PROTESTANTESIMO LIBERALE

PROTESTANTESIMO LIBERALE. — La concezione liberale, che si affermò con questo nome, oltre che nel campo politico, pure nel campo filosofico-religioso nel secc. XIX, presenta un'evidente affinità con il principio protestante del libero esame, ubbidisce ad analoghe esigenze nell'affermare la preminenza dalla valutazione individuale rispetto a quella dell'autorità sociale e religiosa. Perciò il movimento politico liberale trasse alimento dai principi e dalla tradizione protestante e a sua volta contribuì a far slittare il protestantesimo verso le posizioni più radicali nei confronti del cristianesimo come dottrina rivelata, come Chiesa, come culto. Il liberalismo nel protestantesimo assunse la fisionomia di un partito e di una corrente in antitesi all'ortodossia, conservatrice del dogma definito nelle « professioni di fede » dei secc. XVI-XVII, delle forme di culto ereditate

dall’età della « Riforma », d’una disciplina ecclesia-stica, che faceva appello allo Stato per imporsi ai dissenzienti.

Sul terreno storico-biblico fa proprie le posizioni della critica razionalistica che respinge l’elemento miracolo nei testi sacri, ricostruisce le origini cristiane prescindendo dalla tradizione ecclesiastica antica, e riconosce suoi rappresentanti D. F. Strauss, Ch. Baur, Bruno Bauer, Renan, Harnack; nel campo filosofico-teologico accoglie le interpretazioni del fatto religioso che danno le filosofie idealistiche, hegeliana, neokantiana, positistica e cerca di giustificare con una interpretazione « libera » delle S. Scritture. In questo ambito si può riconoscere nello Schleiermacher il primo formulatore della teologia liberale nei suoi « discorsi sulla religione » in cui, ad es., afferma che la Chiesa cristiana è il suo, però in essa ognuno deve avere la sua religione, quella che risponde al suo sentimento del divino; che la religione è da considerare una questione privata, estranea allo Stato. Nell’ambito politico-parlamentare i liberali protestanti si presentano futuri della piena libertà di coscienza, del principio della separazione tra Chiesa e Stato e generalmente militano nei partiti progressisti, tendendo ad identificare il cristianesimo con la cultura moderna e quindi a giustificare con idee cristiane modernizzate le concezioni nuove, anche di natura economico-sociale e politica. Così dal liberalismo protestante la teologia è ridotta, anche come disciplina d’insegnamento nelle facoltà teologiche, all’analisi filosofico-storico-critica dei testi biblici, con preferenza per quelli neotestamentari, a una interpretazione storico-sociologica del cristianesimo come idea e come fatto (ad es., nel Tröltsch), più recentemente come psicologia del fatto religioso (ad es., nell’Otto), ovvero come determinazione del contenuto esclusivamente etico del cristianesimo (Harnack). Così si possono caratterizzare le posizioni del p. I. alla fine del sec. XIX : a) la leva sul motivo del libero esame e tende a identificarsi con il libero pensiero; b) accoglie integralmente il metodo storico nei riguardi della Bibbia e lo storicismo come principio di valutazione anche delle idee e vicende del cristianesimo; c) concepisce la religione come una semplice disposizione dell’animo, negando rilevanza all’adesione al complesso di dottrine delle Chiese; d) accetta ancora la Bibbia come base della religione, senza però riconoscerne la inerranza; e) respinge la dottrina trinitaria per professarsi generalmente per l’unitarismo; f) respinge la divinità metafisica di Gesù Cristo e g) i dogmi del peccato originale e della Redenzione per virtù del Sacrificio di Cristo; h) avvia consapevolmente a risolvere il cristianesimo nella religione dell’umano, quale prodotto dello svolgersi del pensiero e della vita. In questa prospettiva si comprende come i conservatori abbiano posto non semplicemente in sede teocrisi a problema se i cristiani liberali, che così pensano, siano da considerarsi ancora membri della Chiesa o ormai ad essi estranei. Né ha servito il tentativo di A. Ritschl di stabilire un compromesso tra il liberalismo protestante e l’ortodossia luterana con l’accettare taluni motivi della speculazione critico-idealistica e le concezioni della critica liberale in materia biblica, ma insieme con il mantenere quali dogmi centrali del cristianesimo la giustificazione e la riconciliazione per opera di Cristo, poiché nella scuola stessa del Ritschl sono riaffiorate le posizioni radicali del liberalismo teologico. Esso si è largamente affermato in Germania, Olanda, Svezia, nelle cerchie presbiteriane della Scozia, negli Stati Uniti d’America, nella Francia e nella Svizzera protestante, promuovendo innovazioni nella disciplina e nel culto, accentuando la tensione con le cerchie ortodosse, le quali si costituirono in propri organismi per non accettare tali riforme (« vecchi-luterani », « vecchi-riformati »), mentre all’altro estremo si creavano « libere comunità », « libere chiese » su base puramente associazioni-volontaria, specie nelle sette degli Stati Uniti d’America. In queste è evidente la suggestione delle idee dell’ambiente; tale, ad es., il movimento dei « tedeschi cristiani » d’influsso razzista-nazionalsocialistico, tale l’atteggiamento filo-marxista di teologi tedeschi e inglesi dal 1945. Il p. I. è però oggi in crisi di fronte alla rinascita del senso della teologia e della Chiesa sia tra i luterani sia tra i riformati. Nel campo cattolico, esso ha sotto certi aspetti un parallelo nel modernismo.

BIBL.: F. Kattenbusch, *Die deutsche evangelische Theologie der Schleiermacher*, Lipsia 1891; 5° ed., ivi 1926; C. Werckhagen, *Der Protestantismus am Ende des XIX. Jhd.*, Berlino 1908; C. J. Chadoux, *Catholicism and christianity, a vindication of progressiv progressism*, Londra 1928; P. Tillich, *Protestantismus als Kritik und Gestaltung*, Lipsia 1926; C. Algarimissen, *La Chiesa e le Chiese*, tr. it., 2° ed., Brescia 1944, p. 591 e segu. E. Rochat, *Le développement de la théologie protestante française au XIXe siècle*, Ginevra 1945.