RIVELAZIONE. - Il termine R., dal latino revelare, letteralmente «scoprire», significa la manifestazione di una realtà o verità occulta. In tal senso è stato usato anche nel linguaggio biblico e teologico per designare la manifestazione fatta liberamente da Dio della sua essenza inaccessibile o dei suoi disegni sconosciuti dagli uomini. I termini corrispondenti usati dalla Bibbia sono ἀποκαλυψις (Mt. 11, 27), φανέσεως e derivati (Rom. 3, 21) con una lieve differenza di significato tra loro.
Ogni religione, essendo un rapporto tra Dio e l’uomo, suppone nell’uomo una conoscenza di Dio, suppone pertanto una manifestazione di Dio all’uomo. Ma per le forme religiose storicamente conosciute, all’infuori della religione ebraico-cristiana, è piuttosto l’uomo che arriva alla conoscenza di Dio, per l’una o per l’altra via, che non Dio che liberamente si manifesta all’uomo come suo Dio, Cristo e Salvatore. L’islamismo che sembra far eccezione, è una religione derivata dalla religione ebraico-cristiana. Il parsimonia è d’origine ancora troppo oscura per costituire un’eccezione sicura (cf. G. Kittel, op. cit. in bibl., III, pp. 566-73).
La Bibbia e il cristianesimo conoscono una manifestazione di Dio all’umanità attraverso la natura, la quale ha un rapporto di dipendenza e di somiglianza al suo autore, onde l’intelletto umano può risalire da essa a Dio e acquistare una conoscenza certa dell’esistenza ed una certa (aliqualis) conoscenza della natura di lui (Conc. Vatican, Denz-U, 1785, 1806). Questa prima manifestazione di Dio, chiaramente insegnata in Sap. 13, 1-9, supposta da Rom. 1, 18-21, Act. 1-17; 17, 2-4-27, viene spesso chiamata R. naturale, o R. di Dio attraversato la natura. È però essenzialmente diversa dalla R. in senso proprio: perché non è un atto di Dio che si manifesta all’uomo, ma un atto dell’uomo che giunge alla conoscenza di Dio.
Oltre a questa, la Bibbia e il cristianesimo affermano l’esistenza di una seconda, più diretta e immediata manifestazione di Dio, il quale ha fatto conoscere se stesso e i suoi disegni con un insegnamento, rivolto immediatamente ad alcuni uomini privilegiati (profeti, Apostoli), ma destinata a tutta l’umanità. È la R. propriamente detta o R. soprannaturale. Accanto alla R. pubblica, della quale soltanto qui si parla, l’insegnamento comune della Chiesa ammette pure l’esistenza di rivelazioni private, cioè non destinate all’umanità intera. Occorre notare che r. fatte a singole persone, ma contenute nella Scrittura, come la visione di Zaccaria (Lc. 1, 8-25) o di Pietro, (Act. 10, 9-16) appartengono alla R. pubblica.

Rivarola, Agostino - Ritratto.
I. ESISTENZA
L'esistenza di questa R. soprannaturale pubblica è un punto fondamentale della dottrina cattolica.1. Scrittura
Sono sufficienti alcune testimonianze più caratteristiche della Scrittura: nel Vecchio Testamento la vocazione e le promesse fatte ad Abramo (Gen. 12, 1-3; 15, 1-21; 17, 1-22), la R. del roveto ardente e del Sinai (Ex. 3, 1-17; 19, 1-5; 21, 1), la vocazione e l'elemento dei profeti (I Reg. 3, 1-21; Is. 1, 2; 2, 1; Ier. 1, 4-19). Nel Nuovo Testamento l'esistenza di una R. divina è chiaramente insegnata da Gesù Cristo stesso: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno (conosce) il Padre se non il Figlio, e quegli a cui il Figlio lo voglia rivelare» (Mt. 11, 27; cf. ibid. 13, 3; Io. 15, 13). È tanto evidente, per i discepoli di Cristo, la novità dell'insegnamento del Maestro a riguardo di Dio che Giovanni, nonostante conoscesse bene tutte le R. contine nel Vecchio Testamento, scrisse: «Nessuno ha mai visto Dio; il Dio unigenito, essendo nel seno del Padre, egli stesso ha parlato» (Io. 1, 18). La stessa chiara coscienza di una R. divina, riguardante specialmente i discepoli di Dio sull'umanità, si trova presso S. Paolo (cf. I Thess. 