RIVESTIMENTI

RIVESTIMENTI. - L'uso di rivestire le strutture murarie con marmi o stucchi era

Article illustration

già diffuso nell'antichità classica e venne subito adottato dal cristianesimo.

Si ha notizia di r. marmorei in luoghi di culto cristiani sin dal sec. III (cubicolo dei papi nelle catacombe di S. Callisto); poi, con il trionfo della Chiesa, il marmo, lavorato appositamente, o più frequentemente proveniente da altri monumenti, viene spesso adoperato come r. nell'interno di edifici sacri, mentre all'esterno è limitato alla decorazione di singoli elementi architettonici.

In epoca costantiniana si introduce l'uso di incrostare le pareti con tarsie di marmi policromi, non solo con

Article illustration
(Int. Alinari)
Rivestimenti - R. di tarsie in marmo, madreperla e smalto, nella tribuna della chiesa di S. Vitale a Ravenna (sec. vi). Ricostruzione del 1900-1904, compiuta sulla scorta di avanzi originali e documenti.

spartimenti architettonici e con ornati, ma con figurazioni complesse; massimo esempio la basilica civile di Giunio Basso (317), nota attraverso i disegni di G. da Sangallo e dei cui ornati restano frammenti nel Museo Capitolino. Questa tecnica venne usata in edifici religiosi della seconda metà del sec. IV (Basilica Ursiana di Ravenna e primitiva Basilica Ambrosiana di Milano), per quanto può desumersi dalle descrizioni e dai pochi avanzi superstiti, riducendo gli ornati a semplici raffigurazioni simboliche; infine nel sec. V si riduce a motivi geometrici sfruttando la policromia dei materiali (S. Sabina a Roma). La tendenza all'astrazione decorativa si accentua nell'architetto murario di S. Vitale di Ravenna, duomo di Parenzo; in seguito questa tecnica, mentre in Italia cede il posto alla decorazione pittorica, si sviluppa e si perfeziona in Oriente, raggiungendo la massima espressione in S. Sofia di Costantinopoli.

Nell'architettura romanica, sul modello del S. Giovanni di Firenze, il marmoreo si limita a due soli colori, nell'intento di valorizzare i rapporti spaziali, talora finendo motivi architettonici: il più notevole esempio è nella basilica di S. Miniato al Monte, dove la decorazione scandisce il ritmo spaziale della facciata. Anche in Sicilia il r. in marmo, associato però al cotto, contribuisce a dare risalto alle linee architettoniche (campanile della Martorana, duomo di Monreale). Nell'architettura gotica invece il r. mormoreo generalmente non ha rapporti con l'organismo strutturale (fianco del duomo di Perugia, S. Maria di Collemaggio all'Aquila, S. Maria Novella di Firenze).

Anche nel primo Rinascimento lombardo i r. ad intarsio presentano carattere puramente decorativo indipendente dall'architettura (p. es., Certosa di Pavia, ove sono associati il bianco di Candoglia, il rosso di Valcamonica, il verde di Cira; cappella Colleoni a Bergamo in bianco, rosso e giallo); ma a Venezia in S. Maria dei Miracoli le maestranze lombarde danno nuovamente al r. marmoreo un valore architettonico, facendo di questa chiesa l'esempio forse più tipico del Rinascimento. Più tardi si manifesta una ricerca di effetti di gravità funerea nel calcolato incastonarsi di specchi di porfido entro cornici bianche tra colonnine nere, nella cappella Gondi a S. Maria Novella di G. da Sangallo. All'inizio del Cinquecento scompare ogni ricerca di effetti coloristici all'esterno delle chiese; i progetti di r. marmorei di facciate lasciate grezze dalle epoche precedenti si arrestano agli inizi, tanto sono estranei al nuovo gusto (S. Petronio di Bologna, duomo di Reggio Emilia). Anche il barocco esclude la policromia nelle facciate, mentre accentua all'interno lo sfarzo dei marmi colorati, non più a disegni minuti, ma con applicazioni su vaste superfici (S. Maria

della Vittoria, Gesù e Maria a Roma, Corpus Domini e S. Lorenzo a Torino; S. Filippo Neri a Napoli).

La concezione della cappella come organismo architettonico a sé stante consente di limitare il r. marmoreo ad uno o pochi ambienti della chiesa: i primi esempi risalgono all'inizio del '500 (cappella Chigi in S. Maria del Popolo a Roma) e raggiungono nel secolo successivo la massima ricchezza decorativa nella cappella dei Principi annessa a S. Lorenzo in Firenze, interamente rivestita di marmi rari, pietre dure, gemme e bronzi dorati, con effetti di grande sfarzo, ma di gusto mediocre; di maggiore eleganza la cappella del Monte di Pietà a Roma, fastosamente rivestita di marmi preziosi, alabastri, dia-spro di Sicilia. Una tipica espressione del tardo barocco si vede nella cappella Cybo a S. Maria del Popolo in Roma, dove la policromia imprime un carattere di severità, mentre nella cappella della S. Sindone nel duomo di Torino un senso ancor più solenne deriva dall'impegno nel r. parietale di solo marmo nero. La predilezione accordata nel Settecento allo stucco limita la consuetudine dei r. marmorei nell'Italia centrale e settentrionale; mentre nel meridione della penisola ed in Sicilia se ne continua intensissimo l'uso fino alla fine del secolo. Ultima grande applicazione del marmo nel r. delle chiese si trova nella navata del Gesù a Roma dell'inizio del'Ottocento. Nello stesso secolo venne però adottato nel completamento di facciate rimaste allo stato grezzo, usando marmi di colori armonizzanti col rimanente dell'edificio. Così per il duomo di Firenze vennero impiegati: marmo di Carrara, verde di Prato e rosso di Maremma; per quello di Grosseto: fasce alternate di marmo bianco e rosso di Gualdana; per S. Croce di Firenze solo marmo di Carrara.

Nel nostro secolo i r. marmorei sono in genere limitati a singole cappelle, come quella del Sacramento in S. Carlo al Corso di Roma, rifatta per il giubileo sacerdotale di Pio XI, e l'altra, ancor più recente, di S. Andrea delle Fratte, pure a Roma; esempio di estensione del r. in marmo all'intero interno di una chiesa si trova, sempre in Roma, nella S.ma Addolorata.

Assai raro è l'impiego del legno come r. di pareti: caratteristico esempio la sala del Collegio della Mercanzia a Perugia, decorata con motivi geometrici. Talora invece il r. si estende solo per tratti limitati di parete, specialmente al disopra del corso (SS. Severino e Sossio a Napoli, duomo di Pisa). Anche più raro per r. di pareti è l'uso del cuoio, di derivazione orientale, adoperato qualche volta nel Seicento in ambienti di edifici civili, e del tutto escluso da quelli religiosi. - Vedi tav. LVI.

BIBL.: P. Toesca, Stor. dell'arte ital., I e II, Toino 1927, 1950, passim; G. Marchini, L'incrostaz. marmorea della cappella Gondi in S. Maria Novella, in Palladio, 1939, p. 205; Sgg.: G. Calzecchi, Restauri esterni del duomo, del campanile e del battistero di Firenze, ibid., 1940, p. 131; Sgg.: M. Salmi, Decoraz. romanica in Toscana, in Spazio, febbr. 1951, p. 1; Sgg.: L. Moretti, Trasfigurazioni, di strutture marmoree, ibid., 1951, p. 5; Sgg. Mario Zocca