RISURREZIONE DI GESÙ CRISTO

RISURREZIONE DI GESÙ CRISTO. — Il fatto storico della R. di Cristo e la trattazione dogmatica relativa sono esposti alla V. GESÙ CRISTO. La commemorazione liturgica della R. è svolta alla

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(Int. del Musco)
Risurrezione di Gesù Cristo - Cristo risorto. Scultura in legno policromato proveniente dal monastero di Wienhausen (ca. 1300). Hannover, Landesmuseum.

V. PASQUA. Qui la trattazione riguarda soltanto la parte iconografica.

Si usava già raffigurare la R. di Cristo nell'arte paleocristiana, come dimostrano diversi sarcofagi scolpiti, adornati con storie della Passione. La R. però veniva allora raffigurata in modo simbolico, per mezzo di una Croce (Crux nuda) sormontata dal monogramma «Pax» e sotto la quale dormono due guardie; cantano la gloria di Dio alcuni uccelli, messi intorno alla Croce, per alludere all'aura paradisiaca della sacra scena (v. ANASTASI). Ottimi modelli di una tale primitiva raffigurazione simbolica della R. sono offerti da due sarcofagi marmorei del sec. IV nel Museo cristiano lateranense a Roma (n. 164 e n. 171). È da notare, che ad una tale raffigurazione simbolica della R. spettava sempre nei sarcofagi paleocristiani il posto centrale tra le altre scene della Passione di Nostro Signore. Il medioevo fece uso di un concetto figurativo molto diverso: per mezzo cioè di un sepolcro aperto, ad un lato del quale si vedono due o tre pie donne e all'altro lato uno o due angeli.

Fino al 1300 la figura di Cristo risorto non veniva riprodotta affatto nelle rappresentazioni della R., le quali tutte, quindi, raffiguravano un momento posteriore alla uscita di Nostro Signore dalla tomba vuota. Una delle più antiche testimonianze di tale concetto iconografico è offerta da un affresco del sec. IX, che si trova nella chiesa inferiore di S. Clemente a Roma; un'altra è negli affreschi di S. Angelo in Formis (sec. XI). Secondo il medesimo concetto si usava raffigurare la R. tra le storie del ciclo della Passione, che adornavano i tabelloni laterali della croci dipinte e sagomate: ad es., quella di Enrico di Tedice nel S. Martino a Pisa. Del medesimo concetto figurativo si avvalse ancora Duccio nella Maestà dell'Opera del duomo di Siena. Con una rappresentazione delle pie donne al sepolcro vuoto, custodito da un angolo, è stata pure rappresentata la R. di Cristo da Lorenzo Maitani sui piloni della facciata del duomo di Orvieto. Anche Giotto nella sua R., affrescata poco dopo il 1305 sulle pareti della cappella degli Scrovegni a Padova, si accostò in gran parte allo schema iconografico tradizionale del medioevo, illustrando la sacra scena con un sepolcro vuoto, custodito da due angoli e circondato da guardie addormentate. Egli, tuttavia, intrecciò ad una tale raffigurazione della R. quella del Cristo risorto con la bandiera del Salvatore tra le mani, che appare alla Maddalena.

Un importante cambiamento generico per l'iconografia della R. si opera verso il 1300, quando si notano le primizie della presentazione della figura di Cristo nella raffigurazione della scena. Questo cambiamento del concetto iconografico è bene illustrato da una miniatura romana dell'ambiente di Pietro Cavallini, databile ca. al 1303, che adorna l'Esultet del cod. n. 78 B. dell'Archivio di S. Pietro a Roma. Ivi la R. è stata raffigurata in due scene successive, insieme raggruppate: la prima di esse offre un concetto nuovo e cioè presenta Cristo uscente dal sarcofago spalancato, mentre le guardie dor

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Risurrezione di Gesù Cristo - Cristo risorto e le pie donne al sepolcro. Miniatura dell'Esultet B 78 di S. Pietro. Opera di miniatore romano, seguace di Pietro Cavallini (1303-1305) - Roma, Archivio della basilica di S. Pietro, cod. 78 B.

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(per cortesia della signorina Ida Bertagna)

Risurrezione di Gesù Cristo - Cristo risorto e le pie donne al sepolcro. Miniatura dell'Esultet B 78 di S. Pietro. Opera di miniatore romano, seguace di Pietro Cavallini (1303-1305) - Roma, Archivio della basilica di S. Pietro, cod. 78 B.