2, 13; I Cor. 2, 10-16; Gal. 1, 12-13; Eph. 3, 1-9). L'autore della lettera agli Ebrei riassume il pensiero comune: «A più riprese e in più modi, fin dall'antico, Dio ha parlato ai padri nei profeti; da ultimo, in questi giorni, parlo a noi nel Figlio» (Hebr. 1, 1).Dall'insegnamento biblico si può ricavare una descrizione della natura della R.: a) Dio è per natura «mascotto» agli uomini (Io. 1, 18; I Cor. 2, 10-11; I Tim. 6, 16); essi lo possono conoscere com'egli è veramente in se stesso soltanto se si manifesta, cioè si rivela a loro in modo soprannaturale (Mt. 11, 27; I Cor. 2, 11-14); b) la R. soprannaturale comunica agli uomini una parte: capzione alla conoscenza che Dio ha di se stesso (I Cor. 2, 10-14; infatti il Figlio e lo Spirito Santo, che rivelano Dio, sono Dio); c) questa manifestazione di Dio non è qualcosa a cui Dio sia tenuto, ma una libera iniziativa d'amore, un atto d'amicizia da parte sua (Io. 3, 16 con 1, 18; ibid. 15); d) la partecipazione alla conoscenza, che Dio ha di se stesso, e in genere ai misteri di Dio non può avvenire con la sola intelligenza naturale, ma suppone un influsso interiore di Dio, la comunicazione di un nuovo principio conoscitivo (I Cor. 2, 16; il «vovè» di Cristo; cf. Mt. 16, 17; Eph. 1, 17-18; 3, 14-19).
2. Tradizione
Guidata da insegnamento così chiaro della Scrittura, la Tradizione cristiana ha costantemente affermato l'esistenza di una R. soprannaturale; è sufficiente ricordare l'importanza attribuita alle rivelazioni divine dai profeti del Vecchio Testamento, e soprattutto la chiara affermazione del valore divino di ogni parola di Gesù Cristo. Tale esistenza non ha mai incontrato oppostori nel mondo propriamente cristiano fino al sec. xvii; tutte infatti le comunità cristiane, che si sono separate dalla Chiesa cattolica dal sec. v al xvii, si richiamano alla R. soprannaturale di Gesù Cristo. La negazione di una R. soprannaturale, anche da parte di chi ammette l'esistenza di Dio, cominciò nel sec. deismo (v.) e proseguì nelle varie forme di razionalismo succedutesi: ILLUMINAZIONE (v.), protestantesimo liberale (v.), modernismo (v.).3. Dottrina della Chiesa
Di fronte a queste negazioni la Chiesa cattolica ha definito la sua dottrina, specialmente nel Concilio Vaticano (sees. III, capp. 2, 3 e 4), dove si afferma: a) l'esistenza di un duplice ordine di conoscenze religiose: le conoscenze che, come l'esistenza di Dio, possono essere e sono anche spesso frutto della sola intelligenza naturale (cf. Denz-U, nn. 1785, 1806); accanto a queste, la santa Madre Chiesa ritiene e insegna... esser piaciuto alla sapienza e bontà di Dio di rivelare se stesso e gli eterni decreti della sua volontà per una via diversa (dalla natura) e soprannaturale, secondo le parole dell'Apostolo» (Hebr. 1, 1; Denz-U, nn. 1786, 1807); b) a questa R. divina è dovuto il fatto che le verità religioshe, per sé accessibili all'intelligenza umana, anche nell'attuale stato di natura decaduta possono essere conosciute da tutti con certezza e senza errore. Tuttavia la R. non è necessaria per questo motivo, ma perché Dio nella sua bontà infinita ha destinato l'uomo al fine soprannaturale, a partecipare, cioè, ai beni che superano completamente l'intelligenza dell'uomo (cita I Cor. 2, 9; Denz-U, n. 1786). Oggetto della R. sono quindi non soltanto verità religiose naturalmente accessibili all'intelligenza umana, ma anche misteri propriamente detti (Denz-U, nn. 1795-96, 1808, 1816); c) la R. divina, contenuta nella Scrittura di vivamente ispirata e nelle tradizioni derivanti dagli Apostoli, è stata affidata alla Chiesa che la custodisce fedelmente e la interpreta infallibilmente (Denz-U, nn. 1787-88, 1800); d) alla R. divina è dovuto il pieno ossequio dell'intelligenza e della volontà, che si esercita nella fede (Denz-U, nn. 1789, 1800-11); e) per rendere conoscibile la R. divina e ragionevole l'ossequio di fede che le è dovuto. Dio concede aiuti interni di Grazia, ed ha munito la R. stessa di argomenti esterni, in primo luogo miracoli e profezie, che «son segni certissimi e adatti a tutte le intelligenze della R. divina» (Denz-U, nn. 1789-90).
