SACERDOZIO

SACERDOZIO. - Da sacra dare, «fornire, compiere l'azione sacra», è la carica e la funzione religiosa sociale che un individuo riveste in quanto intermedio ufficiale tra il gruppo umano e la divinità.

I S. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - Nei nuclei primitivi le funzioni del sacerdote si fondono con quelle

del capo del gruppo (re-sacerdote, re-stregone) in quanto sono soprattutto i suoi poteri magici, la sua capacità di interpretare la volontà degli dèi, quelli che servono al gruppo cui preme assicurare una buona caccia, un buon raccolto, l'incolumità del bestiame, l'immunità da epidemie, la buona riuscita di una guerra. Le funzioni di re e di sacerdote cominciano a separarsi a mano a mano che, sviluppandosi la vita culturale del gruppo, se ne sviluppano le esigenze e il cerimoniale sacro, con una maggiore specificazione delle varie funzioni. Si hanno così nelle religioni naturali tre tipi fondamentali di sacerdoti: il sacrificatore, l'esorcista e l'indovino.

Al sacrificatore è demandata l'azione sacrificale che costituisce il centro del culto in ogni religione; l'esorcista provvede alle purificazioni le quali possono essere dirette contro macchie e colpe di carattere morale (peccati), contro il contagio provocato da mali spiriti, malocchio, infezioni spirituali e morali; l'indovino si prende il futuro leggendolo nei più vari elementi (volo di uccelli, fegato di vittime, corso degli astri, ecc.). Questi tre tipi, che possono essere riuniti in una sola persona nei gruppi sociali primitivi, si trovano separati nelle religioni naturali che hanno raggiunto lo stadio cittadino. Nella città antica di Grecia e di Roma, il sacerdote ha solo le funzioni tecniche di esperto del rituale, ma le funzioni religiose sono compiute dal capo dello Stato o da altri magistrati di ordine politico: rimangono prerogative del s., in quanto richiedono una scienza e una tecnica speciale, le mansioni divinatorie ed esorcistiche. Talvolta i sacerdoti sono riuniti in collegio.

Nelle religioni di mistero il sacerdote assume un carattere tutto diverso essendo esso di tipo supernazionale, non legato alla vita politica dello Stato. In esse il sacerdote non è più il consulente tecnico del magistrato, ma il direttore spirituale degli ascritti al mistero, che vive egli stesso e inculca ad essi la vita del dio fondatore o patrono del mistero; che è estraneo alla vita politica, talora anche celebrato, per maggior dedizione al suo culto e ai suoi fedeli.

Non si accede al s., anche se questo abbia regime di casta, senza una speciale iniziazione che ponga il candidato in possesso di quei poteri superiori che lo rende ranno efficace intermediario tra gli uomini e la divinità. Ma per esservi ammessi si richiedono alcune condizioni, la mancanza delle quali rende il candidato, nell'estimazione del gruppo, inadatto a svolgere la sua funzione: esse sono l'immunità da difetti fisici, la nascita legittima, l'integrità corporale, la buona fama. Obbligo consecutivo all'investitura del s. è di mantenersi in stato di purità rituale, si da essere idoneo a compiere in ogni momento la sua funzione di intermediario. Tale purità si ottiene:

1) osservando la castità rituale, cioè antecedente all'azione sacra da compiere; 2) fuggendo il contatto del sangue; 3) evitando il contatto del cadavere. In qualche religione tali prescrizioni sono perpetue (celibato ecclesiastico, vegetarianismo degli orfici, degli induisti e dei buddisti).

Uno speciale rito di passaggio (iniziazione, ordinazione) si richiede per far passare il candidato al s. dallo stato profano a quello sacro. Tale rito può essere unico oppure può venir ripartito in tanti gradi che rendono progressivamente l'individuo idoneo alla sua funzione (gradi di iniziazione militaria; Ordini minori e maggiori, nel s. cristiano). Il carattere sacro si conferisce imponendo al candidato le vesti della sua funzione o facendogli toccare gli oggetti relativi, imponendogli sul capo le mani, unendolo, ecc. Un rito speciale si richiede per togliere al consacrato l'investitura sacra di cui è stato insignito.