RISURREZIONE DI GESÙ CRISTO - RISTORREZIONE E REVIVISCENZA 988

22-24, 25-42), il diletto amico Lazzaro, cadavere da quattro giorni (Jo. 11, 1-45). Nell'istante in cui Gesù muore, molti corpi di Santi, già morti precedentemente, risorgono appa- rendo a molti in Gerusalemme (Mt. 27, 52-53). Tra tutte, coronamento e prova schiacciante della sua divinità, la pro- pria gloriosa r. all'alba del terzo giorno dalla morte in croce.

Nei tempi apostolici, Pietro a Ioppe ridà la vita alla defunta Tabitha (Act. 9, 36-42) e Paolo a Troade ri- suscita il giovanetto Eutiche che, addormentatosi sul da- vanzale della finestra durante il lungo discorso dell'Apo- stolo, era precipitato dal terzo piano (ibid. 20, 6-12).

R. da morte ricompaiono poi anche durante la storia della Chiesa. Una prima facile scappatoia ai negatori dei miracoli di r. è il non riconoscerne l'esi- stenza storica; se il fatto è storicamente ammesso, la cri- tica tenta spiegazioni naturalistiche, giudicando trattarsi di fenomeni letargo (v.) letargia (v.), morte (v.) apparente. I casi di r. vengono così assimilati a fenomeni ben studiati e cono- sciuti dalla biologia e dalla medicina, i quali però sono tutt'altra cosa della vera r.

Il letargo è un fenomeno presente soltanto nei mam- miferi inferiori, o in specie di animali ancor più basse, sotto forma di estivazione o ibernazione. Dall'apparenza di un sonno profondo, ma ben differente da questo nella sostanza, è costituito da una riduzione al minimo delle principali funzioni della vita vegetativa (respirazione, cir- colazione, metabolismo basale) e quasi abolizione di quelle della vita di relazione. Sua caratteristica è d'essere legato alle condizioni dell'ambiente e rappresentare un mezzo per permettere all'individuo la sopravvivenza in condizioni in cui una vita normale non sarebbe possibile; in tale stato vengono logorate lentamente le riserve, particolar- mente di grasso, accumulare nel corpo dell'animale (v. DIGIUNO). Nell'uomo non si verificano fenomeni di vero e proprio letargo; ma, soltanto eccezionalmente, in par- ticolari condizioni di ambiente e di sacchezza massima di alimentazione, fenomeni di vita al minimo in cui il soggetto riduce al massimo grado ogni sorta di attività di vita di relazione e dispersione energetica verso l'am- biente. Esempi di tali genere si possono osservare durante i lunghi periodi d'inedia cui può esser esposto l'uomo per carestie o reclusione in campi di concentramento. In tali condizioni, possono allungarsi fortemente i periodi del sonno giornaliero, durante il quale si attua al massimo grado l'economia del ricambio interno; ma mai vengono a stabilirsi le condizioni proprie del letargo, sia dal punto di vista della vita vegetativa che di quella di relazione. Si dice che, per un'estrema penuria di cibo, i contadini russi e gli esquimesi possano cadere in un particolare sonno letargico, riducendosi le manifestazioni vitali quasi a forma latente (O. Polimanti, Il letargo, Roma 1913).

Altra cosa, invece, sono le condizioni, particolari al- l'uomo, ACATALESSIA (v.) e della letargia. Si tratta qui di vere forme morbose, sempre indice di anormalità neu- ropsichica, trattandosi di soggetti affetti o da malattie or- ganiche del sistema nervoso (encefaliti) isterismo (v.) o di alcune forme di nervosi (v.). In tali forme sono prin- cipalmente colpite le funzioni della vita di relazione, as- sumendo il soggetto l'aspetto di persona profondamente addormentata; il polso e il respiro sono lenti e in alcuni casi può giungersi ad arresti di questo, anche protratti per alcune ore, avendosi così l'apparenza di morte; ap- parenza soltanto, dato che un esame ben condotto sulle altre funzioni (circolazione, reattività nervosa) mostra che l'individuo è tuttora in vita. Si parla da alcuni autori di casi di letargia durati perfino 32 giorni (Krauss), per quanto riguarda l'apparenza di sonno, rimanendo però presenti le funzioni della circolazione e della respirazione. In un caso di Pfendler (citato da Binswanger) vi fu ar- resto del respiro per 48 ore, rimanendo però integra l'at- tività cardiaca. Non si tratta quindi mai di morte intesa nel senso assoluto della parola, perché sempre persistono le funzioni cardinali della vita vegetativa, sia pure ridotte a un minimo pressoché irrilevante a un esame condotto grossolanamente. Nel caso in cui le ultime manifestazioni della vita si riducono all'attività cardiaca, la reviviscenza è possibile soltanto per l'intervento del medico, tempe-

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stivo, secondo arte e prolungato; è escluso uno spontaneo ritorno alla vita dell'individuo in stato di cosiddetta morte apparente in cui persista la sola attività cardiaca.