Questa dottrina rappresenta un riassunto completo dell'insegnamento tradizionale della Chiesa circa la R. Per questo l'uno e l'altro punto sono stati ripresi anche recentemente, di fronte al risorgere di antichi errori, nel giuramento antimodernistico (Denz-U, n. 2145) e nella recente enciclo Humani generis (12 ag. 1950).
II. NATURA DELLA R
La teologia ha approfondito la natura della R. soprannaturale, utilizzando le analogie offerte dalla esperienza umana.1. R. attiva e passiva. — La R. è una «parola di Dio all'uomo», comporta quindi un atto in Dio, con cui egli comunica il suo pensiero, e implica nell'uomo un effetto corrispondente a questo atto, analogamente a quanto avviene quando un uomo vuol comunicare il proprio pensiero a un altro. L'atto di Dio viene chiamato R. attiva; l'effetto nell'uomo R. passiva o R. ricevuta. La R. attiva in Dio non è altro che l'atto eterno di intelligenza, nel quale è contenuta la verità da comunicare, il modo di comunicarla e il destinatario della verità stessa; l'atto eterno di volontà con cui Dio vuole liberamente che, nel corso del tempo, al momento e nella persona da lui prescelta, si presenti la verità rivelata nel modo di cui voluto e si forma in essa un giudizio certo dell'origine immediatamente divina di tale verità. L'attuazione nel tempo di questo atto di volontà divina costituisce la R. passiva.
2. Le forme e il contenuto della R. passiva. — Storicamente consta che Dio ha scelto modi diversi per comunicare le verità, come la parola rivolta a Mosè dal roveto ardente (Ex. 3, 1 sgg.). O quelle udite dai discepoli alla Trasfigurazione (Mt. 17, 5), oppure per mezzo di visioni, come quella di Pietro (Act. 10, 19-23), oppure semplicemente attraverso la comunicazione di idee che il destinatario ha coscienza di ricevere direttamente da Dio (così probabilmente si devono intendere la maggior parte delle «rivelazioni» avute da S. Paolo: cf. Gal. 1, 12; Eph. 3, 3). L'elemento essenziale della R. passiva è la coscienza certa che il destinatario acquista che quella verità gli è comunicata direttamente da Dio. Senza questa coscienza certa si avrebbe una verità comunicata da Dio (scienza infusa), ma non si avrebbe R. in senso proprio, poiché non si sarebbe in possesso di una verità garantita da Dio.
L'origine psicologica di tale coscienza può essere pure varia. Può nascere da una esperienza immediata come pare nei profeti del Vecchio Testamento; può sorgere da una riflessione illuminata da una particolare luce divina (così, probabilmente, per la confessione di Pietro [Mt. 16, 16-17] e per le rivelazioni di Paolo); può nascere da un ragionamento: quando gli Apostoli compresero e credettero definitivamente che Gesù era veramente il Figlio di Dio, ed era tale fin dalla nascita, allora tutta la vita, i gesti, le parole del Maestro acquistarono ai loro occhi un valore nuovo: tutto in lui diventava per essi R. divina. Tracce di queste riflessioni sono evidenti nel Vangelo di Giovanni (2, 21-22. 23-25; 6, 65; 7, 39). Anche in quest'ultimo caso, tuttavia, la formazione del giudizio certo circa l'origine immediatamente divina della verità ricevuta non deve ritenersi d'origine puramente naturale. Secondo la dottrina tomista, perfettamente conforme in questo all'insegnamento biblico, all'origine della coscienza certa della R. sta sempre una illuminazione soprannaturale della
intelligenza (cf. R. Garrigou-Lagrange, De Revelatione, I, 3ª ed., Roma 1931, pp. 159-62).