BIBL.: J. Lippert, *Allg. Gesch. des Priestertums*, Berlino 1888-94; R. Ch. Darwin, *Die Entwicklung Priestertums u. der Priesterreiche*, Lipsia 1929; G. van der Leeuw, *Phänomenologie der Religion*, Tubinga 1933, pp. 173-316.

Nicolai Turchi

II. S. NELLA S. SCRITTURA. -

I. Nel Vecchio Testamento

Nella religione d'Israele l'importanza del s. era correlativa a quella dei sacrifici, base del culto. Ricalcando J. Wellhausen, i critici del Pentateuco attribuiscono al tempo di Esdra (sec. V. a. C.) la distinzione dei sacrifici e le conseguenti funzioni sacerdotali (supposto «codice sacerdotale»); ma i documenti di Ugari (sec. xv. a. C.) dimostrano che tutti i sacrifici descritti nel Pentateuco erano noti e praticati, nell'ambiente cananeo, almeno dieci secoli prima di Esdra. In Israele era di rigore l'unità del culto, riflesso dell'unità di Dio. Dapprima il culto legittimo tabernacolo (v.) detto «di riunione», ARCA (v.) dell'alleanza; Tempio (v.) a Gerusalemme (sec. X. a. C.) erano frequenti le deroghe all'unità cultuale con l'erezione di altari in vari luoghi. Può ritenersi che, prima dell'unificazione, ad opera di David e Salomone, della vita nazionale religiosa in Gerusalemme, si prestasse il culto sacrificale a Jahweh in vari luoghi, ove era stato eretto un altare o anche un modesto santuario.

L'originalità del s. d'Israele deriva dal monoteismo etico, cui si ispira il suo culto. Ne è escluso il s. femminile; in ebraico biblico manca un termine che significa «sacerdotessa». Gli è totalmente estranea sia la divinazione, sia la magia o stregoneria, tipiche «abominazioni delle genti» (Deut. 18, 9-14). Unico termine designante il sacerdote legittimo nella Bibbia ebraica è *Kóhn* (Settanta Iesú), che ricorre anche in fenicio, in aramaico-siriano (*káhn*), in arabo (*káhn*), in etiopico (*káhn*). Dai più *káhn* è considerato una forma participiale di *kán*, con il senso di «colui che sta in piedi»; infatti il sacerdote «sta in piedi (*ámadh*) davanti a Jahweh per servirlo e per benedire in suo nome» (Deut. 10,8; 18,7). Benché *káhn* designi anche i sacerdoti dei falsi dèi, era usato per questi l'apposito termine spregiativo *kémárim* (sempre al plurale). Il verbo denominativo *káhn* (sempre al plurale) si riferisce a «compiere i riti sacri spettanti al sacerdote», per lo più (14 volte) con la determinazione «(per) Jahweh». Da *káhn* si è altresì formato l'astratto *káhnundh* (s., servizio sacerdotale), usato 13 volte (Settanta Iesú). Molto hanno speculato A. Kuenen, B. Stade, A. Bertholet ed altri sul fatto che l'arabo *káhn* oggi significa «indovino»; ma questo senso non è originale: *káhn* (= «sacerdote») fu dai cristiani preislamici chiamato il sacerdote idolatrico, che era considerato generalmente un «indovino», e questo senso rimase e si accentuò nell'Islam, che non ha s.; i cristiani di lingua araba dàno tuttora a *káhn* il senso di «sacerdote».

Prima di Mosè e di Aronne, il s. era esercitato, tra i monoteisti discendenti da Sem e Abramo, in base ad

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(da J. Gublmann, Indische Faktta, Friburgo in Br. BII, fig. 56) Sar:anozto - Sacerdoti brahmini a Giava, discendenti dai vecchi colonizzatori Indis.
I) osservando la castità rituale, cioè antecedente all'azione sacra da compiere; a) fuggendo il contatto del sangue; 3) evitando il contatto del cadav