La letteratura medica descrive casi di reviviscenza ottenuta, per opera di mezzi straordinari di rianimazione, anche vari minuti dopo il completo arresto del cuore. In tali casi, cessata ogni attività di funzioni vitali, potrebbe sembrare trattarsi di vera r. da morte. Anche qui, però, persistono nel soggetto la vitalità delle cellule muscolari e ganglionari del cuore, se pure in uno stato di momentanea inibizione funzionale; ma ciò perdura solo un tempo brevissimo, dopo il quale anche le cellule più resistenti vengono travolte dalla morte, per la loro asfissia (anossia) e l'accumulo dei prodotti catabolici tossici.

Ancor più rapidi a morire sono gli elementi nervosi di più alta dignità funzionale, propri delle zone corticali e sottocorticali. Passato un certo periodo di tempo, in verità assai breve, dopo la sospensione del respiro e della circolazione, anche se i mezzi straordinari posti in opera riescono a riattivare e ricondurre alla loro automaticità per un certo tempo le suddette funzioni, l'individuo rimane irremissibilmente morto nella sua attività sensitivo-consciente e motrice-volontaria. Ogni legame d'intelligenza, di affettività, di volontà con l'ambiente è in lui distrutto: quello che fu un uomo è ridotto alle condizioni di un animale da esperimento cui siano stati distrutti gli emisferi cerebrali (cane di Goltz). Tra gli ultimi casi, ben dimostrativi delle limitate speranze di una piena ri-viviscenza, vedi quello occorso e illustrato da E. Scavo. La riviviscenza, relazione del 5 maggio 1952 all'Università internazionale G. Marconi in Roma.

Il sistema nervoso, indispensabile strumento di ogni attività di coordinazione interna dell'organismo e di relazione con il mondo esterno, assai velocemente cade nella morte assoluta. Ricche vide che dopo soli tre minuti il midollo di un cane, ridotto esangue, muore irremissibilmente; Stewart pone come termine massimo sette minuti primi, Weinberger e compagni hanno affermato che la vita non può esser ripristinata che per poche ore se l'arresto della circolazione dura oltre 8 minuti e 45 secondi (v. BIBLICA). Alla prolungata mancanza di ossigenazione (anossia) resistono i vari elementi del sistema nervoso in relazione inversa al loro grado di dignità funzionale e la morte assoluta irrimediabilmente compie il suo cammino dalle strutture più elevate alle più elementari. L'anossia produce perdita della coscienza in 10 secondi, arresto delle onde elettriche dell'elettroencefalogramma in 20-30 secondi; in 3-5 minuti le strutture nervose più elevate (a cominciare dai neuroni corticali, seguendo i nuclei della base, particolarmente il lenticolare, e il cervellotto) subiscono alterazioni distruttive non più reversibili. Assai più resistenti, ma sempre limitatamente, sono i centri bulbari cardiocircolatori (15-20 minuti primi) e quelli respiratori (30-60 minuti primi). La resistenza è maggiore negli individui giovan (massima nei neonati asfittici) che in quelli adulti e con cervello in piena attività di azione (v. BIBLICA). Per tali ragioni i tentativi di rianimazione di un individuo, colpito da semplice arresto respiratorio, cui segue in breve arresto cardiaco, o colpito da contemporaneo arresto cardiocirculatorio, può dare una speranza di riviviscenza tanto maggiore quanto più rapidamente ed energicamente vengono posti in opera i mezzi di rianimazione: respirazione artificiale, manuale o con polmoni meccanic; stimolazione elettrica ritmica del frenico; eccitazione cardiaca con iniezioni intracardiache (adrenalina, cloruro di bario, ecc.); irritazione meccanica del pericardio; massaggio diretto del cuore; iniezioni o perfusioni intravenose di medicamenti o di soluzioni fisiologiche artificiali o di plasma sanguigno o di sangue di donatore; circolazione artificiale con dispositivi esterni meccanici di circolazione e ossigenazione, direttamente allacciati alla rete circolatoria del soggetto da rianimare.