4. Rivelazione, ispirazione, assistenza
Alla luce di questa dottrina si comprende esattamente la differenza e i rapporti tra la R. e altri fatti soprannaturali, come l’ispirazione profetica o biblica e l’assistenza promessa alla Chiesa per la conservazione infallibile della verità rivelata; a) l’ispirazione profetica è una conoscenza che il profeta acquista ed esprime su fatti o realtà remote dalla sua intelligenza naturale per un particolare influsso divino; del quale però egli può non essere consapevole; così che il profeta non sempre, o almeno non necessariamente, propone agli altri la sua parola come parola di Dio, come verità d’origine divina. Quando acquistasse consapevolezza certa dell’origine divina di questa sua conoscenza si avrebbe una R. vera e propria; b) dall’ispirazione biblica la R. si distingue perché la prima non importa per sé la comunicazione di verità nuove da conservare nei libri sacri, ma soltanto un particolare influsso divino perché la verità conosciuta ed espressa nel libro, per qualunque via sia stata conosciuta, risponda veramente al pensiero che Dio vuole comunicare agli uomini attraverso il libro sacro. Inoltre lo scrittore ispirato può non essere consapevole dell’influsso divino che lo guida nella composizione del libro. Una volta però che il libro sacro sia composto o sia riconosciuto come tale, ogni affermazione dell’agiografo, essendo da Dio ispirata, diventa perciò stesso verità comunicata da Dio agli uomini e garantita dalla sua autorità, diventa verità rivelata. Per questo la Scrittura è la prima «fonte della R.»; c) la R. divina si distingue dall’assistenza divina promessa alla Chiesa: perché la R. è la prima comunicazione soprannaturale della verità, mentre l’assistenza promessa è un dono di comprensione e di insegnamento esatto di una verità già ricevuta. R. e assistenza infallibile stanno tra loro come la creazione e la conservazione in generale.5. Concezione cattolica e concezione rionalistica della R
Per la dottrina cattolica la R. è un atto di Dio trascendente e personale, che in virtù del dominio supremo ch’egli possiede su tutte le creature intelligenti entra nella vita conoscitiva di queste al di fuori di ogni legge psicologica puramente naturale. È Dio che diventa maestro e testimone immediato della verità che comunica; e l’uomo non fa che prendere coscienza di questo oggettivo intervento divino soprannaturale.Per il razionalismo la R. religiosa è un fenomeno analogo a qualsiasi altra scoperta di verità naturalmente conoscibili: è una intuizione soggettiva d’uomini, particolarmente dotati, che attribuiscono alla divinità il frutto delle loro esperienze, che riesce loro difficile di spiegare psicologicamente in modo del tutto naturale. modernismo (v.) la R. non è che la presa di coscienza dell’esperienza o del sentimento religioso, e quando cerca di esprimersi per mezzo di concetti, come qualsiasi altro fenomeno di coscienza, dà origine alla dottrina religiosa, o R. oggettiva. Perciò non vi è luogo per nessuna oggettiva comunicazione di verità da parte di Dio: tutto ha origine dalla coscienza e dall’illusione soggettiva.
Il L. E. FASI DELLA R. — In questa immensa opera di insegnamento da parte di Dio si devono distinguere diverse fasi: la R. primitiva; la R. ebraica; la R. cristiana.
1. La R. primitiva. — Non si può conoscere con sicurezza assoluta il contenuto di verità comunicata da Dio ai progenitori e il modo con cui sono state comunicate. La narrazione delle origini dell’umanità, della prova, della caduta e delle sue conseguenze, contenuta Genesi (v.), riproduce certamente realtà storiche, ma non ci permette di ricostruire con tutti i particolari il modo in cui storicamente si sono effettuate. L’insegnamento teologico comune ritiene certa l’esistenza di una R. primitiva alle origini dell’umanità. È questo insegnamento apparte conformativo dai RELIGIONE (v.).