una tradizione che doveva risalire ai primordi dell'umanità. Il ius sacerdotale spettava, presso tutte le genti più antiche, ai capi del popolo e ai padri di famiglia. Una tradizione giudaica (Zebhāḥim, XVI, 4) ritiene che prima di Mosè il culto era compiuto dai primogeniti; la riproduzione di Girolamo (Quaest. Hebr. ad Gen. 27,15 e 49, 3, ed Ep. 73 ad Evang.: PL 23,98-105; 22,68) e s. Tommaso (Sum. Theol., 1a-2a, 103, 1 ad 3). Ogni capo della mia offriva direttamente i suoi sacrifici (Caino ed Abele, Noè, Giobbe, Mosè); i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe compiono tutte le funzioni sacerdotali: «invece il nome di Dio», sacrificare. Vi era qualche santuario, ove si interrogava l'oracolo (Gen. 25, 22) e al sacerdote del quale si pagavano le decime, come a Bethel (ibid. 28, 2). Vestigio dell'antica funzione sacerdotale del capofamiglia rimase l'immolazione dell'agnello (v. passuae (Ex. 12, 3-11, 21-27). Sembra esistessero veri sacerdoti in Israele prima della consacrazione di Aronne, poiché compaiono al Sinai (Ex. 19, 22-24; 24, 4-5). L'esistenza di una classe sacerdotale è affermata già dalla più antica raccolta di leggi, il «Libro dell'altezza» (Ex. 20, 2; 21, 13; 22, 8; accenni a un santuario con sacrifici, asilo, oracolo). Ancorché fosse per lo più giovane (Inde. 17, 5-18, 20), il sacerdote era onorato del titolo di «padre» (ibid. 17, 10; 18, 19). Mosè «seggre» i figli di Levi, consacrati a Dio in sostituzione dei primogeniti d'Israele che spettavano a Dio (Ex. 22, 29; Num. 3, 13; 8, 18) per farne un corpo speciale di sacerdoti (Ex. 32, 26-29); tra i Levi (v. scelse Aronne (V. figli e li consacrò sacerdoti (Ex. 28-29, 39; Lev. 6-10, 21-22). La superstizione di Israele era, anonimo, una delle sue soluzioni più antiche e più diffusa. La superstizione di Israele era, anonimo, una delle sue soluzioni più antiche e più diffusa.

Tutti i figli di Israele erano votati al culto divino, sono detti perciò «regno di sacerdoti (mamlekheti kōhā-nim: Ex. 19, 6). Tra tutti Jahweh «scelse» la tribù di Levi e in questa la famiglia di Aronne (Num. 3, 10), cui assegnò il s. ereditario. Prerogativa dei sacerdoti era «l'accedere a Jahweh» (Ex. 19, 22; 20, 1). Dio chiama «coloro che si avvicinano a me» (qērōbāḥ: Lev. 10, 3; qērōbāḥim: Ex. 42, 13; Dio li ha scelti per farli avvicinare a sé (Num. 16, 5; Ex. 44, 13) e ad essi consegna i leviti «donati a Jahweh, perché facciano il lavoro del tabernacolo di riunione» (Num. 18, 6). Era quindi vìssimo delitto arrogarsi le funzioni sacerdotali: «l'estraneo (haz-zār) che si avvicinò (haq-qārēbī) morrà» (Num. 3, 10); terribile infatti fu il castigo del levita Core (v. e dei suoi congiunti (Num. 16), del re di Giuda Azaria-Ozia (II Par. 26, 16-21). Poiché il s. era ereditario tra i figli di Aronne, per essere cooptato tra i sacerdoti si richiedeva, oltre la legittimità dei natali, la discendenza da Aronne in linea retta ininterrotta, da dimostrarsi con le tavole genealogiche; non potendo produrre queste, varie famiglie furono escluse dal s. dopo l'esilio (Esd. 2, 61-63 = Neh. 7, 63-65); Fl. Giuseppe, invece, poteva esibire la sua genealogia sacerdotale (Vita, 1).