Va posto, quindi, bene in evidenza, come, in un individuo colpito da arresto respiratorio e da sincope cardiaca, la reviviscenza rappresenta sempre un'opera complessa e difficile, che richiede organizzazione tecnica di primo ordine, abilità di operatori, massima tempestività d'azione e che sempre è da considerarsi aleatoria nei suoi ultimi risultati, sia per quanto riguarda il ripristino duraturo dell'attività automatica del respiro e del cuore, ancor più per una piena ripresa dell'attività del sistema nervoso superiore. In tutti i casi, anche i più recenti, in cui la reviviscenza fu ottenuta con mezzi straordinari, dopo un arresto del cuore più lungo di alcuni minuti (tre e mezzo), la morte reale segui poi a scadenza di poche ore o giorni e in ogni caso, durante un tale periodo di sopravvivenza, l'individuo non manifestò nessun riacquisto delle facoltà neuro-psichiche superiori.

Una particolare forma di sospensione e di ritorno all'attività vitale è quella di cui si parla nei riguardi dei fachiri (v.), capaci, si dice, di mostrarsi come morti, rimanere sepolti per un determinato tempo e poi con adatte manovre ritornate in vita. Simili fatti potrebbero esser inventati per una spiegazione razionalistica del miracolo della r., ma, di fatto, le descrizioni di tali fenomeni fatte dai testimoni oculari (C. Godard, op. cit. in bibl., p. 46; J. De Boninot, op. cit. in bibl., pp. 172-74) sono incomplete e contraddittorie, per cui non possono valere come prove di valore scientifico e offrono il fianco alla negazione e all'accusa di trucco. Volendo accettare alcuni casi più seriamente documentati, apparendo il fatto di così completa e lunghe sospensioni di ogni manifestazione vitale in stridente contrasto con le caratteristiche biologiche dei tessuti viventi e per il loro manifestarsi nel corso di ritmi magici, è necessario ammettere esser qui sui confini della natura e pensare all'intervento di una causa preternaturale.

Da quanto è stato detto, risulta, quindi, la ben netta differenza tra la vera morte e la semplice apparenza di essa; sia pure là dove la vita dell'individuo è ridotta a un'intensità quasi non percepibile, a livello delle grandi funzioni organiche della respirazione, della circolazione, dell'irritabilità e riflessività del sistema nervoso. D'altra parte l'esperimento biologico e l'osservazione clinica dimostrano bene come il sistema nervoso sia dotato di una estrema labilità e risenta nella maniera più assolutamente letale della mancanza di ossigeno (anossia): pochi minuti di asfissia bastano a distruggere irrimediabilmente non solo l'organo delle facoltà più umane (zone corticali e sottocorticali), ma anche quei centri nervosi bulbo-spinali indispensabili perché la vita si conservi e si svolga nel consensus partium (Ippocrate) delle strutture e delle funzioni del nostro organismo. Breve quindi e fatale è il passo tra morte apparente e morte reale definitiva, tanto più breve, quanto più divengono confondibili i due stati tra loro. Viceversa, un'informatibile barriera separa in maniera assoluta il fenomeno della reviviscenza da quello della r.; mentre la prima è risveglio e ripotenziamento di funzioni assopite e affievolite al limite dello spegnimento, la seconda rappresenta una nuova creazione di una vita completamente annullata. Praticamente, dal lato della causalità dei due fatti, osserviamo nel primo evento la complicata attrezzatura, la molteplicità e varietà dei mezzi, l'incalzarsi delle manovre legate al tentativo di ricondurre il soggetto dalle soglie della morte alla vita di nuovo vissuta nella sua integrità e durevolezza; nel secondo la semplicità dei mezzi, la potenza dei risultati propri dell'atto ricreativo della r.!

Esaminati obbiettivamente, allo sguardo d'una critica non preconcetta, le r. del Vecchio e Nuovo Testamento presentano chiaramente una doppia nota: la sicurezza di una morte assolutamente avvenuta, la meravigliosa semplicità e sproporzione umana dei mezzi adoperati per il richiamo in vita.

Il figliolo della vedova di Sarephta, morto per una gravissima malattia, e quello della Sunamitide, per una violenta congestione cerebrale, erano certamente morti, se riuscirono a distruggere ogni estrema speranza umana, ogni follie illusione dal trepido cuore delle rispettive madri. Il figlio della vedova di Naim era così sicuramente morto nell'estimazione di tutti, da esser ormai condotto alla sepoltura; la figlia di Giairo, aggravatasi progressivamente nel suo male, al punto da piegare nella disperazione ai piedi di Gesù la superbia d'un capo della Sinagoga, certamente non dormiva nel frastuono dei pianti e delle lamentazioni, ma appariva sicuramente morta a tutti i pre-

senti scientes quod mortua esset (Lc. 9, 53); Lazzaro, morto e chiuso nella tomba da quattro giorni, è ormai un cadavere in piena putrefazione (iam foetet: ibid. 11, 39).

