dello pseudonimo, formula semipelagiane, reticenze su s. Agostino ecc.), si deduce la mente semipelagiana dell'autore del Commonitorio prime che il semipelagianesimo fosse condannato dalla Chiesa, nel 520. V., giudicando che la dottrina di s. Agostino sulla predestinazione e la Grazia era una novità contro la tradizione, scrive il suo Commonitorio, opponendogli, benché in modo velato e con uno pseudonimo, il principio della Tradizione. Per il resto, scartato questo sviato fine personale, formulò felicemente diverse norme della Tradizione che erano disperse nei SS. Padri, suoi predecessori.
Così formula il principio della Tradizione: « id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est », che secondo il suo pensiero deve interpretarsi in un senso esclusivo, disgiuntivo e di fede manifesta. Come conseguenza dello stesso principio devono interpretarsi anche le sue norme sul progresso dogmatico. Egli ha formale felicissime per esprimerlo entro la stabilità della Tradizione; benché sia vero che dal punto di vista della tendenza del suo libro quelle similitudini e sentenze possiedono un senso rigorista ed esclusivo incompatibile con la teoria del progresso dogmatico che oggi espone la teologia, dato che non autorizza un progresso della fede implicita all'esplicita, ma solamente una maggior precisione ed una maggior conoscenza della fede già espressa e manifesta. Rappresenta i Padri della Chiesa « qui suis quisque temporibus et locis in unitate communionis et fidei permanentes, magistri probabiles exstitissent »; e alludendo al Concilio di Efeso, delinea per la prima volta una teoria dell'argomento patristico.
Si sono perdute le Obiectiones Vincentianae, che confutò s. Prospero di Aquitania. Recentemente è stata scoperta un'altra opera di V. già promessa nel Commonitorio (cap. 16). In essa l'introduzione, il prologo e l'epilogo sono originali; il resto è una antologia di testi ricavati da s. Agostino e forma una Summa Augustiniana contro Nestorio. È interessante che V., come facevano altri scrittori semipelagiani, mentre impugna s. Agostino nelle dottrine della predestinazione e della Grazia, invoca invece la sua autorità in materia trinitaria e cristologica. Si può osservare inoltre che in quest'opera non si citano testi sotterologici agostiniani. Gli Excerpta sono un buon testimonio per precisare alcuni dati sul Quicumque; in essi appaiono per la prima volta vari articoli del celebre Simbolo, formulati da V. che non si trovano altrove, e che preamunziano l'elaborazione del Quicumque nella regione lirinese, presso a poco verso il 500. Festa il 27 maggio.
in Eph. theol. Lovan., 13 (1936), pp. 435-50; J. Madoz, Un tratado desconocido de s. V. de L., in Gregorianum, 21 (1940), pp. 75-94; P. De Labriolle-G. Bardy, Hist. de la litt. lat. chrét., Parigi 1947, pp. 649-52; J. Madoz, Cultura humanistica de s. V. de L., in Mélanges Lebreton, Parigi 1951, I, pp. 461-71.