I sacerdoti erano i mediatori necessari tra il credente e Dio, pregando, offrendo, sacrificando, purificando per tutti. «Mettevano il nome di Jahweh sui figli di Israele benedicendoli con il triplice auspicio di divina custodia, grazia, salvezza-pace» (Num. 6, 23-27). «Segregati» da Dio dal popolo d'Israele, «seggrato» da tutti i popoli (Lev. 20, 24; 26; Deut. 14, 2; 26, 18 sg.), erano i mediatori della «santità». Ad essi, e mediante essi a tutto Israele, si rivolge il comando divino che riecheggia nella «Legge di santità» (Lev. 17-26): «Siate santi, perché sono santo, Io Jahweh, Dio vostro» (ibid. 19, 2; 20, 26; 21, 8); «Io sono Jahweh che vi (o li) santifica» (ibid. 20, 8; 21, 8; 22, 32; ecc.). La loro «vicinanza» a Dio impone ai sacerdoti una rigorosa «segregazione» da ogni contatto profano; per chi si avvicina a Dio la santità esige anche la perfezione del corpo (ibid. 21, 17-23; 22, 9, 16). Al ripristino e alla tutela della santità mirano anche la «Legge dei sacrifici» (ibid. 1-7) e la «Legge di purità» (ibid. 11-15). Uno degli uffici principali del sacerdote era di «distinguere il santo (qōdhēs) dal profano (ḥōl), l'impuro (tāmē) dal puro (tāḥōr) e di insegnare ai figli d'Israele tutte le leggi loro ingiunte da Jahweh» (ibid. 10, 10-11). Le norme sulla santità dei sacerdoti (ibid. 21, 1-22, 16), che iniziano l'ultimo gruppo di leggi cultuali del Levitico (21-25), manifestano l'alto scopo: «saranno santi per il loro Dio» (21, 6). La Mišnāh (Bēkhōrōth, VII) porterà a 142 le «irregolarità» che escludevano dalle funzioni sacerdotali. I sacerdoti, nel tempo in cui assolvevano il ministero sacro, dovevano astenersi dal «bere vino o bevanda inebriante» (Lev. 10, 8-11) e dall'uso del matrimonio, che rendeva impuri i due coniugi fino alla sera (ibid. 15, 16-18).

Gli aroniti idonei all'esercizio del culto divino erano pubblicamente consacrati, prima di iniziare il servizio sacro, con la «santificazione» (descritta in Ex. 20, 1-37; 40, 12-15; Lev. 8, 1-36), che consisteva in un doppio rito, di purgazione (Num. 8, 6-7) e di oblazione. Dopo un bagno (Lev. 8, 6), indossavano le vesti sacre e ricevano l'unzione con l'olio sacro: «l'unzione conferì loro il s. in perpetuo» (Ex. 40, 15). Il sommo sacerdote era «l'untò» (ham-mašiah) per antonomasia (Lev. 4, 3; 5, 16; ecc.), e può darsi che gli altri sacerdoti fossero solo aspersi con l'olio misto a sangue (Ex. 29, 21; Lev. 8, 30). Poi i nuovi sacerdoti offrivano per sé i vari sacrifici: un giovane «per il peccato», un arate in olocausto, un arate in speciale «salutare» o «pacifico» d'investitura (detto millu'im «riempimento» [della mano]) con il cui sangue si spalmavano l'estremità dell'orecchio destro e i pollici della mano e piede destro del consacrato; dell'arate del «riempimento» le parti più nobili (i grassi, la spalla destra), con un pane, una focaccia e un azimo, erano poste sulle mani del nuovo sacerdote che le «agitava», onde raffigurava l'invito a Dio di accettare e gradire, poi erano bruciate sull'altare, e il resto era mangiato con pani dai nuovi sacerdoti nel luogo sacro. Questo rito d'investitura, detto millu'jādh «riempire la mano» (cf. l'ac-cadico mullū qātiā), si ripeteva per 7 giorni; l'8° i nuovi sacerdoti benedicavano il popolo e iniziavano il loro ufficio (Lev. 9, 1-23). L'unzione sacerdotale conferiva una dignità perpetua, indelebile (ibid. 10, 7; 21, 12). Ma molti ritengono che per i semplici sacerdoti non vi sia stata altra consacrazione dopo quella conferita ai figli d'Aronne «con valore perpetuo» (cf. Ex. 40, 13) e che il novello sacerdote dovesse poi solo assumere l'abito sacro e presentare l'offerta prescritta in Lev. 6, 12-16. Può ritenersi, con i rabbini medievali (Levi ben Gerson, Isacco Abra-banel), che non fosse considerato obbligatorio il rito consacrativo per i singoli sacerdoti comuni, bensì solo per il sommo sacerdote.