2. La R. ebraica. — L’esistenza di una R. divina al popolo ebraico è uno degli insegnamenti fondamentali del cristianesimo; ad essa si richiamano esplicitamente Gesù e gli Apostoli (Mt. 5, 18-21; Sg. 22, 31; Act. 1, 16; 28, 25; Rom. 1, 2; Hebr. 1, 1; 3, 7). La stessa R. cristiana è il compimento della R. ebraica che l’ha preparata (cf. Mt. 5, 18). Ecco alcune caratteristiche: a) provvisti: ebbe inizio con la vocazione di Abramo (Gen. 12, 1; Sg. 3), ma la Scrittura stessa attesta che Dio non si è manifestato completamente ad Abramo (Ex. 6, 3). Gli storici della religione ebraica fanno rilevare i successivi sviluppi che essa ebbe su tre idee fondamentali: il monoteismo, il messianismo, la concezione della vita futura. Questo sviluppo è dovuto certamente in parte ad un approfondimento della riflessione religiosa degli ebrei, ma in larga parte, specialmente per quanto riguarda le prime due idee, è dovuto a una progressiva illuminazione della R. divina; b) strumenti per questa R. furono alcuni moniti (patriarchi, profeti, agiografi), che Dio liberamente scelse. La R. ebraica non fu una R. continua e nel popolo ebraico non v’era un organo che fosse il portatore ufficiale della R. divina, come è ora nella Chiesa il magistero, vi era però un mezzo di trasmissione della R.: i libri sacri. Per questo nella religione ebraica è possibile constatare diversità notevoli di sviluppo nei diversi periodi, e talvolta anche momentanei oscuramenti, correnti parallele non perfettamente amalgamate tra loro. Appare però tanto più evidente l’azione divina che, guidando e utilizzando tutte le diversità naturali, portò il popolo ebreo a quel grado di conoscenza religiosa che ha reso possibile l’inserzione, senza scosse violente, della R. cristiana; c) La R. ebraica fu infatti una R. preparatoria che non fu scopo a sé stessa; la sua funzione fu di preparare la R. cristiana nella quale ha trovato il suo compimento (cf. Mt. 5, 18; Gal. 3, 24). Per questo la R. ebraica ha cessato la sua funzione col sopraggiungere della R. cristiana, o, meglio, tutto il contenuto di verità che essa possedeva è stato fatto proprio della R. cristiana.
3. La R. cristiana. — I discepoli di Cristo hanno avuto visioni di senso della novità della R. cristiana rispetto alla ebraica (cf. Io. 1, 18; Eph. 3, 1; Sg. 3; Hebr. 1, 2). Gesù stesso sottolineò la novità del suo insegnamento. Articolamente per quanto riguarda il mistero della Trinità (Io. 15, 15), il mistero della Chiesa (Mt. 13, 11), la perfezione della legge cristiana (ibid. 5, 21; Sg. 3). La insegnamento di Gesù Cristo non è consistito soltanto in parole: ogni suo gesto, ogni suo sentimento interiore, conosciuto al di fuori, era manifestazione oggettiva del pensiero e dell’amore di Dio. La prima e grande R. di Dio è la Persona stessa del Verbo Incarnato (cf. II Cor. 4, 4-6). Alla luce dell’insegnamento di Gesù Cristo e sotto l’illuminazione dello Spirito Santo da lui promesso (Io. 14, 26; 15, 26; 16, 12-15), gli Apostoli compresero sempre più completamente il mistero di Cristo e della nostra solidarietà con lui, il mistero della Redenzione e della nostra partecipazione alla vita divina per mezzo di Gesù Cristo, il mistero di Cristo che è la Chiesa, i discepoli divini circa la vita futura della Chiesa. Tutto questo patrimonio di verità costituisce la R. cristiana. Essa si è conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo ed è stata consegnata alla Chiesa o sotto forma di documenti scritti (libri ispirati del Nuovo Testamento), o sotto forma di tradizioni fedelmente conservate e trasmesse dal corpo episcopale. Dopo la morte dell’ultimo Apostolo la Chiesa non ha nuove rivelazioni pubbliche, ma comprende, interpreta e spiega in una luce sempre più chiara e con una completa zampa sempre maggiore il contenuto della R. ricevuta dagli Apostoli. In dogma (v.).