Una tale crescente sicurezza di morte raggiunge il suo più alto grado per quella di Gesù. Egli, a compimento della sua Passione, subisce un'esecuzione, Croce (v.), che sia l'esperienza storica dei casi di crocifissione, sia le indagini scientifiche sperimentali condotte dagli studiosi della Passione e della S. Sindone (v.) dimostrano sicuramente mortale. Il fatto, certo, è stato spiegato in vari modi dal punto di vista del meccanismo patogenetico. Così, i vari autori hanno ammesso come causa determinante la morte: la fame, la sete, l'insolazione, l'ostacolo ai movimenti respiratori per lo stiramento delle braccia crocifissime, l'arresto del cuore per sincope riflessa, l'ipercalcoli sanguigna con tetania muscolare e asfissia (Hynek) e varie altre cause ancora. Le ricerche sperimentali (sospensioni di persone per le braccia, essendo oppure non sostenute le gambe) condotte da U. Modder (comunicazione al Convegno internazionale di studi sulla S. Sindone, Roma 1950) darebbero come causa della morte dei crocifissimi il «collasso ortostatico», cioè la caduta della pressione arteriosa con progressivo acceleramento del polso per la stasi sanguigna nelle parti inferiori del corpo e lo svuotamento delle parti superiori, rendendosi così impossibile al sangue il ritorno alle cavità destre del cuore.

Quale che sia il meccanismo, è certo, però, che la crocifissione va considerata esecuzione sicuramente mortale. Nel caso del Cristo, poi, in particolare, pur dovendo tener per certo che la morte avvenne per atto della sua volontà nell'istante predestinato, nel meccanismo delle cause naturali all'effetto dell'esecuzione finale largamente contribuiscono le gravi sofferenze morali e fisiche che accompagnarono Gesù dalla Cena al Calvario. Così: l'angoscia della preghiera nell'orto degli ulivi, le lesioni esterne e degli organi interni prodotte dalla flagellazione, gli acutissimi dolori della coroazione di spine, la fatica estenuante, le ripetute emorragie (v. G. Judica-Cordiglia, Cristo: l'Uomo, in Perfice Munus, Medicina e Morale, Torino 15 sett. 1951, n. 18, pp. 164-69). Inoltre, il colpo di lancia del centurione, squarciando, attraverso il quanto spazio intercorsale destro, l'omologo atrio del cuore, mentre era la prova legale della morte avvenuta, già da solo sarebbe stato sufficiente a provocarla.

A meno che non si negasse tutta la realtà storica dei Vangeli e la dimostrata obiettività della loro narrazione, nessuna critica onesta e intelligente potrebbe sostenere che la morte del Cristo fu un caso di letargia o di morte apparente.

Rivolgendo l'attenzione all'altra nota caratteristica delle r. del Vecchio e Nuovo Testamento, la semplicità e inadeguatezza umana dei mezzi, usati per il richiamo in vita, mostra il più stridente divario tra l'opera umana della reviviscenza e quella divina della r. Tale nota risulta particolarmente nella r. di Cristo che avviene per virtù stessa di lui che «esipsum suscitavit occisum» (s. Agostino, In Johannis evangelium tract., XII, nn. 10-11; PL 35, 1489).

Bibl.: J. De Bonniet, Le miracle et ses contrefaçons, Parigi 1845; C. Richet, La mort du coeur dans l'asphyxie, in Arch. de physiol., 26 (1894), p. 653; C. Godard, Le fakirisme, Paris 1900; G. N. Stewart e altri, The Resuscitation of the Central Nervous System of Mammals, in J. Exner, Med., 8 (1906), p. 280; M. Wilke, Hatayoga, Dreda 1926; M. D. Mercier Fautes, Cardiac Resuscitation, in The Journal of Thoracic Surgery, vol. XVI, n. 6, dic. 1947, St. Louis U.S.A.; G. Ricciotti, Vita di Cristo, Milano 1941; L. Seremin, Diz. di morale professioni, 4a ed., Roma 1949; id., La sopravvivenza artificiale, in Scienza e vita, anno I, n. 5, Roma giugno 1949; Sidney C. Wiggins-P. Saunders-G. A. Small, Resuscitation, in The New England Journal of Medicine, vol. 241, nn. 10-11, 8-15 sett. 1949, Boston U.S.A. (v. CRITICA BIBLICA); A. Alliney, La r. di Gesù, in Orizzonte medico, anno VII, nn. 4-5, Roma apr.-maggio 1952; V. FACHIRO; LETARGIA; SINDONE.