I discendenti dei due figli superstiti d'Aronne, Eleazar e Ithamar, divennero numerosi e furono divisi in turni corrispondenti a ogni famiglia (bēth 'ābhōth). Al tempo di David, vi erano 16 capi famiglia tra i discendenti di Eleazar e 8 tra i discendenti di Ithamar; si stabilì con le sorti l'avvicendamento loro nel servizio cultuale (I Par. 24, 3-19; II Par. 8, 14); le varie classi (maḥlēqōth «divisioni», o mišmārōth «custodie») funzionavano nel santuario per una settimana: «entravano» e «uscivano» di servizio il sabato (II Par. 23, 4-8). Al ritorno dall'esilio rimanevano solo 4 capifamiglia sacerdotali (Neh. 7, 39-42); essi ricostituirono le 24 classi con gli antichi nomi (cf. Lc. 3, 5; Abia). I sacerdoti, come tutti i leviti, vestivano di lino (la lana era esclusa). Quattro elementi obbligatori, di color bianco in prevalenza, costituivano le loro «vesti sacre», che non potevano indossare (eccetto le mutande) fuori del luogo sacro (Ex. 28, 43; Es. 42, 14; 44, 19): le mutande, la tunica talare con maniche, la cintura di bisso policromo, la tiara o turbante costituito da una fascia.

di bisso ravvolta. Compivano le sacre funzioni scalzi, per rispetto al luogo della presenza divina (cf. Ex. 3, 5; Ios. 5, 15). Insigni personalità ebbe il s., tra cui Esdra, Mattatia e i Maccabei, i profeti Geremia e Ezechiele.

Il sommo sacerdote (hak-kōhēn hag-gadhlōl, Volg. sacerdos magnus), più spesso detto «il sacerdote» (hak-kōhēn) per antonomasia, al vertice della gerarchia dei ministri sacri impersonava l’unità del culto. Era a vita; aveva un vicario («il sacerdote secondo») che lo sostituiva quando era impedito. Ad Aronne successe nell’alto ufficio il terzo figlio Eleazar, e a questo suo figlio Phineas; ma Eli (sec. xi a. C.) discendeva da Ithamar, 4° figlio di Aronne. All’inizio del regno di David coesistevano due sommi sacerdoti: Sadoc (da Eleazar) e Abiathar (da Ithamar). Ma Salomone ripristinò l’unità destituendo Abiathar, e da Sadoc in poi il s. rimase nella stirpe di Eleazar sino al re siriano Antioco IV Epifane (175-164 a. C.), che cominciò a destituire il sommo sacerdote sostituendogli sue creature; da allora il sommo s. rimase alla discrezione del potere civile. Dopo la distruzione del primo Tempio (587 a. C.) era consacrato con la sola vestizione (così Gionata Maccabeo; J. Mach. 20, 21) e con il sacrificio, non più con l’unzione, perché l’olio sacro dell’unzione era scomparso, né poteva essere confezionato di nuovo (Ex. 30, 33).

Oltre la direzione suprema del culto, la più importante funzione speciale del pontefice era l’ESPAZIONE (v.) del kippūr (Lev. 16, 3-34): dopo aver sacrificato per sé un gioventù per il peccato, entrava «oltre il velo» e nel «santissimo» incensava e spalmava il «propiziatore» sull’arca dell’alleanza con il sangue del gioventù e poi con il sangue di un capro espiatorio per il peccato del popolo; quindi, imponendo le due mani sulla testa del capro vivo («zāʿzēl»), confessava «tutte le iniquità dei figli di Israele». «Uomo di presagio» (Zach. 3, 7), dove aveva inoltre consultare Jahweh, mediante gli ‘ūrīm’ (v.) e tummīm (perduti con l’esilio), nei dubbi intorno a decisioni che interessassero la vita nazionale. Somma era l’autorità del pontefice; Filone (De virtutibus; De vita Mosa., III) dimostra che il sommo s. trascende la dignità regale quanto la cura delle cose divine quella delle cose umane.