IV. POSSIBILITÀ DELLA R
Le difficoltà contro la possibilità della R. vengono dedotte dalla sua superfluità, dalla incompatibilità con la sapienza divina, dal suo pretesto antropomorfismo, dalla incomunicabilità della scienza divina o, per quanto riguarda la R. mediata, dall’intervento di strumenti umani soggetti ad errore.La prima difficoltà viene dedotta dalla autosufficienza e autonomia dell’intelligenza umana. L’uomo deve bastare a se stesso nella conoscenza della verità anche morale religiosa: nulla può essere accettato come vero se non è riconosciuto come vero dalla ragione; l’uomo contraddrebbe la più intima esigenza della sua natura se accettasse una verità dall’esterno, sia pure da Dio. Si risponde: la supposizione immanentistica dell’autosufficienza dell’intelligenza umana cade, però, facilmente di fronte
a due fatti. La constatazione storica della difficoltà enorme, per gli uomini, di conoscere le fondamentali verità morali e religiose al di fuori dell'influenza della R. ebraico-cristiana. È sufficiente ricordare le difficoltà, le contraddizioni, gli errori della filosofia, le puerilità e, talvolta, le grossolane deviazioni delle concezioni religiose. In secondo luogo, si potrebbe negare l'esistenza di verità inaccessibili all'intelligenza umana soltanto supponendo che l'uomo possa con la sua intelligenza naturale esaurire la realtà e i disegni di Dio. Un simile postulato però contraddrebbe evidentemente l'infinità dell'Essere divino: se Dio è veramente infinito non può non avere qualcosa di inattingibile all'intelligenza finita dell'uomo. D'altra parte per l'uomo non costituisce nessuna diminuzione il fatto di ricevere da Dio qualche illuminazione sul mistero della sua vita e della sua azione nell'universo. La R. non può apparire contraddittoria alla dignità dell'universo e non a chi suppone che l'uomo sia lo stesso assoluto.
La seconda difficoltà si potrebbe formulare così: perché la R. appaia intelligibile e quindi possibile non è sufficiente che Dio abbia verità sconosciute da comunione, ecco, occorre vi sia una ragione intelligibile per far questo. Non si vede a che possa servire la R. di verità sconosciute. Si risponde: secondo la dottrina cattolica (v. sopra: Conte, Vat) la R. ha una duplice finalità: supplìse alle deficienze dell'intelligenza naturale per la conoscenza delle verità religiose e morali, completando le capacità limitate dell'intelligenza decaduta con la luce superiore che viene dall'insegnamento divino; introduce inoltre gli uomini alla conoscenza delle realtà soprannaturali che costituiscono il mondo reale nel quale si svolge ora la vita dell'umanità. La R. non è fine a se stessa; non rappresenta il ritorno al definitivo tra l'uomo e Dio; ma è il di un'altra conoscenza, la visione beatifica, nella quale l'attuale imperfetta conoscenza delle realtà soprannaturali comunicata dalla R. diventerà una conoscenza perfettamente chiara e autotrasparente. La R. perciò ha una funzione essenzialmente pedagogica: lo scopo immediatamente della R. è di rendere possibile l'amore delle realtà soprannaturali, quell'amore che si chiama carità sospannaturale; perché la carità è la condizione indispensabile e la preparazione alla visione.
La terza e la quarta difficoltà sono state particolarmente sottolineate nel periodo modernistico sotto forma di un dilemma: o si concepisce la R. come la comunicazione di una «parola» o di un concetto divino nel significato usuale del termine, allora si cade nell'antropomorfi smo; o si mantiene la trascendenza infinita del conoscere divino, e allora non si comprende come esso possa essere comunicato all'uomo. La risposta è questa: la difficoltà riproduce, nel settore particolare della R., il problema generale dei rapporti tra l'infinito divino e il finito umano. Il pensiero teologico aveva già formulato la soluzione di analogia (v.). La verità divina è comunicata agli uomini per mezzo di concetti che pur non esprimendola com'essa è in Dio, e quindi non esprimendola adeguatamente, sono però capaci di riprodurre davvero, in una certa misura, nel contenuto. Si potrebbe ricorrere per illustrare questa risposta alla conoscenza e all'insegnamento di Gesù Cristo. Secondo la dottrina teologica comune e certa, Gesù possedeva durante la sua vita terrena la visione immediata dell'Essere e dei disegni di Dio: vedeva la Trinità nella Trinità tutta la realtà avente un qualche rapporto con lui. Egli stesso attestò questo (Io. 16, 14-15). Tale conoscenza era un atto unico, semplicissimo, intuitivo, che abbracciava tutto. Gesù parlò ai discepoli per comunicare ad essi una partecipazione alla propria conoscenza di Dio (ibid. 15, 15): e parlò un linguaggio umano, fatto di concetti e parole accessibili alla intelligenza umana finita. Nella sua intelligenza avvenne il passaggio dalla semplicità della conoscenza divina alla molteplicità imperfetta, ma non ingannatrice, dei concetti umani. Quello che è avvenuto in lui come conseguenza del suo essere di Verbo Incarnato, Dio lo può miracolosamente ripetere negli altri uomini, ch'egli sceglie per rivelare.
L'ultima difficoltà riguarda la razionalità di una R. mediata: sia pure che la R. è possibile e conoscibile da chi immediatamente la riceve; ma quando essa viene comunicata agli uomini, allora perde la garanzia della sua origine divina. Gli uomini che l'hanno ricevuta, se si prescinde da Gesù Cristo, erano tutti fallibili e limitati, e inevitabilmente, anche senza accorgersi, poterono trasmettere, con la verità d'origine divina, la loro limitata, personale o magari erronea interpretazione della verità ricevuta. Si risponde che appartiene alla essenza della R. che chi la riceve abbia una conoscenza chiara e certa di ciò che riceve da Dio e la distingua dalle proprie personali riflessioni, e l'esperienza stessa dei destinatari della R. ci assicura di questo: è sufficiente ricordare il modo con cui Paolo parla della verginità e del matrimonio (I Cor. 7, 10-12). Inoltre occorre ricordare che non ci troviamo qui di fronte a fenomeni spiegabili con cause puramente naturali; se Dio ha voluto che la verità da lui rivelata giungesse a tutti gli uomini proprio come egli l'ha rivelata, non gli manca certamente la possibilità di ottenere questo: ed è quanto ci garantisce l'assistenza dello Spirito Santo promesso prima agli Apostoli, poi alla Chiesa.
V. Conoscibilità. Questa riflessione apre la strada a risolvere anche le ultime difficoltà, riguardanti la conoscibilità della R. divina. La difficoltà prende due forme: non si vede come colui che riceve la R. possa acquistare la certezza di non essere vittima di una illusione. Inoltre non è chiaro come possano gli altri, che non hanno l'esperienza di un contatto immediato con Dio, acquistare la certezza ch'egli non è vittima di una illusione.
Si è già detto (v. SORA, III, 2) che la coscienza certa di ricevere una verità da Dio può avere origini psicologiche diverse: questa certezza non può formarsi, come qualsiasi altra certezza, che per una via puramente interiore. Spesso però si nota che il destinatario della R. dubita della sua origine divina e vuol sottrarsi agli impegni che la parola di Dio impone; allora Dio interviene con segni straordinari, che eliminano ogni dubbio, per es., nella visione di Zaccaria (Lc. 1, 18-20), o nella conversione di Paolo (Act. 9, 1-19). Ma soprattutto occorre ricordare che nel formarsi questo giudizio l'intelligenza umana è illuminata dallo Spirito Santo, che è Spirito di verità: la Scrittura considera coloro che ricevono una qualche R. da Dio e che parlano a nome di Dio come «pieni di Spirito Santo», cioè come illuminati da lui in un modo soprannaturale. Per questo possono avere certezze inspiegabili naturalmente agli altri (cf. I Cor. 2, 12-16). Si pone allora la domanda come gli altri, che non hanno questa loro esperienza immediata, possano distinguere gli uomini veramente illuminati dallo Spirito Santo dagli illusori o dai mentitori; i veri dai falsi profeti. La R. stessa suggerisce vari criteri o segni, che costituiscono tanti motivi per riconoscere la vera R.: la qualità morale del profeta, il contenuto della sua dottrina, i frutti di questa dottrina e infine - criterio decisivo - le opere che egli compie per garantire con l'intervento di Dio l'origine divina di quanto asserisce: profetizie e miracoli (cf. Io. 15, 22-24). Quando Dio parla, e vuole che la sua R. giunga a tutti gli uomini, sa bene accompagnarla da «segni», tali che ne garantiscano l'origine divina ad ogni uomo disposto ad accoglierla (cf. Mc. 16, 20).