Il sommo sacerdote portava l’abito sacerdotale comune, con cui entrava nel «santissimo» il giorno della

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(da J. Dahlman, Indische Fahrten, Frühugo in Br. 1927, fig. 136)

espiazione; al di sopra indossava sontuosi indumenti (Ex. 28, 3-39; 39, 1-31; Lev. 8, 7-9): 1) una speciale tunica (mēʿīl) senza maniche, ornata all’orlo inferiore di melograne ricamate alternate a campanellini d’oro; 2) ephod (v.) formato di due quadrati che coprivano il petto e la schiena; 3) sul davanti vi era sovrapposto il pettorale-oracolo (v. RAZIONALE), specie di borsa ornata di 12 gemme, sulle quali erano incisi i nomi delle 12 tribù d’Israele, che conteneva gli ‘ūrīm e tummīm; 4) la tiara, più alta di quella dei sacerdoti comuni, con sul davanti una lamina d’oro su cui era scritto qādhōš lē-Yahweh («santo a J.»). Le preziose vesti del pontefice erano conservate dagli Asmonei, poi dai Romani, nella fortezza «Bari» divenuta poi «Antonia»; nel 45 i Giudei ottennero da Claudio imperatore che tornassero nel Tempio.

Il simbolismo delle vesti sacre del sommo sacerdote è stato rilevato da giudei e cristiani. S. Girolamo afferma «vestes Aaronis et totum ordinem Levitarum caelestia sacramenta spirare» (PL 22, 545) e nelle singole vesti sacre vede le virtù che debbono risplendere nel pontefice (PL 25, 844 e 1557); così anche s. Tommaso (Sum. Theol., 1:2-3, 102, 5 ed 10). I Padri vi videro spesso allegorie cristologico-ecclesiologiche (Tertulliano: PL 2, 387; S. Girolamo: PL 25, 270 sgg.; s. Agostino: PL 34, 637 e 641; ecc.). Minuzioso e ardito è l’allegorismo cosmico (cf. Sap. 18, 24) esposto da Filone (De vita Mos., III, ecc.), seguito da F. Giuseppe (Antiq. Iud., III, 7), da Clemente Aless. (PG 9, 64) e Origene (PG 12, 391), sostenuto da S. Girolamo (PL 22, 619) e ben noto a s. Tommaso (loc. cit.).

2. Nel Nuovo Testamento

Con la distruzione definitiva del Tempio di Gerusalemme, il s. d’Israele, già svuotato dal sacrificio del Cristo, fu soppresso anche di fatto; la religione giudaica rimase senza s., perché privata dei sacrifici che si offrivano nel suo unico tempio. Il Nuovo Testamento, il cui compito caratteristico è la spiritualizzazione del culto (Io. 4, 23; Act. 7, 48; Rom. 2, 29), traspose le istituzioni culturali mosaiche nell’ambito messianico-celeste. I «ministri (ἀνάχοι») del Nuovo Testamento, affrancati dalla lettera che uccide, servono allo spirito che vivifica (II Cor. 3, 6). Hebr. e Apoc. descrivono come Gesù, crocifisso e risorto, è il supremo sacerdote, unico perché divino ed eterno; la sua croce è l’altare, la sua morte è il sacrificio, il cielo, sede della sua vita gloriosa, è

SACERDOZIO - SACERDOZIO DI CRISTO

il tempio, poggiante sulla terra. Ma questo s. spirituale non esclude il culto esterno e sociale, anzi lo esige. La spiritualizzazione del culto nel Nuovo Testamento ha il suo fulcro nel s. di Gesù, realtà sovrumana di somma efficacia salvifica in cui si compendiano tutti i misteri del Cristo. Nel Cristo il s. raggiunge il fastigio e l'unità trascendente.

Gesù perpetuo la sua successione tra gli uomini conferendo ai suoi Apostoli «sino alla consumazione dei secoli» (Mt. 28, 20) la sua missione salvifica quale «s. visibile ed esteriore» (Conc. Trid., sess. XXIII, 1; Denz. U., 957 e 961). «Miseri (πρεσάται) di Cristo e dispensatori» (Conc. Trid., 1, 1; 1 Cor. 11, 1).

Londra 1936; H. Hoschander, The Priests and Prophets, Nuova York 1938; G. Schrenk, "ἐπισύς, ἀρχιεπισύς, in Theolog. Wörterbuch zum N. T. di G. Kittel, III (1938), pp. 257-84; A. Romeo, II s. nel V. s. nel N. T., in Enciclopedia del s. di G. Caccia-tore, Firenze 1953, capp. 2-3.